Pagine

venerdì 23 maggio 2008

Indiana Jones: non è mai troppo tardi?

Ideazione.com
23 maggio 2008

A 65 anni si può ancora essere un credibile archeologo dell’avventura? Harrison Ford, fascinoso divo hollywoodiano, ci prova, interpretando per la quarta volta il leggendario ruolo di Indiana Jones. Cominciata nel 1981 con Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, la saga diretta da Steven Spielberg è proseguita con Il tempio maledetto (1984) e L’ultima crociata (1989). Sei Oscar (tutti in categorie minori), 94 milioni di dollari di budget, un miliardo e duecento milioni di dollari al botteghino, riconoscimenti in tutto il mondo da parte di critica e pubblico, per una trilogia che è rimasta, giustamente, nella storia del cinema. A distanza di quasi vent’anni dall’ultimo episodio, Spielberg ha voluto riproporre la popolarissima figura dell’archeologo scavezzacollo, scegliendo ancora Harrison Ford come interprete. Pochi dubbi sul fatto che si tratti di un’operazioni prettamente commerciale. Ma c’è da chiedersi se ha davvero senso ripresentare sullo schermo un Indiana Jones ultrasessantenne, alle prese con fughe spericolate, inseguimenti mozzafiato, esplosioni e rocambolesche scene d’azione. E’ credibile? E soprattutto: per Harrison Ford si tratta di una scelta giusta o no?
Steven Spielberg, che di certo non è un avventato e scriteriato regista, ha dalla sua la certezza di fare centro, perlomeno al botteghino. I fan di Indiana Jones sono tanti e variegati, trasversali per età e nazionalità, diffusi in tutto il mondo e frementi in attesa del ritorno del loro beniamino. Ma non si tratta di discutere sul successo, facilmente prevedibile, al box office. Harrison Ford, classe 1942, non è più l’aitante giovanotto di Guerre Stellari (1977) o Blade Runner (1982) e, sebbene le donne continuino, a ragione, a definirlo uno degli uomini più sexy del pianeta, non ha più il fisico di una volta. Che senso ha, dunque, rischiare di ridicolizzare una figura che era rimasta scolpita nell’immaginario collettivo? Indiana Jones era sinonimo di astuzia e intelligenza, ma anche di coraggio, sprezzo del pericolo, prestanza fisica. Lo stagionato Ford, pur conservatosi bene, non può reggere il confronto. E non si tratta di carenze recitative, ovviamente. Il suo talento non si discute.
L’archeologo dell’avventura Ford, dunque, viene riesumato dall’archeologo del cinema Spielberg. Il regista tenta di inserire nella storia qualche elemento che funga da diversivo, in modo tale che la freschezza della saga di Indy non venga intaccata. Ecco allora che l’ormai professore universitario Henry “Indiana” Jones viene affiancato, e spronato all’azione, dal giovanissimo e iperattivo Mutt Williams (interpretato dal promettente Shia LaBeouf). E poi dalla splendida Cate Blanchett, tanto talentuosa quanto “prezzemolina” in una quantità ormai incalcolabile di pellicole, a interpretare l’algida nemica assetata di potere. Diversivi di qualità, che potrebbero funzionare, almeno in parte. Ma l’attempato archeologo riuscirà davvero a salvarsi dalla facile ironia sulla sua età? Spielberg, riportandolo alla luce dopo 19 anni di gloriosa naftalina, ha corso un rischio e lo sa perfettamente. Ma se Harrison Ford è riuscito a non intaccare l’adrenalinica carica di Indy, allora la scommessa sarà vinta. In fondo, e lo diciamo davvero senza snobismo alcuno, il pubblico di Indiana Jones vuole scene mozzafiato, effetti speciali, musica coinvolgente e poco più. E Steven Spielberg è un maestro anche, e soprattutto, in questo.

venerdì 16 maggio 2008

L'agguerrito ritorno di Michael Moore

Ideazione.com
16 maggio 2008

Ci risiamo. Dopo Fahrenheit 9/11 e Sicko, Michael Moore torna alla carica. Il corpulento regista americano sta per girare il sequel proprio di Fahrenheit 9/11, documentario pamphlet contro George W. Bush che nel 2004 ha conquistato la Palma d’Oro a Cannes. Quel film, vero e proprio atto d’accusa contro il presidente degli Usa e il suo entourage politico ed economico, aveva letteralmente mandato in visibilio l’intellighentsia culturale europea, che non vedeva l’ora di trovare un livoroso ed efficace strumento contro l’odiatissimo inquilino della Casa Bianca. Ma se nel Vecchio Continente il documentario aveva fatto incetta di successi e riconoscimenti, da Cannes al Festival di Sarajevo, e aveva plasmato non poche coscienze politiche, in America l’impatto è stato sicuramente minore, se è vero che dopo meno di cinque mesi dall’uscita nelle sale, Bush era stato rieletto trionfalmente.
Ora, dunque, il sequel, che si annuncia ancora più velenoso del primo film. E dove lanciare, urbi et orbi, il pur embrionale progetto se non sulla Croisette, che tanti onori aveva già regalato a Moore? Giornalisti eccitati, pubblico fremente e divi engagés accoglieranno l’idea con malcelata soddisfazione. Continueranno a lodare il coraggio e l’impegno civile di Michael Moore, a denigrare l’odiato George W., anche quando lascerà, dopo otto lunghissimi anni, la Casa Bianca. Diciamoci la verità: che vita sarebbe, quella di Moore, se non ci fosse Bush jr.? Il presidente ha rappresentato per il cineasta del Michigan, in questi lunghi anni, la gallina dalle uova d’oro da sfruttare fino all’ultimo. E Moore ha fatto scuola, creando un vero e proprio filone letterario e cinematografico che in fondo, ne siamo certi, soffrirà non poco dell’uscita di scena dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Pensiamo ai vari Sean Penn (pur bravissimo quando non vuole a tutti i costi fare il pasionario ultraliberal), Tim Robbins, Susan Sarandon, la famiglia Sheen al completo. Tutti futuri orfani inconsolabili del goffo rampollo di casa Bush. Oliver Stone, come abbiamo raccontato poco tempo fa, ha pensato bene di sfruttare gli ultimi mesi utili girando W, biopic al vetriolo mascherato da obiettivo ritratto di un uomo controverso. Siamo sicuri che il prossimo anno il Festival di Cannes ospiterà sia il film di Stone che il documentario di Moore, confermando una tradizione tutta francese di antiamericanismo a tutti i costi. Antiamericani ma furbi, gli intellettuali di sinistra del Vecchio Continente. Come possono essere definiti nemici dell’America se non fanno altro che dare spazio alle voci critiche di artisti americani? Ecco lo scudo creato ad arte: è il cinema americano a criticare l’America. Che c’entriamo noi?
Il rapporto tra cinema europeo e militanza politica è antico e ancora molto forte. Non si aziona cinepresa senza che dietro ci sia un alto e nobile intento politico. Ovviamente sempre a sinistra. E Moore non poteva che essere scelto come modello da eguagliare, grazie al suo coraggioso atto d’accusa contro l’uomo più potente del mondo. Segno dei tempi: da Truffaut, Bunuel e Loach a Michael Moore. Tempi duri per l’intellighentsia europea.

venerdì 9 maggio 2008

Fiera del Libro, Israele infiamma Torino

Ideazione.com
9 maggio 2008
 
Prendete quattro uomini di sinistra (Gabriele Polo, Walter Veltroni, Dario Fo e Piero Fassino), distribuiteli su tre giornali nazionali (il Manifesto, Corriere della Sera, La Stampa), inserite i loro interventi nella diatriba sul boicottaggio della Fiera del Libro di Torino che ospita, quest’anno, la letteratura israeliana. Ne viene fuori un dibattito politico-culturale tutto interno alla sinistra, figlio di un rapporto mai chiarito tra le forze progressiste italiane e lo Stato di Israele. Fino a 20 anni fa, Polo, Veltroni, Fo e Fassino coesistevano, più o meno placidamente, nell’accogliente ventre del Pci; oggi sembrano avversari da sempre, portatori di linee politiche e culturali che mai si possono conciliare. Ma prima di rendere conto di questa già vista disputa a sinistra, è bene ripercorrere a grandi linee la vicenda che l’ha reinnescata. La Fiera del Libro di Torino è il più grande evento editoriale italiano, il secondo in Europa dopo Francoforte, addirittura il primo per numero di visite nel 2006 e nel 2007. Più di mille espositori, trecentomila visitatori, un tema che fa da filo conduttore (quest’anno è la bellezza), e uno o più Paesi del mondo ospitati ogni anno. Proprio quest’ultima caratteristica della manifestazione ha rappresentato la pietra dello scandalo: gli organizzatori hanno invitato, anche in concomitanza con il sessantesimo anniversario dalla sua fondazione, lo Stato di Israele. Scelta che non pare per nulla strumentale, né politica. In fondo Torino è la città simbolo dell’ebraismo italiano, che ha visto crescere alcune delle migliori intelligenze della cultura ebraica del nostro Paese, da Primo e Carlo Levi a Gad Lerner.
In un Paese come l’Italia, storicamente percorso da vigorosi fremiti filopalestinesi (dai democristiani ai comunisti, dalla vecchia destra radicale ai socialisti), la cosa non poteva certo passare inosservata. Quale migliore occasione, dunque, per inscenare una protesta di piazza, qualche manifestazione, addirittura un boicottaggio? I sostenitori di questa balzana idea (boicottare la cultura è abominevole, diciamolo pure) hanno trovato il comodo appoggio di alcuni intellettuali di sinistra, primo fra tutti l’immancabile Gianni Vattimo. Già il 5 febbraio scorso, dalle colonne de La Stampa, il filosofo del pensiero debole aveva lanciato la campagna di boicottaggio contro Israele, contro la Fiera del Libro, contro chi ci andrà, contro chiunque la pensi in maniera diversa da lui, insomma. Gli argomenti usati, da Vattimo e da chi ne ha seguito l’esempio, sono quelli di sempre: Israele sarebbe uno Stato autoritario e sanguinario, che uccide e affama i palestinesi, privandoli del diritto a creare uno Stato indipendente. A qualsiasi attento osservatore della politica internazionale, argomentazioni del genere suonerebbero quantomeno discutibili, ma all’interno della grande e litigiosa famiglia della sinistra italiana posizioni del genere non sono affatto una novità. Forse è per questo, dunque, che, mentre il centrodestra riaffermava la sua ormai solida amicizia nei confronti di Israele, l’intellighentsia di sinistra si lanciava in una delle sue solite dispute dottrinarie, mischiando in maniera confusa un evento culturale con ben più complessi temi di politica internazionale. E mentre i dotti progressisti disquisivano, difendendo gli israeliani, i palestinesi o tutti e due, in piazza le bandiere con la stella di David venivano incivilmente bruciate.
In realtà, ma c’era da aspettarselo, oltre Gianni Vattimo sono pochi gli intellettuali “noti” ad aver aderito allo strampalato boicottaggio. Gli altri, persino quelli più radicali e antagonisti, hanno preferito salvare la faccia, difendendo ipocritamente il diritto a esistere di Israele (sulla cartina geografica e nelle sale del Lingotto), salvo poi affondare i soliti colpi ideologici contro i tiranni di Tel Aviv. Dopo due mesi di lunghissime discussioni, ieri la Fiera ha aperto i battenti, accolta da interventi a pioggia sui più importanti giornali italiani. Abbiamo scelto, come dicevamo all’inizio, quattro personaggi sicuramente noti, esponenti politici o culturali di aree diverse del panorama della sinistra italiana. Gabriele Polo, direttore de il Manifesto, nel suo editoriale di ieri ha riaffermato la contestatissima linea del giornale: no al boicottaggio perché il Manifesto, scrive Polo, “ha ancora la presunzione di ritenere che la cultura possa essere luogo d’incontro e confronto, anche con chi lo nega (ovviamente Israele, ndr)”. Parole condivisibili, senza dubbio. Ma Polo, che per formazione culturale e politica ha ovviamente una visione molto chiara della vicenda mediorientale, continua: “Ma oggi, con la stessa forza con cui difendiamo la legittimità all’esistenza dello Stato d’Israele difendiamo il diritto alla critica delle pratiche oppressive dei suoi governi. […] Da oggi a sabato, a Torino, non è in gioco il diritto di vivere dello Stato israeliano, ma la libertà di denunciare e contestare le condizioni di non-vita cui sono ridotti i palestinesi, la possibilità di tenere aperta una prospettiva di pace e un movimento coerente con essa”. Per la serie: compagni, siamo contro il boicottaggio ma è giusto che lo facciate. Strane contorsioni culturali.
Sempre su il Manifesto, intervistato da Tommaso Di Francesco, il premio Nobel Dario Fo assume una posizione simile, seppure più marcatamente antiisraeliana. L’attore e commediografo alla Fiera ci sarà, non solo come visitatore ma anche (e soprattutto) come ospite e relatore. “Ci sarò. Per la Palestina”, dichiara orgoglioso. “Avrei dovuto presentare il mio libro appena pubblicato. Invece ho scelto di parlare di Palestina”. Ma Fo si scaglia anche contro la separazione tra cultura e politica, fedele alla dottrina di chi, in fondo, ha sempre affermato che persino il personale è politico. E infine il rimpianto: non aver organizzato una Fiera dei due popoli “è la sconfitta della speranza”. Israele ospite, dunque? Sì, ma solo insieme alla Palestina. Pretesa in verità poco democratica e un po’ fuoriluogo, visto che di letteratura si tratta, non di negoziati di pace.
Di tutt’altro tenore gli interventi di Walter Veltroni e Piero Fassino, rispettivamente dalle colonne di Corriere della Sera e La Stampa. Le posizioni dei due esponenti di spicco del Partito democratico rappresentano, vivaddio, una sinistra che sta cambiando (a fatica) e che potrebbe finalmente diventare davvero come i grandi partiti liberalsocialisti e socialdemocratici di tutta Europa. Veltroni divide la sua analisi in due parti: l’errore di boicottare e l’ostilità nei confronti dello Stato di Israele. “Come possa un qualsiasi uomo di cultura che voglia davvero essere tale chiedere di far tacere altri uomini di cultura, negare ascolto alle loro parole è difficile capire. Tanto più quando si tratta di autori che sostengono l’unica possibilità che israeliani e palestinesi hanno di convivere pacificamente: il dialogo, il riconoscimento delle reciproche sofferenze e speranze, il diritto degli uni a vivere in casa propria senza paura, degli altri a vivere in un loro Stato indipendente”. Sembrerebbe, di primo acchito, l’ennesimo esercizio di “ma anchismo” veltroniano, se non fosse che il segretario del Pd continua con sempre maggiore fermezza, difendendo senza se e senza me il diritto a esistere dello Stato di Israele: “A preoccupare è un clima, sono posizioni, che nascono da un pregiudizio e che possono condurre a conseguenze pericolose. Il pregiudizio procede lungo un confine sottile, che separa le critiche ragionate e per questo legittime alle politiche dei governi israeliani, da quelle ideologiche, manichee: Israle ha sempre torto, la “colpa” è sempre sua, anche quando il coraggio di chiudere un accordo manca alla controparte o quando magari formazioni arabe fanno fuoco le une contro le altre. Le conseguenze pericolose”, continua Veltroni, “stanno […] nel fatto che oltre alla critica a Israele spesso viene chiamato in causa l’interno popolo ebraico. Forse non apertamente, forse con un “non detto”, che però nulla toglie ai rischi di un risorgente antisemitismo”.
Piero Fassino, invece, parla più con la pancia e più da uomo di sinistra rispetto a Veltroni. Ribadendo il suo fermo no al boicottaggio e la volontà di presenziare alla Fiera “in primo luogo come parlamentare della Repubblica Italiana e anche come cittadino democratico”, l’ultimo segretario dei Democratici di sinistra paragona il boicottaggio alle bandiere bruciate in piazza: “Se bruciare le bandiere è un gesto ignobile, non meno scellerato è contestare la presenza di Israele ad una iniziativa culturale fondata sul libro. Il libro è stato per secoli lo strumento principale di conoscenza, […] a cui nazioni, popoli e l’umanità intera hanno affidato i loro percorsi di libertà e di emancipazione. Tant’è che ogni volta che si è voluto reprimere un popolo o una cultura o una religione, se ne sono mandati al rogo i libri”. E chiude tentando una rischiosa affermazione del rapporto storico, “un nesso inscindibile”, tra sinistra ed ebraismo. E’ innegabile che una parte della sinistra abbia intrattenuto rapporti più che buoni con il popolo ebraico. Ma è altrettanto vero che con la nascita dello Stato di Israele qualcosa è cambiato e la sinistra italiana si è sempre più avvicinata alle posizioni palestinesi, anche in periodi in cui l’intento terroristico era addirittura più evidente di adesso.
Fin qui, dunque, la discussione culturale che, diciamocelo francamente, si è già vista fin troppe volte all’interno del mondo di sinistra. Di nuovo, stavolta, forse c’è solo il risvolto politico della vicenda. In fondo Veltroni e Fassino rappresentano quel Pd che ha fagocitato la sinistra radicale estromettendola dal Parlamento dopo sessant’anni. Quella stessa sinistra, però, che ancora riempie le piazze e troppo spesso tace di fronte a episodi di intolleranza anacronistici e privi di logica. E mentre a Torino la bandiera di Israele viene bruciata, a Roma il sindaco Alemanno, che qualcuno si ostina a definire “picchiatore fascista”, la faceva sventolare sul pennone del Campidoglio, a celebrare i sessant’anni dello Stato ebraico e a ribadire, se ancora ce ne fosse bisogno, che quel cambiamento che si attende a sinistra, la destra l’ha già portato a termine.

I Supereroi invadono Hollywood

Ideazione.com
9 maggio 2008

La seguente parata di stelle di prima grandezza di Hollywood ha raccolto, nel corso degli anni, ben sei premi Oscar e venticinque nomination: Hugh Jackman, Ian McKellen, Halle Berry, Willem Defoe, Tobey Maguire, Alfred Molina, Eric Bana, Jennifer Connelly, Nick Nolte, Ben Affleck, Colin Farrell, Jennifer Garner, John Travolta, Roy Scheider, Nicolas Cage, Peter Fonda, Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Jeff Bridges, Samuel L. Jackson, Edward Norton, Liv Tyler, Tim Roth, William Hurt. Non stiamo parlando del cast stellare del prossimo capolavoro di Steven Spielberg, né dei nominati ai prossimi Academy Awards.
Nonostante si tratti di nomi che senza dubbio resteranno nella storia della settima arte, in questo caso ci interessano semplicemente perché, dal 2000 al 2008, sono stati tutti vittime della Marvel Fever. E’ una strana malattia che sta contagiando decine di star e che prende il nome dalla storica casa editrice di fumetti. Dal primo X-Men (2000) a L’Incredibile Hulk (in uscita il prossimo giugno), i Marvel Comics hanno conquistato una fetta considerevole dell’immensa e succulenta torta del cinema hollywoodiano. Supereroi, effetti speciali, budget stellari, sono gli ingredienti principali di un business che non accenna a fermarsi. Qualcuno potrebbe dire che sono le solite americanate, i soliti kolossal da botteghino, privi di consistenza narrativa e assolutamente scadenti dal punto di vista della qualità. E invece no, ancora una volta gli snob di celluloide prenderebbero una cantonata madornale. Semplicemente perché alcuni di questi film possono essere considerati capolavori del genere, con ottime sceneggiature e superbe interpretazioni attoriali.
Basti pensare alla trilogia di Spiderman, magistralmente diretta da Sam Raimi e con un ottimo Tobey Maguire nei panni dell’Uomo Ragno. Le avventure del giovane Peter Parker, già universalmente conosciute grazie ai fumetti a partire dal 1962, con la trasposizione cinematografica sono diventate oggetto di culto per le nuove generazioni. Ed è merito anche, e soprattutto, dell’ottima fattura delle tre pellicole. Molti critici e studiosi di cinema pensano, sbagliando, che ai giovani non importi la qualità di un film, che basino il loro giudizio su altre caratteristiche quali gli effetti speciali, la colonna sonora, il merchandising, il battage pubblicitario. Invece proprio i giovani cinefili stanno dimostrando un’attenzione smisurata per i film di buona fattura. Che si tratti di action movie, comics movie o film d’autore poco importa. Quello che conta è la qualità.

L’hanno capito perfettamente anche i produttori, che da X-Men in poi hanno curato sempre di più l’aspetto narrativo, senza ovviamente tralasciare gli effetti speciali, dai quali non si può prescindere per film del genere. Non stupisce, dunque, che la carriera di un dimenticato (ma sempre bravissimo) Robert Downey Jr. stia riprendendo vertiginosamente quota proprio grazie ad Iron Man, altro Supereroe che ha abbandonato le pagine dei fumetti per sbarcare al cinema. E la contagiosa supereroi-mania è ormai diventata anche in, cool, glamour, come direbbero i sofisticati frequentatori dei salotti newyorchesi, se è vero che un mostro sacro della moda come Giorgio Armani ha organizzato una sontuosa mostra dal titolo Superheroes, Fashion and Fantasy, interamente dedicata agli abiti indossati dai Supereroi dei fumetti. Tutto lo star system era presente al vernissage, preceduto da un raffinatissimo gala di beneficenza.

La grandissima popolarità dei fumetti al cinema, dunque, rende giustizia a un genere letterario, nessuno si scandalizzi se lo chiamiamo così, troppo spesso bistrattato nel corso dei decenni. Per lunghissimi anni ci hanno raccontato che l’appassionato-tipo di fumetti era un ragazzo della provincia americana, maniacale collezionista di album e strisce, magari con qualche problema di socializzazione e voglia di fuga dalla realtà. Ma il cinema, ormai è cosa nota, può trasformare la visione comune che si ha di un particolare fenomeno. Oggi i fumetti, soprattutto quando si trasformano in kolossal hollywoodiani, diventano opere d’arte, veri e propri capolavori. Nonostante i tanto commerciali effetti speciali, nonostante i gadget e il giro di miliardi creato dal merchandising, nonostante sbanchino puntualmente il botteghino. E’ un altro passo verso la consapevolezza che il cinema non è grande solo quando annoia.

giovedì 24 aprile 2008

Cannes si ricorda del pubblico

Ideazione.com
24 aprile 2008

Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, allora il prossimo Festival del Cinema di Cannes (14-25 maggio) potrebbe rivelarsi davvero una graditissima sorpresa. Un mese fa avevamo parlato della noiosa spocchia radical chic che i più famosi festival cinematografici trasudano. Ovviamente non abbiamo cambiato idea, ma la presentazione dell’edizione 2008 della kermesse francese ci regala una timida speranza di cambiamento. Innanzitutto ci sarà una giuria composta da persone competenti, non coetanee di Matusalemme e soprattutto, e qui sta la novità principale, campioni di incassi al botteghino. Basta grandi guru del cinema di nicchia, persino Cannes strizza l’occhio al grande pubblico. Presidente sarà Sean Penn e, volendo mettere da parte le sue discutibili idee politiche, è senza dubbio uno che di cinema se ne intende eccome. Poi Sergio Castellitto, la bella e brava Natalie Portman, il regista messicano Alfonso Cuaron (Y tu mama tambien, e il Harry Potter prigioniero di Azkaban, I figli degli uomini), Natalie Portman (Star Wars, V per Vendetta, Closer), il giovane regista thailandese Apichatpong Weerasethakul, l’attrice tedesca di origini romene Alexandra Maria Lara e il regista francese Rachid Bouchareb. Con i suoi 55 anni, è proprio Castellitto ad essere incredibilmente il più vecchio giurato. Non eravamo abituati a tanta “gioventù”, se è vero che l’anno scorso il presidente era l’utrasessantacinquenne Stephen Frears e in giuria c’era anche Michel Piccoli, splendido attore ma da un pezzo oltre gli ottanta.
Qualche timido ma apprezzato segnale di ripresa si può notare anche nella lista dei film in concorso: innanzitutto Changeling, il nuovo film di Clint Eastwood (vecchiotto, non c’è dubbio, ma piace moltissimo anche alle nuove generazioni); poi l’attesissimo Gomorra di Matteo Garrone, tratto dal bestseller di Roberto Saviano; The Palermo Shooting di Wim Wenders; Linha de passe di Walter Salles, regista brasiliano del bellissimo e pluripremiato Central do Brasil; e poi il biografico Che di Steven Soderbergh e Il Divo (film su Giulio Andreotti) di Paolo Sorrentino. Pochi i film cinesi in gara, e questa non può che essere una buona notizia, un piccolo segno di cambiamento da parte di un festival che troppe volte ha strizzato l’occhio all’Oriente, allontanandosi troppo dai gusti più diffusi del pubblico mondiale. Ciliegina sulla torta i film fuori concorso Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo di Steven Spielberg, Maradona di Emir Kusturica, Chelsea Hotel di Abel Ferrara e Sanguepazzo di Marco Tullio Giordana.
Sembra quasi di non essere alla Croisette ma in un qualsiasi fantasmagorico cinema multisala. Qualcuno forse storcerà il naso, qualcun altro si lamenterà dell’assenza di questo o quel maestro iraniano o taiwanese. Noi, invece, applaudiamo la presumibile svolta del festival di Cannes. Nessuno vuole negare gli spazi prestigiosi al cinema d’autore o di nicchia, sia chiaro. Ma se nemmeno la più grande kermesse dedicata alla settima arte riesce a presentare film di ottima fattura ma anche graditi al pubblico, che senso ha poi lamentarsi del calo di affluenza nelle sale? Siamo sicuri, quindi, che l’edizione 2008 del Festival del cinema di Cannes avrà un successo clamoroso. Volete una prova? Spegnete il pc, scendete in strada, bloccate la prima persona che incontrate e mettetela di fronte a una semplice scelta: Steven Spielberg o Wong Kar Wai? Novantanove persone su cento (il radical chic potrebbe sempre capitarvi) sceglierà senza esitare il regista americano. E’ il pubblico che sceglie. Con buona pace degli spocchiosi cinefili da salotto.

venerdì 18 aprile 2008

W., il film anti-Bush di Oliver Stone

Ideazione.com
18 aprile 2008

“Bene o male, purché se ne parli”. E’ ne Il ritratto di Dorian Gray che Oscar Wilde regala al mondo il suo aforisma più noto, successivamente ritoccato, riadattato e reinterpretato. Il succo, insomma, è che è sempre meglio essere oggetto di discussioni (positive o negative che siano) piuttosto che venire completamente ignorati. Forse è quello che pensa, ormai da otto anni, anche George W. Bush, quarantatreesimo presidente degli Stati Uniti, personaggio controverso e discusso, amato o visceralmente odiato, grande statista o rozzo ignorante figlio di papà. E nella quasi decennale lotta tra “bushiani” e “antibushiani” sta per fare irruzione l’ultima bomba, ovviamente ad orologeria, che farà certamente discutere. Stiamo parlando di W, il nuovo film di Oliver Stone sull’inquilino della Casa Bianca. Le riprese devono ancora iniziare (il 21 aprile il primo ciak in Louisiana) e già il polverone è bello che pronto, mediaticamente creato ad arte per lanciare quello che si preannuncia come uno dei film più attesi degli ultimi anni.
Michael Moore aveva provato a distruggere Bush con i documentari, riscuotendo molto successo in prevalenza fuori dai confini statunitensi e deliziando i circoli intellettuali radical chic del Vecchio Continente (basti pensare alla Palma d’Oro immeritata per Fahreneit 9/11). Ora il cinema lancia un’offensiva più tradizionale, una vera e propria biografia di celluloide per un uomo che, in fondo, è ancora contemporaneo, vivo e vegeto, tutt’altro che anziano. Perché, dunque, l’ultraliberal Oliver Stone ha deciso di anticipare i tempi? I motivi possono essere molteplici ma uno di questi (ovviamente prettamente politico) sembra essere più accreditato. Le elezioni di novembre si avvicinano e l’imponente macchina cultural-mediatica dei Democrats è in pieno assetto da guerra. Il regista di film come Platoon o Alexander, dunque, vuole entrare a gamba tesa nella campagna elettorale, forzando i tempi di lavorazione e montaggio pur di far debuttare la pellicola prima del giorno in cui gli americani sceglieranno il successore di Bush.
Ma quale George Bush verrà fuori dall’opera di Stone? Lo stesso regista ha più volte dichiarato che intende presentare “un ritratto verace di un alcolizzato che è diventato l’uomo più potente della Terra”, un ritratto che “sorprenderà sia i sostenitori che i detrattori del presidente”. Il cineasta amico di Cuba e amante della dietrologia complottistica (basti pensare a JFK), dunque, dice tutto per non dire nulla, preoccupandosi solo di creare il caso e far salire la già febbrile attesa. Chi ha letto la sceneggiatura, però, ha le idee abbastanza chiare: si tratterebbe di un mix di realtà e fiction, un melange dai confini labili e pericolosi che descriverà Bush in manierà fortemente critica e negativa. Alcool, odio verso il blasonatissimo padre, interessi privati, droga, accecante conversione religiosa, inettitudine, il tutto completato da un entourage di consiglieri e ministri senza scrupoli e dediti alla nefanda arte di organizzare guerre in giro per il globo. Non sono voci provenienti da ambienti repubblicani. Robert Draper, autore di Dead certain: the presidency of George Bush, è perentorio: “La sceneggiatura dà l’impressione che la Casa Bianca sia stata amministrata con la goliardia di una confraternita universitaria”. E ancora, Jacob Weisberg, autore di The Bush Tragedy, ha dichiarato di dubitare che “Stone voglia presentare un ritratto veritiero del presidente”.
I presupposti per il caso politico-cinematografico ci sono tutti. E anche i candidati democratici alla Casa Bianca Obama e Clinton attendono con ansia il risultato di tanta scientifica strategia antibushiana. Nessuno dei due, però, ha fino ad oggi cavalcato le discussioni sul film. E’ molto probabile che prima vogliano rendersi conto di quanto Oliver Stone si è spinto in là nella sua invettiva di celluloide. Conoscendo le posizioni del regista, in effetti, non ci stupiremmo se il risultato risulterà indigesto e eccessivo persino al più antibushiano e radicale dei democratici americani.

venerdì 11 aprile 2008

Guida di celluloide per sinistri astenuti

Ideazione.com
11 aprile 2008

Nel 2006, alle ultime elezioni politiche, l’affluenza era stata imponente: l’83,6 per cento degli italiani si era recato a votare. Ciononostante, un altrettanto considerevole 16,4 per cento, più di sette milioni e mezzo di persone, aveva deciso di non esercitare il proprio diritto di voto. Sembra che questa volta, almeno secondo i più autorevoli osservatori, gli italiani che si chiuderanno in casa il 13 e il 14 aprile, desiderosi di non sapere nulla sui risultati elettorali, saranno addirittura di più. E pare che la grande maggioranza sia composta da elettori delusi dal centrosinistra. E’ a loro, dunque, che dedichiamo questo “vademecum cinematografico di resistenza” , una lista di film, vecchi e nuovi, per trascorrere due giornate lontano dal marasma politico del Bel Paese. Abbiamo cercato di pensare un po’ a tutti, percorrendo idealmente le molte anime della sinistra italiana, di ieri e di oggi, molte delle quali non riescono a rassegnarsi alla svolta veltroniana. Pellicole vecchie, nuove, in bianco e nero, a colori, drammoni e commedie, capolavori d’autore e successi commerciali. Un pot-pourri di celluloide per sopravvivere, e non è facile, a due giorni lunghi e massacranti.
Cominciamo con i veltroniani pentiti, quelli che l’Africa innanzitutto, quelli che “Ah, se avessimo un Kennedy in Italia”. Per loro JFK e Bobby sono due must. Il primo, diretto da Oliver Stone, è un’accurata opera complottistica, incentrata sulle indagini successive all’assassinio di Dallas. Nel film, che più che celebrare il presidente della “Nuova Frontiera”, cerca la cospirazione tra le pieghe della storia, si respira comunque l’aria di un’America che si era illusa, che sperava in un cambiamento radicale e ora faceva i conti con la frustrazione di un sogno svanito troppo presto. Assassinio a parte, ça va sans dire, questa disillusione è la stessa che provano oggi i veltroniani della prima ora, quelli che credevano davvero nel sogno democratico alla Kennedy e che oggi, forse, hanno visto il tutto svanire nel polpettone cattocomunista del Pd. Ma la pellicola giusta per i kennediani duri e puri è senza dubbio Bobby, film del 2006 diretto da Emilio Estevez. Stavolta il protagonista è Robert Kennedy, il fratello minore che aveva raccolto l’eredità politica di JFK. Il film trasuda ammirazione per il clan più famoso d’America e la cosa non deve stupire, se è vero che Emilio Estevez è il figlio di Martin Sheen, uno degli attori più impegnati sul versante liberal. Bobby morirà come il fratello, e questa è storia nota. Ma gli appassionati italiani troveranno nel film un’aria radical chic che colmerà il vuoto desolante provocato dal profeta del “ma anche”.
Ma la categoria che forse avrà più bisogno di conforto, nei duri giorni elettorali, sarà quella dei comunisti non pentiti, degli orfani del Bottegone, di quelli che non vogliono morire democristiani e neanche seguaci di Bertinotti, così lontano dall’ortodossia dei tempi che furono. Per loro c’è un classico: Berlinguer ti voglio bene, con Roberto Benigni, diretto da Giuseppe Bertolucci. La pellicola (girata nel 1977) è la perfetta incarnazione del comunista di fine anni Settanta, impantanato negli anni più duri della sinistra italiana, quelli dell’eurocomunismo, della via italiana al socialismo, del compromesso storico, della minaccia extraparlamentare. Un film per chi, nonostante siano passati trent’anni, non vuole saperne di riporre nell’armadio il tanto amato eskimo. E per chi vuol far finta che il muro di Berlino sia ancora lì, è d’obbligo la visione di Goodbye Lenin, apprezzabile film tedesco sulla nostalgia dei tempi della Ddr, incentrato sull’ostinata negazione dei progressi della storia.
Per i prodiani-girotondini, ecco a voi l’intramontabile Nanni Moretti e il suo Aprile. C’è poco da dire su questo film, basta una citazione, che riaccenderà lo spirito ulivista anche nell’animo dell’elettore più deluso: “D'Alema reagisci, rispondi, dì qualcosa! Reagisci! E dai! Dai, rispondi! D'Alema dì qualcosa, reagisci, dai! Dì qualcosa, D'Alema rispondi. Non ti far mettere in mezzo sulla giustizia proprio da Berlusconi! D'Alema, dì una cosa di sinistra, dì una cosa anche non di sinistra, di civiltà, D'Alema dì una cosa, dì qualcosa, reagisci!”
Chiudiamo con la categoria più accanita e rabbiosa, quella che negli ultimi 15 anni è venuta su a pane e livore: gli antiberlusconiani integralisti, i tintinnatori di manette, le anime belle della legalità ad ogni costo, i pasionari del conflitto di interessi. Gli amici di Marco Travaglio, per intenderci. Per loro, che tanta frustrazione provano nei confronti di chi, oggi, vuole addirittura dialogare con l’odiato despota di Arcore, c’è un capolavoro della cinematografia mondiale: Quarto potere, di Orson Welles. Manifesto della lotta al capitalismo senza cuore, all’inumana natura di chi accumula ricchezze e le utilizza per raggiungere il potere, questa pellicola del 1941 è la Bibbia di un’intera generazione di antiberlusconiani, quelli che credono che Orson Welles, più di mezzo secolo prima, avesse già tracciato alla perfezione la figura del Cavaliere. Kane è Berlusconi, c’è poco da fare. E in molti sperano che anche il leader del centrodestra finisca i suoi giorni da solo, abbandonato da tutti, pensando alla sua vita e pentendosi amaramente di non avere apprezzato a sufficienza le cose semplici.

giovedì 10 aprile 2008

Malati e disabili, il voto negato

Ideazione.com
10 aprile 2008

intervista ad Alessandro Capriccioli

“Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”. Così recita l’articolo 48 della Costituzione italiana, a garanzia di un diritto di voto che rappresenta il principale diritto individuale da tutelare in democrazia. Eppure nel nostro Paese sembra che non vada proprio così. Centinaia di migliaia di persone, infatti, non possono esercitare il loro diritto di voto, a causa di un vuoto normativo allarmante. Stiamo parlando delle tantissime persone che, per motivi di salute, sono impossibilitati a recarsi materialmente al seggio elettorale e non possono, a meno che non dipendano da macchine elettromedicali, esprimere la propria preferenza. Ma cerchiamo di riassumere cronologicamente la vicenda: fino al 2006 non esisteva nessuna norma legislativa sul voto a domicilio e solo grazie alle pressioni dei Radicali e dell’Associazione Coscioni, l’allora ministro dell’Interno Beppe Pisanu mise a punto una legge che, seppure in maniera limitata e insufficiente, garantiva perlomeno il diritto di voto domiciliare a chi dipende da macchine elettromedicali. Nello stesso anno, da più parti era arrivata la solenne promessa: “Queste saranno le ultime elezioni senza diritto di voto domiciliare per motivi di salute”. Ebbene, due anni dopo si torna a parlare dell’argomento e nemmeno il 13 e 14 aprile, centinaia di migliaia di cittadini potranno esercitare il loro diritto di voto.
Alessandro Capriccioli, membro della giunta dell’Associazione Luca Coscioni e responsabile del portale “Soccorso Civile”, da tempo si occupa di questo argomento, cercando di rompere il muro di sorda indifferenza che le istituzioni hanno eretto. Intervistarlo, dunque, è un modo efficace per parlare di un problema che i mainstream media sembrano ignorare, così come le istituzioni che, invece, dovrebbero risolverlo.
Quanti sono i malati e disabili che, non rientrando nella normativa del 2006, non possono esercitare il loro diritto di voto?
Si tratta di una quantificazione difficile e molto variabile. Basti pensare ai malati che, pur non dipendendo da macchine elettromedicali, non possono recarsi materialmente al seggio senza pregiudicare il loro stato di salute. Pensiamo, ad esempio, a un individuo affetto da sclerosi laterale amiotrofica che non ha ancora bisogno del respiratore per vivere. E’ evidente l’impossibilità di recarsi al seggio, così come lo è per moltissime altre patologie, anche non croniche. Esempio banale ma efficace: un malato di polmonite, che quindi non rischia sicuramente di morire ma non può comunque muoversi fino alla completa guarigione, con le leggi vigenti non può in alcun modo recarsi a votare. E quando non ci sono patologie gravi, spesso i disabili o i malati si trovano a dover combattere contro le barriere architettoniche presenti in numerosissimi seggi elettorali del nostro Paese. Una quantificazione precisa, dunque, è quasi impossibile. Ma è evidente che stiamo parlando di numeri davvero alti.
La normativa vigente, dunque, tradisce un principio costituzionale?
De jure il diritto di voto è garantito. Ma de facto sì, siamo in presenza della negazione di uno dei diritti civili e politici fondamentali.
La Lega Arcobaleno, una Federazione di associazioni impegnate sui problemi della disabilità e dell'handicap, su richiesta dell’Associazione Coscioni, ha recentemente presentato una proposta di legge. Crede che la prossima legislatura riuscirà a colmare questo vuoto normativo?
Vorrei essere smentito, ma credo che sia molto difficile una soluzione rapida del problema. La questione è soprattutto di spesa. Il voto a domicilio costa e poi in Italia c’è sempre una terribile paura di possibili brogli elettorali. Per quanto riguarda la mancanza di fondi, si tratta di una motivazione che colpisce, purtroppo, sempre le persone senza voce. Facciamo un esempio: se gli autotrasportatori si vedono negare più fondi per la loro categoria, bloccano le autostrade per qualche giorno, paralizzano il Paese fino a quando le autorità non si piegano alle loro richieste. I malati e i disabili cosa possono fare? Non possono bloccare il Paese, e quindi non vengono ascoltati. Tornando alla sua domanda, quello che posso garantire è che i parlamentari radicali faranno di tutto per sottoporre la questione al Parlamento.
La situazione è migliore per quei malati dipendenti da apparecchiature elettromedicali e che quindi rientrano nella normativa del 2006?
La procedura è burocraticamente complicatissima. Alcune amministrazioni locali non hanno consentito il voto domiciliare anche a chi ne aveva diritto e aveva portato a termine tutta la trafila burocratica necessaria. E’ evidente, dunque, che bisogna operare sia sul piano pratico che su quello amministrativo.
Oltre ai Radicali, qualche altro partito si è impegnato fattivamente in questa battaglia?
No, fatte salve le disponibilità fittizie di circostanza che non si sono mai concretizzate, per quanto riguarda il mondo politico siamo stati i soli a farci carico del problema. Ma non è l’unico caso, né l’ultimo. Siamo abituati a condurre battaglie in solitario. Per fortuna il mondo delle associazioni è più sensibile alla questione. La Lega Arcobaleno, come diceva, ha addirittura presentato una proposta di legge. E anche la Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) è molto attiva.
Recentemente in Spagna hanno approvato il voto in braille, per permettere ai non vedenti di entrare in cabina senza dover essere accompagnati e assistiti. In Spagna non hanno problemi di copertura finanziaria o è solo una questione di volontà politica?
E’ senza dubbio questione di volontà. Basti pensare che molti altri Paesi europei hanno legiferato in favore del diritto di voto a domicilio, e non solo per malati e disabili. In Germania e in Austria, ad esempio, si può votare a domicilio anche senza condizioni particolari. Un elettore che per un motivo o l’altro non vuole o non può recarsi alle urne, può comunque esercitare il proprio diritto di voto a casa propria.
Ma secondo lei perché le istituzioni italiane non hanno ancora risolto questa situazione paradossale?
E’ tutto frutto della solita paralisi della politica italiana nei confronti dei malati. D’altronde, basti pensare a temi importanti come la riforma del nomenclatore tariffario o l’eutanasia: c’è una voragine tra politica e società civile. La classe dirigente di questo Paese tende a ignorare argomenti che invece destano molto interesse nell’opinione pubblica. La politica non è rappresentativa dell’opinione pubblica. E, guarda caso, questo accade quasi sempre quando si cerca di dare spazio a chi non ha voce.
L’impegno di “Soccorso civile” va proprio in questo senso, aiutare i cittadini ignorati dalle istituzioni?
Sì, Soccorso civile è un portale dedicato proprio all’assistenza ai cittadini che si trovano ad affrontare una legislazione proibizionista. E il problema di cui stiamo parlando è anche molto più vasto di quello che sembra. Il voto assistito, ad esempio, è un calvario per molte persone. Persino persone autistiche o affette dalla sindrome di Down hanno visto negato il loro diritto ad essere accompagnati e assistiti all’interno della cabina elettorale. In un Paese come il nostro, in cui tutti dicono di operare per il bene della famiglia, a volte ci si dimentica che nelle famiglie italiane ci sono anche malati e disabili. Sarebbe opportuno ricordarsene più spesso.

lunedì 7 aprile 2008

Mille Jesse Owens invadano Pechino

Ideazione.com
7 aprile 2008

Anche dopo le contestazioni e gli scontri che ieri hanno animato una fredda e innevata Londra, il viaggio della torcia olimpica continua imperterrito, forte del rifiuto da parte dei leader occidentali (eccezion fatta per Nicolas Sarkozy) di prendere in considerazione l’ipotesi del boicottaggio. E mentre Jacques Rogge, presidente del Comitato olimpico internazionale, invita Pechino a risolvere pacificamente la situazione tibetana, forse è utile fare un salto indietro nel tempo per cercare possibili altre soluzioni all’impasse olimpica. L’immagine di Jesse Owens, che per primo taglia il traguardo sotto la tribuna d’onore dell’Olympiastadion di Berlino, rimarrà per sempre nella storia dello sport. Non soltanto perché le prestazioni su pista dell’afroamericano rappresentano un livello d’eccellenza difficilmente immaginabile a quei tempi, ma soprattutto perché al centro di quella tribuna d’onore c’era un uomo in divisa, soliti baffetti, espressione corrucciata. Quell’uomo era Adolf Hitler e si trovava in quello stadio per celebrare la superiorità atletica della razza ariana. Ecco perché, dunque, le imprese di Owens travalicano lo sport e irrompono con forza nella storia del Novecento. Uno smacco così umiliante, davanti agli occhi del mondo, proprio in casa di chi sosteneva (con le terribili conseguenze future che conosciamo) che neri, ebrei, zingari e “razze miste” erano inferiori (nella mente e nel fisico) ai biondi e alti teutonici.
L’Olimpiade del 1936 rimane, anche volendo prescindere da Jesse Owens, una delle macchie indelebili della storia di questa gloriosa manifestazione. Semplicemente perché si andava a festeggiare lo spirito “decoubertiano” (e allora era davvero più diffuso rispetto a oggi) in un Paese schiacciato da una dittatuar terribile, che privava i cittadini delle libertà fondamentali e stava già preparando il folle piano di conquista dell’Europa (nel 1938 la Germania nazista occuperà la regione dei Sudeti, nel 1939 annetterà l’Austria e scatenererà il conflitto mondiale con l’invasione della Polonia). Chissà se qualcuno, all’epoca, si era interrogato sull’opportunità o meno di svolgere quelle Olimpiadi, chissà se qualcuno, nel mondo libero, si sentiva a disagio a sfilare, esultare, gioire, competere, sotto gli occhi di Adolf Hitler. Quello che sappiamo di certo, tuttavia, è che oggi, settantadue anni dopo, il dilemmo si ripropone in tutta la sua difficoltà di soluzione. Pechino 2008: boicottaggio o no? Chiariamo, a scanso di equivoci, che la Cina di oggi (diverso sarebbe parlare della Cina di Mao) non è paragonabile tout court al regime nazista. Non fosse altro perché i freschi e copiosi capitali cinesi irrorano da tempo un Occidente in crisi economica e di identità. Non fosse altro perché viviamo nell’epoca della globalizzazione e della delocalizzazione, con migliaia di aziende occidentali che sbarcano in Cina alla ricerca di maggiore produttività a prezzi stracciati.
Ma il problema di fondo rimane: la Cina non è un Paese democratico. Partito unico, pensiero unico, completa mancanza di libertà fondamentali come garanzie sindacali, tutela del lavoro di minori e donne, assenza di libertà religiosa, e potremmo continuare ancora per molto. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è di questi giorni: la terribile repressione nel sangue delle manifestazioni in Tibet. L’idea del boicottaggio delle Olimpiadi (che verranno inaugurate l’8 agosto) era già circolata mesi fa per altri e non meno gravi motivi, ma la situazione tibetana ha dato più forza a una tendenza che era (e forse è ancora) minoritaria. Il mondo libero, o almeno di esso che conta, crede che boicottare le Olimpiadi non serva a nulla, che lo sport non c’entra con la politica (quando conviene, però, diventa strumento sociale, mezzo di fratellanza, e così via), che la migliore manifestazione di dissenso sarebbe partecipare alle Olimpiadi e mettere sotto i riflettori del mondo intero i problemi cinesi. Quest’ultima tesi è senza dubbio la più condivisibile, fermo restando che se in questi mesi Pechino non dimostrerà almeno la buona volontà di risolvere un po’ di questioni aperte, crediamo che il boicottaggio rimanga un’arma da non escludere a priori.
Però la partecipazione con “testimonianza” potrebbe essere un’idea da tenere in considerazione. In mancanza di atleti tibetani o uighuri (altra minoranza vessata nel Turkestan orientale), spetterebbe agli sportivi occidentali manifestare un dissenso fermo e pacifico. I modi della protesta potrebbero essere molteplici: indossare le classi spillette con la scritta “Free Tibet” o “Democracy in China”; sventolare, magari dopo una vittoria epica, di quelle che solo i Giochi Olimpici sanno regalare, la bandiera tibetana, o quella di Taiwan (altra questione spinosissima che la comunità internazionale non sa affrontare). Sarebbero gesti semplici, ripresi da migliaia di telecamere e seguiti in diretta da miliardi di persone. Gesti pacifici, dimostrativi, ma ricchi di significato. E gli atleti non dovrebbero temere ritorsioni da parte delle autorità cinesi: nemmeno un regime sfrontato come quello di Pechino può permettersi colpi di mano del genere durante le Olimpiadi.
Non ci sarà un Jesse Owens tibetano a gioire per l’oro sotto la tribuna di Hu Jintao, purtroppo. Ma ci potrebbero essere decine di atleti occidentali pronti a sostenere la causa della libertà non solo di uighuri o tibetani, ma anche (e soprattutto) di un miliardo e mezzo di cinesi che vivono ancora senza diritti e libertà. Se proprio il boicottaggio non può venir preso in considerazione da un Occidente pavido e interessato, ci pensino almeno gli atleti a dimostrare ancora una volta che lo sport può valere più di mille summit politici. Se così sarà, si potrebbe pensare di sostituire l’Onu con il Cio. Almeno ci divertiremmo di più.

venerdì 4 aprile 2008

Madonna sfida il mito di Casablanca

Ideazione.com
4 aprile 2008

Mettere insieme due icone della cultura pop del Ventesimo secolo non equivale automaticamente a un successo garantito. Soprattutto se le due icone sono il film Casablanca e la cantante Madonna. Sembra che miss Ciccone, infatti, voglia rilancia la propria carriera di attrice proprio interpretando il mitico ruolo che fu di Ingrid Bergman. Nella celebre pellicola di Michael Curtiz del 1942, che ormai occupa una posizione di primo piano nella storia della cinematografia mondiale, la Bergman, allora ventisettenne, viveva una tormentata e avvolgente storia d’amore con Humphrey Bogart, in un Marocco pieno di spie e intrighi all’epoca della Seconda guerra mondiale. Ora pare che Madonna voglia attualizzare il copione e trasferirlo nella Baghdad odierna, ambientando una struggente love story nell’Iraq della guerra contro Saddam.
La più grande popstar di tutti i tempi, dunque, vuole cimentarsi come attrice nel remake del film più famoso di tutti i tempi. Un incrocio pericoloso, se è vero che anche le majors americane non sono affatto convinte della bontà dell’idea. Madonna, però, ha urgente bisogno di risollevare le sue sorti di attrice, dopo il clamoroso flop di Swept Away, altro remake di Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (1974), grande successo di Lina Wertmuller, con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato. Critiche impietose e cinema vuoti, per un progetto al quale la cantante di origini italiane e il marito Guy Ritchie (regista del film) credevano moltissimo. Comprensibili, quindi, le titubanze dei produttori hollywoodiani, che non hanno alcuna intenzione di rischiare così tanto (in termini di denaro e di immagine) in un’idea così ambiziosa e difficile.
Ma se le remore, almeno ufficialmente, sembrano perlopiù economiche, non manca chi boccia l’idea a prescindere, criticando l’assoluta mancanza di talento cinematografico di Madonna. Naturalmente, quando una star del suo calibro si cimenta in ambiti diversi da quello di appartenenza, le critiche sono sempre dietro l’angolo. Ma, volendo essere obiettivi e scevri da ogni snobismo da cinema “puro”, miss Ciccone ha dato più volte prova di saperci fare anche nelle vesti di attrice. Da Cercasi Susan disperatamente (1985) a Evita (1996) passando per Dick Tracy (1990) e Four Rooms (1995), Madonna ha offerto prove d’attrice di buon livello, smentendo chi vedeva il suo impegno cinematografico come un’operazione commerciale fine a se stessa. Ovviamente, tra pellicole buone e dignitose e un capolavoro come Casablanca, c’è un abisso. Ma la cantante ha sempre dimostrato di volersi mettere in gioco: in venticinque anni di carriera ha lanciato mode planetarie per poi abbandonarle e percorrere nuove vie; ha inventato nuovi stili musicali, mischiando tra loro quelli già esistenti; si è sempre dimostrata, insomma, capace di aprire nuove strade. Chi segue le vicende della vulcanica Ciccone, dunque, non è sorpreso da questa ennesima sfida. Bisognerebbe spiegare a Madonna, però, che toccare il mito di Casablanca (e di Ingrid Bergman) non è roba di poco conto. In caso di fallimento le ripercussioni sulla sua carriera (forse anche quella musicale) potrebbero essere pesanti. Ma quando sei arrivata a cinquant’anni, dopo aver venduto quasi 400milioni di dischi e riempito all’inverosimile gli stadi di tutto il mondo, forse questi calcoli non li fai più. E allora, perché no, facciamola provare. In fondo non siamo curiosi di vedere Madonna nei panni (scomodi) della mitica Ilsa?