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venerdì 13 giugno 2008

Manolete, ricordi di una Spagna sparita

Ideazione.com
13 giugno 2008

Alle cinque della sera del 28 agosto 1947, come è d’abitudine, Manuel Rodríguez Sánchez, detto Manolete, cominciò la sua ultima corrida. Di fronte aveva Islero, un toro miura di 700 chilogrammi. Proprio nel momento in cui doveva concludersi, con la morte del toro, il crudele e incomprensibile rituale così caro agli spagnoli, l’animale, debole e ferito ma non domo, reagì e con un cornata interruppe la vita di uno dei più grandi toreri di tutti i tempi. Manolete fu per la Spagna quello che Bartali fu per l’Italia. Se il nostro toscanaccio, infatti, evitò una guerra civile vincendo il Tour nel giorno dell’attentato a Togliatti, il toreador andaluso cementò una nazione distrutta dalla guerra civile che segnò la definitiva vittoria del caudillo Franco. Viso scavato, figura esile, occhi profondissimi, Manolete rimarrà nell’immaginario collettivo un personaggio mitico, per sempre circondato da un alone di gloria tipico dei toreador più grandi. E non si poteva evitare, dunque, la trasposizione cinematografica di una vita così breve (morì a 30 anni) eppure ricca di eroismo.
L’idea di fare un film è vecchia. Già venti anni fa, lo sceneggiatore olandese Menno Meyjes si era innamorato della figura del toreador andaluso, del suo sguardo triste, da predestinato. La lentezza nella preparazione del film è stata, in questo caso, una benedizione. Venti anni fa Meyjes non avrebbe potuto trovare il clone cinematografico di Manolete, il suo alter ego, la sua reincarnazione. Stiamo parlando di Adrien Brody, premio Oscar meritato per Il Pianista di Roman Polanski, che ha interpretato il torero nel film finito di girare lo scorso anno in Spagna. Al suo fianco, e non poteva essere altrimenti, la splendida Penelope Cruz, nel ruolo dell’innamoratissima Lupe Sino. Dopo molti rinvii, a volte inspiegabili, sembra che la pellicola possa finalmente sbarcare al cinema nel prossimo ottobre, facendo uscire dai confini spagnoli una figura mitica che il mondo ignora. A prescindere dalle idee di ciascuno in merito alla cruenta tradizione di matar los toros, nessuno potrà rimanere impassibile di fronte a una storia così avvincente e profondamente “spagnola”. C’è la passione, c’è l’amore, c’è un’incredibile carica emotiva. C’è tutto quello, insomma, che viene attribuito ai popoli latini.
E c’è soprattutto la bravura degli attori e la loro profonda immedesimazione nei personaggi. Basti pensare, lo racconta lo stesso protagonista, che durante la lavorazione del film, in Spagna, molti anziani salutavano Adrien Brody con un malinconico e significativo Hola Manolete, que tal?, a dimostrazione che l’attore è riuscito a risvegliare ricordi antichi di una Spagna che non c’è più. Nel Paese di Zapatero, dell’uguaglianza a tutti i costi fino al limite del grottesco, del progresso galoppante che calpesta le radici, questo film potrà forse fermare, anche per un solo momento, il rumoroso caravanserraglio e far riflettere un popolo che sta smarrendo la propria identità. Non basta continuare a trucidare animali la domenica pomeriggio, né continuare a ballare il flamenco per ritrovare le proprie radici. Personaggi come Manolete hanno letteramente costruito la Spagna, regalandole un po’ di speranza nel buio periodo franchista. Recuperando la memoria di gente come lui, gli spagnoli potrebbero recuperare anche la consapevolezza che il passato non si cancella mai e che ciò che sono diventati è anche merito di quel passato. Niente escluso.

venerdì 6 giugno 2008

Austria e Svizzera, il calcio torna nel cuore d'Europa

Ideazione.com
6 giugno 2008

La carovana del pallone fa tappa sulle Alpi. Da domani al 29 giugno, infatti, Austria e Svizzera ospiteranno i Campionati europei di calcio, trasformando il Vecchio Continente in un’immensa curva di stadio. Saranno venti giorni di calcio, ovviamente, ma non solo. Qualsiasi evento sportivo di questa portata comporta anche risvolti economici, sociali, culturali, politici. E per Svizzera e Austria questo è il periodo migliore (o peggiore, dipende dai punti di vista) per mostrarsi al mondo. La piccola e ricca Svizzera, pur essendo sede dei più importanti organismi mondiali dello sport, non ospita una manifestazione sportiva importante addirittura dal 1954, quando i Mondiali di calcio videro l’affermazione della Germania contro la corazzata ungherese di Puskas. Gli svizzeri, si sa, non amano apparire. Preferiscono coordinare, tessere, costruire in silenzio e nell’ombra. Ma l’ormai stantìo cliché dei banchieri, degli orologiai e dei maitres chocolatiers non regge più. La Svizzera di oggi è diversa dalle cartoline alpine e dai luoghi comuni. Nonostante la proverbiale discrezione, la scelta neutrale in tutto e per tutto, la confederazione elvetica non si è potuta sottrarre all’arrembante globalizzazione.
E non parliamo solo di economia, anche perché in quel campo la Svizzera è globale da sempre. Ci riferiamo soprattutto al fenomeno migratorio, allo spostamento di centinaia di migliaia di persone verso quella terra di benessere e ordine che è sempre stata la Svizzera. Ma il piccolo Paese incastonato tra le Alpi non è l’Italia, né la Francia o la Spagna. Non ha storicamente una cultura dell’apertura, non ha avuto forti contaminazioni nel corso della sua storia. La sua conformazione geografica ne ha sempre preservato l’unicità. Almeno fino a quando trasporti e telecomunicazioni non hanno stravolto tutto. E oggi gli svizzeri si trovano a dover fare i conti con una società multietnica difficile da gestire. Soprattutto se consideriamo che la Confederazione ha già dentro di se un insieme di sentimenti regionalisti dettati dalla composizione culturale e linguistica della nazione. Ma proprio in un momento del genere, l’appuntamento con l’Europeo può servire da stimolo. Sociale, culturale ma anche, e soprattutto, economico. Innanzitutto il grande pubblico calcistico scoprirà posti da sogno che di solito non fanno parte delle mete preferite. Paesaggi alpini, piccole città ordinate e pittoresche eppure ricche di fermento culturale. I barbari (se così possiamo amichevolmente definire i tifosi) approdano sulle Alpi. E l’incontro sarà certamente positivo sia per loro che per chi li ospiterà.
L’Austria, invece, attende l’Europeo con ancora maggior frenesia. Forse perché il popolo austriaco è più cosmopolita (è pur esempre erede del grande Impero Austro-Ungarico), forse perché culturalmente l’Austria ha da offrire qualcosa in più, almeno per quanto riguarda i percorsi culturali di massa. Non solo Vienna, comunque. E la cosa potrebbe stupire i giovani tifosi che toccano il suolo austriaco soltanto per visitare la giovane e vitale capitale. Città come Innsbruck, Klagenfurt o Salisburgo forse non dicono nulla alle rumorose carovane pallonare. Eppure sono centri di eccellenza in ambito turistico-culturale. Dei veri e propri paradisi per chi cerca tradizione coniugata alla modernità, alta cultura e sensibilità nei confronti delle ultime tendenze. Salisburgo, ad esempio, è da sempre conosciuta come patria di Mozart e sulla figura del grande compositore ha vissuto per secoli. Eppure la città austriaca è anche molto altro. E i tifosi potranno approfittare del Campionato europeo per scoprirlo. L’Austria è pronta quindi a farsi conoscere, a rilanciare la sua immagine di culla di cultura e tradizione. Con un occhio strizzato anche alle nuove generazioni, perché in fondo a Vienna e dintorni molto è cambiato dall’epoca di Sissi e di Franz.
E’ poi è anche il momento di ripulire un’immagine internazionale recentemente macchiata da due storie di cronaca raccapriccianti che hanno scosso le sonnolenti coscienze del popolo austriaco. Prima la vicenda di Natascha Kampusch, la graziosa ragazza (oggi ventenne) rinchiusa per otto anni dal suo aguzzino. E poi, solo qualche mese fa, la terribile storia di un padre che ha segregato e violentato per ventiquattro anni la figlia, rendendola madre sette volte. Ma l’Austria non solo è questo. E generalizzare dei pur macabri episodi di cronaca non fa bene all’Austria, alla sua secolare storia di tolleranza e contaminazione culturale, di quell’inclusione tipica dell’Impero asburgico, e tantomeno a un’Europa che ha bisogno di un’Austria forte e positiva che faccia da ponte verso l’est, verso quei Paesi emergenti che vedono in Vienna un punto di riferimento per congiungersi definitivamente con l’altra metà d’Europa. Austria e Svizzera, dunque, sono pronte a rafforzare la loro immagine di cuore d’Europa, di crocevia di interessi economici e culturali. Senza dimenticare la leggerezza di un calcio al pallone che anche in questo caso, come sempre, riesce a travalicare i limiti di un terreno di gioco e a contaminare tutto ciò che lo circonda.

Vallanzasca, una vita da film

Ideazione.com
6 giugno 2008

Il bel René sbarca al cinema. Stiamo parlando ovviamente di Renato Vallanzasca, il bandito della Comasina, da trentacinque anni in galera per scontare le sue innumerevoli malefatte. Portare sul grande schermo la vicenda umana e criminale di un uomo come Vallanzasca cinematograficamente è un mossa azzeccata. La vita e le “opere” dell’affascinante milanese che faceva girare la testa alle donne sono da sempre circondate da un alone di fascino e mistero. Non di compiacente giustificazione, ovviamente, perché i delitti di Vallanzasca sono tanti e gravi. Ma il regista Marco Risi, non nuovo a operazioni del genere, ha deciso di puntare sulla sua storia, che a prescindere da un evidente giudizio morale negativo, somiglia tanto a quella degli affascinanti e spietati gangster americani.
Dopo Romanzo criminale, dopo le rievocazioni degli anni di piombo, dopo che sulla mafia è stato girato tutto o quasi, tocca al paria del crimine, dunque. Vallanzasca, infatti, non ha mai goduto nemmeno di un minimo di comprensione, né di disponibilità al perdono. Forse perché non era membro di un’organizzazione grande e radicata, forse perché non aveva motivazioni ideologiche. Era semplicemente un bandito. Punto. Il film, dunque, probabilmente farà rumore. Quasi di sicuro qualcuno dirà che è troppo accomodante, giustificatorio, assolutorio. Qualche associazione di familiari delle vittime farà sentire il proprio comprensibile sdegno, i politici magari si accapiglieranno sull’opportunità o meno di concedere la grazia al bel René. Ma l’attesa che più ci interessa è quella cinematografica, artistica e narrativa. Il primo passo sembra essere stato azzeccato. A interpretare Vallanzasca, infatti, è stato chiamato Riccardo Scamarcio, punta di diamante (forse un po’ sopravvalutata) della generazione di giovani attori italiani. La scelta di Scamarcio, anche evitando di parlare delle sue doti artistiche, è perfetta. L’attore pugliese ha il physique du role, somiglia vagamente al bello e dannato René, tutto crimini e donne. Ma l’apparenza non basta, soprattutto al cinema. Scamarcio dovrà rendere credibile il personaggio, dovrà riuscire a calarsi in una realtà che non ha conosciuto e che certamente non è facile da riprodurre. In fondo, però, il mestiere dell’attore è proprio quello.
Per quanto riguarda l’impianto narrativo del film, le premesse sono incoraggianti. Della sceneggiatura, infatti, si occuperanno Angelo Pasquini e Andrea Purgatori, collaudatissimi narratori del nostro cinema. E Marco Risi, nonostante qualche flop di troppo che ne ha appannato la verve, rimane comunque un regista di razza, sicuramente adatto a trasformare in film una storia come quella di Vallanzasca. La storia che sarà raccontata prende le mosse da Lettera a Renato, libro scritto dall’attuale compagna del bandito della Comasina, Antonella D’Agostino. Sembra che René, dalla sua cella nel carcere di Opera, abbia apprezzato la scelta di Scamarcio e forse spera in questo film per rilanciare la questione della grazia. In un Paese in cui gli assassini scontano la pena nei residence in riva al mare o al massimo passano in carcere una decina d’anni, la vicenda di Vallanzasca assume un significato grottesco. Il film servirà a qualcosa in questo senso? Forse no. Ma probabilmente ne verrà fuori una gran bella opera cinematografica. E non è poco.

mercoledì 4 giugno 2008

Ahmadinejad e Mugabe: attenti a quei due

Ideazione.com
4 giugno 2008

A qualcuno interessano le nuove strategie mondiali contro la fame? O il rilancio dell’agricoltura per incrementare la produzione alimentare e sconfiggere la crisi devastante che sta colpendo varie zone del mondo? Sembrerebbe di no, visto che del vertice Fao in corso a Roma si parla quasi esclusivamente per la presenza imbarazzante dei presidenti di Iran e Zimbabwe, Ahmadinejad e Mugabe. Soprattutto il primo ha scatenato la reazione sdegnata di gran parte dell’opinione pubblica e della classe politica del nostro Paese. Si parlava di un incontro tra il leader di Teheran e Berlusconi, e addirittura di un’udienza ufficiale in Vaticano. Voci subito smentite, che hanno fatto crescere ancora di più il clima bipartisan di ostilità nei confronti dell’autoritario presidente dell’antica Persia. Il Riformista, diretto da Antonio Polito, ha organizzato una manifestazione in Campidoglio contro Ahmadinejad e a favore di un Iran libero e democratico, ponendo l’accento sulle minacce nei confronti di Israele (“Sta per sparire dalle carte geografiche”, ha tuonato di nuovo due giorni fa Ahmadinejad), sull’assoluta mancanza di libertà e diritti civili nel Paese mediorientale, sulle discriminazioni e uccisioni di decine di omosessuali. L’appello di Polito ha raccolto molte adesioni che sottolineano una trasversalità forse senza precedenti nel nostro panorama politico. Dal ministro degli Esteri Franco Frattini, al suo omologo-ombra Piero Fassino, dal sindaco di Roma Gianni Alemanno al suo avversario Francesco Rutelli, e poi Pera, Cicchitto, Gasparri, Pollastrini, Della Vedova, Pezzotta, Bernardini, Nirenstein, La Malfa, Boniver, Bianco, Stefania Craxi, Vernetti, Zingaretti, Bonanni. E non potevano ovviamente mancare alcune associazioni omosessuali come GayLib, o organizzazioni e gruppi ebraici come la Comunità di Roma, l’Ucei (Unione comunità ebraiche italiane), i Giovani Ebrei italiani.
Una manifestazione affollata, dunque, che chiede niente più che attenzione nei confronti della dittatura, ormai davvero malcelata, di Teheran. Blocco immediato del nucleare, contrasto della condotta antiisraeliana di Ahmadinejad, impegno affinché l’Iran non influenzi in maniera nefasta la situazione già fragile in Libano, Iraq, Afghanistan e Palestina. Colpisce, e non potrebbe essere altrimenti, l’adesione di Franco Frattini, un ministro degli Esteri che per un attimo dimentica la diplomazia e il realismo per esprimere pieno appoggio ad una iniziativa che lascia poco spazio agli equilibrismi da feluca e alla difesa dei corposi interessi economici. Ma alcuni commentatori, seppur da posizioni diverse tra loro, avrebbero preferito un atteggiamento differente del governo nei confronti del presidente iraniano. E’ il caso, ad esempio, di Alberto Negri (il Sole 24 Ore) e Lucio Caracciolo (la Repubblica). Il primo avrebbe visto di buon occhio un incontro al vertice tra il nostro governo e il presidente iraniano, durante il quale esprimere nettamente e senza distinguo le nostre posizioni critiche nei confronti del suo regime. Negri sottolinea anche il rapporto privilegiato che da sempre esiste tra Italia e Iran e soprattutto l’incredibile volume di affari tra Roma e Teheran. Un rapporto privilegiato che, secondo il commentatore del Sole, avrebbe dovuto convincerci ancora di più della necessità di dialogare. Improntato al realismo più pragmatico è invece l’intervento su Repubblica del direttore di Limes. Caracciolo dice, testualmente, che “la tradizione diplomatica occidentale ci insegna che con il Diavolo si può dialogare. Anzi, si deve quando in gioco ci sono interessi e valori vitali”. Sarà, ma la politica italiana stavolta ha scelto la via della fermezza, senza concedere nulla al galateo diplomatico. Con Ahmadinejad non si parla. Almeno finché il presidente iraniano non smetterà di portare avanti una politica aggressiva e destabilizzante per il Medio Oriente in particolare e per tutto il mondo in generale. E lo hanno voluto ribadire anche gli ebrei romani, che ieri hanno inscenato una estemporanea e pacifica manifestazione nei pressi della sede Fao di Roma. Non mancavano, e questa è una notizia positiva, nemmeno alcuni iraniani dissidenti che vivono in esilio.
Ma la querelle su Ahmadinejad rischia di farci dimenticare un’altra presenza altrettanto scomoda al vertice Fao: quella di Robert Mugabe, padre-padrone di uno Zimbabwe ormai in ginocchio. Le recenti elezioni, svoltesi in un clima di intimidazione e paura, hanno riproposto agli occhi del mondo una situazione che non si può più fare a meno di affrontare. L’assoluta mancanza di democrazia e la disastrosa crisi economica hanno ormai letteralmente annientato il Paese africano. Non si tratta più di agire con tempestività per scongiurare un disastro. Il peggio è già avvenuto. Inflazione a molti zeri, violenze continue, repressione dell’opposizione. Ma solo Gran Bretagna e Australia hanno fino ad oggi preso una posizione chiara e netta nei confronti di Mugabe. Proprio il premier inglese Gordon Brown ha voluto sottolineare come la presenza del dittatore africano al vertice Fao sia “particolarmente incresciosa”, soprattutto se si pensa che proprio Mugabe ha ostacolato in ogni modo gli approvvigionamenti alimentari del suo Paese. Il resto dell’Occidente, loquace più del dovuto quando si parla di Iran, sullo Zimbabwe non va oltre le solite frasi di circostanza. Forse perché l’Iran conta di più (soprattutto economicamente), forse perché l’Africa è ormai uscita dall’agenda delle cancellerie occidentali (con un evidente vantaggio ricavato dall’attivissima azione neocoloniale di Pechino). Fatto sta che lo Zimbabwe, tra una carestia e una repressione, non riesce a catalizzare a dovere l’attenzione del mondo.  La Fao vetrina di dittatori e pericolosi presidenti autoritari, dunque? Sembrerebbe di sì, ma non è la prima volta che succede. Stavolta, però, almeno una consistente parte dell’opinione pubbilca italiana sembra essersi svegliata. Il successo dell’iniziativa del Riformista ne è la prova evidente. Ora tocca ai governi occidentali tradurre questa indignazione in azioni concrete.

venerdì 30 maggio 2008

Sex and the City, sesso contro la crisi

Ideazione.com
30 maggio 2008

Il grande giorno è arrivato. Per migliaia di appassionati italiani è un sogno che si realizza, la degna conclusione di una vicenda costellata di successi e ormai ammantata di un velo di culto pop dei giorni nostri. Esce oggi nei cinema italiani Sex and the City, trasposizione cinematografica della serie tv di maggior successo degli ultimi anni. Le vicende di Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda avevano già conquistato milioni di uomini e (soprattutto) donne in tutto il mondo dal 1998 al 2004. Sei anni che sicuramente resteranno nella storia del piccolo schermo. E oggi, a quattro anni dal doloroso addio ai telespettatori, le quattro scatenate donne newyorchesi sbarcano sul grande schermo, lasciando intatta la loro irresistibile carica di sensualità, di politically incorrect, di disavventure metropolitane. Il cast è quello di sempre, con la compagnia capeggiata da Carrie Bradshaw (interpretata dall’icona glamour Sarah-Jessica Parker). Lo sfondo, ovviamente, non cambia: tutto si svolge a New York, e sicuramente non è un caso. Uno dei motivi del successo planetario di Sex and the City è il connubio tra le storie raccontate e i luoghi in cui sono ambientate. In fondo, solo a New York si può fare quella vita, si possono provare esperienze così dannatamente anticonformiste e allo stesso tempo à la page.
Lo dice anche Kim Cattrall, che interpreta la mangiatrice di uomini Samantha: “Il mio personaggio ha bisogno del cemento di New York, che significa in controluce tante cose, e ritorna alle sue incerte verità, poco hollywoodiane. Sex and the City arriva in un momento di crisi economica e spero dia anche desideri di orgasmi. E non parlo solo di sessualità”. Il sesso come antidoto alla recessione, dunque? E’ una possibile chiave di lettura per un film che fa il suo esordio in un periodo storico molto differente da quello del serial tv. Non è più la Grande Mela rampante e in costante crescita economica. Nel frattempo sono crollate le Torri, e con esse molte certezze dei newyorchesi. E poi gli scandali finanziari, le guerre contro il terrorismo (odiate in maniera feroce da Hollywood e dalla potentissima New York liberal). Fino ad arrivare alla crisi dei mutui subprime, che stanno cambiando pericolosamente le abitudini dei cittadini statunitensi. Ciononostante, e non poteva essere altrimenti, la versione cinematografica del telefilm culto non smette i panni glamour e patinati dei tempi che furono. La differenza non sta nell’apparire ma nell’essere e la dolce vita delle attempate ragazze di Manhattan non è ostentazione ma catarsi, non superficialità ma tentativo di uscire dalla crisi.
Ma Sex and the city, nonostante tutto, ha sempre rappresentato il futile, l’effimero, l’apparenza. E forse è anche giusto così, visto che in fondo il cinema e la tv sono innanzitutto evasione, fuga dalla realtà, ricerca di un rifugio confortevole nel sogno e nell’immaginazione. E il sesso? C’è ancora o è rimasta solo la città? Ovviamente le scene più o meno osé non mancano e la parte del leone la fanno le scene di nudo maschile. Neanche questo deve sorprendere gli spettatori. Le protagoniste sono quattro donne, over 40, piacenti e alla moda. Ma la stragrande maggioranza degli aficionados di Sex and the city è rappresentata da donne eterosessuali e uomini gay. E il pubblico, si sa, va accontentato. Sarà più difficile accontentare i critici, per una serie di motivi. Innanzitutto perché le operazioni di questo genere (un telefilm che diventa film) sono spesso naufragate in maniera clamorosa; e poi perché persino i critici più cosmopoliti e filohollywoodiani mal digeriscono un’opera del genere. Troppa evasione, troppo lusso, troppo sesso fine a se stesso. Nessun minatore licenziato alla Ken Loach, niente pacifismo alla Sean Penn, neanche l’ombra delle commedie impegnate di George Clooney. Le quattro bad girls di New York, dunque, potrebbero conquistare il pubblico ma scontentare gli esigentissimi critici cinematografici. Ma Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda sicuramente riderebbero delle eventuali critiche. Magari sorseggiando un Manhattan in un locale alla moda, tra un racconto e l’altro delle loro ultime avventure sessuali.

giovedì 29 maggio 2008

Obama batte Hillary anche su Facebook

Ideazione.com
29 maggio 2008

Facebook è il sito internet del momento. Si tratta di un’idea molto semplice che sta conquistando milioni di persone: è un esperimento riuscitissimo di social network, con milioni di iscrizioni generate da un inarrestabile effetto domino. Chi non conosce Facebook si chiede a cosa serva, quale sia la sua funzione. Ebbene, ne ha tante, anzi non ne ha nessuna. Il social networking è, letteralmente, una rete sociale tra utenti che condividono opinioni, gusti, appartenenze politiche o geografiche. Basta cercare nell’immenso database degli iscritti per trovare una persona a noi affine, o magari qualcuno che non vediamo da anni.
Ovviamente l’idea è americana e persino i candidati alle elezioni presidenziali del prossimo novembre stanno cercando di sfruttare al massimo le potenzialità di questo strumento. Digitando “Barack Obama” nell’apposita casella di ricerca, dunque, ci si imbatte nella pagina del senatore dell’Illinois, ormai vicino alla conquista della nomination democratica. Scorrendo le informazioni che il senatore, o chi per lui, ha condiviso con gli altri utenti, si scopre ad esempio che i suoi gusti musicali sono molto variegati. Il golden boy dell’asinello spazia da Bach a Bob Dylan, da Miles Davis ai Fugees, passando per John Coltrane e Stevie Wonder. E la sua avversaria Hillary Clinton? L’ex first lady preferisce Carly Simon, i Rolling Stones e gli U2. Ma le differenze, a dire il vero, non sono soltanto musicali. Intanto va segnalata la più importante, almeno per quanto riguarda il successo riscosso dai due contendenti su Facebook: Obama più contare sull’appoggio esplicito di 850mila utenti, surclassando Clinton, ferma a poco più di 150mila. La spiegazione è piuttosto semplice: il senatore di colore è il candidato preferito dai più giovani e ovviamente la media anagrafica degli utenti di Facebook lo avvantaggia.
Ma torniamo a parlare delle curiosità che si scoprono scorrendo i profili dei due politici a stelle e strisce. E’ sorprendente, ad esempio, scoprire i programmi televisivi preferiti. Un vero e proprio scontro tra titani, verrebbe ironicamente da dire. Barack Obama segue volentieri Sportscenter, Hillary nientemeno che American Idol. Scelte da adolescenti, forse dettate dalla voglia di calamitare l’attenzione dei giovani. Il primo (e unico) punto di contatto tra i due riguarda il cinema. Ad accomunare due persone così diverse, ormai da mesi in lotta perenne per conquistare la nomination, ci pensa Casablanca, il capolavoro con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, indicato da entrambi come uno dei loro film preferiti. Obama aggiunge i primi due episodi del Padrino, Lawrence d’Arabia e Qualcuno volò sul nido del cuculo; Hillary è più romantica e sceglie Il Mago di Oz e La mia Africa. Anche lo scontro tra Michelle Obama (moglie di Barack) e Bill Clinton vede la netta vittoria della potenziale first lady afroamericana: 9600 “supporter” contro 4200, a dimostrazione che la scarsa popolarità dell’ex presidente non ha aiutato la corsa verso Washington di Hillary. Ma anche Michelle dimostra, nel suo profilo, di non essere certo uno spirito intellettuale e impegnato, se è vero che l’unico interesse segnalato è il Sudoku e l’ultimo libro letto Harry Potter.
Ma se sul versante democratico i profili facebook fanno trasparire uno spirito molto pop, molto più austera è la pagina di John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca. Il settantunenne senatore dell’Arizona (che ha raccolto il supporto di 130mila utenti) presenta un profilo molto scarno, con pochi fronzoli e senza lasciare nulla al gossip sulla sua vita privata. Film preferiti: Viva Zapata! e Lettere da Iwo Jima, con una divertente divagazione con A qualcuno piace caldo. Programmi tv: 24 e Seinfeld, due telefilm di enorme successo. E poi poco altro: qualche video, l’agenda dei prossimi appuntamenti elettorali e l’interminabile curriculum militare. Anche stavolta i repubblicani si dimostrano meno mondani dei loro avversari. Ma al momento di recarsi alle urne, si sa, l’elettore americano sceglie il proprio candidato sulla base di altri fattori. E i gusti musicali o cinematografici, ne siamo certi, conteranno poco o niente.

venerdì 23 maggio 2008

Indiana Jones: non è mai troppo tardi?

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23 maggio 2008

A 65 anni si può ancora essere un credibile archeologo dell’avventura? Harrison Ford, fascinoso divo hollywoodiano, ci prova, interpretando per la quarta volta il leggendario ruolo di Indiana Jones. Cominciata nel 1981 con Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, la saga diretta da Steven Spielberg è proseguita con Il tempio maledetto (1984) e L’ultima crociata (1989). Sei Oscar (tutti in categorie minori), 94 milioni di dollari di budget, un miliardo e duecento milioni di dollari al botteghino, riconoscimenti in tutto il mondo da parte di critica e pubblico, per una trilogia che è rimasta, giustamente, nella storia del cinema. A distanza di quasi vent’anni dall’ultimo episodio, Spielberg ha voluto riproporre la popolarissima figura dell’archeologo scavezzacollo, scegliendo ancora Harrison Ford come interprete. Pochi dubbi sul fatto che si tratti di un’operazioni prettamente commerciale. Ma c’è da chiedersi se ha davvero senso ripresentare sullo schermo un Indiana Jones ultrasessantenne, alle prese con fughe spericolate, inseguimenti mozzafiato, esplosioni e rocambolesche scene d’azione. E’ credibile? E soprattutto: per Harrison Ford si tratta di una scelta giusta o no?
Steven Spielberg, che di certo non è un avventato e scriteriato regista, ha dalla sua la certezza di fare centro, perlomeno al botteghino. I fan di Indiana Jones sono tanti e variegati, trasversali per età e nazionalità, diffusi in tutto il mondo e frementi in attesa del ritorno del loro beniamino. Ma non si tratta di discutere sul successo, facilmente prevedibile, al box office. Harrison Ford, classe 1942, non è più l’aitante giovanotto di Guerre Stellari (1977) o Blade Runner (1982) e, sebbene le donne continuino, a ragione, a definirlo uno degli uomini più sexy del pianeta, non ha più il fisico di una volta. Che senso ha, dunque, rischiare di ridicolizzare una figura che era rimasta scolpita nell’immaginario collettivo? Indiana Jones era sinonimo di astuzia e intelligenza, ma anche di coraggio, sprezzo del pericolo, prestanza fisica. Lo stagionato Ford, pur conservatosi bene, non può reggere il confronto. E non si tratta di carenze recitative, ovviamente. Il suo talento non si discute.
L’archeologo dell’avventura Ford, dunque, viene riesumato dall’archeologo del cinema Spielberg. Il regista tenta di inserire nella storia qualche elemento che funga da diversivo, in modo tale che la freschezza della saga di Indy non venga intaccata. Ecco allora che l’ormai professore universitario Henry “Indiana” Jones viene affiancato, e spronato all’azione, dal giovanissimo e iperattivo Mutt Williams (interpretato dal promettente Shia LaBeouf). E poi dalla splendida Cate Blanchett, tanto talentuosa quanto “prezzemolina” in una quantità ormai incalcolabile di pellicole, a interpretare l’algida nemica assetata di potere. Diversivi di qualità, che potrebbero funzionare, almeno in parte. Ma l’attempato archeologo riuscirà davvero a salvarsi dalla facile ironia sulla sua età? Spielberg, riportandolo alla luce dopo 19 anni di gloriosa naftalina, ha corso un rischio e lo sa perfettamente. Ma se Harrison Ford è riuscito a non intaccare l’adrenalinica carica di Indy, allora la scommessa sarà vinta. In fondo, e lo diciamo davvero senza snobismo alcuno, il pubblico di Indiana Jones vuole scene mozzafiato, effetti speciali, musica coinvolgente e poco più. E Steven Spielberg è un maestro anche, e soprattutto, in questo.

venerdì 16 maggio 2008

L'agguerrito ritorno di Michael Moore

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16 maggio 2008

Ci risiamo. Dopo Fahrenheit 9/11 e Sicko, Michael Moore torna alla carica. Il corpulento regista americano sta per girare il sequel proprio di Fahrenheit 9/11, documentario pamphlet contro George W. Bush che nel 2004 ha conquistato la Palma d’Oro a Cannes. Quel film, vero e proprio atto d’accusa contro il presidente degli Usa e il suo entourage politico ed economico, aveva letteralmente mandato in visibilio l’intellighentsia culturale europea, che non vedeva l’ora di trovare un livoroso ed efficace strumento contro l’odiatissimo inquilino della Casa Bianca. Ma se nel Vecchio Continente il documentario aveva fatto incetta di successi e riconoscimenti, da Cannes al Festival di Sarajevo, e aveva plasmato non poche coscienze politiche, in America l’impatto è stato sicuramente minore, se è vero che dopo meno di cinque mesi dall’uscita nelle sale, Bush era stato rieletto trionfalmente.
Ora, dunque, il sequel, che si annuncia ancora più velenoso del primo film. E dove lanciare, urbi et orbi, il pur embrionale progetto se non sulla Croisette, che tanti onori aveva già regalato a Moore? Giornalisti eccitati, pubblico fremente e divi engagés accoglieranno l’idea con malcelata soddisfazione. Continueranno a lodare il coraggio e l’impegno civile di Michael Moore, a denigrare l’odiato George W., anche quando lascerà, dopo otto lunghissimi anni, la Casa Bianca. Diciamoci la verità: che vita sarebbe, quella di Moore, se non ci fosse Bush jr.? Il presidente ha rappresentato per il cineasta del Michigan, in questi lunghi anni, la gallina dalle uova d’oro da sfruttare fino all’ultimo. E Moore ha fatto scuola, creando un vero e proprio filone letterario e cinematografico che in fondo, ne siamo certi, soffrirà non poco dell’uscita di scena dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Pensiamo ai vari Sean Penn (pur bravissimo quando non vuole a tutti i costi fare il pasionario ultraliberal), Tim Robbins, Susan Sarandon, la famiglia Sheen al completo. Tutti futuri orfani inconsolabili del goffo rampollo di casa Bush. Oliver Stone, come abbiamo raccontato poco tempo fa, ha pensato bene di sfruttare gli ultimi mesi utili girando W, biopic al vetriolo mascherato da obiettivo ritratto di un uomo controverso. Siamo sicuri che il prossimo anno il Festival di Cannes ospiterà sia il film di Stone che il documentario di Moore, confermando una tradizione tutta francese di antiamericanismo a tutti i costi. Antiamericani ma furbi, gli intellettuali di sinistra del Vecchio Continente. Come possono essere definiti nemici dell’America se non fanno altro che dare spazio alle voci critiche di artisti americani? Ecco lo scudo creato ad arte: è il cinema americano a criticare l’America. Che c’entriamo noi?
Il rapporto tra cinema europeo e militanza politica è antico e ancora molto forte. Non si aziona cinepresa senza che dietro ci sia un alto e nobile intento politico. Ovviamente sempre a sinistra. E Moore non poteva che essere scelto come modello da eguagliare, grazie al suo coraggioso atto d’accusa contro l’uomo più potente del mondo. Segno dei tempi: da Truffaut, Bunuel e Loach a Michael Moore. Tempi duri per l’intellighentsia europea.

venerdì 9 maggio 2008

Fiera del Libro, Israele infiamma Torino

Ideazione.com
9 maggio 2008
 
Prendete quattro uomini di sinistra (Gabriele Polo, Walter Veltroni, Dario Fo e Piero Fassino), distribuiteli su tre giornali nazionali (il Manifesto, Corriere della Sera, La Stampa), inserite i loro interventi nella diatriba sul boicottaggio della Fiera del Libro di Torino che ospita, quest’anno, la letteratura israeliana. Ne viene fuori un dibattito politico-culturale tutto interno alla sinistra, figlio di un rapporto mai chiarito tra le forze progressiste italiane e lo Stato di Israele. Fino a 20 anni fa, Polo, Veltroni, Fo e Fassino coesistevano, più o meno placidamente, nell’accogliente ventre del Pci; oggi sembrano avversari da sempre, portatori di linee politiche e culturali che mai si possono conciliare. Ma prima di rendere conto di questa già vista disputa a sinistra, è bene ripercorrere a grandi linee la vicenda che l’ha reinnescata. La Fiera del Libro di Torino è il più grande evento editoriale italiano, il secondo in Europa dopo Francoforte, addirittura il primo per numero di visite nel 2006 e nel 2007. Più di mille espositori, trecentomila visitatori, un tema che fa da filo conduttore (quest’anno è la bellezza), e uno o più Paesi del mondo ospitati ogni anno. Proprio quest’ultima caratteristica della manifestazione ha rappresentato la pietra dello scandalo: gli organizzatori hanno invitato, anche in concomitanza con il sessantesimo anniversario dalla sua fondazione, lo Stato di Israele. Scelta che non pare per nulla strumentale, né politica. In fondo Torino è la città simbolo dell’ebraismo italiano, che ha visto crescere alcune delle migliori intelligenze della cultura ebraica del nostro Paese, da Primo e Carlo Levi a Gad Lerner.
In un Paese come l’Italia, storicamente percorso da vigorosi fremiti filopalestinesi (dai democristiani ai comunisti, dalla vecchia destra radicale ai socialisti), la cosa non poteva certo passare inosservata. Quale migliore occasione, dunque, per inscenare una protesta di piazza, qualche manifestazione, addirittura un boicottaggio? I sostenitori di questa balzana idea (boicottare la cultura è abominevole, diciamolo pure) hanno trovato il comodo appoggio di alcuni intellettuali di sinistra, primo fra tutti l’immancabile Gianni Vattimo. Già il 5 febbraio scorso, dalle colonne de La Stampa, il filosofo del pensiero debole aveva lanciato la campagna di boicottaggio contro Israele, contro la Fiera del Libro, contro chi ci andrà, contro chiunque la pensi in maniera diversa da lui, insomma. Gli argomenti usati, da Vattimo e da chi ne ha seguito l’esempio, sono quelli di sempre: Israele sarebbe uno Stato autoritario e sanguinario, che uccide e affama i palestinesi, privandoli del diritto a creare uno Stato indipendente. A qualsiasi attento osservatore della politica internazionale, argomentazioni del genere suonerebbero quantomeno discutibili, ma all’interno della grande e litigiosa famiglia della sinistra italiana posizioni del genere non sono affatto una novità. Forse è per questo, dunque, che, mentre il centrodestra riaffermava la sua ormai solida amicizia nei confronti di Israele, l’intellighentsia di sinistra si lanciava in una delle sue solite dispute dottrinarie, mischiando in maniera confusa un evento culturale con ben più complessi temi di politica internazionale. E mentre i dotti progressisti disquisivano, difendendo gli israeliani, i palestinesi o tutti e due, in piazza le bandiere con la stella di David venivano incivilmente bruciate.
In realtà, ma c’era da aspettarselo, oltre Gianni Vattimo sono pochi gli intellettuali “noti” ad aver aderito allo strampalato boicottaggio. Gli altri, persino quelli più radicali e antagonisti, hanno preferito salvare la faccia, difendendo ipocritamente il diritto a esistere di Israele (sulla cartina geografica e nelle sale del Lingotto), salvo poi affondare i soliti colpi ideologici contro i tiranni di Tel Aviv. Dopo due mesi di lunghissime discussioni, ieri la Fiera ha aperto i battenti, accolta da interventi a pioggia sui più importanti giornali italiani. Abbiamo scelto, come dicevamo all’inizio, quattro personaggi sicuramente noti, esponenti politici o culturali di aree diverse del panorama della sinistra italiana. Gabriele Polo, direttore de il Manifesto, nel suo editoriale di ieri ha riaffermato la contestatissima linea del giornale: no al boicottaggio perché il Manifesto, scrive Polo, “ha ancora la presunzione di ritenere che la cultura possa essere luogo d’incontro e confronto, anche con chi lo nega (ovviamente Israele, ndr)”. Parole condivisibili, senza dubbio. Ma Polo, che per formazione culturale e politica ha ovviamente una visione molto chiara della vicenda mediorientale, continua: “Ma oggi, con la stessa forza con cui difendiamo la legittimità all’esistenza dello Stato d’Israele difendiamo il diritto alla critica delle pratiche oppressive dei suoi governi. […] Da oggi a sabato, a Torino, non è in gioco il diritto di vivere dello Stato israeliano, ma la libertà di denunciare e contestare le condizioni di non-vita cui sono ridotti i palestinesi, la possibilità di tenere aperta una prospettiva di pace e un movimento coerente con essa”. Per la serie: compagni, siamo contro il boicottaggio ma è giusto che lo facciate. Strane contorsioni culturali.
Sempre su il Manifesto, intervistato da Tommaso Di Francesco, il premio Nobel Dario Fo assume una posizione simile, seppure più marcatamente antiisraeliana. L’attore e commediografo alla Fiera ci sarà, non solo come visitatore ma anche (e soprattutto) come ospite e relatore. “Ci sarò. Per la Palestina”, dichiara orgoglioso. “Avrei dovuto presentare il mio libro appena pubblicato. Invece ho scelto di parlare di Palestina”. Ma Fo si scaglia anche contro la separazione tra cultura e politica, fedele alla dottrina di chi, in fondo, ha sempre affermato che persino il personale è politico. E infine il rimpianto: non aver organizzato una Fiera dei due popoli “è la sconfitta della speranza”. Israele ospite, dunque? Sì, ma solo insieme alla Palestina. Pretesa in verità poco democratica e un po’ fuoriluogo, visto che di letteratura si tratta, non di negoziati di pace.
Di tutt’altro tenore gli interventi di Walter Veltroni e Piero Fassino, rispettivamente dalle colonne di Corriere della Sera e La Stampa. Le posizioni dei due esponenti di spicco del Partito democratico rappresentano, vivaddio, una sinistra che sta cambiando (a fatica) e che potrebbe finalmente diventare davvero come i grandi partiti liberalsocialisti e socialdemocratici di tutta Europa. Veltroni divide la sua analisi in due parti: l’errore di boicottare e l’ostilità nei confronti dello Stato di Israele. “Come possa un qualsiasi uomo di cultura che voglia davvero essere tale chiedere di far tacere altri uomini di cultura, negare ascolto alle loro parole è difficile capire. Tanto più quando si tratta di autori che sostengono l’unica possibilità che israeliani e palestinesi hanno di convivere pacificamente: il dialogo, il riconoscimento delle reciproche sofferenze e speranze, il diritto degli uni a vivere in casa propria senza paura, degli altri a vivere in un loro Stato indipendente”. Sembrerebbe, di primo acchito, l’ennesimo esercizio di “ma anchismo” veltroniano, se non fosse che il segretario del Pd continua con sempre maggiore fermezza, difendendo senza se e senza me il diritto a esistere dello Stato di Israele: “A preoccupare è un clima, sono posizioni, che nascono da un pregiudizio e che possono condurre a conseguenze pericolose. Il pregiudizio procede lungo un confine sottile, che separa le critiche ragionate e per questo legittime alle politiche dei governi israeliani, da quelle ideologiche, manichee: Israle ha sempre torto, la “colpa” è sempre sua, anche quando il coraggio di chiudere un accordo manca alla controparte o quando magari formazioni arabe fanno fuoco le une contro le altre. Le conseguenze pericolose”, continua Veltroni, “stanno […] nel fatto che oltre alla critica a Israele spesso viene chiamato in causa l’interno popolo ebraico. Forse non apertamente, forse con un “non detto”, che però nulla toglie ai rischi di un risorgente antisemitismo”.
Piero Fassino, invece, parla più con la pancia e più da uomo di sinistra rispetto a Veltroni. Ribadendo il suo fermo no al boicottaggio e la volontà di presenziare alla Fiera “in primo luogo come parlamentare della Repubblica Italiana e anche come cittadino democratico”, l’ultimo segretario dei Democratici di sinistra paragona il boicottaggio alle bandiere bruciate in piazza: “Se bruciare le bandiere è un gesto ignobile, non meno scellerato è contestare la presenza di Israele ad una iniziativa culturale fondata sul libro. Il libro è stato per secoli lo strumento principale di conoscenza, […] a cui nazioni, popoli e l’umanità intera hanno affidato i loro percorsi di libertà e di emancipazione. Tant’è che ogni volta che si è voluto reprimere un popolo o una cultura o una religione, se ne sono mandati al rogo i libri”. E chiude tentando una rischiosa affermazione del rapporto storico, “un nesso inscindibile”, tra sinistra ed ebraismo. E’ innegabile che una parte della sinistra abbia intrattenuto rapporti più che buoni con il popolo ebraico. Ma è altrettanto vero che con la nascita dello Stato di Israele qualcosa è cambiato e la sinistra italiana si è sempre più avvicinata alle posizioni palestinesi, anche in periodi in cui l’intento terroristico era addirittura più evidente di adesso.
Fin qui, dunque, la discussione culturale che, diciamocelo francamente, si è già vista fin troppe volte all’interno del mondo di sinistra. Di nuovo, stavolta, forse c’è solo il risvolto politico della vicenda. In fondo Veltroni e Fassino rappresentano quel Pd che ha fagocitato la sinistra radicale estromettendola dal Parlamento dopo sessant’anni. Quella stessa sinistra, però, che ancora riempie le piazze e troppo spesso tace di fronte a episodi di intolleranza anacronistici e privi di logica. E mentre a Torino la bandiera di Israele viene bruciata, a Roma il sindaco Alemanno, che qualcuno si ostina a definire “picchiatore fascista”, la faceva sventolare sul pennone del Campidoglio, a celebrare i sessant’anni dello Stato ebraico e a ribadire, se ancora ce ne fosse bisogno, che quel cambiamento che si attende a sinistra, la destra l’ha già portato a termine.

I Supereroi invadono Hollywood

Ideazione.com
9 maggio 2008

La seguente parata di stelle di prima grandezza di Hollywood ha raccolto, nel corso degli anni, ben sei premi Oscar e venticinque nomination: Hugh Jackman, Ian McKellen, Halle Berry, Willem Defoe, Tobey Maguire, Alfred Molina, Eric Bana, Jennifer Connelly, Nick Nolte, Ben Affleck, Colin Farrell, Jennifer Garner, John Travolta, Roy Scheider, Nicolas Cage, Peter Fonda, Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Jeff Bridges, Samuel L. Jackson, Edward Norton, Liv Tyler, Tim Roth, William Hurt. Non stiamo parlando del cast stellare del prossimo capolavoro di Steven Spielberg, né dei nominati ai prossimi Academy Awards.
Nonostante si tratti di nomi che senza dubbio resteranno nella storia della settima arte, in questo caso ci interessano semplicemente perché, dal 2000 al 2008, sono stati tutti vittime della Marvel Fever. E’ una strana malattia che sta contagiando decine di star e che prende il nome dalla storica casa editrice di fumetti. Dal primo X-Men (2000) a L’Incredibile Hulk (in uscita il prossimo giugno), i Marvel Comics hanno conquistato una fetta considerevole dell’immensa e succulenta torta del cinema hollywoodiano. Supereroi, effetti speciali, budget stellari, sono gli ingredienti principali di un business che non accenna a fermarsi. Qualcuno potrebbe dire che sono le solite americanate, i soliti kolossal da botteghino, privi di consistenza narrativa e assolutamente scadenti dal punto di vista della qualità. E invece no, ancora una volta gli snob di celluloide prenderebbero una cantonata madornale. Semplicemente perché alcuni di questi film possono essere considerati capolavori del genere, con ottime sceneggiature e superbe interpretazioni attoriali.
Basti pensare alla trilogia di Spiderman, magistralmente diretta da Sam Raimi e con un ottimo Tobey Maguire nei panni dell’Uomo Ragno. Le avventure del giovane Peter Parker, già universalmente conosciute grazie ai fumetti a partire dal 1962, con la trasposizione cinematografica sono diventate oggetto di culto per le nuove generazioni. Ed è merito anche, e soprattutto, dell’ottima fattura delle tre pellicole. Molti critici e studiosi di cinema pensano, sbagliando, che ai giovani non importi la qualità di un film, che basino il loro giudizio su altre caratteristiche quali gli effetti speciali, la colonna sonora, il merchandising, il battage pubblicitario. Invece proprio i giovani cinefili stanno dimostrando un’attenzione smisurata per i film di buona fattura. Che si tratti di action movie, comics movie o film d’autore poco importa. Quello che conta è la qualità.

L’hanno capito perfettamente anche i produttori, che da X-Men in poi hanno curato sempre di più l’aspetto narrativo, senza ovviamente tralasciare gli effetti speciali, dai quali non si può prescindere per film del genere. Non stupisce, dunque, che la carriera di un dimenticato (ma sempre bravissimo) Robert Downey Jr. stia riprendendo vertiginosamente quota proprio grazie ad Iron Man, altro Supereroe che ha abbandonato le pagine dei fumetti per sbarcare al cinema. E la contagiosa supereroi-mania è ormai diventata anche in, cool, glamour, come direbbero i sofisticati frequentatori dei salotti newyorchesi, se è vero che un mostro sacro della moda come Giorgio Armani ha organizzato una sontuosa mostra dal titolo Superheroes, Fashion and Fantasy, interamente dedicata agli abiti indossati dai Supereroi dei fumetti. Tutto lo star system era presente al vernissage, preceduto da un raffinatissimo gala di beneficenza.

La grandissima popolarità dei fumetti al cinema, dunque, rende giustizia a un genere letterario, nessuno si scandalizzi se lo chiamiamo così, troppo spesso bistrattato nel corso dei decenni. Per lunghissimi anni ci hanno raccontato che l’appassionato-tipo di fumetti era un ragazzo della provincia americana, maniacale collezionista di album e strisce, magari con qualche problema di socializzazione e voglia di fuga dalla realtà. Ma il cinema, ormai è cosa nota, può trasformare la visione comune che si ha di un particolare fenomeno. Oggi i fumetti, soprattutto quando si trasformano in kolossal hollywoodiani, diventano opere d’arte, veri e propri capolavori. Nonostante i tanto commerciali effetti speciali, nonostante i gadget e il giro di miliardi creato dal merchandising, nonostante sbanchino puntualmente il botteghino. E’ un altro passo verso la consapevolezza che il cinema non è grande solo quando annoia.