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venerdì 28 marzo 2008

L'insostenibile noia dei Festival

Ideazione.com
28 marzo 2008

Venezia, Cannes, Berlino, Locarno, Toronto. Sono le sedi di alcuni dei festival cinematografici più importanti al mondo, i luoghi in cui il cinema fa bella mostra di se, cercando di darsi un’aria intellettuale, ricercata, d’autore. I risultati sono altalenanti, semplicemente perché questa ossessiva ricerca della cultura alta a volte si ridicolizza, diventa parodia di se stessa, raggiunge picchi di snobismo culturale difficilmente comprensibili per un’arte così di massa come il cinema. E proprio per colpa (o per merito, secondo i critici più fini e intellettuali) di questa tendenza, i premi più importanti sono quasi sempre assegnati a film d’autore, spesso incomprensibili, quasi sempre inguardabili. E’ un must, ad esempio, ospitare o premiare pellicole dell’Estremo Oriente. Senza un regista coreano o cinese il festival non ha senso, non è cosmopolita, non dà spazio alle sensibilità artistiche e raffinate della cinematografia asiatica. Zhang Yimou, regista cinese di capolavori assoluti come Lanterne rosse, Hero o La foresta dei pugnali volanti, è senza dubbio il più noto al grande pubblico. Ma qualcuno ci sa parlare della cinematografia di Jia Zhang-ke (vincitore del Leone d’Oro nel 2006), Wang Quan An (Orso d’Oro a Berlino nel 2007), Shuo Wang (Pardo d’Oro a Locarno nel 2000)? Temiamo di no, a conferma del fatto che i Festival cinematografici celebrano un rito chiuso, tra pochi eletti, senza coinvolgere il grande pubblico. All’esasperato (ed esasperante) snobismo di celluloide, gli organizzatori degli happening sopperiscono con le presenze di grandi star che fungono da specchietto per le allodole. Migliaia di persone si riversano sulla Croisette o al Lido per vedere i Brad Pitt, i Tom Cruise e le Nicole Kidman. Scattata la foto di rito (magari a centinaia di metri di distanza), i cinefili tornano a casa, infischiandosene dell’ultimo capolavoro (o presunto tale) di questo o quel cineasta asiatico.
Negli ultimi anni, solo la Festa del Cinema di Roma ha provato a cambiare la situazione. La manifestazione capitolina, voluta dal cinefilo sindaco Walter Veltroni, ha affidato l’assegnazione dei premi a una giuria popolare, ovviamente composta da appassionati, cercando di scongiurare i finali annunciati degli altri festival, con nomi impronunciabili alla ribalta e scarso interesse da parte del grande pubblico. Nel 2006, prima edizione dell’happening romano, l’operazione è miseramente fallita: premio al semisconosciuto regista russo Kirill Serebrennikov e tanti saluti all’attesa “operazione cinema di massa”. Lo scorso anno, invece, le cose sono andate diversamente: ha vinto Juno, film americano di Jason Reitman, campione di incassi al botteghino, pellicola intelligente ma non stucchevole, riuscita senza essere noiosa.
Per fortuna c’è il Sundance Film Festival, che si svolge a Park City (Utah). Dedicato al cinema indipendente, è stato ideato e organizzato da Robert Redford. Filtrando l’ovvia tendenza liberal (a volte eccessiva e fastidiosa), si tratta di un appuntamento imperdibile per quegli appassionati che vogliono scovare piccoli e grandi gioielli nascosti. Ricercatezza, finezza intellettuale, risvolti sociali e politici: c’è tutto quello che si può trovare a Venezia, Cannes o Berlino. Con una sola differenza sostanziale: il Sundance si preoccupa di selezionare e valorizzare film di valore che possono piacere al grande pubblico. Niente nomi astrusi ad ogni costo, niente noiosissimi e lunghissimi polpettoni. Nello Utah si celebra il vero cinema intelligente, che si offre alla gente senza steccati né snobismi di maniera. Non stupisce, dunque, che proprio i giovani sono i più grandi frequentatori e sostenitori dell’appuntamento americano. Mentre a Venezia, Cannes e Berlino sfilano ministri in smoking (che magari non sono mai andati al cinema) che applaudono i noiosi film di cinesi, coreani, iraniani e giapponesi, a Park City un esercito di giovani appassionati in jeans e maglietta dà i voti al cinema del futuro. Gli organizzatori dei grandi festival internazionali difficilmente riusciranno a capire i loro errori e a porvi rimedio. A meno che un coraggioso e solerte spettatore non salga improvvisamente sul palco della premiazione e parafrasi il fim vincitore con le liberatorie parole che il ragionier Ugo Fantozzi dedicò alla Corazzata Potemkin.

venerdì 21 marzo 2008

10.000 a.C., tanti effetti e poca trama

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21 marzo 2008

Il battage pubblicitario per il lancio di 10.000 AC poteva nascondere una duplice interpretazione: ci trovavamo di fronte a un capolavoro del cinema o a un film costoso ma riuscito male, e che quindi necessitava di laute entrate al botteghino. Dopo averlo visto, confidando nella innegabile bravura del regista Roland Emmerich (Independence Day, The day after tomorrow), abbiamo decisamente optato per la seconda opzione. 10.000 AC è indubbiamente un film tecnicamente notevole, con ambientazioni grandiose e degne dei kolossal del tempo che fu. Ma la trama è scarna, i dialoghi poveri e a volte persino ridicoli. La storia di D’Leh, giovane membro di una tribù di cacciatori, sa di già visto, di canovaccio usato e abusato in passato: il giovane protagonista interpreta il classico ruolo dell’eroe messianico, del liberatore, del capopopolo coraggioso e vittorioso.
La trama, in breve, è questa: in seguito a una carestia che colpisce la tribù, la vecchia “sciamana” invoca gli spiriti e profetizza l’ascesa di un cacciatore coraggioso che salverà il suo popolo dalla rovina. Con un salto di molti anni, ritroviamo D’Leh già adulto, fisicamente possente, moralmente impeccabile, che si innamora della trovatella Evolet. Non poteva mancare la storia d’amore, dunque, che sarà il vero motore della vicenda. E proprio il rapimento di Evolet (e di molti altri membri della tribù) da parte dei “demoni a cavallo” (gli egiziani), scatena la reazione di D’Leh. Comincia così un viaggio avventuroso attraverso montagne, vallate, foreste tropicali e deserti per raggiungere la bella in pericolo, fino a scoprire un mondo che i poveri cacciatori non potevano neanche lontanamente immaginare. Dalle nevi perenni al rigoglioso Nilo, dalle capanne di rami alle maestose piramidi egiziane, alla cui costruzione lavorano migliaia di schiavi rastrellati in tutta l’Africa orientale (tra cui Evolet e gli altri membri della sua tribù). La parte finale della storia, tra colossali scene di massa particolarmente suggestive, è di una prevedibilità spiazzante: D’Leh libera gli schiavi, uccide il faraone e torna tra le sue montagne ammantato di gloria e splendore. Non prima, però, di aver assistito a una poco credibile (ma molto prevedibile) resurrezione di Evolet.
Fin qui la storia. Per quanto riguarda il risultato strettamente tecnico, c’è poco da dire: Emmerich è un maestro degli effetti speciali e delle ambientazioni da kolossal. Lo ha dimostrato in Independence Day e poi nel blockbuster catastrofico The day after tomorrow. 10.000 AC non fa eccezione e il regista tedesco trapiantato negli Usa conferma la sua particolare attitudine alla grandiosità delle scene. Però non basta, non in questo caso. Innanzitutto perché storicamente il film è impreciso, approssimativo, un collage di eventi e situazioni per nulla omogenei tra loro. Le piramidi, ad esempio, sono datate attorno al 2750 a.C. e solo alcune teorie (peraltro storicamente e scientificamente discutibili) fanno riferimento al 10.000 a.C. E poi che dire della tigre dai denti a sciabola che fa capolino a un certo punto del film in una foresta tropicale? Anche in questo caso, Emmerich si rifa a teorie di nicchia, accreditando l’ipotesi che l’imponente animale vivesse anche in quelle zone e con quel clima. Ma in fondo è cinema, finzione, fantasia. E potremmo anche perdonare gli azzardi storici. Quello che non riusciamo ad apprezzare, però, è il piattume narrativo, il messaggio banale, il buonismo di maniera.
Liberare migliaia di persone dalla schiavitù, da Mosé in poi, è sempre stata un’azione meritoria. Ma proprio perché la storia (anche quella del cinema) è piena di episodi del genere (peraltro molti ambientati proprio in Egitto), ci chiediamo se Emmerich non avrebbe potuto offrire qualcosa di più originale. Anche perché è davvero un peccato che questo film non sia riuscito. I presupposti c’erano tutti: il regista veniva dal successo planetario di The day after tomorrow, il budget era alto, la perizia tecnica innegabile. Ma sulle colline di Hollywood, a volte si predilige un po’ troppo il lato spettacolare di una pellicola, a scapito del plot narrativo che, in fondo, dovrebbe essere l’asse portante di ogni film. Il cinema d’autore tout court non ci ha mai appassionati più di tanto, ma vogliamo sperare che tra i noiosi polpettoni del cinema francese e le americanate tutte spettacolo e poca trama ci sia una ragionevole via di mezzo.

mercoledì 19 marzo 2008

I politici italiani troppo cauti sul Tibet

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19 marzo 2008

Ci voleva il terribile dramma tibetano per svegliare i nostri politici, anche se per poco, dal torpore di una stagnante campagna elettorale. Esponenti di ogni coalizione o partito hanno detto la loro sulla situazione a Lhasa e sulla cruenta repressione cinese delle manifestazioni di protesta. L’evolversi degli eventi in Tibet, quel lontano e fascinoso altopiano dall’altissimo valore simbolico e culturale, visto dall’Italia, attraverso il provvidenziale aiuto dei lanci di agenzia, assume una luce diversa, un chiaroscuro tutto da analizzare. Sincere posizioni democratiche, piccole ipocrisie di bottega, frasi di circostanza dette svogliatamente, richieste di reazioni dure e significative e a volte, purtroppo, completa indifferenza.

A smuovere le acque ci avevano pensato Radio Radicale e il quotidiano il Riformista, promotori di una manifestazione che proprio oggi riempirà Campo de’ Fiori al grido di “Siamo tutti tibetani”, e alla quale ha aderito anche la nostra redazione. Antonio Polito, presentando l’evento sulle colonne del Riformista di lunedì, ha lanciato un duro j’accuse nei confronti di chi non sembra particolarmente interessato alle vicende tibetane, fornendo una classificazione azzeccatta: “Siamo tutti tibetani, dunque. Ma è vero? Certamente no, altrimenti non ci sarebbe bisogno di andarlo a dire in una piazza. […] Tra di noi, per esempio, ci sono molti “cinesi”, persone per bene che però non vogliono guai, che sanno che la Cina è già una superpotenza. Che pensano che i nostri commerci e i nostri affari richiedono discrezione e prudenza. O che semplicemente hanno paura di rompere le scatole in difesa di un piccolo popolo che, in fin dei conti, è un affare interno cinese. Poi ci sono gli “anti-americani”, quelli che sarebbero pronti a tutto in nome di tutti i popoli angariati dall’altra e più cattiva superpotenza; ma non muovono un dito se non c’è l’occasione di bruciare una bandiera a stelle e strisc”e. E’ difficile dare torto al senatore uscente della Margherita. E forse anche le sue parole hanno contribuito a provocare quella ridda di dichiarazioni che ha fatto compagnia a chi, come noi, ha trascorso il pomeriggio di ieri seguendo le agenzie.
Veltroni e Berlusconi, per carità, hanno altro da fare. Bertinotti e Casini, idem con patate. I quattro maggiori candidati alla guida del Paese non hanno ancora trovato il tempo per prendere una posizione chiara, a parte una svogliata dichiarazione di Veltroni che chiede la fine delle violenze e boccia l'idea del boicottaggio dei Giochi. Poco di più ha fatto D’Alema, ministro degli Esteri in carica e quindi costretto, suo malgrado, a intervenire. Il titolare della Farnesina ci ha informato che “la situazione in Tibet è grave” e, riferendosi all’opportunità o meno di boicottare le Olimpiadi di Pechino, ha affermato che “se noi cancellassimo i Giochi Olimpici correremmo soltanto il rischio di far tornare in ombra la situazione della Cina”. Ma è alla fine che Massimo D’Alema ci regala la dichiarazione più discutibile: “Lo spirito non deve esse quello dell’ostilità nei confronti della Cina ma quello di un’apertura a Pechino, però condizionata”. Negli ultimi anni ci sembra che di aperture ce ne siano state fin troppe e i risultati, purtroppo, sono quelli che ci troviamo a commentare. Più tempestivo l'intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha chiesto un'azione urgente dell'Unione europea per far fronte alla drammatica situazione tibetana.
Finisce qua il contributo alla discussione proveniente dai leader più importanti della politica italiana. Il tourbillon di dichiarazioni e adesioni alla manifestazione è opera delle seconde e terze linee delle truppe politiche in assetto elettorale. Gianni Vernetti (Pd), sottosegretario agli Esteri, ha incontrato Sun Yuxi, ambasciatore cinese in Italia, al quale ha chiesto di “evitare l’uso della forza” (peccato che ci siano già centinaia di morti per le strade di Lhasa) ma si è rivolto anche (con una punta di strisciante veltronismo) ai dimostranti, “affinché si astengano a loro volta da atti di violenza” (sic). Giovanna Melandri (Pd), ministro dello Sport, ha ricalcato fedelmente la linea cauta del Partito democratico, appellandosi in maniera piuttosto vaga al “dialogo”, pur chiedendo (e come avrebbe potuto evitarlo?) la fine immediata delle violenze cinesi. Si discosta un po’ dalla tiepida condotta del suo partito solo Barbara Pollastrini, ministro per le Pari opportunità. Nella nota con cui aderisce alla fiaccolata silenziosa organizzata ieri da Cgil, Cisl e Uil, il ministro sottolinea che “nel nostro Paese sta crescendo un movimento delle coscienze perché il tema dei diritti umani sia centrale nell’agenda della politica”. Giusto e sacrosanto. Peccato, però, che i leader politici (tra cui Veltroni, candidato premier della stessa Pollastrini) non sentano la necessità di trasformare queste buone intenzioni in atti concreti e utili.
Più decisa la partecipazione al dibattito nelle file del centrodestra. Molti, nel Popolo della libertà, hanno chiesto il boicottaggio dei Giochi Olimpici di Pechino e per la verità sono gli esponenti di An a fare la parte del leone, ribadendo peraltro posizioni già espresse in tempi non sospetti. Gasparri e Mantovano, due colonnelli del partito di Gianfranco Fini, hanno chiesto una riflessione in merito alla partecipazione italiana alle Olimpiadi. Intanto fioccano bipartisan le adesioni alla manifestazione di Campo de’ Fiori: Cicchitto, Quagliariello, gli stessi Gasparri e Mantovano, la coordinatrice nazionale dei giovani di Forza Italia Beatrice Lorenzin. Tutti in piazza per protestare contro le violente repressioni cinesi. E forse, in fondo, ha ragione il leghista Roberto Cota quando afferma che “quando la Lega Nord denunciava che in Cina venivano sistematicamente calpestati i diritti umani, il duo Veltroni-Prodi preferiva sbandierare l’idea che la Cina era una opportunità”.
Come sempre, sono i Radicali a distinguersi su temi a loro particolarmente cari. Sergio D’Elia, deputato della Rosa nel Pugno e segretario di Nessuno tocchi Caino, è addirittura rientrato in anticipo da Dharamsala (sede dell’esilio indiano del Dalai Lama), dove l’esponente radicale stava partecipando alla marcia di sei mesi che avrebbe dovuto condurre migliaia di persone a Lhasa, per partecipare alla riunione della commissione Esteri della Camera. E rilancia la questione cinese allargando l’allarme ad altre regioni del Paese asiatico: “Ritengo urgente che il Parlamento italiano trovi il modo di discutere quanto sta avvenendo in Tibet ed anche in altre regioni cinesi, dove pure si consumano gravi violazioni dei diritti umani, come nei confronti degli uiguri del Turkestan orientale”. Bruno Mellano, altro deputato radicale, ha invece ripreso il concetto di “genocidio culturale” lanciato lunedì dal Dalai Lama, parlando di “genocidio per diluizione”, visto che la strategia di Pechino in Tibet è da sempre quella della “cinesizzazione” attraverso flussi costanti e corposi di immigrati cinesi, ormai maggioranza della popolazione.
Fuori dai principali schieramenti, c’è poco spazio di tribuna anche su argomenti del genere. Ha fatto eccezione Stefano De Luca, segretario nazionale del Partito Liberale Italiano, promotore di una provocazione piuttosto interessante. Niente Olimpiadi di Pechino, ma “una manifestazione parallela nel mondo libero”. Una sorta di controolimpiade, dunque, magari da far svolgere in nazioni dall’alto valore simbolico, quali Taiwan o Israele. Decisamente interessante, se confermata, è la notizia diffusa da Daniela Santanché, candidato premier de La Destra, secondo la quale otto atleti italiani sarebbero pronti a boicottare i Giochi Olimpici. Fin qui le dichiarazioni dei politici italiani. Chissà se a queste seguiranno fatti concreti o se, invece, il flusso anestetizzante della campagna elettorale porterà via anche questo barlume di civiltà, in un Paese ormai troppo abituato a non guardare oltre i suoi confini.

martedì 18 marzo 2008

Kosovo, esplode la rabbia dei serbi di Mitrovica

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18 marzo 2008

Esattamente un mese fa, quando il Kosovo aveva finalmente proclamato la propria indipendenza, molti osservatori internazionali indicavano in Mitrovica, enclave serba in territorio kosovaro, un possibile elemento di forte tensione. E la rabbia dei serbi di Mitrovica non si è fatta attendere a lungo: già nei giorni successivi all’indipendenza, infatti, si erano verificati scontri e manifestazioni di piazza e, qualche giorno fa, un gruppo di nazionalisti serbi aveva occupato il tribunale Onu della città. Ieri, la polizia della Nato aveva tentato di sgomberare i locali e a quel punto era iniziato il rabbioso attacco dei serbi-kosovari. Colpi di armi automatiche sono stati sparati contro i militari internazionali, costringendo persino le truppe dell’Unmik (la missione delle Nazioni Unite) al ritiro, vista l’incapacità di controllare gli eventi. L’occupazione del tribunale Onu, tuttavia, è palesemente la classica goccia che fa traboccare il vaso: la situazione a Mitrovica era critica da tempo e proprio in queste ore era prevista la visita del ministro serbo per il Kosovo, Slobodan Samardzic. La reazione dell’inviato di Belgrado è stata durissima: “Perché si calmi la situazione a Mitrovica devono essere immediatamente rilasciati i serbi kosovari arrestati. Non è accettabile questo modo di reagire da parte dell’Unmik”. Anche Boris Tadic, da poco rieletto presidente della Serbia, è intervenuto in maniera decisa, invitando i militari della Nazioni Unite alla calma e chiedendo reazioni moderate agli attacchi dei serbi di Mitrovica, “per non provocare un’escalation di violenza in tutto il Kosovo”.
Ma il problema, oltre che contingente, è e rimane a medio e lungo termine. Lo status di Mitrovica rappresenterà senza dubbio un problema di non facile soluzione, all’interno di un quadro diplomatico, politico e militare già piuttosto intricato. Se fino al mese scorso, infatti, era il Kosovo a sentirsi accerchiato e soffocato dal potere centrale di Belgrado, oggi sono i serbi-kosovari del nord della regione che chiedono a gran voce il loro ricongiungimento alla madrepatria. E intanto la tensione è alle stelle nell’enclave serba. L’irruzione della polizia internazionale all’interno del Tribunale, con conseguenti arresti di alcuni nazionalisti serbi, è stata considerata da più parti quasi come una provocazione e non come una normale operazione di ristabilimento dell’ordine in un territorio che non può essere lasciato privo di un controllo militare ferreo e costante. L’episodio di Mitrovica dimostra ancora una volta, dunque, l’impossibilità di controllare l’ordine pubblico da parte delle missioni internazionali (che siano Nato o Onu fa poca differenza) a causa di regole di ingaggio poco chiare che lasciano pochissimo spazio di manovra ai militari.
Lo status di Mitrovica, dicevamo, è un problema che non può essere eluso. La grande maggioranza degli Stati occidentali ha caldeggiato, più o meno palesemente, l’indipendenza kosovara. Ma i problemi, come era ovvio aspettarsi, non sono finiti con la dichiarazione del mese scorso e i festeggiamenti per le vie di Pristina. Tocca alla comunità internazionale, dunque, aiutare le forze in campo a raggiungere un accordo, affinché non si ripetano i tragici errori del passato in una zona d’Europa che per troppo tempo è stata vittima di cruenti scontri etnici. La Serbia (e con essa i serbi di Mitrovica) ha sicuramente più da perdere nella trattativa, e molto probabilmente dovrà piegarsi ai voleri della comunità internazionale e al diritto all’autodeterminazione del Kosovo. Tuttavia, proprio perché dovrà ingoiare più di un boccone amaro, non è possibile ignorare le sue proteste e soprattutto quelle dell’enclave serba in territorio kosovaro. Se da un lato, dunque, non c’è alcuna possibilità di vedere annullata l’indipendenza di Pristina, dall’altro Belgrado si attende precise garanzie per quanto riguarda i serbi che vivono nel nuovo Stato. E la comunità internazionale, se vorrà evitare altri scontri ben più gravi di quelli di ieri, dovrà cercare di ascoltare e possibilmente accontentare il già irato governo serbo.

venerdì 14 marzo 2008

Le armi spuntate del cinema italiano

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14 marzo 2008

Da anni sentiamo dire che il cinema italiano in crisi. E’ un mantra infinito che ci accompagnia fin dagli anni Settanta, da quando, cioè, la grande tradizione cinematografica nostrana ha perso molti dei suoi più illustri protagonisti. Un sicuro passo indietro della settima arte italiana c’è stato, non c’è dubbio. Ma d’altronde eravamo stati abituati troppo bene nei decenni precedenti, con i Rossellini, i De Sica, i Visconti, i Fellini, a fare da inimitabili battistrada. Non ci è andata meglio per quanto riguarda gli attori: Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman non ci sono più e il ricambio è stato terribilmente difficoltoso. Ce ne accorgiamo ancora di più adesso, con un cinema italiano ormai piuttosto anonimo e, nella stragande maggioranza, difficilmente esportabile. Ogni epoca, dunque, ha i rappresentanti che merita e oggi ci dobbiamo accontentare del nuovo trio di astri nascenti che fa innamorare le ragazzine: Silvio Muccino, Riccardo Scamarcio e Nicolas Vaporidis. Nomi che forse ai più non dicono molto, ma che rappresentano, almeno così pare, il meglio che il nostro cinema possa offrire. Personalità e carriere differenti, i tre moschettieri del grande schermo hanno però una cosa in comune: fanno impazzire milioni di fan scatenate.
Muccino, classe 1982, è riuscito a “sfondare” soprattutto grazie al fratello Gabriele, regista di film di successo come L’ultimo bacio o La ricerca della felicità. Da Come te nessuno mai (1999) al recentissimo Parlami d’amore (di cui è anche regista), la carriera del rampollo di famiglia è una marcia trionfale tra tematiche generazionali, commedie all’italiana e un pizzico di impegno politico. Anticonformista per forza, Silvio Muccino è senza dubbio il più “intellettuale” dei tre, o almeno quello che più degli altri si sforza di sembrarlo. Attore niente più che dignitoso e sceneggiatore non eccelso, non è un caso, forse, se il motivo per cui si è parlato di lui negli ultimi tempi è stata la perdita (previo intensivo corso di dizione) della tanto odiata “zeppola”. Della sua breve carriera salviamo la godibile interpretazione in Il mio miglior nemico”, a fianco di Carlo Verdone.
Il pugliese Riccardo Scamarcio, nato nel 1979, incarna alla perfezione il ruolo del tenebroso e maledetto. Schivo e riservato, il “bad guy” del cinema italiano deve il suo successo a due film diametralmente opposti per genere e target: il polpettone filosessantottino La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana e il cult Tre metri sopra il cielo, tratto dall’omonimo romanzo per adolescenti di Federico Moccia. E in questa apparente contraddizione, in fondo, sta tutta l’essenza della parabola artistica di Scamarcio. La Freccia Nera (fiction per la tv) e Romanzo criminale (per la regia di Michele Placido), Manuale d’amore 2 (quello della nota scena di sesso con la Bellucci) e il recente Mio fratello è figlio unico: il giovane fidanzato di Valeria Golino sembra aver scelto un cinema sempre più impegnato e d’autore, forse per scrollarsi di dosso l’alone di idolo delle teenager e simbolo del Moccia-pensiero, caratteristica che poco si adatta a chi vorrebbe tanto essere il James Dean del Belpaese. Il talento c’è (è stato molto bravo, ad esempio, in Romanzo criminale), ma non ci sembra che basti (almeno per adesso) per salutare in Scamarcio il grande attore, esportabile anche all’estero, che da troppo tempo manca nel panorama italiano (eccezion fatta per Roberto Benigni).
Il trio si chiude con il più scanzonato, sicuramente quello che si prende meno sul serio. Nicolas Vaporidis (1981), romano di padre greco, sembra non inseguire gli elogi della critica radical chic, né curare particolarmente il suo “personaggio”. La fama inattesa, dopo aver esordito nel mondo del cinema come autista di produzione, lo coglie nel 2006, quando gira il generazionale Notte prima degli esami, riuscito affresco giovanile della fine degli anni Ottanta. Da lì si innesca il solito meccanismo: ospitate in tv, interviste, nuovi copioni e film da interpretare. In realtà, il giovane romano di Monteverde non ha scelto troppo oculatamente i successivi impegni cinematografici. Dei cinque film girati dopo Notte prima degli esami (tra cui il meno riuscito seguito ambientato ai giorni nostri), merita una menzione solo Cemento armato, apprezzabile noir di periferia del 2007. Vaporidis è artisticamente più acerbo rispetto a Scamarcio e Muccino, ma la leggerezza con cui affronta questo periodo di fama e successo è un innegabile punto a suo favore. Il trio delle meraviglie che dovrebbe rilanciare l’arte recitativa in Italia, dunque, non sembra proprio una garanzia per il futuro. Di sicuro, ci sono tre giovani attori dalle belle speranze che hanno ancora tanto, troppo, da dimostrare prima di meritarsi il titolo di novelli Mastroianni. Se ne parlerà, semmai, tra qualche anno.

venerdì 7 marzo 2008

Verdone, il passato che non torna

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7 marzo 2008

Non è importante aspettare l'uscita del film e il responso del botteghino. Per criticare negativamente l’operazione amarcord di Grande, grosso e Verdone basta contare uno per uno i quasi ventotto anni passati da Bianco, rosso e Verdone, quello sì grande capolavoro della comicità all’italiana. I sequel, si sa, rischiano di essere solo minestrine riscaldate, soprattutto quando appaiono sul grande schermo decisamente fuori tempo massimo. Verdone ha aspettato troppo prima di concedere il bis al suo pubblico e forse doveva accontentarsi di Viaggi di nozze, il riuscitissimo film a episodi del 1995, in cui l’attore e regista romano aveva assemblato un’ottima carrellata dei suoi vecchi personaggi.
Ma oggi no, non era il caso. Carlo Verdone ha quasi 58 anni e riproporre il mitico Leo, timidissimo e imbranato ragazzo romano, appare nel 2008 un’operazione commerciale che rischia di non riuscire, che al massimo provoca molta nostalgia per il tempo che è passato (per il pubblico e per lo stesso Verdone). Si ripete, dunque, seppure su un altro e più alto livello artistico e cinematografico, il recente errore commesso da Lino Banfi con L’allenatore nel pallone 2. Anche in quel caso erano passati più di 25 anni da un film culto, scolpito nella storia della commedia all’italiana di poche pretese. E anche in quel caso la riproposizione del leggendario Oronzo Canà era risultata priva di mordente, vecchia, stantìa.
Da Carlo Verdone, però, non ci si aspettava una mossa falsa così evidente. Il regista e attore romano è uomo di cinema a tutto tondo, geniale creatore di personaggi e situazioni comiche, innovatore della commedia italiana e, in barba alla critica snob, campione di incassi come pochi nel nostro Paese. E’ lo stesso Verdone che motiva la scelta di riproporre i personaggi di Bianco, Rosso e Verdone e ammette il rischio corso: “Questo è un film pericoloso perché il paragone con il passato è inevitabile. Ma l’ho fatto per raccontare le millequattrocento persone che mi hanno scritto chiedendomi di riproporre questi personaggi”. Pur rifuggendo in maniera decisa ogni tipo di critica cinematografica pseudointellettuale, ci si consenta una piccola punta di snobismo: a che pro accontentare i gusti del pubblico pur sapendo i rischi che si corrono ed essendo consci del risultato mediocre dell’opera cinematografica in questione?
Di sicuro Verdone non ha nulla da perdere, forte com’è della sua trentennale e riuscitissima carriera. Film del genere possono stroncare le aspirazioni di un giovane o di un attore privo di quell’aura cult che invece Verdone possiede. E allora si accontenti il pubblico, si offra sul grande schermo un Leo quasi sessantenne ancora alle prese con le sue imbranate insicurezze, si riproponga il pedante e pignolo Furio (sicuramente il carattere maggiormente riproponibile), si rispolveri il burino e coatto Moreno Vecchiarutti (l’Ivano di Viaggi di nozze). Per fortuna, come già accennato, Verdone conosceva in anticipo le possibili critiche che avrebbero colpito il film e allora dalla bocca di uno dei suoi personaggi esce una tenera e autoironica giustificazione. E’ il coatto Moreno che, dopo aver proposto alla moglie Enza (Claudia Gerini) giochi erotici a base di miele d’acacia, si sente rispondere: “Ah Moré, co la glicemia arta che t’aritrovi…”. Già, gli acciacchi di un quasi sessantenne, particolarmente amati dall’ipocrondriaco Verdone.
E in fondo verrebbe quasi voglia di perdonare l'azzardo dell’attore romano, di sorvolare sul probabile sapore stantìo del suo nuovo film. Verrebbe voglia di tornare al 1980, quando la sora Lella (sorella di Aldo Fabrizi) offriva al pubblico un’interpretazione spassosissima, quando Mario Brega improvvisava sul set il mitico urlo “Io non so’ comunista così. So comunista così!” (mimando il doppio pugno chiuso). Ma non si può, purtroppo per noi e per lo stesso Verdone. Siamo nel 2008 e la genialità di quel film è definitivamente consegnata al passato. Grande, grosso e Verdone, al contrario, rischia di intaccare il ricordo di quel riuscitissimo capolavoro della commedia italiana.

mercoledì 5 marzo 2008

L'ira dei radicali: vogliamo nove seggi sicuri

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5 marzo 2008

L’umorale indole dei radicali colpisce ancora. Dopo aver raggiunto il tanto agognato accordo con il Pd, ieri Emma Bonino ha sbattuto i pugni sul tavolo, accusando Walter Veltroni di aver disatteso il patto siglato al loft di piazza Sant’Anastasia: nove candidature blindate di esponenti radicali nelle liste del Partito democratico. Ma la presentazione delle variegate liste veltroniane ha fatto alzare la temperatura a via di Torre Argentina.
I nove fortunati cooptati dovevano essere Emma Bonino, Marco Beltrandi, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci, Marco Perduca, Donatella Poretti, Maurizio Turco e Elisabetta Zamparutti. Ma il loro collocamento nelle liste non ha soddisfatto Pannella e Bonino. Al Senato sono candidati Emma Bonino (capolista in Piemonte), Donatella Poretti (sesta in Puglia) e Marco Perduca (ottavo in Toscana). La pasionaria di Bra può dormire sonni tranquilli, e gli altri due radicali rientrerebbero, seppure al limite, nei candidati eletti. Due anni fa, infatti, Ds e Margherita avevano ottenuto 8 seggi in Toscana e 6 in Puglia. Alla Camera i più tranquilli sono Maurizio Turco (terzo in lista nella terza circoscrizione lombarda) e Marco Beltrandi (quindicesimo in Emilia Romagna), mentre è molto al limite la situazione di Maria Antonietta Farina Coscioni (quinta in Friuli) e Elisabetta Zamparutti (terza in Basilicata). Molti più rischi per Matteo Mecacci, quinto in lista nella seconda circoscrizione del Lazio, dove due anni fa l’allora Ulivo (Ds e Margherita) aveva ottenuto quattro seggi. Stando a una prima analisi delle liste, dunque, sembra che l’ira della Bonino (“Non sono un soprammobile, da loro sbrecciato, che si può prendere e spostare dove vogliono”) sia più che fondata. Però i radicali, ormai si sa, riescono facilmente a dimostrare di avere torto, anche quando questo non è così evidente. Tutta colpa di quel loro contorto e criptico linguaggio.
E’ Marco Pannella ad aprire le danze, quando nella giornata di ieri, all’ora di pranzo, tempesta le redazioni con il suo solito comunicato pubblicato da Notizie Radicali: “Con Veltroni sappiamo bene, entrambi, che in ogni onorabile tipo di società ‘Pacta sunt servanda’, ergo…”. Questo il titolo, che però è solo un assaggio dei criptici messaggi che Giacinto lancia a Walter. “Deve essere ben chiaro a tutti che le nove candidature (e conseguenti nomine) radicali derivanti da patto interpartitico devono, per ciò stesso, essere considerate e protette come privilegiate a tutti i fini e sotto qualsiasi veste le si voglia considerare. Per intenderci, le nove nomine radicali dovrebbero in teoria essere le prime, le “più certe”, obbligate nell’ordine di presentazione di lista delle candidature. Potremmo anche chiederlo, pretenderlo, poiché vi sono in causa componenti e interessi patrimoniali, anche se immateriali, nella tutela legittima del diritto alla propria immagine e/o identità” (grassetti e sottolineature sono del leader radicale). Tutti e nove capilista, dunque, per non avere sorprese, per essere sicuri di quanto pattuito. In fondo, se i radicali hanno rinunciato al loro simbolo (e a molte delle loro battaglie) pur di stare nel Pd, chi può negargli la certezza di una pattuglia in Parlamento? Ma Pannella sa che non può certo chiedere il primo posto per tutti e nove, e allora alla fine del comunicato mette sul tavolo la sua proposta: “Ci limitiamo ad esigere che tutte le nove candidature radicali siano poste prudenzialmente almeno dopo le prime o primissime candidature di ogni lista e, comunque, ciascuna in almeno due diverse circoscrizioni, almeno una delle quali dovrebbe essere prescelta fra le dodici più popolose del Paese”.  E ancora durante la conferenza stampa di ieri sera, Pannella e Bonino avevano ribadito la pretesa di veder rispettato il patto siglato: “Non ci fottete”, ha tuonato il leader radicale. Non male per un uomo che da cinquant’anni lancia velenosi strali contro la partitocrazia e da due anni e mezzo maledice la tanta vituperata legge elettorale in vigore.
Forse per un nostro limite di comprensione, le parole di Pannella di ieri pomeriggio ci apparivano alquanto oscure e avevamo deciso di andare a fondo, di chiedere delucidazioni direttamente a Torre Argentina. Per questo, nel primo pomeriggio di ieri, avevamo cercato di metterci in contatto con Rita Bernardini (che è pur sempre il segretario dei radicali) prima via mail e poi telefonicamente. Ha taciuto la nostra casella di posta elettronica e la risposta della gentile segretaria è stata laconica: “Oggi non è possibile. Sono tutti in riunione. Provi a chiamare domani”. E allora al diavolo le spiegazioni e la chiarezza. I radicali scelgono, ancora una volta, di parlare al Paese attraverso il contorto stile pannelliano. E decrittare il codice Giacinto è davvero cosa ardua. Ma già stamattina sembra che che la rabbia radicale rientrerà in men che non si dica, magari previo ulteriore summit nel loft più osservato d’Italia (che ormai fa invidia persino alla casa del Grande Fratello). E allora si zittiranno i guardiani supremi della democrazia, torneranno a digiunare le ancelle dell’antipartitocrazia e in Parlamento, tra poco più di un mese, ritroveremo la solita e diligente pattuglia di innocui giapponesi.

venerdì 29 febbraio 2008

Suite Habana, abita qui la malinconia

Ideazione.com
29 febbraio 2008

Ogni tanto, quando i nostri mass media decidono che è giunto il momento, Cuba torna di moda. E’ successo nei giorni scorsi con le dimissioni di Fidel Castro e “l’elezione” del fratello Raul. Come sempre ci si è divisi tra filocastristi e anticastristi, difendendo da un lato l’unicità di una rivoluzione socialista ferrea e longeva, e dall’altro contestando l’innegabile e assoluta mancanza di democrazia e libertà nell’isola caraibica. Ma Cuba è sempre lì, adagiata al largo della Florida. Non è una novella Atlantide che scompare e riappare secondo le preferenze dell’intellighentsia occidentale. E a Cuba vivono dieci milioni di persone, schiacciate da una povertà sempre più evidente e dal peso di una dittatura asfittica. Ci sono pochi modi per rendersi conto della vera e quotidiana realtà cubana.Uno di questi è il cinema, strumento molto apprezzato, per ovvi motivi propagandistici, dalle dittature di ogni colore, e che quindi gode di un certo (seppur relativo) grado di libertà.
Capita, dunque, che anche il ferreo regime castrista si lasci scappare un film particolarmente esemplicativo della realtà cubana. E’ un film di qualche anno fa (2003), una via di mezzo tra documentario e cinema neorealista. La “trama” è semplice: una giornata per le vie di una città bella e struggente, alle prese con miseria, speranza e rassegnazione. Non ci sono attori né copioni; i protagonisti mostrano alle telecamere solo quello che fanno ogni giorno, senza invenzioni né artifici cinematografici. Conosciamo quindi Francisquito, bambino affetto dalla sindrome di Down, e suo padre Francisco, ex architetto che è diventato muratore, allorquando, rimasto vedovo, ha dovuto occuparsi del figlio. Oppure seguiamo la doppia vita di un giovane dipendente ospedaliero che di notte si trasforma in una luccicante (ma alquanto malinconica) drag queen. E ancora la triste felicità di Juan Carlos, vincitore del grottesco sorteggio che ogni anno permette a qualche centinaio di cubani di lasciare l’isola con destinazione Miami, a patto che non tornino più indietro. Ma il personaggio più emblematico di tutto il film è Amanda, settantanovenne triste che vende noccioline americane a pochi pesos. E’ l’unico personaggio che, nelle didascalie che chiudono il film, non ha un sogno, o meglio non ce l’ha più. E’ il simbolo di una Cuba rassegnata, defraudata da ogni speranza e prospettiva futura. Una Cuba vecchia e vicina alla morte che non vede spiragli, né vie d’uscita.
Qualcuno a questo punto si chiederà come ha fatto il regista Fernando Perez a girare (per giunta sotto il patrocinio dell’Istituto cubano di arte cinematografica) un film così realista, a tratti critico e straziante. Ebbene, il film è stato presentato al mondo come esaltazione del carattere cubano, dell’arte di apprezzare le piccole cose, di accontentarsi e di lottare giorno dopo giorno per vivere. E il regime ci è cascato, se è vero come è vero che la pellicola ha girato i festival di mezzo mondo e ha vinto addirittura undici Coral al festival del cinema dell’Avana. E i cubani? Come hanno reagito a questo struggente affresco di una realtà che purtroppo conoscono benissimo? Semplicemente non hanno reagito, perché a Cuba Suite Habana non è stato mai proiettato, se non in occasioni ufficiali alla presenza di pochi notabili del regime. Nonostante la prorompente libertà del mezzo cinematografico, quello castrista è pur sempre un regime dittatoriale, e la censura vigila e colpisce. Ma almeno il mondo occidentale ha potuto rendersi conto di come vivono i cubani, ha visto le case fatiscenti, la mancanza persino dei servizi igienici più elementari. Suite Habana ci permette per una volta di non fidarci dei racconti entusiastici dei Gianni Minà o dei Diego Armando Maradona. Le immagini parlano, anzi urlano, senza spirito apologetico né, dall’altro lato, anticastrismo a prescindere.
E la tristezza che alla fine assale lo spettatore (almeno quello sinceramente democratico e non ideologico) è frutto, oltre che delle eloquentissime immagini, anche di una colonna sonora trascinante e drammatica. Che sia un brano di musica classica o una salsa cubana, il risultato è sempre quello: l’esaltazione del tratto malinconico dell’indole cubana. Una malinconia che non stupisce, che è frutto della storia e che proprio nella storia (futura) cerca una sbocco. In fondo, i cubani la democrazia non l’hanno mai conosciuta. E Suite Habana è stato (e dovrà ancora essere) un monito per tutti noi occidentali: forse è ora di fargliela conoscere.

mercoledì 27 febbraio 2008

Bandiera rossa trionfa all'Ariston

Ideazione.com
27 febbraio 2008

Nonostante le rassicurazioni di Pippo Baudo e gli sketch allusivi dell’ottimo Chiambretti, questo festival è davvero “di sinistra”. Si badi bene: non parliamo della neosinistra veltroniana, quella in bilico tra liberalismo e statalismo, quella che rinnega l’identità e rincorre il centrodestra. La sinistra di Sanremo è figlia di retaggi antichi, è rossa per davvero. Niente “ma anche”, niente distinguo, tantomeno moderazione e rinnovata presentabilità, a parte una sola eccezione. Alla vigilia del Festival, il quotidiano Il Secolo d’Italia parlava addirittura di dodici canzoni dai testi impegnati e militanti. Forse è un’esagerazione, ma almeno sei brani musicali percorrono inequivocabilmente un fil rouge (nomen omen) politicamente schierato. Quattro “campioni” e due “giovani”, dalle sonorità e dagli stili molto diversi tra loro: dal pop ricercato e “similElisa” di L’Aura alla taranta di Eugenio Bennato, passando per il rap di Frankie Hi Nrg, le sonorità gipsy (alla Gogol Bordello, per intedersi) dei Frank Head, la tristezza aziendale dei Tiromancino e la canzone “d’autore” alla De Gregori di Valerio Sanzotta.
Proprio quest’ultimo ha sicuramente presentato il testo più retorico e stucchevole ed è anche l’unico che possiamo davvero definire veltroniano. Forse pensando al successo della canzone antimafia di Fabrizio Moro nel 2007, Sanzotta mette insieme in Novecento il Sessantotto (e non fu solo un sogno e non ci credemmo poco, mettere il mondo a ferro e fuoco), piazza Fontana (mentre un’altra stagione già suonava la campana, il primo rintocco fu a piazza Fontana), la morte di Enrico Berlinguer e quella tragica di Aldo Moro e Guido Rossa. Ma l’operazione non riesce, non fosse altro perché la minestra che ne viene fuori è troppo disomogenea e risulta indigesta.  Ecco, dunque, la summa dell’evoluzione della sinistra italiana: pacificazione nazionale (forzata e fuori tempo massimo), fusione della tradizione democristiana e quella postcomunista, linguaggi retorici e buonisti, abiura dell’identità del tempo che fu. Non ci stupiremmo se Veltroni usasse la canzone di Sanzotta nel prosieguo della campagna elettorale. In fondo è il suo pensiero politico-culturale messo in musica.
Ma il veltronismo sanremese, dicevamo, finisce qui. Poi è tutto un fiorire di rivoluzione, di diseredati, di vittime della guerra e della globalizzazione, della pace americana e del petrolio. Un immenso spot alla Sinistra Arcobaleno, altro che Pd. Il più onesto, a dire la verità, è Frankie Hi Nrg. Il rapper, almeno, è chiaro fin dal titolo. Rivoluzione. Selezionare solo qualche brano di questo incitamento alla sommossa e all’insurrezione è davvero cosa ardua. Si parte con una critica al cattocomunismo e alle genuflessioni della sinistra nei confronti della Chiesa (noi che qui pure Peppone sa il Vangelo e lo agita, un po’ si esagita, dopo un po’ si sventola), per poi lasciare spazio ai concetti base del grillismo dilagante: mettiamo al bando i vertici politici con tutti i loro complici, amici degli amici, chi ha svuotato i conti: incassano tangenti celandosi le fonti e han cappucci e cornetti sulle fronti. Ovviamente non poteva mancare l’ultimo accenno alla massoneria, in nome di una vecchia e stantìa retorica comunista. E ancora i furbetti del quartierino, le intercettazioni, le vallette nude, i paparazzi, le clientele. E il refrain è l’incitamento vero e proprio all’azione: qui si fa la rivoluzione senza alcuna distinzione, sesso, razza o religione: tutti pronti per l’azione. Ma è un invito ben presto deluso dagli eventi (forse dalla nascita del Pd e dalla modernizzazione, vera o presunta, della sinistra?): non si fa la rivoluzione, l’hanno detto in televisione. Chi c’è andato che delusione! Era chiuso anche il portone.
E mentre i pur bravi Frank Head (la guerra giusta o meno è sempre guerra, non cambia niente) e L’Aura (Dai peccati Madre Guerra assolverà chi la venererà oppure quante sono le persone che nel nome del Signore finiranno nella cenere?) si improvvisano pacifisti e malcelano uno spiccato antiamericanismo, e prima che arrivi Eugenio Bennato a far da padre nobile al ribellismo politicamente corretto del palco dell’Ariston, ci pensano i Tiromancino (già ospiti di manifestazioni di Ds e Margherita) a giocare un altro jolly: la precarietà e i licenziamenti selvaggi. Canzone musicalmente debole (e per il gruppo di Zampaglione è sicuramente strano) dal testo ancor più deludente: L’azienda non si tocca, l’azienda è al primo posto, e chi non fa più parte è come fosse morto. Io questo lo so bene e non mi sfiora il rimorso,
mando tutti a casa e mi tengo stretto il posto
. E' un'invettiva contro la figura del dirigente, essere semiumano dalla spiccata crudeltà. Ma dicevamo di Eugenio Bennato: il suo pezzo è ovviamente una taranta (magari provi anche a cambiare genere, ogni tanto) ma, si badi bene, contaminata. I coristi sono quattro: una ragazza salentina, due africane e un giovane arabo. Grande Sud è un inno al Mediterraneo, che potrebbe anche piacere se non fosse intrisa di retorica e luoghi comuni. Il ritmo c’è, il testo è pessimo: c’è una musica in quel sole che negli occhi ancora brucia nell’orgoglio dei braccianti figli della Magna Grecia. Era forse dai tempi della Cgil di Di Vittorio che non si sentiva più la parola “braccianti”. Per non parlare poi dell’abusato accenno all’emigrazione, a chi dorme nelle stazioni, ai “terroni” (nemmeno la Lega usa più questo epiteto!). Ma la colpa di chi sarà? Della globalizzazione, ça va sans dire: e sarà quella canzone […] che ha a che fare coi perdenti della civiltà globale, vincitori della gara a chi è più meridionale.
Alla fine della fiera, dunque, sembra che il Secolo d’Italia avesse ragione. Quantomeno a metà, perché in fondo il veltronismo fa capolino qua e là con tutto il suo bagaglio di retorica buonista. La politica sanremese è rossa (o arcobaleno, fate vobis) e l’inconciliabilità tra ribellismo e kermesse nazionalpopolare “fintochic” è solo apparente: non è forse la sinistra italiana ad aver sempre predicato la rivoluzione salvo poi guardarla comodamente dal salotto buono?

martedì 26 febbraio 2008

Europa targata Usa alla notte degli Oscar

Ideazione.com
26 febbraio 2008

L’ottantesima cerimonia di consegna degli Oscar non ha tradito le attese. Ci si aspettava il trionfo di Ethan e Joel Coen e del loro No country for old men, e così è stato. Il film dei geniali fratelli del Minnesota ha conquistato ben quattro statuette: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior attore non protagonista (lo spagnolo Javier Bardem). Tutte categorie importantissime, dunque, per un film che sdogana definitivamente anche nella Hollywood commerciale il talento dei Coen. Nonostante tanti capolavori girati negli ultimi vent’anni, i Coen in effetti si erano dovuti accontentare di un premio Oscar nel 1996 per la sceneggiatura di Fargo. Ma gli Oscar di quest’anno sembrano strizzare l’occhio a un cinematografia più colta e ricercata rispetto al passato. Ne è prova evidente l’en plein degli attori europei: oltre al già citato spagnolo Bardem (che in verità lo avrebbe meritato anche per Mar Adentro del 2004 e invece non fu nemmeno nominato), portano a casa l’ambita statuetta anche gli inglesi Tilda Swinton (attrice non protagonista in Michael Clayton) e Daniel Day-Lewis (meraviglioso protagonista de Il Petroliere) e la francese Mario Cotillard (l’Edith Piaf de La Vie en Rose). Il Vecchio Continente si fa largo a Hollwood, dunque? Senza dubbio l’affermazione del cinema europeo è stata notevole ma gli effimeri innamoramenti degli americani nei confronti del nostro cinema sono un fenomeno ciclico ben noto. E poi c’è da considerare anche un altro aspetto importante della faccenda: a parte la Cotillard, gli altri sono stati premiati per film a stelle e strisce.
E l’Italia? Anche quest’anno ci siamo difesi come potevamo, trionfando in due categorie a noi congeniali. Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo hanno portato a casa l’Oscar per le scenografie dell’ultimo film di Tim Burton, mentre Dario Marianelli (autore delle musiche di Espiazione) ha vinto il derby tutto italiano con Marco Beltrami (Un treno per Yuma). Davvero un peccato la mancata vittoria del corto Il Supplente, sicuramente un’opera importante per rivitalizzare il settore dei cortometraggi italiani. Ma, si sa, per qualcuno che vince e gioisce, molti altri incassano una sconfitta. E’ il caso della sempre brava Cate Blanchett, che aveva ricevuto addirittura due nomination per Elizabeth: the Golden Age e I’m not there. Proprio per la sua interpretazione dell’alter ego di Bob Dylan, l’attrice australiana avrebbe sicuramente meritato la statuetta. Nel film corale di Todd Haynes, un po’ criptico e di difficile comprensione ma che tanto è piaciuto agli intellettuali radical chic, la Blanchett è l’unico raggio di luce. Una prova d’attrice difficile e camaleontica, che la consacra definitivamente come una delle migliori intepreti della storia dell’arte cinematografica.
Poca America, comunque, nell’anno delle presidenziali. E’ strano che Hollywood non abbia voluto dare un messaggio politico proprio quest’anno. Eppure le star californiane si stanno spendendo moltissimo (forse addirittura troppo) nella campagna per le primarie, dividendosi tra Hillary Clinton e Barack Obama. Non si può parlare comunque di una cerimonia apolitica: nella categoria Miglior documentario ha infatti vinto Taxi to the dark side, sugli abusi americani commessi nelle carceri di Guantanamo e Abu Grahib. Annotazione dovuta, poi, per il commosso applauso tributato a Heath Ledger, il giovane e talentuoso attore australiano morto poche settimane fa. Come in ogni notte degli Oscar che si rispetti c’era anche tanto glamour sullo sfavillante red carpet, abiti griffati del valore di migliaia di dollari, persino scarpe tempestate di diamanti. Ma quello, ci si concederà questo piccolo snobismo, non è cinema.