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giovedì 24 aprile 2008

Cannes si ricorda del pubblico

Ideazione.com
24 aprile 2008

Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, allora il prossimo Festival del Cinema di Cannes (14-25 maggio) potrebbe rivelarsi davvero una graditissima sorpresa. Un mese fa avevamo parlato della noiosa spocchia radical chic che i più famosi festival cinematografici trasudano. Ovviamente non abbiamo cambiato idea, ma la presentazione dell’edizione 2008 della kermesse francese ci regala una timida speranza di cambiamento. Innanzitutto ci sarà una giuria composta da persone competenti, non coetanee di Matusalemme e soprattutto, e qui sta la novità principale, campioni di incassi al botteghino. Basta grandi guru del cinema di nicchia, persino Cannes strizza l’occhio al grande pubblico. Presidente sarà Sean Penn e, volendo mettere da parte le sue discutibili idee politiche, è senza dubbio uno che di cinema se ne intende eccome. Poi Sergio Castellitto, la bella e brava Natalie Portman, il regista messicano Alfonso Cuaron (Y tu mama tambien, e il Harry Potter prigioniero di Azkaban, I figli degli uomini), Natalie Portman (Star Wars, V per Vendetta, Closer), il giovane regista thailandese Apichatpong Weerasethakul, l’attrice tedesca di origini romene Alexandra Maria Lara e il regista francese Rachid Bouchareb. Con i suoi 55 anni, è proprio Castellitto ad essere incredibilmente il più vecchio giurato. Non eravamo abituati a tanta “gioventù”, se è vero che l’anno scorso il presidente era l’utrasessantacinquenne Stephen Frears e in giuria c’era anche Michel Piccoli, splendido attore ma da un pezzo oltre gli ottanta.
Qualche timido ma apprezzato segnale di ripresa si può notare anche nella lista dei film in concorso: innanzitutto Changeling, il nuovo film di Clint Eastwood (vecchiotto, non c’è dubbio, ma piace moltissimo anche alle nuove generazioni); poi l’attesissimo Gomorra di Matteo Garrone, tratto dal bestseller di Roberto Saviano; The Palermo Shooting di Wim Wenders; Linha de passe di Walter Salles, regista brasiliano del bellissimo e pluripremiato Central do Brasil; e poi il biografico Che di Steven Soderbergh e Il Divo (film su Giulio Andreotti) di Paolo Sorrentino. Pochi i film cinesi in gara, e questa non può che essere una buona notizia, un piccolo segno di cambiamento da parte di un festival che troppe volte ha strizzato l’occhio all’Oriente, allontanandosi troppo dai gusti più diffusi del pubblico mondiale. Ciliegina sulla torta i film fuori concorso Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo di Steven Spielberg, Maradona di Emir Kusturica, Chelsea Hotel di Abel Ferrara e Sanguepazzo di Marco Tullio Giordana.
Sembra quasi di non essere alla Croisette ma in un qualsiasi fantasmagorico cinema multisala. Qualcuno forse storcerà il naso, qualcun altro si lamenterà dell’assenza di questo o quel maestro iraniano o taiwanese. Noi, invece, applaudiamo la presumibile svolta del festival di Cannes. Nessuno vuole negare gli spazi prestigiosi al cinema d’autore o di nicchia, sia chiaro. Ma se nemmeno la più grande kermesse dedicata alla settima arte riesce a presentare film di ottima fattura ma anche graditi al pubblico, che senso ha poi lamentarsi del calo di affluenza nelle sale? Siamo sicuri, quindi, che l’edizione 2008 del Festival del cinema di Cannes avrà un successo clamoroso. Volete una prova? Spegnete il pc, scendete in strada, bloccate la prima persona che incontrate e mettetela di fronte a una semplice scelta: Steven Spielberg o Wong Kar Wai? Novantanove persone su cento (il radical chic potrebbe sempre capitarvi) sceglierà senza esitare il regista americano. E’ il pubblico che sceglie. Con buona pace degli spocchiosi cinefili da salotto.

venerdì 18 aprile 2008

W., il film anti-Bush di Oliver Stone

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18 aprile 2008

“Bene o male, purché se ne parli”. E’ ne Il ritratto di Dorian Gray che Oscar Wilde regala al mondo il suo aforisma più noto, successivamente ritoccato, riadattato e reinterpretato. Il succo, insomma, è che è sempre meglio essere oggetto di discussioni (positive o negative che siano) piuttosto che venire completamente ignorati. Forse è quello che pensa, ormai da otto anni, anche George W. Bush, quarantatreesimo presidente degli Stati Uniti, personaggio controverso e discusso, amato o visceralmente odiato, grande statista o rozzo ignorante figlio di papà. E nella quasi decennale lotta tra “bushiani” e “antibushiani” sta per fare irruzione l’ultima bomba, ovviamente ad orologeria, che farà certamente discutere. Stiamo parlando di W, il nuovo film di Oliver Stone sull’inquilino della Casa Bianca. Le riprese devono ancora iniziare (il 21 aprile il primo ciak in Louisiana) e già il polverone è bello che pronto, mediaticamente creato ad arte per lanciare quello che si preannuncia come uno dei film più attesi degli ultimi anni.
Michael Moore aveva provato a distruggere Bush con i documentari, riscuotendo molto successo in prevalenza fuori dai confini statunitensi e deliziando i circoli intellettuali radical chic del Vecchio Continente (basti pensare alla Palma d’Oro immeritata per Fahreneit 9/11). Ora il cinema lancia un’offensiva più tradizionale, una vera e propria biografia di celluloide per un uomo che, in fondo, è ancora contemporaneo, vivo e vegeto, tutt’altro che anziano. Perché, dunque, l’ultraliberal Oliver Stone ha deciso di anticipare i tempi? I motivi possono essere molteplici ma uno di questi (ovviamente prettamente politico) sembra essere più accreditato. Le elezioni di novembre si avvicinano e l’imponente macchina cultural-mediatica dei Democrats è in pieno assetto da guerra. Il regista di film come Platoon o Alexander, dunque, vuole entrare a gamba tesa nella campagna elettorale, forzando i tempi di lavorazione e montaggio pur di far debuttare la pellicola prima del giorno in cui gli americani sceglieranno il successore di Bush.
Ma quale George Bush verrà fuori dall’opera di Stone? Lo stesso regista ha più volte dichiarato che intende presentare “un ritratto verace di un alcolizzato che è diventato l’uomo più potente della Terra”, un ritratto che “sorprenderà sia i sostenitori che i detrattori del presidente”. Il cineasta amico di Cuba e amante della dietrologia complottistica (basti pensare a JFK), dunque, dice tutto per non dire nulla, preoccupandosi solo di creare il caso e far salire la già febbrile attesa. Chi ha letto la sceneggiatura, però, ha le idee abbastanza chiare: si tratterebbe di un mix di realtà e fiction, un melange dai confini labili e pericolosi che descriverà Bush in manierà fortemente critica e negativa. Alcool, odio verso il blasonatissimo padre, interessi privati, droga, accecante conversione religiosa, inettitudine, il tutto completato da un entourage di consiglieri e ministri senza scrupoli e dediti alla nefanda arte di organizzare guerre in giro per il globo. Non sono voci provenienti da ambienti repubblicani. Robert Draper, autore di Dead certain: the presidency of George Bush, è perentorio: “La sceneggiatura dà l’impressione che la Casa Bianca sia stata amministrata con la goliardia di una confraternita universitaria”. E ancora, Jacob Weisberg, autore di The Bush Tragedy, ha dichiarato di dubitare che “Stone voglia presentare un ritratto veritiero del presidente”.
I presupposti per il caso politico-cinematografico ci sono tutti. E anche i candidati democratici alla Casa Bianca Obama e Clinton attendono con ansia il risultato di tanta scientifica strategia antibushiana. Nessuno dei due, però, ha fino ad oggi cavalcato le discussioni sul film. E’ molto probabile che prima vogliano rendersi conto di quanto Oliver Stone si è spinto in là nella sua invettiva di celluloide. Conoscendo le posizioni del regista, in effetti, non ci stupiremmo se il risultato risulterà indigesto e eccessivo persino al più antibushiano e radicale dei democratici americani.

venerdì 11 aprile 2008

Guida di celluloide per sinistri astenuti

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11 aprile 2008

Nel 2006, alle ultime elezioni politiche, l’affluenza era stata imponente: l’83,6 per cento degli italiani si era recato a votare. Ciononostante, un altrettanto considerevole 16,4 per cento, più di sette milioni e mezzo di persone, aveva deciso di non esercitare il proprio diritto di voto. Sembra che questa volta, almeno secondo i più autorevoli osservatori, gli italiani che si chiuderanno in casa il 13 e il 14 aprile, desiderosi di non sapere nulla sui risultati elettorali, saranno addirittura di più. E pare che la grande maggioranza sia composta da elettori delusi dal centrosinistra. E’ a loro, dunque, che dedichiamo questo “vademecum cinematografico di resistenza” , una lista di film, vecchi e nuovi, per trascorrere due giornate lontano dal marasma politico del Bel Paese. Abbiamo cercato di pensare un po’ a tutti, percorrendo idealmente le molte anime della sinistra italiana, di ieri e di oggi, molte delle quali non riescono a rassegnarsi alla svolta veltroniana. Pellicole vecchie, nuove, in bianco e nero, a colori, drammoni e commedie, capolavori d’autore e successi commerciali. Un pot-pourri di celluloide per sopravvivere, e non è facile, a due giorni lunghi e massacranti.
Cominciamo con i veltroniani pentiti, quelli che l’Africa innanzitutto, quelli che “Ah, se avessimo un Kennedy in Italia”. Per loro JFK e Bobby sono due must. Il primo, diretto da Oliver Stone, è un’accurata opera complottistica, incentrata sulle indagini successive all’assassinio di Dallas. Nel film, che più che celebrare il presidente della “Nuova Frontiera”, cerca la cospirazione tra le pieghe della storia, si respira comunque l’aria di un’America che si era illusa, che sperava in un cambiamento radicale e ora faceva i conti con la frustrazione di un sogno svanito troppo presto. Assassinio a parte, ça va sans dire, questa disillusione è la stessa che provano oggi i veltroniani della prima ora, quelli che credevano davvero nel sogno democratico alla Kennedy e che oggi, forse, hanno visto il tutto svanire nel polpettone cattocomunista del Pd. Ma la pellicola giusta per i kennediani duri e puri è senza dubbio Bobby, film del 2006 diretto da Emilio Estevez. Stavolta il protagonista è Robert Kennedy, il fratello minore che aveva raccolto l’eredità politica di JFK. Il film trasuda ammirazione per il clan più famoso d’America e la cosa non deve stupire, se è vero che Emilio Estevez è il figlio di Martin Sheen, uno degli attori più impegnati sul versante liberal. Bobby morirà come il fratello, e questa è storia nota. Ma gli appassionati italiani troveranno nel film un’aria radical chic che colmerà il vuoto desolante provocato dal profeta del “ma anche”.
Ma la categoria che forse avrà più bisogno di conforto, nei duri giorni elettorali, sarà quella dei comunisti non pentiti, degli orfani del Bottegone, di quelli che non vogliono morire democristiani e neanche seguaci di Bertinotti, così lontano dall’ortodossia dei tempi che furono. Per loro c’è un classico: Berlinguer ti voglio bene, con Roberto Benigni, diretto da Giuseppe Bertolucci. La pellicola (girata nel 1977) è la perfetta incarnazione del comunista di fine anni Settanta, impantanato negli anni più duri della sinistra italiana, quelli dell’eurocomunismo, della via italiana al socialismo, del compromesso storico, della minaccia extraparlamentare. Un film per chi, nonostante siano passati trent’anni, non vuole saperne di riporre nell’armadio il tanto amato eskimo. E per chi vuol far finta che il muro di Berlino sia ancora lì, è d’obbligo la visione di Goodbye Lenin, apprezzabile film tedesco sulla nostalgia dei tempi della Ddr, incentrato sull’ostinata negazione dei progressi della storia.
Per i prodiani-girotondini, ecco a voi l’intramontabile Nanni Moretti e il suo Aprile. C’è poco da dire su questo film, basta una citazione, che riaccenderà lo spirito ulivista anche nell’animo dell’elettore più deluso: “D'Alema reagisci, rispondi, dì qualcosa! Reagisci! E dai! Dai, rispondi! D'Alema dì qualcosa, reagisci, dai! Dì qualcosa, D'Alema rispondi. Non ti far mettere in mezzo sulla giustizia proprio da Berlusconi! D'Alema, dì una cosa di sinistra, dì una cosa anche non di sinistra, di civiltà, D'Alema dì una cosa, dì qualcosa, reagisci!”
Chiudiamo con la categoria più accanita e rabbiosa, quella che negli ultimi 15 anni è venuta su a pane e livore: gli antiberlusconiani integralisti, i tintinnatori di manette, le anime belle della legalità ad ogni costo, i pasionari del conflitto di interessi. Gli amici di Marco Travaglio, per intenderci. Per loro, che tanta frustrazione provano nei confronti di chi, oggi, vuole addirittura dialogare con l’odiato despota di Arcore, c’è un capolavoro della cinematografia mondiale: Quarto potere, di Orson Welles. Manifesto della lotta al capitalismo senza cuore, all’inumana natura di chi accumula ricchezze e le utilizza per raggiungere il potere, questa pellicola del 1941 è la Bibbia di un’intera generazione di antiberlusconiani, quelli che credono che Orson Welles, più di mezzo secolo prima, avesse già tracciato alla perfezione la figura del Cavaliere. Kane è Berlusconi, c’è poco da fare. E in molti sperano che anche il leader del centrodestra finisca i suoi giorni da solo, abbandonato da tutti, pensando alla sua vita e pentendosi amaramente di non avere apprezzato a sufficienza le cose semplici.

giovedì 10 aprile 2008

Malati e disabili, il voto negato

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10 aprile 2008

intervista ad Alessandro Capriccioli

“Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”. Così recita l’articolo 48 della Costituzione italiana, a garanzia di un diritto di voto che rappresenta il principale diritto individuale da tutelare in democrazia. Eppure nel nostro Paese sembra che non vada proprio così. Centinaia di migliaia di persone, infatti, non possono esercitare il loro diritto di voto, a causa di un vuoto normativo allarmante. Stiamo parlando delle tantissime persone che, per motivi di salute, sono impossibilitati a recarsi materialmente al seggio elettorale e non possono, a meno che non dipendano da macchine elettromedicali, esprimere la propria preferenza. Ma cerchiamo di riassumere cronologicamente la vicenda: fino al 2006 non esisteva nessuna norma legislativa sul voto a domicilio e solo grazie alle pressioni dei Radicali e dell’Associazione Coscioni, l’allora ministro dell’Interno Beppe Pisanu mise a punto una legge che, seppure in maniera limitata e insufficiente, garantiva perlomeno il diritto di voto domiciliare a chi dipende da macchine elettromedicali. Nello stesso anno, da più parti era arrivata la solenne promessa: “Queste saranno le ultime elezioni senza diritto di voto domiciliare per motivi di salute”. Ebbene, due anni dopo si torna a parlare dell’argomento e nemmeno il 13 e 14 aprile, centinaia di migliaia di cittadini potranno esercitare il loro diritto di voto.
Alessandro Capriccioli, membro della giunta dell’Associazione Luca Coscioni e responsabile del portale “Soccorso Civile”, da tempo si occupa di questo argomento, cercando di rompere il muro di sorda indifferenza che le istituzioni hanno eretto. Intervistarlo, dunque, è un modo efficace per parlare di un problema che i mainstream media sembrano ignorare, così come le istituzioni che, invece, dovrebbero risolverlo.
Quanti sono i malati e disabili che, non rientrando nella normativa del 2006, non possono esercitare il loro diritto di voto?
Si tratta di una quantificazione difficile e molto variabile. Basti pensare ai malati che, pur non dipendendo da macchine elettromedicali, non possono recarsi materialmente al seggio senza pregiudicare il loro stato di salute. Pensiamo, ad esempio, a un individuo affetto da sclerosi laterale amiotrofica che non ha ancora bisogno del respiratore per vivere. E’ evidente l’impossibilità di recarsi al seggio, così come lo è per moltissime altre patologie, anche non croniche. Esempio banale ma efficace: un malato di polmonite, che quindi non rischia sicuramente di morire ma non può comunque muoversi fino alla completa guarigione, con le leggi vigenti non può in alcun modo recarsi a votare. E quando non ci sono patologie gravi, spesso i disabili o i malati si trovano a dover combattere contro le barriere architettoniche presenti in numerosissimi seggi elettorali del nostro Paese. Una quantificazione precisa, dunque, è quasi impossibile. Ma è evidente che stiamo parlando di numeri davvero alti.
La normativa vigente, dunque, tradisce un principio costituzionale?
De jure il diritto di voto è garantito. Ma de facto sì, siamo in presenza della negazione di uno dei diritti civili e politici fondamentali.
La Lega Arcobaleno, una Federazione di associazioni impegnate sui problemi della disabilità e dell'handicap, su richiesta dell’Associazione Coscioni, ha recentemente presentato una proposta di legge. Crede che la prossima legislatura riuscirà a colmare questo vuoto normativo?
Vorrei essere smentito, ma credo che sia molto difficile una soluzione rapida del problema. La questione è soprattutto di spesa. Il voto a domicilio costa e poi in Italia c’è sempre una terribile paura di possibili brogli elettorali. Per quanto riguarda la mancanza di fondi, si tratta di una motivazione che colpisce, purtroppo, sempre le persone senza voce. Facciamo un esempio: se gli autotrasportatori si vedono negare più fondi per la loro categoria, bloccano le autostrade per qualche giorno, paralizzano il Paese fino a quando le autorità non si piegano alle loro richieste. I malati e i disabili cosa possono fare? Non possono bloccare il Paese, e quindi non vengono ascoltati. Tornando alla sua domanda, quello che posso garantire è che i parlamentari radicali faranno di tutto per sottoporre la questione al Parlamento.
La situazione è migliore per quei malati dipendenti da apparecchiature elettromedicali e che quindi rientrano nella normativa del 2006?
La procedura è burocraticamente complicatissima. Alcune amministrazioni locali non hanno consentito il voto domiciliare anche a chi ne aveva diritto e aveva portato a termine tutta la trafila burocratica necessaria. E’ evidente, dunque, che bisogna operare sia sul piano pratico che su quello amministrativo.
Oltre ai Radicali, qualche altro partito si è impegnato fattivamente in questa battaglia?
No, fatte salve le disponibilità fittizie di circostanza che non si sono mai concretizzate, per quanto riguarda il mondo politico siamo stati i soli a farci carico del problema. Ma non è l’unico caso, né l’ultimo. Siamo abituati a condurre battaglie in solitario. Per fortuna il mondo delle associazioni è più sensibile alla questione. La Lega Arcobaleno, come diceva, ha addirittura presentato una proposta di legge. E anche la Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) è molto attiva.
Recentemente in Spagna hanno approvato il voto in braille, per permettere ai non vedenti di entrare in cabina senza dover essere accompagnati e assistiti. In Spagna non hanno problemi di copertura finanziaria o è solo una questione di volontà politica?
E’ senza dubbio questione di volontà. Basti pensare che molti altri Paesi europei hanno legiferato in favore del diritto di voto a domicilio, e non solo per malati e disabili. In Germania e in Austria, ad esempio, si può votare a domicilio anche senza condizioni particolari. Un elettore che per un motivo o l’altro non vuole o non può recarsi alle urne, può comunque esercitare il proprio diritto di voto a casa propria.
Ma secondo lei perché le istituzioni italiane non hanno ancora risolto questa situazione paradossale?
E’ tutto frutto della solita paralisi della politica italiana nei confronti dei malati. D’altronde, basti pensare a temi importanti come la riforma del nomenclatore tariffario o l’eutanasia: c’è una voragine tra politica e società civile. La classe dirigente di questo Paese tende a ignorare argomenti che invece destano molto interesse nell’opinione pubblica. La politica non è rappresentativa dell’opinione pubblica. E, guarda caso, questo accade quasi sempre quando si cerca di dare spazio a chi non ha voce.
L’impegno di “Soccorso civile” va proprio in questo senso, aiutare i cittadini ignorati dalle istituzioni?
Sì, Soccorso civile è un portale dedicato proprio all’assistenza ai cittadini che si trovano ad affrontare una legislazione proibizionista. E il problema di cui stiamo parlando è anche molto più vasto di quello che sembra. Il voto assistito, ad esempio, è un calvario per molte persone. Persino persone autistiche o affette dalla sindrome di Down hanno visto negato il loro diritto ad essere accompagnati e assistiti all’interno della cabina elettorale. In un Paese come il nostro, in cui tutti dicono di operare per il bene della famiglia, a volte ci si dimentica che nelle famiglie italiane ci sono anche malati e disabili. Sarebbe opportuno ricordarsene più spesso.

lunedì 7 aprile 2008

Mille Jesse Owens invadano Pechino

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7 aprile 2008

Anche dopo le contestazioni e gli scontri che ieri hanno animato una fredda e innevata Londra, il viaggio della torcia olimpica continua imperterrito, forte del rifiuto da parte dei leader occidentali (eccezion fatta per Nicolas Sarkozy) di prendere in considerazione l’ipotesi del boicottaggio. E mentre Jacques Rogge, presidente del Comitato olimpico internazionale, invita Pechino a risolvere pacificamente la situazione tibetana, forse è utile fare un salto indietro nel tempo per cercare possibili altre soluzioni all’impasse olimpica. L’immagine di Jesse Owens, che per primo taglia il traguardo sotto la tribuna d’onore dell’Olympiastadion di Berlino, rimarrà per sempre nella storia dello sport. Non soltanto perché le prestazioni su pista dell’afroamericano rappresentano un livello d’eccellenza difficilmente immaginabile a quei tempi, ma soprattutto perché al centro di quella tribuna d’onore c’era un uomo in divisa, soliti baffetti, espressione corrucciata. Quell’uomo era Adolf Hitler e si trovava in quello stadio per celebrare la superiorità atletica della razza ariana. Ecco perché, dunque, le imprese di Owens travalicano lo sport e irrompono con forza nella storia del Novecento. Uno smacco così umiliante, davanti agli occhi del mondo, proprio in casa di chi sosteneva (con le terribili conseguenze future che conosciamo) che neri, ebrei, zingari e “razze miste” erano inferiori (nella mente e nel fisico) ai biondi e alti teutonici.
L’Olimpiade del 1936 rimane, anche volendo prescindere da Jesse Owens, una delle macchie indelebili della storia di questa gloriosa manifestazione. Semplicemente perché si andava a festeggiare lo spirito “decoubertiano” (e allora era davvero più diffuso rispetto a oggi) in un Paese schiacciato da una dittatuar terribile, che privava i cittadini delle libertà fondamentali e stava già preparando il folle piano di conquista dell’Europa (nel 1938 la Germania nazista occuperà la regione dei Sudeti, nel 1939 annetterà l’Austria e scatenererà il conflitto mondiale con l’invasione della Polonia). Chissà se qualcuno, all’epoca, si era interrogato sull’opportunità o meno di svolgere quelle Olimpiadi, chissà se qualcuno, nel mondo libero, si sentiva a disagio a sfilare, esultare, gioire, competere, sotto gli occhi di Adolf Hitler. Quello che sappiamo di certo, tuttavia, è che oggi, settantadue anni dopo, il dilemmo si ripropone in tutta la sua difficoltà di soluzione. Pechino 2008: boicottaggio o no? Chiariamo, a scanso di equivoci, che la Cina di oggi (diverso sarebbe parlare della Cina di Mao) non è paragonabile tout court al regime nazista. Non fosse altro perché i freschi e copiosi capitali cinesi irrorano da tempo un Occidente in crisi economica e di identità. Non fosse altro perché viviamo nell’epoca della globalizzazione e della delocalizzazione, con migliaia di aziende occidentali che sbarcano in Cina alla ricerca di maggiore produttività a prezzi stracciati.
Ma il problema di fondo rimane: la Cina non è un Paese democratico. Partito unico, pensiero unico, completa mancanza di libertà fondamentali come garanzie sindacali, tutela del lavoro di minori e donne, assenza di libertà religiosa, e potremmo continuare ancora per molto. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è di questi giorni: la terribile repressione nel sangue delle manifestazioni in Tibet. L’idea del boicottaggio delle Olimpiadi (che verranno inaugurate l’8 agosto) era già circolata mesi fa per altri e non meno gravi motivi, ma la situazione tibetana ha dato più forza a una tendenza che era (e forse è ancora) minoritaria. Il mondo libero, o almeno di esso che conta, crede che boicottare le Olimpiadi non serva a nulla, che lo sport non c’entra con la politica (quando conviene, però, diventa strumento sociale, mezzo di fratellanza, e così via), che la migliore manifestazione di dissenso sarebbe partecipare alle Olimpiadi e mettere sotto i riflettori del mondo intero i problemi cinesi. Quest’ultima tesi è senza dubbio la più condivisibile, fermo restando che se in questi mesi Pechino non dimostrerà almeno la buona volontà di risolvere un po’ di questioni aperte, crediamo che il boicottaggio rimanga un’arma da non escludere a priori.
Però la partecipazione con “testimonianza” potrebbe essere un’idea da tenere in considerazione. In mancanza di atleti tibetani o uighuri (altra minoranza vessata nel Turkestan orientale), spetterebbe agli sportivi occidentali manifestare un dissenso fermo e pacifico. I modi della protesta potrebbero essere molteplici: indossare le classi spillette con la scritta “Free Tibet” o “Democracy in China”; sventolare, magari dopo una vittoria epica, di quelle che solo i Giochi Olimpici sanno regalare, la bandiera tibetana, o quella di Taiwan (altra questione spinosissima che la comunità internazionale non sa affrontare). Sarebbero gesti semplici, ripresi da migliaia di telecamere e seguiti in diretta da miliardi di persone. Gesti pacifici, dimostrativi, ma ricchi di significato. E gli atleti non dovrebbero temere ritorsioni da parte delle autorità cinesi: nemmeno un regime sfrontato come quello di Pechino può permettersi colpi di mano del genere durante le Olimpiadi.
Non ci sarà un Jesse Owens tibetano a gioire per l’oro sotto la tribuna di Hu Jintao, purtroppo. Ma ci potrebbero essere decine di atleti occidentali pronti a sostenere la causa della libertà non solo di uighuri o tibetani, ma anche (e soprattutto) di un miliardo e mezzo di cinesi che vivono ancora senza diritti e libertà. Se proprio il boicottaggio non può venir preso in considerazione da un Occidente pavido e interessato, ci pensino almeno gli atleti a dimostrare ancora una volta che lo sport può valere più di mille summit politici. Se così sarà, si potrebbe pensare di sostituire l’Onu con il Cio. Almeno ci divertiremmo di più.

venerdì 4 aprile 2008

Madonna sfida il mito di Casablanca

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4 aprile 2008

Mettere insieme due icone della cultura pop del Ventesimo secolo non equivale automaticamente a un successo garantito. Soprattutto se le due icone sono il film Casablanca e la cantante Madonna. Sembra che miss Ciccone, infatti, voglia rilancia la propria carriera di attrice proprio interpretando il mitico ruolo che fu di Ingrid Bergman. Nella celebre pellicola di Michael Curtiz del 1942, che ormai occupa una posizione di primo piano nella storia della cinematografia mondiale, la Bergman, allora ventisettenne, viveva una tormentata e avvolgente storia d’amore con Humphrey Bogart, in un Marocco pieno di spie e intrighi all’epoca della Seconda guerra mondiale. Ora pare che Madonna voglia attualizzare il copione e trasferirlo nella Baghdad odierna, ambientando una struggente love story nell’Iraq della guerra contro Saddam.
La più grande popstar di tutti i tempi, dunque, vuole cimentarsi come attrice nel remake del film più famoso di tutti i tempi. Un incrocio pericoloso, se è vero che anche le majors americane non sono affatto convinte della bontà dell’idea. Madonna, però, ha urgente bisogno di risollevare le sue sorti di attrice, dopo il clamoroso flop di Swept Away, altro remake di Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (1974), grande successo di Lina Wertmuller, con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato. Critiche impietose e cinema vuoti, per un progetto al quale la cantante di origini italiane e il marito Guy Ritchie (regista del film) credevano moltissimo. Comprensibili, quindi, le titubanze dei produttori hollywoodiani, che non hanno alcuna intenzione di rischiare così tanto (in termini di denaro e di immagine) in un’idea così ambiziosa e difficile.
Ma se le remore, almeno ufficialmente, sembrano perlopiù economiche, non manca chi boccia l’idea a prescindere, criticando l’assoluta mancanza di talento cinematografico di Madonna. Naturalmente, quando una star del suo calibro si cimenta in ambiti diversi da quello di appartenenza, le critiche sono sempre dietro l’angolo. Ma, volendo essere obiettivi e scevri da ogni snobismo da cinema “puro”, miss Ciccone ha dato più volte prova di saperci fare anche nelle vesti di attrice. Da Cercasi Susan disperatamente (1985) a Evita (1996) passando per Dick Tracy (1990) e Four Rooms (1995), Madonna ha offerto prove d’attrice di buon livello, smentendo chi vedeva il suo impegno cinematografico come un’operazione commerciale fine a se stessa. Ovviamente, tra pellicole buone e dignitose e un capolavoro come Casablanca, c’è un abisso. Ma la cantante ha sempre dimostrato di volersi mettere in gioco: in venticinque anni di carriera ha lanciato mode planetarie per poi abbandonarle e percorrere nuove vie; ha inventato nuovi stili musicali, mischiando tra loro quelli già esistenti; si è sempre dimostrata, insomma, capace di aprire nuove strade. Chi segue le vicende della vulcanica Ciccone, dunque, non è sorpreso da questa ennesima sfida. Bisognerebbe spiegare a Madonna, però, che toccare il mito di Casablanca (e di Ingrid Bergman) non è roba di poco conto. In caso di fallimento le ripercussioni sulla sua carriera (forse anche quella musicale) potrebbero essere pesanti. Ma quando sei arrivata a cinquant’anni, dopo aver venduto quasi 400milioni di dischi e riempito all’inverosimile gli stadi di tutto il mondo, forse questi calcoli non li fai più. E allora, perché no, facciamola provare. In fondo non siamo curiosi di vedere Madonna nei panni (scomodi) della mitica Ilsa?

venerdì 28 marzo 2008

L'insostenibile noia dei Festival

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28 marzo 2008

Venezia, Cannes, Berlino, Locarno, Toronto. Sono le sedi di alcuni dei festival cinematografici più importanti al mondo, i luoghi in cui il cinema fa bella mostra di se, cercando di darsi un’aria intellettuale, ricercata, d’autore. I risultati sono altalenanti, semplicemente perché questa ossessiva ricerca della cultura alta a volte si ridicolizza, diventa parodia di se stessa, raggiunge picchi di snobismo culturale difficilmente comprensibili per un’arte così di massa come il cinema. E proprio per colpa (o per merito, secondo i critici più fini e intellettuali) di questa tendenza, i premi più importanti sono quasi sempre assegnati a film d’autore, spesso incomprensibili, quasi sempre inguardabili. E’ un must, ad esempio, ospitare o premiare pellicole dell’Estremo Oriente. Senza un regista coreano o cinese il festival non ha senso, non è cosmopolita, non dà spazio alle sensibilità artistiche e raffinate della cinematografia asiatica. Zhang Yimou, regista cinese di capolavori assoluti come Lanterne rosse, Hero o La foresta dei pugnali volanti, è senza dubbio il più noto al grande pubblico. Ma qualcuno ci sa parlare della cinematografia di Jia Zhang-ke (vincitore del Leone d’Oro nel 2006), Wang Quan An (Orso d’Oro a Berlino nel 2007), Shuo Wang (Pardo d’Oro a Locarno nel 2000)? Temiamo di no, a conferma del fatto che i Festival cinematografici celebrano un rito chiuso, tra pochi eletti, senza coinvolgere il grande pubblico. All’esasperato (ed esasperante) snobismo di celluloide, gli organizzatori degli happening sopperiscono con le presenze di grandi star che fungono da specchietto per le allodole. Migliaia di persone si riversano sulla Croisette o al Lido per vedere i Brad Pitt, i Tom Cruise e le Nicole Kidman. Scattata la foto di rito (magari a centinaia di metri di distanza), i cinefili tornano a casa, infischiandosene dell’ultimo capolavoro (o presunto tale) di questo o quel cineasta asiatico.
Negli ultimi anni, solo la Festa del Cinema di Roma ha provato a cambiare la situazione. La manifestazione capitolina, voluta dal cinefilo sindaco Walter Veltroni, ha affidato l’assegnazione dei premi a una giuria popolare, ovviamente composta da appassionati, cercando di scongiurare i finali annunciati degli altri festival, con nomi impronunciabili alla ribalta e scarso interesse da parte del grande pubblico. Nel 2006, prima edizione dell’happening romano, l’operazione è miseramente fallita: premio al semisconosciuto regista russo Kirill Serebrennikov e tanti saluti all’attesa “operazione cinema di massa”. Lo scorso anno, invece, le cose sono andate diversamente: ha vinto Juno, film americano di Jason Reitman, campione di incassi al botteghino, pellicola intelligente ma non stucchevole, riuscita senza essere noiosa.
Per fortuna c’è il Sundance Film Festival, che si svolge a Park City (Utah). Dedicato al cinema indipendente, è stato ideato e organizzato da Robert Redford. Filtrando l’ovvia tendenza liberal (a volte eccessiva e fastidiosa), si tratta di un appuntamento imperdibile per quegli appassionati che vogliono scovare piccoli e grandi gioielli nascosti. Ricercatezza, finezza intellettuale, risvolti sociali e politici: c’è tutto quello che si può trovare a Venezia, Cannes o Berlino. Con una sola differenza sostanziale: il Sundance si preoccupa di selezionare e valorizzare film di valore che possono piacere al grande pubblico. Niente nomi astrusi ad ogni costo, niente noiosissimi e lunghissimi polpettoni. Nello Utah si celebra il vero cinema intelligente, che si offre alla gente senza steccati né snobismi di maniera. Non stupisce, dunque, che proprio i giovani sono i più grandi frequentatori e sostenitori dell’appuntamento americano. Mentre a Venezia, Cannes e Berlino sfilano ministri in smoking (che magari non sono mai andati al cinema) che applaudono i noiosi film di cinesi, coreani, iraniani e giapponesi, a Park City un esercito di giovani appassionati in jeans e maglietta dà i voti al cinema del futuro. Gli organizzatori dei grandi festival internazionali difficilmente riusciranno a capire i loro errori e a porvi rimedio. A meno che un coraggioso e solerte spettatore non salga improvvisamente sul palco della premiazione e parafrasi il fim vincitore con le liberatorie parole che il ragionier Ugo Fantozzi dedicò alla Corazzata Potemkin.

venerdì 21 marzo 2008

10.000 a.C., tanti effetti e poca trama

Ideazione.com
21 marzo 2008

Il battage pubblicitario per il lancio di 10.000 AC poteva nascondere una duplice interpretazione: ci trovavamo di fronte a un capolavoro del cinema o a un film costoso ma riuscito male, e che quindi necessitava di laute entrate al botteghino. Dopo averlo visto, confidando nella innegabile bravura del regista Roland Emmerich (Independence Day, The day after tomorrow), abbiamo decisamente optato per la seconda opzione. 10.000 AC è indubbiamente un film tecnicamente notevole, con ambientazioni grandiose e degne dei kolossal del tempo che fu. Ma la trama è scarna, i dialoghi poveri e a volte persino ridicoli. La storia di D’Leh, giovane membro di una tribù di cacciatori, sa di già visto, di canovaccio usato e abusato in passato: il giovane protagonista interpreta il classico ruolo dell’eroe messianico, del liberatore, del capopopolo coraggioso e vittorioso.
La trama, in breve, è questa: in seguito a una carestia che colpisce la tribù, la vecchia “sciamana” invoca gli spiriti e profetizza l’ascesa di un cacciatore coraggioso che salverà il suo popolo dalla rovina. Con un salto di molti anni, ritroviamo D’Leh già adulto, fisicamente possente, moralmente impeccabile, che si innamora della trovatella Evolet. Non poteva mancare la storia d’amore, dunque, che sarà il vero motore della vicenda. E proprio il rapimento di Evolet (e di molti altri membri della tribù) da parte dei “demoni a cavallo” (gli egiziani), scatena la reazione di D’Leh. Comincia così un viaggio avventuroso attraverso montagne, vallate, foreste tropicali e deserti per raggiungere la bella in pericolo, fino a scoprire un mondo che i poveri cacciatori non potevano neanche lontanamente immaginare. Dalle nevi perenni al rigoglioso Nilo, dalle capanne di rami alle maestose piramidi egiziane, alla cui costruzione lavorano migliaia di schiavi rastrellati in tutta l’Africa orientale (tra cui Evolet e gli altri membri della sua tribù). La parte finale della storia, tra colossali scene di massa particolarmente suggestive, è di una prevedibilità spiazzante: D’Leh libera gli schiavi, uccide il faraone e torna tra le sue montagne ammantato di gloria e splendore. Non prima, però, di aver assistito a una poco credibile (ma molto prevedibile) resurrezione di Evolet.
Fin qui la storia. Per quanto riguarda il risultato strettamente tecnico, c’è poco da dire: Emmerich è un maestro degli effetti speciali e delle ambientazioni da kolossal. Lo ha dimostrato in Independence Day e poi nel blockbuster catastrofico The day after tomorrow. 10.000 AC non fa eccezione e il regista tedesco trapiantato negli Usa conferma la sua particolare attitudine alla grandiosità delle scene. Però non basta, non in questo caso. Innanzitutto perché storicamente il film è impreciso, approssimativo, un collage di eventi e situazioni per nulla omogenei tra loro. Le piramidi, ad esempio, sono datate attorno al 2750 a.C. e solo alcune teorie (peraltro storicamente e scientificamente discutibili) fanno riferimento al 10.000 a.C. E poi che dire della tigre dai denti a sciabola che fa capolino a un certo punto del film in una foresta tropicale? Anche in questo caso, Emmerich si rifa a teorie di nicchia, accreditando l’ipotesi che l’imponente animale vivesse anche in quelle zone e con quel clima. Ma in fondo è cinema, finzione, fantasia. E potremmo anche perdonare gli azzardi storici. Quello che non riusciamo ad apprezzare, però, è il piattume narrativo, il messaggio banale, il buonismo di maniera.
Liberare migliaia di persone dalla schiavitù, da Mosé in poi, è sempre stata un’azione meritoria. Ma proprio perché la storia (anche quella del cinema) è piena di episodi del genere (peraltro molti ambientati proprio in Egitto), ci chiediamo se Emmerich non avrebbe potuto offrire qualcosa di più originale. Anche perché è davvero un peccato che questo film non sia riuscito. I presupposti c’erano tutti: il regista veniva dal successo planetario di The day after tomorrow, il budget era alto, la perizia tecnica innegabile. Ma sulle colline di Hollywood, a volte si predilige un po’ troppo il lato spettacolare di una pellicola, a scapito del plot narrativo che, in fondo, dovrebbe essere l’asse portante di ogni film. Il cinema d’autore tout court non ci ha mai appassionati più di tanto, ma vogliamo sperare che tra i noiosi polpettoni del cinema francese e le americanate tutte spettacolo e poca trama ci sia una ragionevole via di mezzo.

mercoledì 19 marzo 2008

I politici italiani troppo cauti sul Tibet

Ideazione.com
19 marzo 2008

Ci voleva il terribile dramma tibetano per svegliare i nostri politici, anche se per poco, dal torpore di una stagnante campagna elettorale. Esponenti di ogni coalizione o partito hanno detto la loro sulla situazione a Lhasa e sulla cruenta repressione cinese delle manifestazioni di protesta. L’evolversi degli eventi in Tibet, quel lontano e fascinoso altopiano dall’altissimo valore simbolico e culturale, visto dall’Italia, attraverso il provvidenziale aiuto dei lanci di agenzia, assume una luce diversa, un chiaroscuro tutto da analizzare. Sincere posizioni democratiche, piccole ipocrisie di bottega, frasi di circostanza dette svogliatamente, richieste di reazioni dure e significative e a volte, purtroppo, completa indifferenza.

A smuovere le acque ci avevano pensato Radio Radicale e il quotidiano il Riformista, promotori di una manifestazione che proprio oggi riempirà Campo de’ Fiori al grido di “Siamo tutti tibetani”, e alla quale ha aderito anche la nostra redazione. Antonio Polito, presentando l’evento sulle colonne del Riformista di lunedì, ha lanciato un duro j’accuse nei confronti di chi non sembra particolarmente interessato alle vicende tibetane, fornendo una classificazione azzeccatta: “Siamo tutti tibetani, dunque. Ma è vero? Certamente no, altrimenti non ci sarebbe bisogno di andarlo a dire in una piazza. […] Tra di noi, per esempio, ci sono molti “cinesi”, persone per bene che però non vogliono guai, che sanno che la Cina è già una superpotenza. Che pensano che i nostri commerci e i nostri affari richiedono discrezione e prudenza. O che semplicemente hanno paura di rompere le scatole in difesa di un piccolo popolo che, in fin dei conti, è un affare interno cinese. Poi ci sono gli “anti-americani”, quelli che sarebbero pronti a tutto in nome di tutti i popoli angariati dall’altra e più cattiva superpotenza; ma non muovono un dito se non c’è l’occasione di bruciare una bandiera a stelle e strisc”e. E’ difficile dare torto al senatore uscente della Margherita. E forse anche le sue parole hanno contribuito a provocare quella ridda di dichiarazioni che ha fatto compagnia a chi, come noi, ha trascorso il pomeriggio di ieri seguendo le agenzie.
Veltroni e Berlusconi, per carità, hanno altro da fare. Bertinotti e Casini, idem con patate. I quattro maggiori candidati alla guida del Paese non hanno ancora trovato il tempo per prendere una posizione chiara, a parte una svogliata dichiarazione di Veltroni che chiede la fine delle violenze e boccia l'idea del boicottaggio dei Giochi. Poco di più ha fatto D’Alema, ministro degli Esteri in carica e quindi costretto, suo malgrado, a intervenire. Il titolare della Farnesina ci ha informato che “la situazione in Tibet è grave” e, riferendosi all’opportunità o meno di boicottare le Olimpiadi di Pechino, ha affermato che “se noi cancellassimo i Giochi Olimpici correremmo soltanto il rischio di far tornare in ombra la situazione della Cina”. Ma è alla fine che Massimo D’Alema ci regala la dichiarazione più discutibile: “Lo spirito non deve esse quello dell’ostilità nei confronti della Cina ma quello di un’apertura a Pechino, però condizionata”. Negli ultimi anni ci sembra che di aperture ce ne siano state fin troppe e i risultati, purtroppo, sono quelli che ci troviamo a commentare. Più tempestivo l'intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha chiesto un'azione urgente dell'Unione europea per far fronte alla drammatica situazione tibetana.
Finisce qua il contributo alla discussione proveniente dai leader più importanti della politica italiana. Il tourbillon di dichiarazioni e adesioni alla manifestazione è opera delle seconde e terze linee delle truppe politiche in assetto elettorale. Gianni Vernetti (Pd), sottosegretario agli Esteri, ha incontrato Sun Yuxi, ambasciatore cinese in Italia, al quale ha chiesto di “evitare l’uso della forza” (peccato che ci siano già centinaia di morti per le strade di Lhasa) ma si è rivolto anche (con una punta di strisciante veltronismo) ai dimostranti, “affinché si astengano a loro volta da atti di violenza” (sic). Giovanna Melandri (Pd), ministro dello Sport, ha ricalcato fedelmente la linea cauta del Partito democratico, appellandosi in maniera piuttosto vaga al “dialogo”, pur chiedendo (e come avrebbe potuto evitarlo?) la fine immediata delle violenze cinesi. Si discosta un po’ dalla tiepida condotta del suo partito solo Barbara Pollastrini, ministro per le Pari opportunità. Nella nota con cui aderisce alla fiaccolata silenziosa organizzata ieri da Cgil, Cisl e Uil, il ministro sottolinea che “nel nostro Paese sta crescendo un movimento delle coscienze perché il tema dei diritti umani sia centrale nell’agenda della politica”. Giusto e sacrosanto. Peccato, però, che i leader politici (tra cui Veltroni, candidato premier della stessa Pollastrini) non sentano la necessità di trasformare queste buone intenzioni in atti concreti e utili.
Più decisa la partecipazione al dibattito nelle file del centrodestra. Molti, nel Popolo della libertà, hanno chiesto il boicottaggio dei Giochi Olimpici di Pechino e per la verità sono gli esponenti di An a fare la parte del leone, ribadendo peraltro posizioni già espresse in tempi non sospetti. Gasparri e Mantovano, due colonnelli del partito di Gianfranco Fini, hanno chiesto una riflessione in merito alla partecipazione italiana alle Olimpiadi. Intanto fioccano bipartisan le adesioni alla manifestazione di Campo de’ Fiori: Cicchitto, Quagliariello, gli stessi Gasparri e Mantovano, la coordinatrice nazionale dei giovani di Forza Italia Beatrice Lorenzin. Tutti in piazza per protestare contro le violente repressioni cinesi. E forse, in fondo, ha ragione il leghista Roberto Cota quando afferma che “quando la Lega Nord denunciava che in Cina venivano sistematicamente calpestati i diritti umani, il duo Veltroni-Prodi preferiva sbandierare l’idea che la Cina era una opportunità”.
Come sempre, sono i Radicali a distinguersi su temi a loro particolarmente cari. Sergio D’Elia, deputato della Rosa nel Pugno e segretario di Nessuno tocchi Caino, è addirittura rientrato in anticipo da Dharamsala (sede dell’esilio indiano del Dalai Lama), dove l’esponente radicale stava partecipando alla marcia di sei mesi che avrebbe dovuto condurre migliaia di persone a Lhasa, per partecipare alla riunione della commissione Esteri della Camera. E rilancia la questione cinese allargando l’allarme ad altre regioni del Paese asiatico: “Ritengo urgente che il Parlamento italiano trovi il modo di discutere quanto sta avvenendo in Tibet ed anche in altre regioni cinesi, dove pure si consumano gravi violazioni dei diritti umani, come nei confronti degli uiguri del Turkestan orientale”. Bruno Mellano, altro deputato radicale, ha invece ripreso il concetto di “genocidio culturale” lanciato lunedì dal Dalai Lama, parlando di “genocidio per diluizione”, visto che la strategia di Pechino in Tibet è da sempre quella della “cinesizzazione” attraverso flussi costanti e corposi di immigrati cinesi, ormai maggioranza della popolazione.
Fuori dai principali schieramenti, c’è poco spazio di tribuna anche su argomenti del genere. Ha fatto eccezione Stefano De Luca, segretario nazionale del Partito Liberale Italiano, promotore di una provocazione piuttosto interessante. Niente Olimpiadi di Pechino, ma “una manifestazione parallela nel mondo libero”. Una sorta di controolimpiade, dunque, magari da far svolgere in nazioni dall’alto valore simbolico, quali Taiwan o Israele. Decisamente interessante, se confermata, è la notizia diffusa da Daniela Santanché, candidato premier de La Destra, secondo la quale otto atleti italiani sarebbero pronti a boicottare i Giochi Olimpici. Fin qui le dichiarazioni dei politici italiani. Chissà se a queste seguiranno fatti concreti o se, invece, il flusso anestetizzante della campagna elettorale porterà via anche questo barlume di civiltà, in un Paese ormai troppo abituato a non guardare oltre i suoi confini.

martedì 18 marzo 2008

Kosovo, esplode la rabbia dei serbi di Mitrovica

Ideazione.com
18 marzo 2008

Esattamente un mese fa, quando il Kosovo aveva finalmente proclamato la propria indipendenza, molti osservatori internazionali indicavano in Mitrovica, enclave serba in territorio kosovaro, un possibile elemento di forte tensione. E la rabbia dei serbi di Mitrovica non si è fatta attendere a lungo: già nei giorni successivi all’indipendenza, infatti, si erano verificati scontri e manifestazioni di piazza e, qualche giorno fa, un gruppo di nazionalisti serbi aveva occupato il tribunale Onu della città. Ieri, la polizia della Nato aveva tentato di sgomberare i locali e a quel punto era iniziato il rabbioso attacco dei serbi-kosovari. Colpi di armi automatiche sono stati sparati contro i militari internazionali, costringendo persino le truppe dell’Unmik (la missione delle Nazioni Unite) al ritiro, vista l’incapacità di controllare gli eventi. L’occupazione del tribunale Onu, tuttavia, è palesemente la classica goccia che fa traboccare il vaso: la situazione a Mitrovica era critica da tempo e proprio in queste ore era prevista la visita del ministro serbo per il Kosovo, Slobodan Samardzic. La reazione dell’inviato di Belgrado è stata durissima: “Perché si calmi la situazione a Mitrovica devono essere immediatamente rilasciati i serbi kosovari arrestati. Non è accettabile questo modo di reagire da parte dell’Unmik”. Anche Boris Tadic, da poco rieletto presidente della Serbia, è intervenuto in maniera decisa, invitando i militari della Nazioni Unite alla calma e chiedendo reazioni moderate agli attacchi dei serbi di Mitrovica, “per non provocare un’escalation di violenza in tutto il Kosovo”.
Ma il problema, oltre che contingente, è e rimane a medio e lungo termine. Lo status di Mitrovica rappresenterà senza dubbio un problema di non facile soluzione, all’interno di un quadro diplomatico, politico e militare già piuttosto intricato. Se fino al mese scorso, infatti, era il Kosovo a sentirsi accerchiato e soffocato dal potere centrale di Belgrado, oggi sono i serbi-kosovari del nord della regione che chiedono a gran voce il loro ricongiungimento alla madrepatria. E intanto la tensione è alle stelle nell’enclave serba. L’irruzione della polizia internazionale all’interno del Tribunale, con conseguenti arresti di alcuni nazionalisti serbi, è stata considerata da più parti quasi come una provocazione e non come una normale operazione di ristabilimento dell’ordine in un territorio che non può essere lasciato privo di un controllo militare ferreo e costante. L’episodio di Mitrovica dimostra ancora una volta, dunque, l’impossibilità di controllare l’ordine pubblico da parte delle missioni internazionali (che siano Nato o Onu fa poca differenza) a causa di regole di ingaggio poco chiare che lasciano pochissimo spazio di manovra ai militari.
Lo status di Mitrovica, dicevamo, è un problema che non può essere eluso. La grande maggioranza degli Stati occidentali ha caldeggiato, più o meno palesemente, l’indipendenza kosovara. Ma i problemi, come era ovvio aspettarsi, non sono finiti con la dichiarazione del mese scorso e i festeggiamenti per le vie di Pristina. Tocca alla comunità internazionale, dunque, aiutare le forze in campo a raggiungere un accordo, affinché non si ripetano i tragici errori del passato in una zona d’Europa che per troppo tempo è stata vittima di cruenti scontri etnici. La Serbia (e con essa i serbi di Mitrovica) ha sicuramente più da perdere nella trattativa, e molto probabilmente dovrà piegarsi ai voleri della comunità internazionale e al diritto all’autodeterminazione del Kosovo. Tuttavia, proprio perché dovrà ingoiare più di un boccone amaro, non è possibile ignorare le sue proteste e soprattutto quelle dell’enclave serba in territorio kosovaro. Se da un lato, dunque, non c’è alcuna possibilità di vedere annullata l’indipendenza di Pristina, dall’altro Belgrado si attende precise garanzie per quanto riguarda i serbi che vivono nel nuovo Stato. E la comunità internazionale, se vorrà evitare altri scontri ben più gravi di quelli di ieri, dovrà cercare di ascoltare e possibilmente accontentare il già irato governo serbo.