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mercoledì 10 dicembre 2008

E ora l’immondizia invade e soffoca la Calabria

L'Opinione
10 dicembre 2008

Napoli respira, la Calabria rischia l’asfissia. Dopo la difficile soluzione del problema campano, sbarca in riva allo Stretto l’allarme rifiuti. Le strade della provincia di Reggio Calabria cominciano ad essere invase da sacchetti di immondizia e i cittadini cominciano ad avvertire il rischio di una situazione simile a quella napoletana.
I grandi media nazionali, però, sembrano non avere la stessa sensibilità dimostrata in precedenza e centinaia di migliaia di persone stanno affrontando un problema di difficile soluzione. La causa scatenante di una situazione già difficile da mesi è il niet della discarica di Rossano a ospitare l’immondizia del reggino una volta esaurita la disponibilità delle discariche di Marrella di Gioia Tauro e Casignana.
L’amministrazione del centro cosentino sta opponendo una strenua resistenza all’osservanza di un accordo precedente che prevedeva l’arrivo dei rifiuti reggini e il commissario straordinario nominato dal governo, l’ex prefetto di Reggio Calabria Goffredo Sottile, tenta una mediazione timida tra le proteste di decine di sindaci.
A capeggiare la rivolta del reggino è Antonio Caridi, assessore all’Ambiente del comune di Reggio Calabria, durissimo nei confronti di Loiero e della giunta regionale: “ Reggio e la sua provincia non hanno bisogno della solidarietà di nessuno. Vogliamo che siano rispettati i nostri diritti e pretendiamo l’immediata apertura della discarica di Rossano.
Da parte del governatore Loiero ci aspettavamo una presa di posizione chiara e decisa, invece l’ordine del giorno trasmesso al prefetto Sottile non fa nessuna menzione della discarica di Rossano, ma parla più genericamente di discariche calabresi”. Loiero, intanto, nicchia e non si vede all’orizzonte una pronta soluzione della questione.
Mentre politici e amministratori discutono, cominciano a formarsi i primi cumuli per le strade in centri importanti del reggino, come Gioia Tauro, che ospita uno dei porti più importanti del Mediterraneo. Oltre il danno di una vicenda pericolosa per il decoro e la salute dei cittadini, la beffa del silenzio mediatico.
Nessun riflettore illuminerà lo Stretto così come è successo per il golfo di Napoli. Nella settimana consacrata a Vladimir Luxuria e alla questione morale nel Pd, a chi poteva interessare l’ennesima emergenza nella regione più povera del Paese? Il mutismo dei grandi giornali e dei telegiornali nazionali è segno di un isolamento di cui la Calabria soffre da decenni e nessuno ha parlato di consiglio dei ministri a Reggio Calabria o altre iniziative eclatanti.
La trattativa tra Rossano, Regione, commissario straordinario e provincia di Reggio continuerà nei prossimi giorni in un clima di tensione e confusione. Se non ci sarà un intervento risolutivo da Roma sarà davvero ardua una pronta risoluzione della questione. E il silenzio assordante di queste settimane può voler dire due cose: o della Calabria non importa davvero niente a nessuno o è tutto strumentale all’imposizione di finanziamenti per strutture anti-emergenza che a quelle latutidini, purtroppo, sarebbero preda del malaffare e della criminalità organizzata.

sabato 25 ottobre 2008

Il Gossip di Stato dei laburisti

L’isola di Corfù, uno yacht, qualche miliardario e un paio di politici influenti. Sono questi gli ingredienti dello scandalo, o presunto tale, che sta scuotendo la politica inglese. Nell’occhio del ciclone sono finiti i conservatori, che sembrano (o sembravano?) destinati a tornare trionfalmente a Downing Street alle prossime elezioni generali.
Tutto è cominciato con una lettera di Nathaniel Rothschild al Times, nella quale il miliardario rendeva conto di quattro incontri (avvenuti nel giro di un weekend) tra il multimiliardario russo Deripaska e il cancelliere ombra George Osborne. Poco male, fatti suoi. E invece no, se è vero che Osborne, nel corso degli incontri, avrebbe chiesto un finanziamento illecito al Partito Conservatore di 50.
000 sterline. In realtà pare che sia tutto un enorme polverone per screditare i lanciatissimi Tories. La “donazione”, proibita in Inghilterra se proveniente da cittadini stranieri, non c’è stata e di conseguenza “nessuna legge è stata violata”, come ha affermato persino il laburista Tony Wright, in controtendenza rispetto al suo partito e allo stesso Gordon Brown, che già ha chiesto a gran voce un’inchiesta del Parlamento.
Inchiesta o meno, il polverone è stato già fomentato a dovere da media e politici laburisti.
David Cameron, leader tory e probabile prossimo primo ministro, ha difeso strenuamente l’operato del suo cancelliere-ombra, negando con fermezza qualsiasi addebito a lui attribuibile. Ma in Inghilterra, evidentemente, basta una flebile voce per scatenare un urlo disumano. La base conservatrice non ha apprezzato il presunto scandalo e da più parti si chiedono le dimissioni di Osborne da cancelliere-ombra.
E anche la vecchia guardia tory sembra non aver gradito. Molti protagonisti dell’epoca Thatcher, ad esempio, hanno espresso il loro disappunto per una vicenda che macchia l’onore del partito conservatore. L’inconsistenza delle accuse è così evidente che probabilmente i conservatori stanno tentando soltanto di evitare grane in vista delle prossime elezioni.
Dopo 11 anni di opposizione, vogliono comprensibilmente stravincere. Fa riflettere non poco, piuttosto, l’uscita di Rothschild. Il miliardario, amico di vecchia data di Osborne, ha probabilmente preso parte a una specie di “complotto” politico mirato a screditare i tories. Resta da capire l’effetto che questa vicenda riuscirà a provocare.
E’ pressoché impossibile, tuttavia, che il polverone maturato in terra greca possa scalfire le probabilità di vittoria dei conservatori alle prossime elezioni. Con buona pace di Gordon Brown e di chi sperava in un tardivo colpo di coda.

mercoledì 15 ottobre 2008

Al Maliki è convinto che le truppe inglesi non servano più

L'Opinione
15 ottobre 2008

“Grazie, ma non ci servite più”. E’ chiaro il messaggio di Nouri Al Maliki, primo ministro iracheno, nei confronti delle truppe inglesi presenti nel Sud del Paese. La presa di posizione, attraverso un’intervista concessa al Times, ha avuto molta eco sui giornali d’oltremanica, e da molti è stata considerata come un segno di ingratitudine verso un esercito che ha lasciato sul campo, dal 2003 ad oggi, 176 vittime.
La decisione di ridurre drasticamente la presenza britannica in Iraq era già stata pianificata da Gordon Brown. Entro il prossimo anno, infatti, la maggior parte delle unità inglesi (4000 uomini) torneranno a casa, lasciando solo un piccolo gruppo che non sarà impegnato nei combattimenti, ma solo nel supporto alle truppe locali.
Tuttavia, i negoziati per il ritiro tra Baghdad e Londra non sono ancora iniziati e solo dal 31 dicembre, data in cui terminerà il mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, le truppe straniere dovranno rinegoziare la loro presenza o lasciare il Paese. Anche su questo punto al Maliki è stato perentorio: “Una volta che il mandato Onu terminerà, le forze britanniche perderanno la loro copertura legale e dovranno lasciare l’Iraq”.
Ma sotto accusa è soprattutto la gestione della zona di Bassora, che negli ultimi tempi è stata di nuovo presa d’assalto da ribelli, milizie irregolari e bande di criminali.
A scatenare la ripresa della guerriglia, secondo al Maliki, è stata la decisione presa lo scorso anno, e giudicata prematura dal primo ministro di Baghdad, di spostare le truppe da un palazzo in centro all’aeroporto della città. “I soldati inglesi si sono chiamati fuori dal confronto militare e questo ha permesso a miliziani e criminali di riprendere il controllo della città”.
Al Maliki, tuttavia, sa che non può fare a meno del supporto inglese e si esibisce in un goffo equilibrismo dialettico: “Nonostante i disaccordi su alcune questioni, l’Iraq è aperto alle compagnie e aziende britanniche”. Le reazioni all’intervista dei lettori inglesi sono di diverso segno.
Molti sono sempre stati contrari all’intervento, tutto qua. C’è anche chi, però, chiede garanzie al governo di Baghdad. La loro richiesta, in sostanza, è la seguente: “Il primo ministro ci dimostri di volere e sapere badare al suo popolo. Ci mostri come intende ricostruire l’economia, come difendere i cittadini iracheni dai terroristi.
Se ci riuscirà andremo via con molto piacere. Ma fino a quel momento, l’esercito inglese rimarrà lì, a difendere il diritto alla democrazia dell’Iraq e del suo popolo”.

giovedì 2 ottobre 2008

Sulla crisi finanziaria i Tories collaborano con Gordon Brown

L'Opinione
2 ottobre 2008

“I will not play politics with economy”. E’ stato chiaro David Cameron, arrembante leader dei Tories e probabile prossimo inquilino di Downing Street. Nessuna speculazione politica, dunque, infetterà la già difficile situazione economica d’Oltremanica. Al contrario, durante una conferenza stampa che ha interrotto la convention conservatrice di Birmingham, Cameron ha annunciato che il suo partito è pronto a collaborare con il governo di Gordon Brown per affrontare le catastrofi recenti della finanza mondiale.
“Siamo tutti sulla stessa barca e tutti insieme troveremo una strada per superare la crisi”. Più che ai preoccupatissimi banchieri, Cameron si è rivolto soprattutto alla gente comune, assicurando un impegno continuo e costante per salvare risparmi e posti di lavoro. Prima le tasche dei cittadini, dunque, e poi i grandi colossi finanziari che continuano pericolosamente a traballare anche nella City.
Ma in un periodo in cui tutti sembrano rifugiarsi negli effimeri stratagemmi dell’intervento statale, il leader conservatore ha voluto precisare che rimane un sostenitore del libero mercato, del quale si conoscono “forze e debolezze”.
Questa crisi, ha continuato, “non deve essere usata per annichilire il libero mercato ma per riformarlo”. E non è una dichiarazione da poco, visti i tempi che corrono. La stampa inglese, nel frattempo, da conto dell’impegno “personale” di Gordon Brown nel corso degli ultimi concitatissimi giorni.
Il premier sta tentando di salvare alcuni colossi bancari fondamentali per la stabilità finanziaria del Regno Unito e ha annunciato “decisioni importanti per combattere la crisi”. Schiacciato com’è tra crisi economica e fronde interne al New Labour, a Gordon Brown il soccorso “tory” di David Cameron farà sicuramente comodo.
Potrà almeno condividere scelte importanti e impopolari in un Paese che dalla Thatcher in poi era stato abituato bene in quanto a liberalismo applicato all’economia. Il primo ministro laburista ha voluto coinvolgere nei colloqui di questi giorni anche Nick Clegg, leader dei liberaldemocratici, a riprova che il momento richiede quanta più unità possibile, non solo tra i due partiti principali.
Ma David Cameron ha voluto anche fugare ogni dubbio su possibili inciuci: “Arriverà il momento di fare i conti, ma ora bisogna pensare alla sicurezza e alla protezione dei cittadini. Lavorare in maniera bipartisan non è solo una cosa ragionevole, è soprattutto una cosa necessaria”. Per qualcuno, però, la mossa di David Cameron ha un chiaro intento politico.
Dopo gli ultimi interventi pubblici di Brown, i laburisti hanno recuperato terreno nei sondaggi, pur restando distanziati di nove punti dai conservatori.
L’approccio deciso e risoluto dell’inquilino di Downing Street nei confronti della crisi finanziaria sembra aver rassicurato molti elettori. Il 47% degli inglesi, infatti, vuole che il successore di Blair resti al suo posto per fronteggiare il periodo difficile, temendo che un altro premier non abbia la stessa esperienza e competenza.
Il Guardian, quotidiano con dichiarate simpatie laburiste, ha presentato il sondaggio affermando come gli elettori intenzionati a votare per i Tories non si sentano sicuri in materia economica. E David Davis, ex leader tory, ha richiamato l’attenzione del partito sui temi economico-finanziari, fino ad oggi troppo trascurati da Cameron e dalla sua squadra.
Ed è ancora Davis che, in un’intervista al Telegraph, non fa certo un favore al suo leader: “Cameron – ha detto l’attuale Segretario di Stato del governo ombra – deve ancora sviluppare la giusta politica economica e fiscale per affrontare la grave crisi globale”. Che il discorso conciliante di Birmingham sia un tentativo per correre ai ripari?

martedì 30 settembre 2008

Neanche Harry Potter può salvare i laburisti dalla crisi interna

L'Opinione
30 settembre 2008

Il congresso annuale di Manchester, sul modello spettacolare delle convention americane, non ha sanato i problemi dei Laburisti inglesi. Gordon Brown, in fortissima crisi di consensi, ha tentato la carta dell’unità, dell’esperienza e dei frutti positivi di undici anni di governi laburisti a Downing Street: “E’ in momenti di incertezza come questi che noi dobbiamo essere e saremo come una roccia per stabilità e correttezza, cui la gente potrà appoggiarsi.
Voi sapete dove ho sbagliato, ammetto i miei errori e mi impegno a rimediare”. Un messaggio chiaro, rivolto più agli avversari interni che ai conservatori. Il problema più impellente dei Laburisti, infatti, non è tentare un difficile recupero nei sondaggi (i Tories di David Cameron godono di un solido vantaggio a doppia cifra), bensì ricucire i pericolosi strappi interni.
Il rischio, come proprio la recente storia del partito Conservatore insegna, è quello di una lunga fase di torpore e di oblio, dalla quale sarà difficile venir fuori. Ma la professione di umiltà di Mr. Brown non sembra aver sortito gli effetti sperati. Proprio nelle ore del congresso, infatti, il ministro dei Trasporti Ruth Kelly ha rassegnato le dimissioni, ufficialmente “per passare più tempo con la famiglia”.
Sarà anche vero, ma la defezione della quarantenne Kelly rimane comunque un ulteriore segno di debolezza di un partito che rischia la deriva del “si salvi chi può”, con i maggiorenti pronti ad abbandonare la nave prima che si inabissi completamente.
E non aiuta certo a placare gli animi inquieti dei Laburisti l’ascesa di David Miliband, ministro degli Esteri e rivale interno di Brown. La sfida è aperta in vista delle prossime elezioni generali, che si svolgeranno al più tardi nella primavera del 2010. Ma l’acceso dualismo laburista rischia di avere un esito clamoroso: il ritorno di Tony Blair.
In molti lo invocano, nella speranza di invertire un trend disastroso che, allo stato attuale, non ammette possibilità di recupero nei confronti del rampante David Cameron. Intanto i giornali d’Oltremanica attaccano ferocemente il governo, chiedendo a gran voce l’uscita di scena di Brown. Sul Times, ad esempio, due columnist di diversa estrazione politica tracciano un quadro impietoso.
Si tratta di Daniel Finkelstein, ex collaboratore dell’ultimo premier conservatore John Major, e Alice Miles, giovane editorialista di talento, vincitrice nel 2007 del premio Columnist of the Year. Finkelstein, memore dell’esperienza conservatrice vissuta in prima persona, mette in guardia i laburisti: “La crisi attuale non è l’inizio della fine di Gordon Brown.
E’ l’inizio della fine del New Labour”. Ma la parte più interessante dell’analisi è quella che “scagiona” la crisi economica internazionale dall’accusa di essere la causa principale del crollo del governo. “Le due cose non hanno niente a che vedere tra loro. L’impopolarità del governo parte da molto lontano.
Per vincere ancora – conclude Finkelstein – il partito Laburista deve cambiare. E per cambiare deve accettare le critiche degli elettori ai suoi fallimenti”.
Non è meno dura la disamina di Alice Miles, con la differenza che in questo caso si auspica una veloce e onorevole exit strategy per Gordon Brown e un ricambio della leadership laburista. “Brown è un brav’uomo, ma non può guidare il Labour alle nuove elezioni. Non può comunicare, né ispirare.
E’ il lord Voldemort del partito Laburista, che invece ha bisogno del suo Harry Potter”. L’ironico paragone con il cattivissimo personaggio della saga del maghetto occhialuto non è casuale. Proprio pochi giorni fa J.K. Rowling aveva annunciato la donazione di un milione di sterline (1,4 milioni di euro) ai laburisti.
Tra fronde interne e attacchi mediatici, Gordon Brown cerca di sopravvivere alla “tempesta perfetta” che si sta abbattendo sul suo governo. David Cameron, invece, si gode i frutti del suo paziente lavoro di ricostruzione dei Tories e attende il momento in cui un esponentente del partito Conservatore tornerà a varcare la soglia del numero 10 di Downing Street.

sabato 20 settembre 2008

Se l’America piange, l’Inghilterra non ride

L'Opinione
20 settembre 2008

La crisi finanziaria iniziata con il flop dei mutui subprime americani sta facendo sentire i suoi effetti negativi anche sull’altra riva dell’Atlantico. Ed è ovviamente l’Inghilterra, nazione economicamente molto legata agli Stati Uniti, a subire le conseguenze peggiori. Dopo gli anni rampanti di Tony Blair, il successore Gordon Brown si trova ad affrontare una situazione economica complicata.
E’ notizia di questi giorni, ad esempio, che il tasso di disoccupazione in Gran Bretagna ha raggiunto il 5,5%, un livello che non si toccava da dieci anni, cioè dall’inizio dell’era Blair. Gli inglesi senza lavoro sono quasi due milioni e nell’ultimo anno c’è stato un incremento dello 0,2%.
Un altro sintomo non certo positivo dello stato del mercato del lavoro d’Oltremanica è l’aumento vertiginoso delle richieste di sussidio di dissocupazione. Nel solo mese di agosto, infatti, sono pervenute 32.500 richieste, facendo salire il numero di beneficiari a 904.000. Stephen Tims, Ministro del lavoro del Governo Brown, si è affrettato a rassicurare l’opinione pubblica: “Come gli altri Paesi, il Regno Unito sta affrontando le sfide dell’economia globale, ma il nostro mercato del lavoro rimane resistente.
Rispetto allo scorso anno ci sono 333.000 persone in più che lavorano e 600.000 posti disponibili”. Sarà anche vero, ma la notizia dell’ulteriore aumento della disoccupazione non farà bene a un Gordon Brown già alle prese con un calo di consensi preoccupante in vista delle prossime elezioni generali.
Il successore di Blair a Downing Street paga anche lo scotto della crisi economica mondiale, ma è innegabile che il New Labour attraversa ormai una crisi difficile da risolvere in breve tempo. Dopo l’esplosione della stella Blair e la sua positiva cura (più lib che lab) che ha risollevato le sorti dell’opaca Inghilterra di John Major, il Paese sembra essere diventato immune all’ormai stantìa ricetta laburista.
Brown lo sa, e nonostante l’affannosa ricerca di vie d’uscita, difficilmente riuscirà a respingere l’attacco di un sempre più popolare David Cameron, artefice di un miracoloso svecchiamento di immagine e di programma del compassato Partito Conservatore. Ma la disoccupazione non è l’unica grana di fine estate che Gordon Brown sta affrontando.
Dopo il disastroso crollo della banca americana Lehman Brothers, sono in molti a temere ripercussioni gravi sulle rive del Tamigi. La banca inglese specializzata in mutui Hbos, ad esempio, è stata salvata in extremis grazie all’intervento di Lloyds Tsb. Per spingere la trattativa ancora lunga e complicata è intervenuto lo stesso Gordon Brown, che ha incontrato Sir Victor Blank, presidente di Lloyds.
Nei prossimi giorni si conoscerà l’esito della trattativa e intanto, negli uffici della City, tremano le gambe a molti.

venerdì 11 luglio 2008

The Dark Knight e "l'effetto Corvo"

Ideazione.com
11 luglio 2008

The Dark Knight, ultimo capitolo cinematografico della saga di Batman, sta arrivando. Negli Stati Uniti il debutto è previsto per il 18 luglio, mentre in Italia arriverà il 23. Si tratta del sesto film della lunga e fortunata serie dedicata all’uomo-pipistrello, cominciata nel 1989 con la regia di Tim Burton e l’interpretazione di Michael Keaton. Nel 1997, con George Clooney nei panni dell’eroe di Gotham City, la saga si era interrotta, forse perché ormai logora e non molto apprezzata dal pubblico. Nel 2005, però, il regista Christopher Nolan ha tentato, con successo, il rilancio di un personaggio che aveva perso molto del suo smalto. Con Christian Bale come protagonista, Batman Begins è riuscito a rinverdire i fasti del passato, complice soprattutto la galoppante moda hollywoodiana di prendere spunto dai supereroi dei fumetti. E oggi, tre anni dopo, Nolan ci riprova con un film decisamente diverso dai precedenti. Atmosfere cupe, psicologie dei personaggi complesse e a volte spaventose, un cast di stelle da grande kolossal. Oltre a Bale, infatti, ci saranno Michael Caine, Maggie Gyllenhaal, Gary Oldman, Morgan Freeman. E poi lui, Heath Ledger, il giovane attore australiano morto prematuramente, nei panni profetici e tormentati del Joker.
La presenza di Ledger, in realtà, ha contribuito non poco a creare un’attesa spasmodica e quasi morbosa nei confronti di una pellicola sicuramente ben fatta, ma che senza l’improvvisa scomparsa del protagonista di Brokeback Mountain non avrebbe avuto di certo un’eco di tali dimensioni. E’ la maledizione del Corvo. In quel caso la storia era ancora più suggestiva, visto che Brandon Lee morì proprio durante le riprese, a causa di uno strano incidente con una pistola di scena, legando indissolubilmente la propria immagine a quella del già tenebroso personaggio filmico. Ma la morte di Ledger, in realtà, sembra comunque connessa in qualche modo a The Dark Knight. Pare che il ventottenne attore australiano avesse preso troppo a cuore l’immedesimazione nel carattere diabolico del Joker. Ne viene fuori, a quanto pare, un personaggio psicologicamente disturbato, pieno di devianze mentali e di crudeltà. E pare che Heath, negli ultimi mesi della sua breve vita, abbia sofferto moltissimo la pesantezza del personaggio interpretato.
Che sia vero o no, fatto sta che la storia ha appassionato i fan, batmaniaci e non, creando attorno alla pellicola un alone di macabro mistero. Conoscendo un po’ l’establishment cinematografico di Hollywood, possiamo dire con comoda certezza che i produttori non saranno molto dispiaciuti della situazione. Il successo al botteghino è garantito, se è vero che moltissime sale statunitensi hanno già programmato aperture speciali a partire dalle sei del mattino. Solite manie esagerate a stelle e strisce? Può darsi, ma i miti di celluloide nascono così. Il film, per chi l’ha visto, meriterebbe comunque un successo planetario a prescindere dai risvolti mortiferi. Ma in questo caso la valutazione qualitativa vale ben poco. Senza ipocrisie dovremmo ammettere che la leggenda del Cavaliere Oscuro nascerà da una serie di situazioni che con la settima arte c’entrano poco o niente. E pazienza se ancora una volta si parlerà poco di sceneggiatura, fotografia, montaggio o colonna sonora. Quando subentra l’elemento mitico il cinema diventa, se è possibile, un mondo ancora più affascinante e misterioso. Qualcuno parlerà di strumentalizzazione di una morte prematura, soprattutto nei circoli della critica radical chic. Ma al pubblico, come sempre accade, tutto questo importerà pochissimo. Chi si metterà in fila dalle sei del mattino per vedere il canto del cigno di Heath Ledger, se ne infischierà della critica colta e vorrà essere soltanto partecipe dell’ennesima e misteriosa leggenda nata (o morta) sul grande schermo.

venerdì 4 luglio 2008

Mamma mia! E' musical mania

Ideazione.com
4 luglio 2008

Mamma mia! Ed è davvero un’esclamazione appropriata per commentare l’arrivo sul grande schermo dell’acclamatissimo musical di Broadway basato sulle musiche degli Abba. Dal 2001 il mitico Winter Garden Theatre di New York registra il tutto esaurito per una produzione che è ormai entrata nell’Olimpo dei più grandi musical della storia. E non poteva assolutamente mancare, dunque, l’approdo al cinema. Il cast è di tutto rispetto e le aspettative al botteghino sono altissime. Meryl Streep nel ruolo della stralunata madre, Colin Firth e Pierce Brosnan in quelli dei possibili padri. Una storia molto divertente, allegra, scanzonata, ambientata in una splendida isola greca. Le musiche degli Abba, poi, non hanno bisogno di molti commenti. La band svedese ha regalato al mondo alcuni dei pezzi più amati della musica pop, che a distanza di trent’anni ancora appassionano persino chi all’epoca non era ancora nato.
Il musical è stato rappresentato, oltre che a New York, in molte altre città del mondo, meritandosi anche la traduzione in giapponese, russo, tedesco, spagnolo e coreano. Sono più di venti milioni gli spettatori che hanno assistito allo spettacolo e la tendenza sembra essere positiva, tant’è che qualcuno già parla di un nuovo Cats, che ha chiuso i battenti a Broadway nel 2000 dopo diciotto anni di repliche ininterrotte. Il film, la cui prima mondiale è andata in scena il 30 giugno scorso a Londra, durante l’estate esordirà in molti Paesi. Tra luglio e agosto, infatti, sarà la volta di Grecia, Belgio, Australia, Norvegia, Gran Bretagna, Danimarca, Svezia, Germania, Spagna, Olanda, Austria, Stati Uniti, Egitto, Repubblica Ceca, Brasile, Argentina, Messico, Israele. E l’Italia? Nel nostro Paese, si sa, l’estate cinematografica è alquanto avara. Non c’è spazio per un’uscita del genere, così attesa e di sicuro successo al box office. I distributori italiani hanno paura di bruciare un evento del genere durante una stagione così fiacca per le sale di casa nostra. Dovremo aspettare, dunque, il prossimo 3 ottobre. Come sempre figli di un Dio minore, come sempre in ritardo sugli eventi culturali che investono il mondo.
Nel frattempo, però, possiamo prepararci al grande giorno visitando il sito ufficiale italiano del film, molto ricco, ben fatto e pieno di sezioni interessanti. Dal trailer ai quiz, dai test ai wallpaper da scaricare, il sito ci accompagnerà durante i tre mesi che ci separano dall’esordio nelle nostre sale. Ma qualcosa la possiamo già dire: Meryl Streep, che già avevamo apprezzato in ruoli brillanti in film come She, Devil, La morte ti fa bella e Il Diavolo veste Prada, conferma ancora una volta la propria duttilità. Non c’è copione che sposti di una virgola il suo talento, che sia un film drammatico o una commedia. Colin Firth, invece, è naturalmente a suo agio. In fondo, nonostante l’alone shakespeariano e impegnato dell’attore inglese, il grande pubblico lo ha conosciuto grazie a film come Il diario di Bridget Jones e Love Actually. C’è molta curiosità, invece, di vedere all’opera Pierce Brosnan, che dopo James Bond (e forse anche prima, in verità) non ha ancora offerto interpretazioni degne della sua fama.
Un altro musical che sbarca al cinema, dunque, a conferma di una tendenza che da qualche anno si è fatta sempre più evidente. Da sempre, in realtà, Hollywood attinge da Broadway: basti pensare a film come A Chorus Line, Il Fantasma dell’Opera, Evita, Jesus Christ Superstar, Chicago, Rent, senza andare ancora più indietro fino a West Side Story e dintorni. L’ultima opera cinematografica tratta da un musical di successo era stato Hairspray, a sua volta remake di un film cult degli anni Ottanta. E Mamma mia!, musical recente, che non vanta una tradizione pluridecennale come altri capolavori di Broadway, con la trasposizione cinematografica completa il suo percorso di “canonizzazione”. E’ ormai parte della storia della grande tradizione del musical americano, grazie soprattutto alle immortali canzoni degli Abba, il cui contributo è basilare per il successo dell’opera teatrale prima e del film oggi.

venerdì 27 giugno 2008

La commedia sexy all'italiana

Ideazione.com
27 giugno 2008

A cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, il cinema italiano ha prodotto una quantita smisurata di film eroticomici, inaugurando la stagione lunga e fortunata della commedia “del buco della serratura”. Stiamo parlando, ovviamente, del filone che da Banfi in poi, passando per Renzo Montagnani e Alvaro Vitali, ha fatto urlare la critica al sacrilegio, alla decadenza artistica e morale della nostra arte cinematografica. In effetti, a essere sinceri, le commedie erotiche dell’epoca non erano certo dei capolavori. La trama, ad esempio, era quasi sempre uguale: un uomo brutto, magari calvo e grassoccio, è preside di una scuola, colonnello dell’esercito, medico o cose del genere. Il tipico piccolo borghese frustrato, insomma, sposato con una donna corpulenta e petulante. A un certo punto fa il suo ingresso il personaggio chiave: la bella di turno. Che si trattasse di Gloria Guida, Barbara Bouchet, Anna Maria Rizzoli, Nadia Cassini o della regina del genere Edwige Fenech, poco importa. Quello che conta, almeno per lo sviluppo della traballante trama, è la serie di avventure erotiche e goffe che questo ingresso innesca. Ovviamente, quasi sempre l’uomo di mezza età andava in bianco, a vantaggio di aitanti giovanotti, spesso studenti di liceo o al massimo militari di leva, che riuscivano a conquistare (certo non con metodi romantici) la bellona di turno.
Immancabile era la scena della doccia, che ha reso celebre soprattutto l’oggi compassata madame Fenech, allora vera e propria icona erotica di un’intera generazione. La conturbante doccia era spesso inquadrata da un buco di una serratura, a rimarcare l’alto contenuto voyeuristico di quei film. E possiamo dire senza paura di essere smentiti che migliaia di giovani italiani hanno ricevuto la prima infarinatura di educazione sessuale grazie alla perizia con la quale le attrici curavano la loro igiene personale,. Trent’anni fa, in effetti, l’Italia era un Paese ancora percorso da pressanti istinti bigotti. Era l’epoca della gioventù ribelle, è vero, ma milioni di ragazzi, che magari vivevano in un paesino della Bassa o nella Sicilia più profonda, di sesso ne sapevano poco o niente. Ed ecco, allora, che il Lino Banfi eternamente “arrapeto” diventava una sorta di Virgilio, una guida nazionalpopolare nel girone di una lussuria ancora tabù.
Lo stesso Banfi, che oggi ci sorride bonariamente nei panni di nonno Libero, non ha mai rinnegato quella lunga e fortunata parentesi della sua carriera. E in effetti non potrebbe, se è vero che gran parte della sua attuale notorietà deriva proprio da quei film, da quelle pruriginose commediole di serie B. Ma trent’anni dopo, persino la critica ha rivalutato il genere eroticomico, allora così bistrattato e snobbato. Nell’epoca dell’impegno e del “personale è politico”, era inconcepibile questo abbandono al piacere fisico, al disimpegno totale, alla decadenza degli ideali. E non è un caso che Lino Banfi abbia convissuto per anni con l’etichetta di “fascista”, scomparsa solo quando si è ripresentato come nonno Libero, ferroviere in pensione, ex sindacalista, lettore dell’Unità. Oggi, dicevamo, il clima è diverso. I critici di casa nostra hanno rivalutato il genere, forse influenzati dall’outing di Quentin Tarantino. Il regista americano ha più volte dichiarato di amare i cosiddetti “B-movie” all’italiana, incontrando ed esaltando due icone dell’epoca come Barbara Bouchet ed Edwige Fenech. Ripetiamo: la qualità non c’era. Ma proprio perché stavamo nell’epoca del cinema impegnato e noioso, quei film rappresentavano lo stato d’animo di chi non ne poteva più di picchetti e manifestazioni, di guerriglia urbana e terrorismo. L’Italia aveva voglia di evasione, di disimpegno, di sesso a buon mercato, di ritornare al personale, che doveva essere privato, appunto, e non politico.
Che poi Edwige Fenech oggi sia diventata una stimata produttrice e Lino Banfi un modello per la tipica famigliola italiana poco conta. I tempi cambiano e gli stili di vita pure. L’importante, tuttavia, è che quel cinema ci sia stato, con tutte le sue volgarità, i suoi bassi istinti, il suo voyeurismo esasperato. Era il grido di una grande fetta d’Italia. Ovviamente, allora nessuno lo ascoltò e tantomeno lo capì. Ma il tempo, si sa, è galantuomo. Anche al cinema.

venerdì 20 giugno 2008

Guida estiva per cinefili disperati

Ideazione.com
20 giugno 2008

Avete presente le noiose serate estive davanti al televisore? Quando arriva la bella stagione, per motivi economici o magari solo per indifferenza nei confronti del pubblico, i dirigenti televisivi ci propinano le ennesime repliche di questa o quella fiction, film di quart’ordine inseriti in cicli quasi sempre all’insegna del “brivido” (o presunto tale), show a basso costo con cast di scarsa qualità. Lo stesso, almeno in Italia, succede al cinema. Mentre negli Stati Uniti, infatti, in estate fanno il loro esordio i blockbuster della stagione, nel nostro Paese si lanciano pellicole imbarazzanti, qualitativamente infime e destinate all’ovvio e sicuro flop. Sarà perché gli italiani in estate preferiscono le balere romagnole o le discoteche sarde, sarà perché in fondo il cinema non è il nostro passatempo preferito, fatto sta che il panorama cinematografico italiano non ne vuole sapere di adeguarsi ai calendari usuali degli altri Paesi. Niente capolavori nelle calde notti italiche, ma nemmeno film accettabili, decenti o godibili. E’ tutta una serie di commediole da strapazzo (che arrivano quasi sempre da Oltreoceano), accompagnate da qualche horror semiamatoriale, uno o due cartoni animati disegnati male e venuti peggio. Per rendersi conto che questa usanza tutta italiana non accenna a interrompersi, basta scorrere l’elenco dei prossimi esordi cinematografici.
Tra il 20 e il 27 giugno, infatti, nelle sale italiane faranno capolino tredici pellicole, undici delle quali si preannunciano catastrofiche. Si va dalla produzione italo-greca Uranya, con un cast interamente ellenico “impreziosito” dall’esibitissimo (persino in locandina) decolleté di Maria Grazia Cucinotta, alla versione cinematografica dei due concerti mondiali della stellina disneyana Hanna Montana, passando per il cinecocomero dei Vanzina (cast ricco ma comicità trita e ritrita), l’orrido horror Rovine e addirittura Impy e il mistero dell’isola magica, che ha almeno il “pregio” di farci sapere che anche in Germania si fanno i film d’animazione. In questa valle di lacrime e cinema di bassa qualità, due perle fanno fatica a emergere: Go Go Tales di Abel Ferrara e 12 di Nikita Mikhalkov. Ecco che viene spontaneo chiedersi, a questo punto, chi ha deciso di massacrare i film di due geni di tal fatta, accostandoli ai capolavori da solleone che abbiamo citato poco sopra. Si può decidere, infatti, di adeguarsi al resto del mondo e offrire una stagione cinematografica estiva quantomeno decente. E allora ci sta anche che Ferrara e Mikhalkov esordiscano a fine giugno. Ma finché questo non accadrà, e in Italia ci sembra veramente difficile, è davvero un peccato mandare allo sbaraglio due registi che in passato hanno regalato alla settima arte film di ottima fattura.
Alle obiezioni che abbiamo mosso alle strategie commerciali delle majors in Italia, qualcuno risponderà che il nostro Paese non ama andare al cinema d’estate e durante la bella stagione abbandona persino l’amatissimo schermo televisivo. Ma la cultura, perché di questo stiamo parlando, va incentivata, e le abitudini, persino le più dure a morire, possono cambiare. Certamente non si riuscirà nell’intento se si continuerà a proporre un “cartellone” così desolante, zeppo di B-movies e assolutamente privo di rispetto verso quelle poche e bizzarre mosche bianche che persino in una serata di luglio preferiscono un buon film all’assordante ambiente di una discoteca. Per fortuna siamo nel 2008 e il dvd ha risolto molti problemi. Non ci si lamenti più, però, della perenne crisi del cinema (italiano e non) e del fatto che gli italiani ormai spendono più in apparecchiature tecnologiche che in svago tradizionale e cultura. I molti italiani che, specialmente in questi periodi di crisi economica, non potranno andare in vacanza, si adoperino come possono: in fondo basta un lettore dvd, una fornita videoteca dietro l’angolo e una scorta bimestrale di bibite fresche, gelati e popcorn.