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giovedì 3 febbraio 2011

Torna in libreria l’iper-realismo di Alessio Arena

ilfattoquotidiano.it
2 febbraio 2011

Leggendo L’infanzia delle cose, edito da Manni nel 2009, eravamo rimasti folgorati. Sì, lo stile crudissimo e carnale di Alessio Arena, giovane scrittore e cantante napoletano “trapiantato” in Spagna, ci aveva colpito. In quel romanzo di esordio c’era tutta la cifra stilistica di un ragazzo poco più che venticinquenne. Già intriso di una personalità letteraria rara ai nostri giorni, con un coraggio di osare, di spingersi al di là del consueto, che stupisce, affascina, un po’ sconvolge e addirittura spaventa. Ne L’infanzia delle cose, infatti, si notava già l’embrione vitalissimo di un iper-realismo partenopeo che raccontava tutti i drammi, le miserie, i sogni, le fughe dalla realtà, di un ragazzino napoletano costretto a trasferirsi in Spagna con la famiglia per sfuggire alla sete di vendetta della camorra dopo la morte del padre. La narrazione prendeva le mosse, dunque, da un episodio maledettamente terreno e napoletano, concreto e sanguinoso. Eppure, pagina dopo pagina, si apre davanti allo spettatore uno spettro infinito di tonalità fantasiose e oniriche, visioni e apparizioni. È un realismo che si fa quasi fantasy. È qui che l’iper-realismo dei bassifondi napoletani si unisce carnalmente a un approccio onirico molto simile a quello che ci ha regalato lo scrittore cubano Reinaldo Arenas.

È pornografico, il primo Arena. È scandaloso. È imperfetto. È persino sgrammaticato, omaggio voluto ad una napoletanità che è viscera, che è sangue e merda, che è totalizzante essenza di se. È sesso squallido e sudato. È sogno a occhi aperti. È incubo realissimo. È tutto questo, il primo Arena. Alla fine del romanzo, non sai bene cosa hai letto, non sei certo di aver capito perfettamente la trama. Ma sai di certo di aver appena concluso un’esperienza narrativa senza precedenti, che ti ha invaso l’anima e la mente. Che ti ha fatto piangere struggenti lacrime e ridere come un pazzo. Ti ha fatto vivere, insomma, questo scugnizzo napoletano che scrive in maniera così strana, atipica, sensuale. A guardare le foto sul suo profilo Facebook, in effetti Alessio Arena te lo immagini proprio così: sguardo vispo da napoletano che potrebbe fotterti da un momento all’altro, viso pulito, e poi chitarre, microfoni, concerti, presentazioni di libri. Multitasking, questo Arena.

E allora, quando sai che è uscito il secondo romanzo (Il mio cuore è un mandarino acerbo, Zona Editore), hai una voglia irresistibile di verificare, di capire se L’infanzia delle cose era solo l’esordio libero e un po’ anarchico di uno scrittore in erba o la vera cifra narrativa di un ragazzo che sa e vuole scrivere solo in quel modo. Ti aspetti tanto, e tanto ricevi in cambio. Perché Il mio cuore è un mandarino acerbo ci offre il solito Arena, così carnale e sensuale da turbare il lettore, così passionalmente napoletano da farti chiedere se, in fondo, il vero ragazzo dei bassi napoletani non sia davvero lui, e non i guappi che scorrazzano in tre sul motorino senza casco e ogni tanto sparano qualche colpo di pistola. È lui la vera Napoli? Sesso, sogni, miserie e fantasia? Fatto sta che nel suo secondo romanzo, Arena riesce a mettere insieme Amanda Lear e Nino D’Angelo, Marsiglia e Procida, il carcere e un travestito. E in mezzo tante esperienze di vita, anzi di vitaccia. Sì, è il solito Arena. È il sanguigno scugnizzo che avevamo conosciuto un paio di anni fa. Anche stavolta chiudi il libro convinto che non ti ricapiterà più di leggere qualcosa di simile. O forse si, ti ricapiterà quando un’altra piccola casa editrice deciderà di pubblicare un altro suo romanzo. Chissà perché i grandi editori non lo hanno ancora messo sotto contratto… Forse, semplicemente, preferiscono la banalotta pulizia di un “numero primo” alla confusa e irresistibile vertigine di Arena. Peccato, davvero. Ma comunque Alessio è lì, sospeso tra Napoli e Barcellona, a vomitare passioni su un foglio di carta. Per fortuna.

martedì 1 febbraio 2011

Bruno Vespa può tirare il fiato, Kalispera ha chiuso i battenti

ilfattoquotidiano.it
31 gennaio 2011

Finalmente è finita, avrà pensato il povero Bruno Vespa. Kalispera, il “programma-ufficio stampa di B.” di Alfonso Signorini ha concluso la sua serie di trasmissioni.

Il conduttore di Porta a Porta ne sarà sicuramente sollevato, visto che il direttore di Chi, e panzer del pink thank berlusconiano, ha sottratto centinaia di migliaia di ascoltatori al salotto ultramoderato di Rai Uno. Gli ascolti di mercoledì scorso, poi, hanno completato l’operazione sorpasso: 1.892.000 spettatori per Signorini, 1.406.000 per Vespa. All’ultima occasione utile, insomma, Kalispera piazza il colpaccio. Dagli impietosi dati Auditel, il Bruno nazionale deve trarre qualche insegnamento. E noi con lui.

Innanzitutto, il metodo Signorini “tira” tra la cosiddetta “gente comune”, quella delle Marie De Filippi e dei Grandi Fratelli, per intederci. E tira semplicemente perché nel formato del giornalista rosa trova spazio tutto ciò che la televisione berlusconiana degli ultimi venti anni ha creato: tette e culi a volontà (imbarazzante la legnosa Santarelli), pettegolezzi da salone di bellezza, chiacchiericci da corridoi della politica, scandali, paparazzate vere o presunte, evasione totale. Una lobotomizzazione catodica che alla sciura che si fa il mazzo tutto il giorno, purtroppo, piace. Bruno Vespa, fino al trionfo del “signorinismo”, aveva avuto vita fin troppo facile. Il Biscione, visto che Vespa era sempre più filoberlusconiano, non aveva interesse a farlo crollare sotto i colpi di una concorrenza spietata. Ecco pronto Alessio Vinci, dunque.Uno sparring partner ideale, impacciato, sgrammaticato, senza ritmo. Ma quando il Caimano si è accorto che tira più un servizio di Signorini in salita che una puntata intera di Porta a Porta, ecco che quella che fino a ieri era la Terza Camera dello Stato diventa lo stanzino delle scope.

Il format di Rai Uno non fa più opinione, è vecchio, noioso e ripetitivo. Al contrario Signorini, bisogna dirlo, è lo specchio dei tempi. È ascoltatissimo consigliere d’immagine del premier, direttore di due vendutissimi settimanali di casa Mondadori, ospite fisso al Grande Fratello. È, in sintesi, il Richelieu del vuoto pneumatico della televisione. Ecco tutto. Ci piaccia o meno, questa e’ la verità.

E la lotta tra Vespa e Signorini, che in un paese normale sarebbe semplicemente la libera competizione televisiva tra due programmi concorrenti, da noi assume il ruolo di scontro epocale tra due modi di essere servili nei confronti del Caimano. Da un lato la maniera istituzionale, moderata e tranquillizzante, che strizza l’occhio alla vecchietta e alle sciure timorate di Dio. Dall’altro quella aggressiva, cool, ultrapop e glamour, animalier, “billionaire”, stile Olgettina. È la via tronista al consenso. È l’ultima frontiera di un regime cultural-televisivo che sa di rischiare tutto, forse per la prima volta in quasi trent’anni.
Ecco, Signorini è più moderno di Vespa, ma non per questo migliore. Sono i volti di un Giano Bifronte che, ci piaccia o meno, ha sempre lo stesso nome: Silvio Berlusconi.

martedì 25 gennaio 2011

Reinaldo Arenas, storia del poeta inviso al regime castrista

ilfattoquotidiano.it
24 gennaio 2011

“La differenza fra il sistema comunista e quello capitalista, è che se ti danno un calcio in culo, sotto un sistema comunista devi applaudire, sotto il capitalismo puoi gridare: io sono venuto qui a gridare”. Parola di Reinaldo Arenas, uno dei più grandi scrittori cubani del Novecento, eppure poco conosciuto, soprattutto in Italia.

La storia di Arenas è la storia di un’isola, di una cultura, di migliaia e migliaia di anime in pena sospese tra dittature di segno opposto e un’irrefrenabile voglia di vivere. L’Italia, dicevamo, dello scrittore cubano sa pochissimo. E il perché è presto detto: Arenas incarnava alla perfezione tutto ciò che il sistema culturale di casa nostra non poteva accettare. Era troppo anticastrista per i maitre-à-penser di sinistra e troppo frocio per quelli di destra. Della sua vita, delle sue opere struggenti e oniriche, dunque, non si parla. Non da noi. Per capirne qualcosa in più, o anche solo per ascoltare questo nome per la prima volta, abbiamo dovuto aspettare l’immancabile biopic di Hollywood, “Prima che sia notte” (2000) di Julian Schnabel, tratto proprio dall’autobiografia di Arenas. Coppa Volpi a Venezia per Javier Bardem, recensioni osannanti dei critici. Ecco come si sdogana un personaggio scomodo nel Ventunesimo secolo. Peccato, però, che oltre alle liturgie da red carpet si è detto davvero poco dell’essenza di un’esperienza umana e letteraria unica, conclusasi nel 1990 nell’unico modo possibile: il suicidio.

Reinaldo Arenas era nato nella provincia cubana di Oriente, in una famiglia povera e un po’ sconclusionata. L’infanzia, giocoforza, diventa quindi un percorso a ostacoli tra le scoperte della vita. Il sesso, innanzitutto, che rivestirà un ruolo fondamentale nel suo percorso umano e letterario. E poi la miseria, violenta e inarrestabile, che lo costringe a mangiar terra, quella terra scura della provincia di Oriente che gli resterà appiccicata addosso per tutta la vita, fino a penetrare negli anfratti più reconditi di un’anima che ribolle di passione. Brucia le tappe, il giovane Arenas, e scopre ben presto di essere omosessuale, così come scopre una innata propensione alla ribellione, derivante anche dalla formazione liberale che riceve dal nonno materno, fiero oppositore del regime di Fulgencio Batista. Sesso omosessuale, miseria, politica: gli ingredienti sono questi e alla lunga costituiranno una miscela esplosiva e gravida di sensualità, sogni, fantasie, bruschi risvegli e disillusioni. È il dramma di vivere che diventa dimensione onirica, pur restando con i piedi saldamente piantati a terra. Doppio binario, per un talento che fa politica sporcandosi le mani e, ciononostante, si rifugia spesso e volentieri in arzigogoli surreali che costituiranno la cifra stilistica della sua opera letteraria.

Nel 1958, quando Fidel Castro e i suoi barbudos fanno alzare il livello dello scontro contro il regime, Reinaldo ha 15 anni e si butta a capofitto nella guerriglia. Poca roba, in realtà, perché lui non è uomo d’azione. Fa in tempo, però, a dar sfogo ad una ebrezza libertaria che sembrava poter avere cittadinanza nel castrismo delle origini, quello che ancora non si era trasformato in asfittica e dura dittatura socialista. Quella stessa ribellione sfociata contro Batista, si trasforma ben presto in ribellione anticastrista. Si tratta di una ribellione interiore, intima, eppure mai privata e nascosta. Un moto dell’animo che utilizzerà due valvole di sfogo, molto spesso confuse tra loro: il sesso e la letteratura. La ricerca del piacere sessuale sarà l’arma principale dell’Arenas dissidente, che nell’atto carnale della penetrazione vedeva la rottura delle ipocrisie del regime, l’infrazione delle regole asfittiche di una società che si avviava verso la morte civile, in cui i gay erano perseguitati, torturati e incarcerati. Anni di fuoco, sotto il sole dell’Avana. Ed è lo stesso Arenas a tracciare un bilancio dei suoi amanti, chissà se realistico o semplicemente gonfiato ad arte per rendere al meglio il sesso come strumento di lotta, oltre che di appagamento fisico e mentale: 5000 uomini lo hanno preso, anima e corpo, accontentando una fame insaziabile che, trasformando liberamente un vecchio slogan, potremmo definire di “pene e rose”.

Poi il carcere del Morro, fortezza coloniale a strapiombo sul mare dove muoiono migliaia di giovani cubani e, con loro, il sogno di libertà di quell’isola carnale e maledetta. Tra il sudiciume della sua cella, Arenas scoprirà la vera miseria, non quella materiale (che conosceva fin troppo bene) ma quella morale. Vedrà centinaia di anime spegnersi sotto i colpi del regime, assisterà a torture indicibili, lavaggi del cervello, abiure forzate e pentimenti indotti dei cosiddetti “controrivoluzionari” o “antisociali”.

Ma anche lì, in quell’inferno, Arenas godrà dei piccoli piaceri della vita: un tramonto viola, le onde che si infrangono con violenza sul malécon, gli odori e i colori di una città in rovina.

Decide di scappare da Cuba. Decide di recidere un cordone ombelicale che fino a quel momento era stato una sorta di nodo di Gordio dell’anima. Ci prova prima su una camera d’aria, avventurandosi senza successo nell’oceano. Poi tenta di raggiungere la base americana di Guantanamo, tuffandosi in un fiume infestato di caimani. Alla fine, per caso, riesce a lasciare legalmente il paese, nonostante il regime tenti fino all’ultimo di trattenerlo.

L’arrivo in America segna l’inizio dell’ultima, dolorosa e un po’ nostalgica fase della sua vita. Scopre di avere l’Aids e nota uno a uno tutti i vizi della società americana. I suoi libri, ora stampati legalmente, dopo gli esordi avventurosi e pirateschi di quando viveva a Cuba, hanno un successo mondiale. Ma qualcosa dentro di lui si è rotto. Il fisico è minato dalla terribile malattia appena arrivata a distruggere i sogni di una generazione. La mente è assopita, sedata, narcotizzata da farmaci e mal de vivre. L’America non è posto per lui. E Cuba non potrà esserlo mai più.

Ecco che decide di anticipare i tempi, di non attendere l’arrivo inevitabile della Nera Signora. Reinaldo Arenas si uccide nella sua casa di New York. Non prima, però, di aver concluso la sua autobiografia e di aver vergato a mano un biglietto per i suoi amici più cari. Poche righe che sono un testamento politico e letterario, che consegnano alla storia una delle esperienze artistiche e umane più carnali, libertarie e ribelli del Novecento: “Non vi arrendete, ma continuate a lottare. Cuba sarà libera, io lo sono già”.

domenica 6 giugno 2010

Quando morì Bobby, l'alfiere del sogno americano

Ffwebmagazine
6 giugno 2010
Più del fratello, scelto dal destino (e dal padre) come punta di diamante della famiglia. Più di tutto il resto dell'America liberal degli anni Sessanta. Più di tutto, più di tutti, Robert Francis Kennedy, classe 1925, cadetto della potentissima famiglia cattolica del Massachussets, ha segnato un'epoca, ha contribuito a costruire un intero immaginario culturale e politico che ha contraddistinto gli anni più tumultuosi (ed esaltanti) dell'epopea americana del XX secolo.

Quegli otto anni di differenza rispetto a JFK (il presidente ucciso a Dallas era nato nel 1917) lo costrinsero a un ruolo apparentemente di secondo piano. Doveva lavorare, questo era stato il compito affidatogli da papà Joseph, per portare il fratello maggiore alla Casa Bianca. Era l'ossesione del patriarca dei Kennedy, l'obiettivo di una vita, il fine ultimo verso il quale erano stati rivolti tutti gli sforzi della famiglia. Eppure Bobby aveva già iniziato una brillante carriera quando John era ancora senatore: negli anni Cinquanta aveva fatto parte del Subcomitato permanente del Senato per le investigazioni diretto dal senatore McCarthy e alla fine dello stesso decennio si era distinto per essersi schierato contro il discusso sindacalista Jimmy Hoffa durante i lavori della Commissione antiracket. 

Poi le dimissioni, per dedicarsi anima e corpo alla campagna presidenziale del fratello maggiore, la vittoria risicata contro Nixon e l'inizio dell'epopea kennediana. Ministro della Giustizia durante l'amministrazione di John, Robert Kennedy era considerato da molti la vera anima del governo democratico, il deus ex machina di un'operazione che era culturale e di immagine, oltre che politica. 

Gli anni di Kennedy alla Casa Bianca, lungi dall'essere quel perfetto quadretto iconico che è stato dipinto da una certa stampa agiografa, rappresentarono comunque uno spartiacque decisivo nel modo di intendere la vita e la politica al di là dell'Atlantico. E i frutti si videro dopo quel 23 novembre 1963, dopo l'uccisione a Dallas del presidente americano. Paradossalmente, una immensa tragedia familiare aveva permesso la liberazione di Robert dal ruolo di secondo piano al quale era stato relegato dagli eventi. Ora era libero di lasciare il governo (aveva accettato di diventare ministro solo perché doveva), di non nascondere l'avversione verso il neopresidente Johnson, di impegnarsi in battaglie che già dalla Casa Bianca aveva abbozzato. 

A cominciare da quella dei diritti civili, che era stata uno dei leitmotiv della campagna presidenziale kennediana e che tuttavia non era ancora stata portata a termine. I rapporti strettissimi con il reverendo Marthin Luther King sono la prova di un chiodo fisso coraggioso e, per i tempi, rivoluzionario. Il cattolico, bianco, ricchissimo e privilegiato Robert Kennedy si schierava apertamente con i milioni di neri che in quegli anni sfidavano consuetudini e razzismo, Ku Klux Klan e segregazionismo per aprire una pagina nuova nella storia americana. E fu lui, il 4 aprile del 1968, a scendere in strada e annunciare la morte del reverendo King, a invitare alla calma i neri pronti alla rivolta, in barba alla non violenza, per sfogare la frustrazione e la disperazione di una generazione che sognava di liberarsi dalle paradossali catene schiaviste del paese più democratico al mondo, a più di un secolo dalla vittoria degli antischiavisti di Abramo Lincoln. Due mesi dopo, però, Robert Kennedy doveva raggiungere il fratello John e Martin Luther King nel Pantheon degli eroi americani degli anni Sessanta.

Los Angeles, notte tra il 4 e il 5 giugno 1968. Bobby ha vinto, poche ore prima, le primarie presidenziali in California, quasi un'ipoteca sulla nomination democratica. Si festeggia all'Hotel Ambassador, si celebra l'ennesima resurrezione del sogno americano, l'incredibile affermazione di un'America rivoluzionaria per i tempi che si stavano vivendo. C'era il Vietnam, c'erano i diritti civili, c'erano i giovani delle università che protestavano e mettevano a ferro e fuoco i campus della West Coast. E Bobby era la carta, forse l'ultima, per venirne fuori, per istituzionalizzare lo scontento, per portarlo a Washington con più decisione e coerenza rispetto alla precedente esperienza di JFK. 

Ma torniamo all'Ambassador: si festeggia, dicevamo. E alla fine di una notte lunghissima ma esaltante, Bobby va via, passa per le cucine, saluta amici e cuochi, sostenitori e camerieri. Poi i colpi di pistola, sparati da Sirhan Sirhan, giordano di origine palestinese, sotto gli occhi di giornalisti e telecamere. Si ripete il frustrante dramma dell'America che sembra sempre sul punto di svoltare ma poi alla fine cede e deve ricominciare da capo. Bobby muore il giorno dopo, e con lui se ne va la possibilità di chiudere un periodo orribile della storia americana. 

Muore Kennedy, un altro Kennedy. Ma non muore l'idea di un'America più giusta e onnicomprensiva, un'America in cui davvero tutti gli uomini nascono uguali e hanno tutti il diritto a ricercare la felicità. Non muore quell'American dream che oggi, quarant'anni dopo, si è incarnato (forse un po' frettolosamente) in Barack Obama. Quell'anelito alla pax democratica che Bobby era riuscito a sintetizzare citando una calzante frase di George Bernard Shaw: «Ci sono coloro che guardano le cose come sono, e si chiedono perché..... Io sogno cose che non ci sono mai state, e mi chiedo perché no». 

mercoledì 2 giugno 2010

Sciopero degli spettatori, troppo poco per cambiare la tv

Ffwebmagazine
2 giugno 2010

La mania dei "No qualcosa Day" colpisce anche la televisione. Magie dell'era di facebook, dove un'iniziativa nasce in sordina e, se pubblicizzata bene, diventa un'onda gigantesca che si trasforma in evento. Nato come No tv day, e poi modificato in un più novecentesco e sindacale "Sciopero dei telespettatori”, ha già raccolto quasi 175mila adesioni. Numeri di un certo rilievo, bisogna ammetterlo, anche se su Facebook non è poi un boom così clamoroso. Basti pensare, giusto per fare un esempio restando nel campo televisivo, che la pagina ufficiale di Mauro Marin (l'ultimo vincitore del Grande Fratello) ha quasi 500mila fan.

Dicevamo dello sciopero dei telespettatori, dunque. Incuriositi da una mobilitazione così imponente e, a quanto risulta, spontanea, ci siamo messi in contatto con il fondatore della pagina. Ci aspettavamo una task force di arrabbiati critici e invece, sorpresa, l'idea è di un venticinquenne milanese (al quale si è poi accodata un'associazione) che, «tornando a casa dal lavoro e facendo un po' di zapping sui soliti programmi» ha immaginato la tv come «un fitto albero con diversi rami che rappresentano i canali tv e  un vasto numero di foglie che sono le trasmissioni, telegiornali e tutto quello che ci propinano ogni giorno. Vedendo questo albero all'interno di una stagione l’associazione è caduta sull’autunno, con programmi privi di una linfa di intelligenza come foglie secche». La metafora è comprensibile, anche se un po' contorta, ma il discorso si fa più interessante quando l'anonimo ribelle anticatodico (su facebook la sua pagina si chiama "Anche io ho smesso di guardare la tv") traccia un paragone tra tv e internet: «Le informazioni che la rete può dare hanno un potenziale infinito rispetto a una tv che ha un rapporto con chi la guarda di solo download. Quando noi apriamo una pagina su internet scarichiamo dei kb che ci mostrano la pagina web e quando scriviamo una parola su Google inviamo dei kb. Il rapporto è di invio e ricezione. È democratico perchè si interagisce. Con la tv, invece, il rapporto è unilaterale. Ricevo solo quello che vogliono i gestori delle tv». Già, non fa una piega. Sulla tv la pensavano così decine di massmediologi, ma la dicotomia download/upload non è niente male.

Il problema, però, è che organizzare uno sciopero del telespettare di sabato e domenica (26 e 27 giugno) ci sembra una scelta che oseremmo definire "paracula". Lo share nel week-end crolla come la temperatura arrivando sull'altopiano di Asiago, quindi non ci pare un'iniziativa coraggiosa, a esser sinceri. Se poi aggiungiamo che siamo a giugno e che sono già finiti campionato, varietà del sabato sera e contenitori domenicali, il quadro è completo. E cosa vogliono ottenere gli scioperanti della domenica? Leggendo le info su facebook si capisce poco. Ma cerchiamo di essere clementi: in fondo si tratta pur sempre di una iniziativa spontanea, dal basso, figlia dello spontaneismo (velleitario o meno, decidete voi) internettiano.

Scherzi a parte, di problemi la tv ne ha fin troppi. Lo sappiamo e lo abbiamo più volte sottolineato nei mesi scorsi. Non ci sembra che basti un'iniziativa così, però, a risolverli. Innanzitutto perché non sono efficati (vedi il flop del No Facebook day, nato e morto proprio sul social network). E poi perché i dirigenti delle nostre televisioni facebook non sanno nemmeno cos'è (purtroppo).

Dello sciopero dei telespettatori, però, salviamo la buona volontà. Almeno c'è qualche decina di migliaia di persone che vorrebbe una televisione migliore, meno superficiale e volgare. Facciamolo capire ai dirigenti televisivi. Fuori da facebook, possibilmente.  

mercoledì 26 maggio 2010

E con Monica Setta, in tv l'approfondimento è all'acqua di rose

Ffwebmagazine
26 maggio 2010
Avevamo promesso a noi stessi di non scriverne, per non sembrare i soliti critici televisivi inaciditi, che storcono il naso di fronte a ogni minima bruttura della tv, che snobbano con fare da radical chic da salotto i personaggi che vanno per la maggiore nel panorama catodico del nostro paese. Avevamo promesso, è vero. Ma non tutte le promesse si possono mantenere, soprattutto se il personaggio in questione si chiama Monica Setta. 

L'ascesa televisiva della giornalista brindisina è stata fulminea. Da una dignitosissima carriera giornalistica sulla carta stampata (Capital, Io Donna, Gente e Gente Viaggi), infatti, a un certo punto la Nostra si è dedicata anima e corpo alla tv. Prima a La7, con programmi di taglio prettamente femminile, poi il gran salto in Rai, lo spazio politico a Domenica In, fino ad arrivare alla doppietta da solista di quest'anno: Il Fatto del giorno (dal lunedì al venerdì, ore 14, Rai Due) e Peccati – I sette vizi capitali (sette seconde serate sempre su Rai Due). Il pubblico non sembra gradire granché, a esser sinceri, ma pare che i dirigenti di viale Mazzini non la pensino allo stesso modo. Si mormora, ed è più che un mormorio, che la Setta abbia santi mica da ridere nel Paradiso del centrodestra. Si spiegherebbe come mai, ad esempio, qualche mese si era fatto proprio il suo nome come anti-Santoro del Pdl a cui affidare un programma di approfondimento politico da contrapporre ad AnnoZero.

Le reazioni, anche all'interno dello stesso centrodestra, erano state a metà tra sbigottimento e ilarità. Forse Monica Setta ha pagato il maschilismo di una certa politica, ma forse no. Forse, ad esempio, i critici della giornalista hanno utilizzato come metro di giudizio Il Fatto del giorno, il programma quotidiano che riempie il palinsesto del primo pomeriggio della seconda rete. In effetti l'impostazione editoriale e stilistica della trasmissione lascia perplessi. Per una scelta che ci risulta di difficile comprensione, gli argomenti più seri dell'attualità politica, sociale ed economica vengono affrontati in studio con orde di opinionisti prezzemolini, ex soubrette in disgrazia, nani e ballerine.

Mitica una recente puntata sulla crisi economica greca (argomento mica da ridere) con Monica Setta che si rivolge alla soubrette di turno e chiede: «Tu, da madre, come pensi sul disastro economico di Atene?». Occhio vitreo dell'ospite, un momento di comprensibile terrore e poi due parole in croce biascicate con poca convinzione. Quando c'è da parlare di cose più leggere, però, ecco spuntare i politici: Daniela Santanché uber alles, visto che il sottosegretario all'Attuazione del programma di governo (prima o poi ci spiegheranno i suoi compiti?) è quasi ospite fisso e con la consueta pacatezza passa dall'immigrazione all'Isola dei famosi.

Peraltro, Monica Setta sta diventando un personaggione pop. I camionisti italiani, ad esempio, l'hanno scelta come loro icona sexy. Segno dei tempi che cambiano, visto che qualche anno fa in cabina si esponevano orgogliosamente le foto del prosperoso seno di Pamela Anderson. E non poteva mancare l'imitazione dell'ottima Gabriella Germani, che è così brava a replicare stile, voce e argomenti della giornalista che a volte non si capisce chi sta imitando chi.

Ecco, ci siamo sfogati. Abbiamo dato spago di nuovo alle nostre pulsioni snob. Abbiamo criticato un modo di concepire l'approfondimento giornalistico che è distante non solo dai nostri personali modelli, ma anche da quelli oggettivi all'insegna dell'obiettività, della serietà e della qualità. Non ce ne voglia Monica Setta, non ce ne vogliano i fan della neotelevisione all'acqua di rose. È più forte di noi. E temiamo che, nonostante le promesse ripetute, continueremo a farlo.

giovedì 20 maggio 2010

E nun ce vonno stà: la Padania e quei livori mai sopiti

Ffwebmagazine
20 maggio 2010


Per capire la portata dell'attacco scatenato dal nord, basta leggere la Padania di oggi. Richiamo bene in vista in prima, quattro pagine interne fitte di invettive e ricostruzioni complottiste e un unico leitmotiv a tenere insieme tutto: Roma ladrona. Ebbene sì, la Lega di governo si rituffa nel passato e denuncia il malaffare della godereccia capitale dell'Impero. È lo stesso Leoni, fondatore della Lega con Umberto Bossi, a guidare l'assalto padano: «Roma ladrona ci ha rubato anche le Olimpiadi. È così, questa città non si accontenta mai, vuole prendere tutto». E ancora, arrivando quasi a minacciare: «Da qui al 2020 il paese sarà profondamente cambiato. L'Italia sarà diversa col federalismo e allora magari anche la Padania avrà il suo Comitato olimpico e le sue Olimpiadi». Ecco, sarebbe il caso di spiegare al senatore Leoni che tra federalismo e secessione c'è una bella differenza. D'altronde, nemmeno regioni autonomiste molto più calde dell'inesistente Padania (dai Paesi Baschi alla Scozia, dalla Catalogna all'Irlanda del nord) hanno comitati olimpici indipendenti da quello nazionale.

Ma anche i giornalisti del quotidiano leghista non le mandano certo a dire. Alessandro Montanari, ad esempio, forse scrive pensando ad Asterix e alla sua saga, se è vero che conclude il suo articolo con un riferimento (tanto per cambiare) alle tasse: «Noi abitanti delle colonie periferiche padane siamo costretti a versare annualmente a Roma  per rientrare dai suoi, colpevoli, svolazzi». Come dire: la capitale dell'immorale Impero se la gode e a nord del Po si pensa solo a laurà per mantenere i vizi della corte dissipata. E le citazioni potrebbero essere molte di più, con una gara tra giornalisti e politici a chi la spara più grossa.

Nessuno, però, si è preoccupato di rispondere in maniera netta e definitiva a questa ridda di accuse sguaiate senza capo né coda. Eppure basterebbe davvero poco. Basterebbe dire, ad esempio, che le infrastrutture presenti a Roma danno la garanzia di avere una base sulla quale lavorare, senza costruire nuove cattedrali nel deserto che snaturerebbero l'armonia urbanistica e architettonica di una città. Basterebbe dire, ad esempio, che non si riesce proprio a immaginare un'Olimpiade a Venezia, innanzitutto perché non esiste fisicamente lo spazio per gli impianti. Oppure i Giochi olimpici di Venezia si sarebbero dovuti svolgere fuori dalla città lagunare? E che senso avrebbe avuto? Basterebbe dire, inoltre, che per Venezia le Olimpiadi sarebbero state una vera e propria iattura. Per una città così fragile, delicata, da preservare, un evento del genere avrebbe rappresentato un rischio incalcolabile per la salvaguardia dell'anima lagunare.

Basterebbe poco, insomma, per smontare le risibili accuse a sfondo politico di stampo leghista. Ma forse ha ragione chi non replica. Forse ha ragione chi preferisce lasciare i padani ai loro deliri demagogici a uso e consumo della loro “gggente” (non se ne può più di questa “gggente”, diciamolo). Quello che non si può evitare di fare, però, è riflettere pacatamente e con serietà sulla vera essenza della Lega Nord. Per qualche tempo gli incendiari di via Bellerio si erano trasformati in pacati e autorevoli uomini di governo. Ma è bastato poco, davvero poco, per far tornare a galla mai sopiti livori. E pensare, infine, che questi stessi nemici di Roma ormai fanno il bello e il cattivo tempo anche nella Capitale. Chissà se sa anche questo, la “gggente” del nord...
Il Coni ha deciso: sarà la Capitale a correre per l'assegnazione dei Giochi olimpici del 2020. Roma doveva essere, dunque, e Roma sarà. E non perché, come urlano sbavando dal nord, la Roma ladrona ha messo in campo tutto il proprio bagaglio occulto di poteri striscianti per battere la “serenissima” e innocente Venezia. Nossignore, non è andata così. Non stavolta, semmai sia realmente successo in passato. Le reazioni sguaiate alla scelta plebiscitaria del Consiglio nazionale del Comitato olimpico italiano (unica eccezione su 68 votanti: il presidente dell'Aeroclub d'Italia Giuseppe Leoni, senatore leghista) erano prevedibili, ammettiamolo, ma fino all'ultimo avevamo sperato che ci venisse risparmiato l'ennesimo teatrino livoroso che divide il paese, che lancia accuse da complottismo di quart'ordine per urlare allo scippo. Quasi come se avesse vinto un piccolo paesino di mille abitanti contro una metropoli attrezzata e organizzata.

mercoledì 19 maggio 2010

Ma quella di Rainews è professionalità da tutelare

Ffwebmagazine
19 maggio 2010

Proprio nel giorno in cui Mamma Rai cambia logo, rinnovandosi graficamente solo pochi anni dopo il funesto arrivo della criticatissima “farfallina”, dalle parti di viale Mazzini si scatena la tempesta. A innescarla, stavolta, non è Santoro, né Travaglio o Minzolini. Non si tratta di un capriccio di una star del piccolo schermo, insomma. La polemica monta direttamente dai sotterranei di Saxa Rubra, dalle catacombe del giornalismo televisivo, da quella realtà professionale piccola e bistrattata che è Rainews24 (da ieri solo Rainews). La rete all news diretta da Corradino Mineo, infatti, improvvisamente è sparita dai televisori italiani sul digitale terrestre e persino sul bouquet satellitare di Sky.

La reazione dei già mugugnanti giornalisti di Rainews non si è fatta attendere: nota ufficiale, richiesta di spiegazioni, Mineo infuriato e assemblea immediata. Risultato: sciopero indetto per il 28 maggio e sit-in pomeridiano all'ombra del cavallo morente. A nulla sono valse le motivazioni dell'azienda, pronta a giustificare il disguido tecnico con un cambio di frequenze dovuto allo switch over in alcune zone del nord. Anche perché i problemi di frequenza sul digitale non spiegherebbero comunque l'oscuramento sul satellite.

La professionalità di Rainews, in effetti, è calpestata da tempo dai piani alti della Rai. E nessuna differenza si è vista quando al governo c'era il centrosinistra. Sembra che, nonostante ciò che dicano i dirigenti, il canale all news non sia strategico per l'azienda. Errore madornale e pacchiano, visto che negli ultimi anni il canale televisivo che più di ogni altro ha riscosso successi roboanti, è cresciuto e si è fatto conoscere al grande pubblico è proprio un diretto competitor di Rainews, cioè SkyTg24 di Rupert Murdoch.

Fino a qualche tempo fa si imputava a Rainews la linea troppo estrema su alcuni argomenti per riuscire a raccogliere un'audience vasta e trasversale. Critica peraltro condivisibile, viste le spericolate posizioni politiche di chi ha preceduto Corradino Mineo alla scrivania di direttore. Da quando è arrivato l'ex giornalista del Tg3 e già corrispondente da Parigi, l'aria è cambiata e molto. Non solo contenutisticamente, per intenderci, ma anche e soprattutto nella forma e nello stile. Se a SkyTg24 sono tutti giovani, aitanti e à la page, infatti, a Rainews si prediligeva lo stile radical, molto informale (troppo informale!), con giornalisti attempati o che non trovavano spazio sulle reti generaliste.

Un po' funziona ancora così, visto che la rete è vista come una riserva dentro cui parcheggiare chi non è adatto a fare altro (o chi non ha abbastanza santi in Paradiso?). Per non parlare dei risibili mezzi economici destinati al progetto! Una manciata di noccioline, reperite tagliuzzando qua e là, il minimo indispensabile per continuare a vivacchiare, senza acuti né cambi di ritmo. Eppure, nonostante il quadro desolante, Mineo continua a innovare, a sperimentare, a cambiare il volto di una rete televisiva che piano piano sta tentando di mettersi al passo con i competitors italiani e stranieri. È piuttosto comprensibile, quindi, che una trincea già provata da anni di indifferenza, quando non di ostilità, reagisca duramente se persino il poco che si può fare non va in onda.

Le motivazioni addotte dall'azienda, dicevamo, sembrano un po' deboli. E le risposte vere devono arrivare con investimenti maggiori e più credito nei confronti di un team di professionisti che è riuscito a raggiungere livelli più che dignitosi, contando sui pochi mezzi a disposizione. Forse è questo che ha dato fastidio a viale Mazzini. Forse c'era qualcuno, lì ai piani alti, dove si preferisce decidere di grandi show del sabato sera o soubrette da collocare, che sperava che Rainews facesse la classica figura di chi spera di fare le nozze con i fichi secchi.

sabato 15 maggio 2010

Miss Usa è musulmana: forse è ora di imparare qualcosa...

Ffwebmagazine
15 maggio 2010

Vi ricordate quando, nel 1996, Denny Mendez, dominicana e di colore, venne scelta come Miss Italia? Settimane intere di dibattiti, iniziate ben prima della kermesse di Salsomaggiore, e fazioni contrapposte: una ragazza di colore rappresentava la tipica bellezza italiana?

Pare che negli Usa le discussioni di questo genere non abbiano lo stesso successo. Non c'entra, o almeno non si tratta solo di questo, della tipica propensione statunitense per il melting pot. Anche perché il concorso di Miss Usa 2010 non è stato vinto da una afroamericana, una ispanica o una asiatica (è già successo da tempo). Rima Fakih, nata nel Michigan 24 anni fa, ha qualcosa in più: è musulmana. La sua famiglia di origini libanesi festeggia sia le festività islamiche che quelle cattoliche.

Ecco la novità, ecco l'ultima frontiera da valicare nella sociologia a volte spicciola dei concorsi di bellezza. Una reginetta musulmana nel paese dell'11 settembre, dell'islamofobia che ha dominato i primi dieci anni di questo Terzo Millennio. Inutile fingere che non faccia specie: è un segnale importante di distensione, di una maturazione della società americana che forse può andare oltre quel giorno terribile di 9 anni fa, senza dimenticare nulla, ma anche senza generalizzazioni, senza pregiudizi, senza fare di tutta l'erba un fascio.

Ricordiamo tutti i mesi successivi all'attentato del World Trade Center: parecchi voli vennero fatti atterrare perché un passeggero spaventato aveva urlato al terrorista, solo perché il vicino di posto parlava arabo, o era di pelle olivastra, o indossava un turbante o una tunica. Questa lunga parentesi di diffidenza sembra essere finita, oggi, nella maniera più frivola possibile, con una fascia da miss consegnata dal multimiliardario Donald Trump a una immigrata di seconda generazione.

Eccolo l'altro punto cruciale, utile anche dalle nostre parti. Rima Fakih è figlia di libanesi, non dimentica le proprie origini né le tradizioni della sua famiglia. Eppure Rima è americana in tutto e per tutto. Abitudini, modi di pensare e di comportarsi, persino gusti alimentari: tutto nella nuova miss Usa è a stelle e strisce. E gli americani, popolo nato da un fenomeno globale di emigrazione, lo sanno bene.

Forse non lo capirebbero allo stesso modo alcuni italiani. Forse penserebbero che Rima è americana solo de jure. Forse penserebbero bene di manifestare contro la sua vittoria, magari portando un maiale al guinzaglio. Forse penserebbero che Rima è tutto fuorché occidentale, perché è musulmana, e l'Occidente è cristiano. Punto. Non si discute.

Eppure questi immigrati di seconda generazione sono sempre di più, parlano la nostra lingua meglio di molti di noi, tifano per le nostre squadre di calcio, vestono all'ultima moda del made in Italy, mangiano pasta e pizza. E proprio come è accaduto in America, anche in Italia prima o poi si dovrà prendere atto di un dato di fatto incontrovertibili, cioè che anche loro sono italiani, che anche loro (forse soprattutto loro, visto il tasso di natalità del nostro paese) rappresenteranno l'Italia di domani.
Chissà che ne pensano i leghisti, i filoleghisti, i metaleghisti, i postleghisti, della vittoria di Rima Fakih in quel di Las Vegas... Sarebbe il caso di imitare gli amici americani, anche solo “per vedere di nascosto l'effetto che fa”.

Scherzi a parte, reginette o meno, dall'America arriva una bella lezione. L'America a chi la ama, l'Italia pure. Speriamo.

mercoledì 12 maggio 2010

La5 un canale per donne: sì, ma quali?

Ffwebmagazine
12 maggio 2010

La nascita di un nuovo canale, soprattutto se contribuisce ad arricchire l'offerta per adesso scarsa del digitale terrestre, dovrebbe farci esultare. E la partenza de La5, nuovo canale Mediaset dedicato alle donne che comincerà le trasmissioni stasera alle 21, riesce solo in parte a farci gioire. Di buono, dicevamo, c'è che i colossi televisivi italiani cominciano a investire sul digitale gratuito non solo con repliche trite e ritrite, ma anche con programmi nuovi di zecca, produzioni (seppure a basso costo) solo per il pubblico del digitale, croce e delizia della nuova televisione.

Quello che ci convince meno, invece, è la vera e propria "linea editoriale" del nuovo canale femminile del Biscione. Sì, perché se stiamo parlando di un canale all pink, tutto dedicato alle donne, bisogna capire innanzitutto di che donne stiamo parlando. A giudicare dal primo palinsesto presentato in pompa magna da direttori, channel manager, funzionari e dirigenti (guarda caso tutti uomini), c'è ben poco da esultare. Provate a indovinare chi ha firmato il primo programma nuovo di zecca, tutto per La5. È Antonio Ricci, il padre di Striscia la notizia, l'ideatore delle Veline, quel modello femminile non proprio edificante che ha creato in Italia un vero e proprio ritorno, meno ideologico e più pragmatico, del femminismo italico.

E a condurre Le nuove mostre, striscia quotidiana che offrirà al telespettatore il peggio della tv del giorno prima, sarà condotto proprio da loro, la bionda Costanza e la mora Federica, le veline di Striscia.
Un altro contenuto esclusivo del nuovo canale è l'imperdibile (sic!) Ciao Darwin: istruzioni per l'uso, backstage dello show ideato e condotto da Paolo Bonolis. Anche Ciao Darwin, in effetti, non si è mai distinto per una concezione decorosa e rispettosa della donna. Basti pensare alla bella statuina muta chiamata Madre Natura, o ai commenti maschilisti che accompagnano l'immancabile sfilata in lingerie delle concorrenti. D'altronde, con molta onestà intellettuale, Bonolis ha sempre dichiarato di volersi dedicare, con Ciao Darwin, al disimpegnatissimo filone "tette e culi", rivendicano la liceità della scelta ultraleggera.
Altra chicca per le donne di età compresa tra 15 e 40 anni (il target del nuovo canale) è la riproposizione in prima serata delle puntate di Beautiful. Le vicende libertine e amorali della famiglia Forrester sbarcano, dunque, nel prime time, confermano che il target femminile di cui sopra non è proprio composto da donne impegnate ed emancipate.

Soap opera, veline e tv "tette e culi" (senza dimenticare i concerti del tour estivo degli Amici di Maria De Filippi): questo il primo menu, che rischia di risultare indigesto. La storia è sempre uguale, in tv, in politica, in ogni ambito della vita quotidiana: di quello che vogliono le donne, dei loro bisogni e dei loro gusti, delle loro inclinazioni e aspirazioni, se ne occupano gli uomini. Con l'ovvio risultato di rappresentare un universo femminile lontano anni luce dalla realtà e facendo capire alle donne, magari quelle più indifese, che quello che vogliono è proprio questo, niente di più. Benvenuto al nuovo canale per le donne, dunque. Ma la domanda è una, semplice, diretta e lineare: per quali donne, di grazia?