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martedì 3 maggio 2011

Bin Laden è morto. Il mondo riparta da qui


FareitaliaMag
2 maggio 2011

Osama Bin Laden è morto. Facciamo fatica a crederci. Facciamo fatica persino a scriverlo. Sì, perché lo “sceicco del terrore” sembrava inafferrabile. E la sua mancata cattura non permetteva all'America, all'Occidente e al mondo intero di chiudere la terribile ferita apertasi in quella mattina newyorkese dell'11 settembre 2001. Qul giorno, la storia si era rimessa a correre, persino troppo, smentendo lo storico americano Fukuyama che, dopo il crollo del muro di Berlino, aveva preconizzato la “fine della storia”. E invece, la morte tragica e indimenticabile di quasi 3mila cittadini americani aveva innescato un decennio di tensioni internazionali, terrorismo, guerre sanguinose, discusse ma drammaticamente necessarie per garantire la sicurezza internazionale.
E oggi, 2 maggio 2011, l'annuncio ufficiale della morte del capo di al Qaeda chiude una pagina dolorosissima. Nessuno si illuda che il terrorismo integralista sia stato sconfitto definitivamente. La rete del terrore creata da bin Laden è ormai ampiamente autonoma e capace di continuare a far male anche senza il suo fondatore e leader carismatico. Ma è chiaro come una notizia di così forte impatto simbolico rappresenti un punto di svolta importante, epocale. È un avvenimento storico che da oggi in poi deve permettere all'Occidente di guardare avanti, di riallacciare pienamente i rapporti con quell'Islam moderato che deve essere l'interlocutore privilegiato delle democrazie liberali di casa nostra.
Con la morte di Bin Laden, trovano pace le vittime delle Twin Towers ma anche quelle della strage di Atocha a Madrid e quelle degli attentati di Londra. Trova pace una generazione che è ormai abituata a considerare la storia recente del mondo prima e dopo l'11 settembre. Tutti noi ricordiamo nitidamente ogni singolo istante di quel giorno di dieci anni fa. Quelle immagini polverose e insanguinate provenienti da New York, il nostro sbigottimento di fronte a un evento così inaspettato, le guerre in Afghanistan e in Iraq, possono e devono essere sostituite, nell'immaginario collettivo, dall'immagine di un Obama visibilmente soddisfatto che annuncia all'America e al mondo la morte del nemico pubblico numero uno: “Giustizia è stata fatta”, ha detto l'inquilino della Casa Bianca. E poi ha nominato il suo predecessore, il vituperatissimo (spesso al di là dei suoi demeriti) George W. Bush, che si era trovato in mano la patata bollentissima dell'emergenza terroristica.
È il momento giusto per voltare pagina, dunque, e la morte di bin Laden deve servire da spinta propulsiva per un mondo che vuole riconciliarsi con sé stesso e con il mondo arabo e musulmano. Una spinta che può e deve andare in tandem con le immagini che ormai da mesi arrivano dal Maghreb e dal Medio Oriente, quel vento di libertà che sembra finalmente aver contagiato anche l'Islam moderato.
Tutti i problemi del mondo restano drammaticamente aperti, ovviamente, ma da oggi, forse, il nostro pianeta è un po' più sicuro. E in tempi difficili come questi non è poco.

sabato 30 aprile 2011

William & Kate, simboli di una generazione

FareitaliaMag
29 aprile 2011

Il gran giorno è arrivato: oggi William d'Inghilterra e Kate Middleton si sposano. E chi se ne frega?, diranno molti nostri lettori per nulla avvezzi alle cronache coronate. In parte hanno ragione, in parte no. Perché sarà pur vero che si tratta di un semplice matrimonio tra due ragazzi che hanno avuto la fortuna di nascere nelle famiglie dove sono nati, ma non per questo va derubricato a evento meramente mondano e “rosa” in un mondo che ha tanti altri problemi a cui pensare.
Sì, perché l'erede al trono di Regno Unito e Irlanda del Nord, Antigua e Barbuda, Australia, Isole Bahamas, Barbados, Belize, Canada, Grenada, Giamaica, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Isole Salomone e Tuvalu, futuro capo del Commonwealth e governatore supremo della Chiesa Anglicana, Comandante in capo delle forze armate e Signore dell'Isola di Man, non è l'ennesimo rampollo viziato della famiglia dei Windsor. È il futuro prossimo di una monarchia solida e amata dai propri sudditi ma che ha urgentemente bisogno di una iniezione di fiducia e di freschezza.
William è bello e affascinante come la madre Diana, e proprio nell'effetto pop della figura leggendaria dell'ex principessa del Galles sperano in molti, dalle parti di Buckingham Palace. Il figlio di Lady D non è Carlo, grazie al cielo, e in tutto e per tutto ricorda il mito materno: è impegnato nel sociale, piace agli inglesi (persino ai meno monarchici), ha scelto di svolgere il proprio compito più con il cuore che con la mente, più con l'umanità e la freschezza di un trentenne qualsiasi che con l'alterigia e la freddezza di una testa coronata. Si è innamorato di una ragazza borghese, figlia di due ex assistenti di volo chiacchieratissimi e ambiziosi, l'ha voluta e oggi se la sposa.
Spirito indipendente che non è solo una parte importante dell'eredità materna, ma anche, e forse soprattutto, caratteristica fondamentale dell'indole britannica. A dispetto degli stereotipi che vogliono gli inglesi compassati e algidi, formali e poco inclini alle emozioni, i sudditi di sua Maestà, soprattutto i più giovani, hanno sempre dimostrato lungimiranza e spirito pionieristico, avanguardismo allo stato puro in politica, nella moda, nella musica. Basta fare un giro a Soho o a Camden Town per averne la prova: è tutto un brulicare di energia vitale giovanile che si trasforma in creatività, in intrapresa, in voglia di cambiare il mondo. Certo, William è straricco, ha studiato nelle migliori scuole del Regno, non è certo un membro della working class tanto cara a Ken Loach, ma è comunque il simbolo di una generazione.
E lo stesso, forse ancora di più, vale per la bellissima Kate. Ha un peso gravosissimo sulle sue spalle, la bruna rampolla di una famiglia di parvenu dalle origini umili, eppure sembra in grado di poterlo portare con disinvoltura. Tutto dipenderà, oltre che dal suo grado di resistenza allo stress, anche dall'influenza che avrà su di lei la corte di Sua Maestà. Stavolta però, siamo sicuri che a Buckingham Palace non si ripeteranno gli errori del passato. Kate Middleton, futura regina di Inghilterra, non è Diana Spencer, purtroppo per lei, ma nemmeno la bizzosa e incontrollabile Sarah Ferguson o la scandalosa e discussa Wallis Simpson. È una ragazza di ventinove anni che si è innamorata di un coetaneo e oggi corona il suo sogno d'amore. Una ragazza per nulla disposta a sottostare ai diktat asfissianti della Corte ma che, d'altro canto, non ha nessuna intenzione di mettere in difficoltà i blasonati parenti. Elisabetta II, Filippo di Edimburgo, Carlo e Camilla sono avvertiti.
Stavolta, ne siamo sicuri, sarà lo spirito libero di una generazione sicura di sé a prevalere sulle impolverate dinamiche dei Windsor. A tutto vantaggio di William, Kate e della monarchia inglese. La sfida è contro la gerontocrazia di una istituzione millenaria, contro una visione impaludata della monarchia, che se non riuscirà ad accogliere le istanze del tempo verrà spazzata via inesorabilmente. E' una sfida giovanile e i giovani di tutto il mondo, oggi, dovrebbero fare il tifo per i due novelli sposi e augurare loro buona fortuna. Ne avranno bisogno loro. Ne avremo bisogno noi.

martedì 26 aprile 2011

Solite polemiche, solita Italia

FareitaliaMag
26 aprile 2011

Strano paese, l'Italia. Abbiamo un sacco di problemi, una crisi economica dalla quale stiamo uscendo con lentezza e difficoltà, una sponda sud del Mediterraneo che è esplosa e sottolinea una volta di più il nostro ruolo di porta d'Europa. Dobbiamo affrontare una disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 30%, siamo scappati codardamente dalla sfida nucleare, dobbiamo mettere meno alle riforme strutturali da troppo tempo promesse e mai realizzate. Eppure, nonostante questa lunghissima e impegnativa lista della spesa, gli ultimi giorni li abbiamo trascorsi a parlare di due argomenti che in qualsiasi altro paese occidentale sono chiusi da tempo: omosessualità e memoria condivisa della lotta di liberazione. Per quanto riguarda il primo tema, c'ha pensato l'indefesso sottosegretario Giovanardi a innescare una polemica senza senso alcuno. Ikea si è permessa di realizzare alcuni manifesti pubblicitari che raffigurano una coppia omosessuale che si tiene per mano e la scritta "Accettiamo tutti i tipi di famiglia". Apriti cielo! Ecco i soliti invertiti e socialdemocratici svedesi che inquinano la purezza del cattolicissimo concetto di famiglia italiana. Polemica sterile, dicevamo, che dovrebbe lasciare il tempo che trova se non fosse che Giovanardi è il membro del governo con delega proprio alla Famiglia. "E ho detto tutto", direbbero Totò e Peppino. Piuttosto, cominciamo a proporre (anche da destra) il riconoscimento delle coppie omosessuali. Siamo rimasti gli ultimi, in Europa, arroccati nel fortino dell'ipocrisia omofoba. Altra polemica che ci ha fatto un po' vergognare: ieri era il 25 aprile, anniversario della liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Ebbene, la repubblica italiana deve moltissimo alla Resistenza e alla lotta al regime fascista. Solo scriverlo ci sembra ridondante, superfluo, persino stupido. Eppure si rende necessario, se è vero come è vero che prima Borghezio (sempre lui) e poi Granata, hanno attaccato la ricorrenza perchè non rappresenterebbe l'Italia intera. Passi Borghezio, che ormai ci ha abituati a questo e altro. Ma Granata non è lo stesso che si definisce "oltre le ideologie novecentesche"? Prima di chiudere (giustamente) il Novecento, tuttavia, sarebbe meglio che i nostalgici di ogni sorta e forma facciano i conti con il loro passato.

lunedì 18 aprile 2011

Habemus papam, polemiche insensate

FareitaliaMag
18 aprile 2011

Non capiamo, davvero. Non riusciamo a capire cosa abbia spinto il vaticanista dell'Agi, Salvatore Izzo, a criticare aspramente Habemus Papam, l'ultimo film di Nanni Moretti, con una lettera pubblicata persino da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. Izzo è perentorio, arrabbiatissimo, furioso: "Bocciamo la pellicola al botteghino. – scrive – Saremo noi a decretare il successo di questo triste film, se ci lasceremo convincere ad andare a vederlo, perché il pubblico laico si annoierebbe a morte e infatti diserterà le sale”. E ancora: "Alla disinvoltura con la quale i media trattano i temi religiosi ormai ci siamo abituati; il fatto nuovo di questi giorni è invece come alcuni opinionisti cattolici trattano il film Habemus Papam... non fidiamoci dei critici cattolici, anche se preti, che lo assolvono (con una ben curiosa giustificazione: Moretti poteva essere molto più cattivo)". Fino a qui la posizione furibonda di Izzo. Ed è un'opinione come le altre, da rispettare. Ma dopo aver visto il film, continuiamo a rispettarla senza minimamente capirla. Abbiamo visto un film umanissimo, divertente e profondo insieme, che non spara a zero contro la Chiesa ma offre allo spettatore un papa umanissimo, la cui crisi è terrena e non spirituale, la cui fede in Dio è saldissima, certamente più di quella in se stesso. E allora dove starebbe l'offesa di Moretti alla Chiesa? Semplicemente, non c'è. Habemus papam non è il Codice Da Vinci, Moretti non è Dan Brown. Non c'è nemmeno un mezzo fotogramma anticattolico. Se ne è accorta, fortunatamente, Radio Vaticana: “Nessuna ironia, nessun macchiettismo. Tutto molto umano”. Esatto, è proprio così. Le polemiche oltranziste di chi vorrebbe una società ancora divisa tra guelfi e ghibellini lasciano il tempo che trovano. E Izzo, oltre ad aver attaccato furiosamente un film che probabilmente non ha nemmeno visto, ha toppato clamorosamente su un'altra questione: noi, laici, non ci siamo annoiati per nulla. Anzi. Nanni Moretti è riuscito nell'arduo compito di farci apparire più simpatica un'istituzione che rispettiamo ma che spesso fatichiamo a capire. Più Moretti, meno Izzo. Farebbe bene alla Chiesa, senza dubbio alcuno.

mercoledì 13 aprile 2011

Boris o della terza via culturale


FareitaliaMag
13 aprile 2011

Chi è andato al cinema a vedere Boris sperando di assistere a due ore di sfottò nei confronti della tv e del cinema nazionalpopolare è rimasto deluso. Almeno in parte. Sì, perché la scommessa cinematografica (stravinta) della serie cult di Sky non poteva che sparigliare le carte, ancora una volta. Schiaffoni e satira ferocissima nei confronti del vuoto cine-televisivo che per sintesi potremmo definire figlio del berlusconismo, ovviamente. Ma altrettanti scappellotti agli artisti engagé della sinistra di celluloide, troppo concentrati su loro stessi e sul loro onanismo culturale per rendersi conto che il mondo reale gira in maniera opposta. Ce n'è per tutti: per i cinepanettoni così come per i direttori della fotografia in cachemire e portaocchiali appeso al collo, per gli attori cani da soap opera e per i talentuosi ma insicurissimi divi della gauche di casa nostra. Il film conserva i pregi della serie televisiva: il politicamente scorretto la fa da padrone, senza sconti per niente e nessuno.
E queste due ore di schiaffoni pragmatici agli “opposti estremismi” dell'universo culturale italiano è una ventata di aria fresca in un paese che non conosce mezze misure, che è tifoso e integralista anche quando si parla di tv e cinema. Da una parte i fans del Grande Fratello o di Cristian De Sica, dall'altra gli adepti dei Bellocchio, dei Lizzani o dei Moretti. E in mezzo, in quel deserto sempre più vasto figlio dell'estremizzazione, c'è la troupe strampalata che cerca una “terza via”, che è pecoreccia, incolta, rozza e greve, ma allo stesso tempo cerca di resistere alle opposte sirene. Alla fine della fiera, il risultato è figlio del giusto pessimismo dei tempi: il film d'autore basato sul libro La casta di Rizzo e Stella diventa un "cinepanettoneimpegnato", una specie di mostro mitologico mezzo Ruby e mezzo Laura Morante. Finale amaro, dopo due ore di risate intelligenti e fragorose, che qualcosa può insegnarcela: quasi tutta la tv italiana e una parte cospicua del cinema fanno schifo e assecondano i più bassi gusti e istinti di un paese involgarito. Ma quella nicchia intellettuale che ricerca ossessivamente la qualità e la noia, del paese non ha mai capito nulla. Eccoli, gli opposti estremismi della cultura italiana. E anche gli emuli tardivi delle truppe cammellate engagé, i ritardatari del cachemire infeltrito, i profeti della “cuRtura cacio e pepe”, si mettano l'anima in pace. L'Italia non è sul divano a guardare il Grande Fratello, né nelle claustrofobiche salette d'essai del Pigneto o di San Lorenzo. E non è nemmeno su Facebook, grazie al cielo, dove dovremmo imparare a prenderci meno sul serio. I geniali autori di Boris lo hanno capito. E noi?

giovedì 3 febbraio 2011

Torna in libreria l’iper-realismo di Alessio Arena

ilfattoquotidiano.it
2 febbraio 2011

Leggendo L’infanzia delle cose, edito da Manni nel 2009, eravamo rimasti folgorati. Sì, lo stile crudissimo e carnale di Alessio Arena, giovane scrittore e cantante napoletano “trapiantato” in Spagna, ci aveva colpito. In quel romanzo di esordio c’era tutta la cifra stilistica di un ragazzo poco più che venticinquenne. Già intriso di una personalità letteraria rara ai nostri giorni, con un coraggio di osare, di spingersi al di là del consueto, che stupisce, affascina, un po’ sconvolge e addirittura spaventa. Ne L’infanzia delle cose, infatti, si notava già l’embrione vitalissimo di un iper-realismo partenopeo che raccontava tutti i drammi, le miserie, i sogni, le fughe dalla realtà, di un ragazzino napoletano costretto a trasferirsi in Spagna con la famiglia per sfuggire alla sete di vendetta della camorra dopo la morte del padre. La narrazione prendeva le mosse, dunque, da un episodio maledettamente terreno e napoletano, concreto e sanguinoso. Eppure, pagina dopo pagina, si apre davanti allo spettatore uno spettro infinito di tonalità fantasiose e oniriche, visioni e apparizioni. È un realismo che si fa quasi fantasy. È qui che l’iper-realismo dei bassifondi napoletani si unisce carnalmente a un approccio onirico molto simile a quello che ci ha regalato lo scrittore cubano Reinaldo Arenas.

È pornografico, il primo Arena. È scandaloso. È imperfetto. È persino sgrammaticato, omaggio voluto ad una napoletanità che è viscera, che è sangue e merda, che è totalizzante essenza di se. È sesso squallido e sudato. È sogno a occhi aperti. È incubo realissimo. È tutto questo, il primo Arena. Alla fine del romanzo, non sai bene cosa hai letto, non sei certo di aver capito perfettamente la trama. Ma sai di certo di aver appena concluso un’esperienza narrativa senza precedenti, che ti ha invaso l’anima e la mente. Che ti ha fatto piangere struggenti lacrime e ridere come un pazzo. Ti ha fatto vivere, insomma, questo scugnizzo napoletano che scrive in maniera così strana, atipica, sensuale. A guardare le foto sul suo profilo Facebook, in effetti Alessio Arena te lo immagini proprio così: sguardo vispo da napoletano che potrebbe fotterti da un momento all’altro, viso pulito, e poi chitarre, microfoni, concerti, presentazioni di libri. Multitasking, questo Arena.

E allora, quando sai che è uscito il secondo romanzo (Il mio cuore è un mandarino acerbo, Zona Editore), hai una voglia irresistibile di verificare, di capire se L’infanzia delle cose era solo l’esordio libero e un po’ anarchico di uno scrittore in erba o la vera cifra narrativa di un ragazzo che sa e vuole scrivere solo in quel modo. Ti aspetti tanto, e tanto ricevi in cambio. Perché Il mio cuore è un mandarino acerbo ci offre il solito Arena, così carnale e sensuale da turbare il lettore, così passionalmente napoletano da farti chiedere se, in fondo, il vero ragazzo dei bassi napoletani non sia davvero lui, e non i guappi che scorrazzano in tre sul motorino senza casco e ogni tanto sparano qualche colpo di pistola. È lui la vera Napoli? Sesso, sogni, miserie e fantasia? Fatto sta che nel suo secondo romanzo, Arena riesce a mettere insieme Amanda Lear e Nino D’Angelo, Marsiglia e Procida, il carcere e un travestito. E in mezzo tante esperienze di vita, anzi di vitaccia. Sì, è il solito Arena. È il sanguigno scugnizzo che avevamo conosciuto un paio di anni fa. Anche stavolta chiudi il libro convinto che non ti ricapiterà più di leggere qualcosa di simile. O forse si, ti ricapiterà quando un’altra piccola casa editrice deciderà di pubblicare un altro suo romanzo. Chissà perché i grandi editori non lo hanno ancora messo sotto contratto… Forse, semplicemente, preferiscono la banalotta pulizia di un “numero primo” alla confusa e irresistibile vertigine di Arena. Peccato, davvero. Ma comunque Alessio è lì, sospeso tra Napoli e Barcellona, a vomitare passioni su un foglio di carta. Per fortuna.

martedì 1 febbraio 2011

Bruno Vespa può tirare il fiato, Kalispera ha chiuso i battenti

ilfattoquotidiano.it
31 gennaio 2011

Finalmente è finita, avrà pensato il povero Bruno Vespa. Kalispera, il “programma-ufficio stampa di B.” di Alfonso Signorini ha concluso la sua serie di trasmissioni.

Il conduttore di Porta a Porta ne sarà sicuramente sollevato, visto che il direttore di Chi, e panzer del pink thank berlusconiano, ha sottratto centinaia di migliaia di ascoltatori al salotto ultramoderato di Rai Uno. Gli ascolti di mercoledì scorso, poi, hanno completato l’operazione sorpasso: 1.892.000 spettatori per Signorini, 1.406.000 per Vespa. All’ultima occasione utile, insomma, Kalispera piazza il colpaccio. Dagli impietosi dati Auditel, il Bruno nazionale deve trarre qualche insegnamento. E noi con lui.

Innanzitutto, il metodo Signorini “tira” tra la cosiddetta “gente comune”, quella delle Marie De Filippi e dei Grandi Fratelli, per intederci. E tira semplicemente perché nel formato del giornalista rosa trova spazio tutto ciò che la televisione berlusconiana degli ultimi venti anni ha creato: tette e culi a volontà (imbarazzante la legnosa Santarelli), pettegolezzi da salone di bellezza, chiacchiericci da corridoi della politica, scandali, paparazzate vere o presunte, evasione totale. Una lobotomizzazione catodica che alla sciura che si fa il mazzo tutto il giorno, purtroppo, piace. Bruno Vespa, fino al trionfo del “signorinismo”, aveva avuto vita fin troppo facile. Il Biscione, visto che Vespa era sempre più filoberlusconiano, non aveva interesse a farlo crollare sotto i colpi di una concorrenza spietata. Ecco pronto Alessio Vinci, dunque.Uno sparring partner ideale, impacciato, sgrammaticato, senza ritmo. Ma quando il Caimano si è accorto che tira più un servizio di Signorini in salita che una puntata intera di Porta a Porta, ecco che quella che fino a ieri era la Terza Camera dello Stato diventa lo stanzino delle scope.

Il format di Rai Uno non fa più opinione, è vecchio, noioso e ripetitivo. Al contrario Signorini, bisogna dirlo, è lo specchio dei tempi. È ascoltatissimo consigliere d’immagine del premier, direttore di due vendutissimi settimanali di casa Mondadori, ospite fisso al Grande Fratello. È, in sintesi, il Richelieu del vuoto pneumatico della televisione. Ecco tutto. Ci piaccia o meno, questa e’ la verità.

E la lotta tra Vespa e Signorini, che in un paese normale sarebbe semplicemente la libera competizione televisiva tra due programmi concorrenti, da noi assume il ruolo di scontro epocale tra due modi di essere servili nei confronti del Caimano. Da un lato la maniera istituzionale, moderata e tranquillizzante, che strizza l’occhio alla vecchietta e alle sciure timorate di Dio. Dall’altro quella aggressiva, cool, ultrapop e glamour, animalier, “billionaire”, stile Olgettina. È la via tronista al consenso. È l’ultima frontiera di un regime cultural-televisivo che sa di rischiare tutto, forse per la prima volta in quasi trent’anni.
Ecco, Signorini è più moderno di Vespa, ma non per questo migliore. Sono i volti di un Giano Bifronte che, ci piaccia o meno, ha sempre lo stesso nome: Silvio Berlusconi.

martedì 25 gennaio 2011

Reinaldo Arenas, storia del poeta inviso al regime castrista

ilfattoquotidiano.it
24 gennaio 2011

“La differenza fra il sistema comunista e quello capitalista, è che se ti danno un calcio in culo, sotto un sistema comunista devi applaudire, sotto il capitalismo puoi gridare: io sono venuto qui a gridare”. Parola di Reinaldo Arenas, uno dei più grandi scrittori cubani del Novecento, eppure poco conosciuto, soprattutto in Italia.

La storia di Arenas è la storia di un’isola, di una cultura, di migliaia e migliaia di anime in pena sospese tra dittature di segno opposto e un’irrefrenabile voglia di vivere. L’Italia, dicevamo, dello scrittore cubano sa pochissimo. E il perché è presto detto: Arenas incarnava alla perfezione tutto ciò che il sistema culturale di casa nostra non poteva accettare. Era troppo anticastrista per i maitre-à-penser di sinistra e troppo frocio per quelli di destra. Della sua vita, delle sue opere struggenti e oniriche, dunque, non si parla. Non da noi. Per capirne qualcosa in più, o anche solo per ascoltare questo nome per la prima volta, abbiamo dovuto aspettare l’immancabile biopic di Hollywood, “Prima che sia notte” (2000) di Julian Schnabel, tratto proprio dall’autobiografia di Arenas. Coppa Volpi a Venezia per Javier Bardem, recensioni osannanti dei critici. Ecco come si sdogana un personaggio scomodo nel Ventunesimo secolo. Peccato, però, che oltre alle liturgie da red carpet si è detto davvero poco dell’essenza di un’esperienza umana e letteraria unica, conclusasi nel 1990 nell’unico modo possibile: il suicidio.

Reinaldo Arenas era nato nella provincia cubana di Oriente, in una famiglia povera e un po’ sconclusionata. L’infanzia, giocoforza, diventa quindi un percorso a ostacoli tra le scoperte della vita. Il sesso, innanzitutto, che rivestirà un ruolo fondamentale nel suo percorso umano e letterario. E poi la miseria, violenta e inarrestabile, che lo costringe a mangiar terra, quella terra scura della provincia di Oriente che gli resterà appiccicata addosso per tutta la vita, fino a penetrare negli anfratti più reconditi di un’anima che ribolle di passione. Brucia le tappe, il giovane Arenas, e scopre ben presto di essere omosessuale, così come scopre una innata propensione alla ribellione, derivante anche dalla formazione liberale che riceve dal nonno materno, fiero oppositore del regime di Fulgencio Batista. Sesso omosessuale, miseria, politica: gli ingredienti sono questi e alla lunga costituiranno una miscela esplosiva e gravida di sensualità, sogni, fantasie, bruschi risvegli e disillusioni. È il dramma di vivere che diventa dimensione onirica, pur restando con i piedi saldamente piantati a terra. Doppio binario, per un talento che fa politica sporcandosi le mani e, ciononostante, si rifugia spesso e volentieri in arzigogoli surreali che costituiranno la cifra stilistica della sua opera letteraria.

Nel 1958, quando Fidel Castro e i suoi barbudos fanno alzare il livello dello scontro contro il regime, Reinaldo ha 15 anni e si butta a capofitto nella guerriglia. Poca roba, in realtà, perché lui non è uomo d’azione. Fa in tempo, però, a dar sfogo ad una ebrezza libertaria che sembrava poter avere cittadinanza nel castrismo delle origini, quello che ancora non si era trasformato in asfittica e dura dittatura socialista. Quella stessa ribellione sfociata contro Batista, si trasforma ben presto in ribellione anticastrista. Si tratta di una ribellione interiore, intima, eppure mai privata e nascosta. Un moto dell’animo che utilizzerà due valvole di sfogo, molto spesso confuse tra loro: il sesso e la letteratura. La ricerca del piacere sessuale sarà l’arma principale dell’Arenas dissidente, che nell’atto carnale della penetrazione vedeva la rottura delle ipocrisie del regime, l’infrazione delle regole asfittiche di una società che si avviava verso la morte civile, in cui i gay erano perseguitati, torturati e incarcerati. Anni di fuoco, sotto il sole dell’Avana. Ed è lo stesso Arenas a tracciare un bilancio dei suoi amanti, chissà se realistico o semplicemente gonfiato ad arte per rendere al meglio il sesso come strumento di lotta, oltre che di appagamento fisico e mentale: 5000 uomini lo hanno preso, anima e corpo, accontentando una fame insaziabile che, trasformando liberamente un vecchio slogan, potremmo definire di “pene e rose”.

Poi il carcere del Morro, fortezza coloniale a strapiombo sul mare dove muoiono migliaia di giovani cubani e, con loro, il sogno di libertà di quell’isola carnale e maledetta. Tra il sudiciume della sua cella, Arenas scoprirà la vera miseria, non quella materiale (che conosceva fin troppo bene) ma quella morale. Vedrà centinaia di anime spegnersi sotto i colpi del regime, assisterà a torture indicibili, lavaggi del cervello, abiure forzate e pentimenti indotti dei cosiddetti “controrivoluzionari” o “antisociali”.

Ma anche lì, in quell’inferno, Arenas godrà dei piccoli piaceri della vita: un tramonto viola, le onde che si infrangono con violenza sul malécon, gli odori e i colori di una città in rovina.

Decide di scappare da Cuba. Decide di recidere un cordone ombelicale che fino a quel momento era stato una sorta di nodo di Gordio dell’anima. Ci prova prima su una camera d’aria, avventurandosi senza successo nell’oceano. Poi tenta di raggiungere la base americana di Guantanamo, tuffandosi in un fiume infestato di caimani. Alla fine, per caso, riesce a lasciare legalmente il paese, nonostante il regime tenti fino all’ultimo di trattenerlo.

L’arrivo in America segna l’inizio dell’ultima, dolorosa e un po’ nostalgica fase della sua vita. Scopre di avere l’Aids e nota uno a uno tutti i vizi della società americana. I suoi libri, ora stampati legalmente, dopo gli esordi avventurosi e pirateschi di quando viveva a Cuba, hanno un successo mondiale. Ma qualcosa dentro di lui si è rotto. Il fisico è minato dalla terribile malattia appena arrivata a distruggere i sogni di una generazione. La mente è assopita, sedata, narcotizzata da farmaci e mal de vivre. L’America non è posto per lui. E Cuba non potrà esserlo mai più.

Ecco che decide di anticipare i tempi, di non attendere l’arrivo inevitabile della Nera Signora. Reinaldo Arenas si uccide nella sua casa di New York. Non prima, però, di aver concluso la sua autobiografia e di aver vergato a mano un biglietto per i suoi amici più cari. Poche righe che sono un testamento politico e letterario, che consegnano alla storia una delle esperienze artistiche e umane più carnali, libertarie e ribelli del Novecento: “Non vi arrendete, ma continuate a lottare. Cuba sarà libera, io lo sono già”.

domenica 6 giugno 2010

Quando morì Bobby, l'alfiere del sogno americano

Ffwebmagazine
6 giugno 2010
Più del fratello, scelto dal destino (e dal padre) come punta di diamante della famiglia. Più di tutto il resto dell'America liberal degli anni Sessanta. Più di tutto, più di tutti, Robert Francis Kennedy, classe 1925, cadetto della potentissima famiglia cattolica del Massachussets, ha segnato un'epoca, ha contribuito a costruire un intero immaginario culturale e politico che ha contraddistinto gli anni più tumultuosi (ed esaltanti) dell'epopea americana del XX secolo.

Quegli otto anni di differenza rispetto a JFK (il presidente ucciso a Dallas era nato nel 1917) lo costrinsero a un ruolo apparentemente di secondo piano. Doveva lavorare, questo era stato il compito affidatogli da papà Joseph, per portare il fratello maggiore alla Casa Bianca. Era l'ossesione del patriarca dei Kennedy, l'obiettivo di una vita, il fine ultimo verso il quale erano stati rivolti tutti gli sforzi della famiglia. Eppure Bobby aveva già iniziato una brillante carriera quando John era ancora senatore: negli anni Cinquanta aveva fatto parte del Subcomitato permanente del Senato per le investigazioni diretto dal senatore McCarthy e alla fine dello stesso decennio si era distinto per essersi schierato contro il discusso sindacalista Jimmy Hoffa durante i lavori della Commissione antiracket. 

Poi le dimissioni, per dedicarsi anima e corpo alla campagna presidenziale del fratello maggiore, la vittoria risicata contro Nixon e l'inizio dell'epopea kennediana. Ministro della Giustizia durante l'amministrazione di John, Robert Kennedy era considerato da molti la vera anima del governo democratico, il deus ex machina di un'operazione che era culturale e di immagine, oltre che politica. 

Gli anni di Kennedy alla Casa Bianca, lungi dall'essere quel perfetto quadretto iconico che è stato dipinto da una certa stampa agiografa, rappresentarono comunque uno spartiacque decisivo nel modo di intendere la vita e la politica al di là dell'Atlantico. E i frutti si videro dopo quel 23 novembre 1963, dopo l'uccisione a Dallas del presidente americano. Paradossalmente, una immensa tragedia familiare aveva permesso la liberazione di Robert dal ruolo di secondo piano al quale era stato relegato dagli eventi. Ora era libero di lasciare il governo (aveva accettato di diventare ministro solo perché doveva), di non nascondere l'avversione verso il neopresidente Johnson, di impegnarsi in battaglie che già dalla Casa Bianca aveva abbozzato. 

A cominciare da quella dei diritti civili, che era stata uno dei leitmotiv della campagna presidenziale kennediana e che tuttavia non era ancora stata portata a termine. I rapporti strettissimi con il reverendo Marthin Luther King sono la prova di un chiodo fisso coraggioso e, per i tempi, rivoluzionario. Il cattolico, bianco, ricchissimo e privilegiato Robert Kennedy si schierava apertamente con i milioni di neri che in quegli anni sfidavano consuetudini e razzismo, Ku Klux Klan e segregazionismo per aprire una pagina nuova nella storia americana. E fu lui, il 4 aprile del 1968, a scendere in strada e annunciare la morte del reverendo King, a invitare alla calma i neri pronti alla rivolta, in barba alla non violenza, per sfogare la frustrazione e la disperazione di una generazione che sognava di liberarsi dalle paradossali catene schiaviste del paese più democratico al mondo, a più di un secolo dalla vittoria degli antischiavisti di Abramo Lincoln. Due mesi dopo, però, Robert Kennedy doveva raggiungere il fratello John e Martin Luther King nel Pantheon degli eroi americani degli anni Sessanta.

Los Angeles, notte tra il 4 e il 5 giugno 1968. Bobby ha vinto, poche ore prima, le primarie presidenziali in California, quasi un'ipoteca sulla nomination democratica. Si festeggia all'Hotel Ambassador, si celebra l'ennesima resurrezione del sogno americano, l'incredibile affermazione di un'America rivoluzionaria per i tempi che si stavano vivendo. C'era il Vietnam, c'erano i diritti civili, c'erano i giovani delle università che protestavano e mettevano a ferro e fuoco i campus della West Coast. E Bobby era la carta, forse l'ultima, per venirne fuori, per istituzionalizzare lo scontento, per portarlo a Washington con più decisione e coerenza rispetto alla precedente esperienza di JFK. 

Ma torniamo all'Ambassador: si festeggia, dicevamo. E alla fine di una notte lunghissima ma esaltante, Bobby va via, passa per le cucine, saluta amici e cuochi, sostenitori e camerieri. Poi i colpi di pistola, sparati da Sirhan Sirhan, giordano di origine palestinese, sotto gli occhi di giornalisti e telecamere. Si ripete il frustrante dramma dell'America che sembra sempre sul punto di svoltare ma poi alla fine cede e deve ricominciare da capo. Bobby muore il giorno dopo, e con lui se ne va la possibilità di chiudere un periodo orribile della storia americana. 

Muore Kennedy, un altro Kennedy. Ma non muore l'idea di un'America più giusta e onnicomprensiva, un'America in cui davvero tutti gli uomini nascono uguali e hanno tutti il diritto a ricercare la felicità. Non muore quell'American dream che oggi, quarant'anni dopo, si è incarnato (forse un po' frettolosamente) in Barack Obama. Quell'anelito alla pax democratica che Bobby era riuscito a sintetizzare citando una calzante frase di George Bernard Shaw: «Ci sono coloro che guardano le cose come sono, e si chiedono perché..... Io sogno cose che non ci sono mai state, e mi chiedo perché no». 

mercoledì 2 giugno 2010

Sciopero degli spettatori, troppo poco per cambiare la tv

Ffwebmagazine
2 giugno 2010

La mania dei "No qualcosa Day" colpisce anche la televisione. Magie dell'era di facebook, dove un'iniziativa nasce in sordina e, se pubblicizzata bene, diventa un'onda gigantesca che si trasforma in evento. Nato come No tv day, e poi modificato in un più novecentesco e sindacale "Sciopero dei telespettatori”, ha già raccolto quasi 175mila adesioni. Numeri di un certo rilievo, bisogna ammetterlo, anche se su Facebook non è poi un boom così clamoroso. Basti pensare, giusto per fare un esempio restando nel campo televisivo, che la pagina ufficiale di Mauro Marin (l'ultimo vincitore del Grande Fratello) ha quasi 500mila fan.

Dicevamo dello sciopero dei telespettatori, dunque. Incuriositi da una mobilitazione così imponente e, a quanto risulta, spontanea, ci siamo messi in contatto con il fondatore della pagina. Ci aspettavamo una task force di arrabbiati critici e invece, sorpresa, l'idea è di un venticinquenne milanese (al quale si è poi accodata un'associazione) che, «tornando a casa dal lavoro e facendo un po' di zapping sui soliti programmi» ha immaginato la tv come «un fitto albero con diversi rami che rappresentano i canali tv e  un vasto numero di foglie che sono le trasmissioni, telegiornali e tutto quello che ci propinano ogni giorno. Vedendo questo albero all'interno di una stagione l’associazione è caduta sull’autunno, con programmi privi di una linfa di intelligenza come foglie secche». La metafora è comprensibile, anche se un po' contorta, ma il discorso si fa più interessante quando l'anonimo ribelle anticatodico (su facebook la sua pagina si chiama "Anche io ho smesso di guardare la tv") traccia un paragone tra tv e internet: «Le informazioni che la rete può dare hanno un potenziale infinito rispetto a una tv che ha un rapporto con chi la guarda di solo download. Quando noi apriamo una pagina su internet scarichiamo dei kb che ci mostrano la pagina web e quando scriviamo una parola su Google inviamo dei kb. Il rapporto è di invio e ricezione. È democratico perchè si interagisce. Con la tv, invece, il rapporto è unilaterale. Ricevo solo quello che vogliono i gestori delle tv». Già, non fa una piega. Sulla tv la pensavano così decine di massmediologi, ma la dicotomia download/upload non è niente male.

Il problema, però, è che organizzare uno sciopero del telespettare di sabato e domenica (26 e 27 giugno) ci sembra una scelta che oseremmo definire "paracula". Lo share nel week-end crolla come la temperatura arrivando sull'altopiano di Asiago, quindi non ci pare un'iniziativa coraggiosa, a esser sinceri. Se poi aggiungiamo che siamo a giugno e che sono già finiti campionato, varietà del sabato sera e contenitori domenicali, il quadro è completo. E cosa vogliono ottenere gli scioperanti della domenica? Leggendo le info su facebook si capisce poco. Ma cerchiamo di essere clementi: in fondo si tratta pur sempre di una iniziativa spontanea, dal basso, figlia dello spontaneismo (velleitario o meno, decidete voi) internettiano.

Scherzi a parte, di problemi la tv ne ha fin troppi. Lo sappiamo e lo abbiamo più volte sottolineato nei mesi scorsi. Non ci sembra che basti un'iniziativa così, però, a risolverli. Innanzitutto perché non sono efficati (vedi il flop del No Facebook day, nato e morto proprio sul social network). E poi perché i dirigenti delle nostre televisioni facebook non sanno nemmeno cos'è (purtroppo).

Dello sciopero dei telespettatori, però, salviamo la buona volontà. Almeno c'è qualche decina di migliaia di persone che vorrebbe una televisione migliore, meno superficiale e volgare. Facciamolo capire ai dirigenti televisivi. Fuori da facebook, possibilmente.