Pagine

giovedì 16 aprile 2009

Emo, quindicenni esclusi sì... ma con stile

Ffwebmagazine
aprile 2009

Dimenticate le cripte polverose e buie, scordatevi i canini aguzzi e il mantello demodé. Basta paletti di frassino e collane d’aglio. Il vampiro del terzo millennio è cambiato, e il merito è tutto del fenomeno letterario-cinematografico del momento: la saga di Twilight, nata dalla penna di Stephenie Meyer. La giovane scrittrice americana, infatti, si è inventata, non senza un furbo ammiccamento alle mode giovanili del momento, un vampiro teenager, bellissimo, che ama le macchine sportive e vive, nonostante i suoi novant’anni, tutte le dinamiche e i problemi dell’universo adolescenziale statunitense.

Il successo planetario dei quattro romanzi ("Twilight", "New Moon", "Eclipse" e "Breaking Dawn") e del primo film ha creato un vero e proprio fenomeno di costume, che va al di là del semplice boom commerciale. Più di un critico, soprattutto in Italia, ha parlato di “Moccia all’americana”, di bassa letteratura per adolescenti in crisi di identità. La saga di "Twilight", che racconta la difficile storia d’amore (e morte) tra il vampiro Edward Cullen e la timida e problematica umana Bella Swan, è ben altro. È innanzitutto lo specchio dei tempi, una cartina di tornasole che ci può raccontare di quei milioni di adolescenti che nel mondo si sono avvicinati al lifestyle emo.

Si tratta di una derivazione di costume e di musica del punk degli anni Ottanta: ciuffone laterale, occhi truccati di nero, pelle bianchissima, jeans stretti e aderenti, fisico più esile possibile. Per questo motivo, c’è chi ironicamente preferisce parlare di emaciati, più che di emo. E poi c’è anche l’umore cupo, una certa “poetica” del vivere malinconicamente, una pericolosa attrazione per la morte. Ecco spiegata, dunque, la rinascita del genere “vampiresco” nella pop culture del Duemila. L’ultima ondata dai denti aguzzi era stata quella provocata da Dracula, lo splendido film di Francis Ford Coppola del 1992 con Gary Oldman e Winona Ryder. E qualche anno dopo, il serial tv Buffy l’Ammazzavampiri aveva timidamente riproposto il tema in chiave contemporanea, nonostante i cliché del sole che fa evaporare, del paletto nel cuore e dei canini aguzzi, tutta roba sparita nel nuovo “vampirismo” di Twilight.

Ma qual è il legame tra il vampirismo di Twilight e il fenomeno emo? A parte i vampiri, che oseremmo definire i padri di tutti gli emo, anche la protagonista del romanzo, Bella Swan, potrebbe essere ascritta a questa categoria. Capelli scuri, pelle chiarissima, forti difficoltà di comunicazione e socializzazione con le classiche figure standard dei teenagers americani (la cheerleader, lo sportivo, il secchione, la reginetta della scuola). Se non è emo, poco ci manca. E il clima cupo e piovoso di Forks, la cittadina dello Stato di Washington che fa da scenario alle vicende del romanzo, mette la classica ciliegina sulla torta. Il tutto è così cupo, così dark, così gothic, che è addirittura il vampiro a portare un po’ di allegria, di luce, di voglia di vivere nella vita di Bella. Basti pensare alla casa in cui vive la famiglia di vampiri: niente manieri spettrali e oscuri, ma una splendida abitazione ultramoderna sulle rive di un fiume, con grandissime vetrate e arredamento all’ultimo grido. E poi il vampiro di Twilight non si squaglia al sole, anzi, i raggi a contatto con la sua pelle provocano uno strabiliante effetto iridescente. Eppure nel libro c’è malinconia, inquietudine. Perché?

Sarà pure un luogo comune che viene ritirato fuori ogni generazione, ma gli adolescenti dei nostri tempi, in effetti, vivono una situazione emozionale e sociale al limite dell’isolamento volontario. Si sentono così poco capiti dal mondo che li circonda, che si chiudono completamente a ogni rapporto con l’esterno. E internet, ovviamente, ha aiutato questa “deriva”. Anzi, potremmo dire che l’ha fatta letteralmente esplodere. Proprio le community virtuali sono gli unici, o quasi, luoghi di socializzazione, seppur filtrata, asettica, fredda e fuorviante. Tre anni fa fece scalpore, ad esempio, il caso di un ragazzo emo che aveva annunciato su MySpace il proprio suicidio. Da allora altri casi del genere sono stati riportati dai mass media, che si sono sempre più occupati del fenomeno.

Se persino il patinato Time qualche tempo fa ha analizzato la cultura (o sottocultura?) emo, vuol dire che gli effetti sulla società giovanile ci sono e si fanno sentire. L’isolamento emo è prima di tutto emozionale. Il disagio esistenziale viene sfogato attraverso la musica e l’abbigliamento, con pochissimo spazio per il confronto diretto, il dialogo. C’è anche chi ha parlato, a questo proposito, di un’evoluzione à la page dei nerd, gli esclusi dalla massa, magari perché troppo bravi a scuola o semplicemente perché non rientrano nei canoni di bellezza dei nostri tempi. Anche il concetto del reietto, dunque, seguirebbe i dettami della moda. Esclusi sì, ma con stile.

La storia di Bella è la catarsi dell’emo attraverso qualcosa che all’apparenza è più oscuro di lei (il vampiro). È il fondo del barile che si raschia fino a quando è possibile solo la risalita. E forse il successo planetario della saga deriva proprio da questo, dalla speranza che Stephenie Meyer regala a un’intera generazione confusa. Una generazione che somiglia sempre più a quella degli anni Ottanta, uscita fuori con le ossa rotte dai periodi di impegno politico e che ha ricevuto il colpo di grazia dalle droghe (eroina in primis). Oggi il “buco” non va più di moda. Ma ci sono droghe (anche metaforicamente parlando) ugualmente pericolose. E quella piccola speranza è la benzina che fa andare avanti questi ragazzi che credono, anche grazie a Twilight, che persino l’oscurità (esteriore o interiore che sia) può essere d’aiuto per venire fuori dal tunnel dell’incomunicabilità. Saranno anche fenomeni da quindicenni, ma analizzarli con l’occhio scevro da ogni pregiudizio snob e radical chic forse può aiutarci a capire una generazione sempre più incomprensibile.

mercoledì 15 aprile 2009

L'eredità scomoda di un anticonformista

Ffwebmagazine
15 aprile 2009

Un “giornalistaccio” come nessuno prima di lui e tantomeno dopo: questo era Indro Montanelli, nato il 22 aprile di cent’anni fa. Rizzoli celebra il centenario mandando alle stampe I conti con me stesso, raccolta inedita dei suoi diari dal 1957 al 1978, offrendo ai lettori la conferma di ciò che Montanelli è stato nel panorama giornalistico e culturale del paese. Nessuna rivelazione inattesa, nessuno scoop sulla vita del fondatore de Il Giornale. Quello che viene fuori dai diari è il solito Montanelli fustigatore dei conformisti, nemico giurato di quei salotti borghesi di sinistra, nei quali, annota Indro, «si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata». E poi una carrellata di ritratti al vetriolo dei suoi avversari, da Moravia a Scalfari, da Bocca a Ottone.

L’anticonformismo montanelliano, peraltro usato e abusato da chi vuole tirare il giornalista per la giacca anche da morto, è la cifra del personaggio. Come ha spiegato Giovanni Marinetti in un articolo del 27 gennaio scorso su Ffwebmagazine, questa caratteristica fondamentale del carattere di Montanelli si è palesata nei suoi ripetuti “tradimenti”: al fascismo prima, al Corriere poi, a Berlusconi per ultimo. I tradimenti del giornalista di Fucecchio avevano in sé una coerenza, una linea di condotta che rimaneva uguale a sé stessa anche dopo scelte radicali. Erano gli ideali di Indro a tradirlo, non il contrario. Fu così, ad esempio, per il Corriere della Sera, divenuto negli anni Settanta un ricettacolo di progressisti filocomunisti vicini alla sinistra extraparlamentare, così distanti dalla tradizione liberale di via Solferino. E la nascita de Il Giornale va considerata come un atto dovuto, un gesto d’amore proprio per quella tradizione. Il tradimento, semmai, fu quello di Ottone e Giulia Maria Crespi, che avevano snaturato l’essenza del Corriere per adeguarla al conformismo di quell’epoca.

Ma quell’avventura donchisciottesca è stata già raccontata centinaia di volte, anche da chi ne fu testimone e protagonista. Quello che ci interessa adesso è cercare di cogliere appieno l’eredità eretica di Montanelli, il suo lascito culturale, conteso da sciacalli del pensiero. Fa specie, ad esempio, considerare Travaglio o la sinistra girotondina eredi di Indro. Si tratta, infatti, di esempi inarrivabili di quel conformismo che il giornalista non solo avversava ma, diciamolo pure con franchezza, detestava in modo viscerale. E allora come è potuto succedere che il giornalistaccio toscano sia caduto nella trappola di questa sinistra conformista? Anche questo è un effetto della sua coerenza. Allorquando decise di osteggiare apertamente la discesa in campo del suo editore (Silvio Berlusconi, ça va sans dire), Montanelli si trovò, forse suo malgrado, al fianco dei Travaglio, dei Moretti, dei Flores d’Arcais. Gente che in una situazione “normale”, avrebbe combattuto con il veleno della sua formidabile penna.

E allora è da smontare il mito dell’ultimo Montanelli di sinistra, folgorato dall’idea progressista come un moribondo viene folgorato dalla fede sul letto di morte. L’ultimo Montanelli ha seguito solo la sua strana ma incontestabile coerenza. Con buona pace di chi gli ha ritagliato uno spazio improbabile nel Pantheon gauchista, magari gli stessi che trent’anni fa brindavano alla gambizzazione brigatista sulle comode e ipocrite poltrone di Inge Feltrinelli o Gae Aulenti.

E di conseguenza, è bene sottolinearlo, ha torto anche chi, da destra, giustifica la svolta montanelliana del 1994 con un semplice effetto da rincoglionimento senile, una perdita di senno fisiologica per un grande vecchio della sua età. E invece no: nonostante la lotta pluridecennale con la depressione, nonostante i cambi di umore repentini, nonostante gli attacchi d’ira tipicamente toscani, Indro Montanelli non ha mai perso il senno, né tradito le proprie idee. Così come il Sole sta fermo al centro dei pianeti che girano attorno a esso, Montanelli era lì, saldamente ancorato ai propri valori, con gli altri comprimari della sua vita che si allontanavano per poi riavvicinarsi ciclicamente. Speriamo lo capisca chi si arroga l’assurdo diritto di avocare a sé l’esperienza intellettuale montanelliana. E, dall’altro lato, anche chi lo ha rinnegato troppo in fretta, solo perché il grande Indro ha deciso di seguire la stella polare della sua coerenza, senza piegarsi alle contingenze politiche del momento.

giovedì 26 marzo 2009

David Bowie, la libertà di sbagliare

Ffwebmagazine
26 marzo 2009

«Credo fermamente nel fascismo. Il solo modo che abbiamo per vivificare questa specie di liberalismo ristagnante è di accelerare l'avvento di una tirannia di destra che sia totalmente dittatoriale. La gente diventa molto più efficiente se sottoposta a un regime. La televisione, credo che non ci sia bisogno di dirlo, è la cosa più fascista che ci sia. Anche i divi del rock sono fascisti. E Hitler è stato uno dei primi divi del rock». Chissà cosa avrà pensato Cameron Crowe quando, nel 1976, si sentì dire queste parole da David Bowie nel corso di un’intervista per Playboy. Di sicuro servirono ad alimentare la leggenda di un Duca Bianco estremista di destra, politicamente diverso dal resto dei suoi colleghi dell’epoca. Forse è per questo che Bob Dylan lo detestava e che molte altre star engagées dell’epoca lo guardavano con diffidenza.

Ma è davvero possibile definire fascista il David Bowie bisessuale, sempre eccentrico nell’abbigliamento e nello stile di vita, dedito ad alcool e droghe, certamente promiscuo sessualmente? Nì, verrebbe da rispondere. Perché in fondo, in quegli anni, gli individui come Bowie dovevano a tutti i costi definirsi di destra. A cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, il mondo della musica era un coacervo di peace & love, figli dei fiori, rivoluzioni, diritti civili, radicalismo di sinistra, femminismo e black power. E un marziano come Bowie, individualista, egocentrico, narcisista, dissoluto e tremendamente disimpegnato, diventava giocoforza un estremista di destra. Anche prima delle frasi su Hitler e la necessaria dittatura di destra, David Bowie era già considerato un fascista, un controrivoluzionario, un individualista che se ne infischiava dei problemi del popolo.

Con gli strumenti culturali e politici di adesso, però, possiamo tranquillamente dire che il Duca Bianco non fu fascista, o quantomeno non lo fu nell’accezione classica del termine. Mai sarebbe stato un supporter di Mussolini e Hitler, per intenderci, perché c’era troppa voglia di libertà, di anarchia, di esperienze nuove e oltre il limite del consentito dalla morale comune. Per capire il rapporto tra Bowie e cultura di destra, ci viene in soccorso una distinzione storiografica tutta italiana: quella tra fascismo regime e fascismo movimento. Data per scontata l’inconciliabilità del re del glam rock con il primo, diverso è il discorso per quanto riguarda la seconda ipotesi. David Bowie è un fascista delle origini, rivoluzionario e socialisteggiante, anarchico eppur sostenitore dell’uomo forte a reggere le sorti della società.

Un’apparente contraddizione che va compresa all’interno di un movimento, il glam-punk britannico degli anni Settanta, che ne è l’esempio più lampante. Ordine e libertinaggio: questo il credo di Bowie. Il cantante non ha mai avuto fiducia in quel soggetto non meglio identificato che definiamo popolo. Per lui la massa andava indirizzata attraverso un governo autoritario, lasciando però intatte (e questo è il tratto caratteristico della strana destra di Bowie) le libertà individuali. Sesso, droga e rock’n’roll, verrebbe da dire utilizzando un logoro luogo comune. Eppure proprio questa è la summa di quella che per Bowie è la libertà dell’individuo, almeno nella sua esperienza artistica e personale. Proprio la necessità di coniugare Stato forte e libertà individuali fa di Bowie un convinto anticomunista. Heroes, forse la più bella canzone rock mai scritta, è il suo manifesto anticomunista: lo sfondo è il Muro di Berlino, i protagonisti un ragazzo e una ragazza che si incontrano segretamente sotto una torretta di guardia. «Possiamo batterli, ancora e per sempre. Possiamo essere eroi, anche solo per un giorno”: non la sollevazione popolare, non una rivoluzione, ma due individui che si ribellano al regime per amore, per un tornaconto personale, perché vogliono stare insieme». L’individualismo di Bowie è tutto in questa canzone. Ne viene fuori un essere umano che non è cinico né scevro da emozioni e passioni, ma che allo stesso tempo pensa a sé stesso, ai suoi bisogni, e riesce ad apprezzare la libertà proprio perché la mancanza di quest’ultima gli preclude la felicità.

Dannunziano, fascista delle origini, libertario, anarchico? David Bowie è forse tutto questo ma anche molto altro. E soprattutto è ribelle, a prescindere dalle logore categorie di destra e sinistra. Il ribellismo di David Bowie è individualista, incazzato, privo di ipocrisia umanitaria o terzomondista. E Cygnet Committe, struggente e rabbiosa canzone-manifesto contenuta nel mitico Space Oddity, ne è la prova definitiva: un urlo lungo dieci minuti, uno sfogo libertario in bilico tra pessimismo e delusione. I sogni infranti di una generazione che alla fine sfociano in un “Vogliamo vivere” ripetuto come un mantra, a riaffermare che in fondo quello che serve all’uomo per essere davvero libero è il pieno controllo sulla propria vita. E soprattutto, e in questo Bowie è stato davvero un maestro, il pieno controllo sui propri errori ed eccessi. Lasciateci sbagliare, insomma: non chiediamo nient’altro.

martedì 3 febbraio 2009

Nessuno ferma la furia protezionista inglese

Continua da venerdì la protesta dei lavoratori inglesi contro le aziende che hanno assunto manodopera italiana e portoghese. I sindacati britannici, al grido di “British jobs for British workers”, stanno cavalcando uno sciopero selvaggio che punta il dito soprattutto contro la legislazione europea sulla libera circolazione dei lavoratori nei confini dell’Unione.
Tutto è cominciato alle raffinerie Lindsey, nel Lincolnshire: la Irem, un’azienda italiana, dopo aver vinto regolarmente un appalto per la realizzazione di una raffineria diesel, ha deciso di affidare il lavoro a operai italiani altamente specializzati. La protesta degli inglesi non si è fatta attendere e si è estesa ad ogni angolo del Regno Unito.
Il comportamento accomodante dei sindacati ha fatto il resto, con una serie di scioperi selvaggi che sanno tanto di protezionismo quasi xenofobo. Gordon Brown, infatti, si è subito premurato di prendere le distanze dalle manifestazioni, definendole “indifendibili” e invitando sindacati e opinione pubblica a evitare atteggiamenti protezionistici.
Ma non tutti, all’interno del governo di Sua Maestà, la pensano così. Allan Johnson, ministro della Salute con un passato da sindacalista, se la prende con le sentenze della Corte europea di giustizia, colpevole, a suo avviso, “di aver distorto la legislazione comunitaria in materia di libera circolazione dei lavoratori”, permettendo alla manodopera straniera di aggirare le norme nazionali su salario e condizioni di lavoro.
Ancora più dura la posizione di Peter Hain, ex ministro del Lavoro, secondo il quale appoggiare le norme continentali sul lavoro è stata una mossa sbagliatissima (letteralmente “badly wrong”). Le prese di posizione dei politici laburisti, però, vanno viste in chiave elettorale, in un periodo in cui il New Labour è dato dai sondaggi a 15 punti dai Tories di David Cameron.
Il partito di Brown, insomma, non può permettersi di inimicarsi ancora di più l’opinione pubblica, rischiando un ulteriore tracollo nei consensi e rafforzando la previsione di una larga vittoria conservatrice alle prossime elezioni generali. Ma nel clima demagogico e xenofobo che rischia di riportare l’Inghilterra a un protezionismo d’altri tempi, qualche voce assennata si sente ancora.
E’ il caso di Nick Clegg, leader dei Liberaldemocratici, secondo il quale la colpa è dell’ormai noto slogan lanciato tempo fa da Gordon Brown (“British jobs for British workers”), palesemente in contrasto con le normative comunitarie e che ha acceso una protesta insensata e controproducente.
E intanto si avvicina la visita di Gordon Brown in Italia, durante la quale l’inquilino di Downing Street riaffermerà sicuramente l’indifendibilità delle proteste anti-italiane. Ma per metterle a tacere potrebbe non bastare la voce pur autorevole del primo ministro, in un Paese in piena recessione, con riaccese intemperanze sindacali di thatcheriana memoria.
L’opinione pubblica è in gran parte d’accordo con i motivi delle proteste e persino qualche voce tendelziamente liberale vacilla sotto i colpi della demagogia a uso e consumo degli interessi elettorali.

mercoledì 10 dicembre 2008

E ora l’immondizia invade e soffoca la Calabria

L'Opinione
10 dicembre 2008

Napoli respira, la Calabria rischia l’asfissia. Dopo la difficile soluzione del problema campano, sbarca in riva allo Stretto l’allarme rifiuti. Le strade della provincia di Reggio Calabria cominciano ad essere invase da sacchetti di immondizia e i cittadini cominciano ad avvertire il rischio di una situazione simile a quella napoletana.
I grandi media nazionali, però, sembrano non avere la stessa sensibilità dimostrata in precedenza e centinaia di migliaia di persone stanno affrontando un problema di difficile soluzione. La causa scatenante di una situazione già difficile da mesi è il niet della discarica di Rossano a ospitare l’immondizia del reggino una volta esaurita la disponibilità delle discariche di Marrella di Gioia Tauro e Casignana.
L’amministrazione del centro cosentino sta opponendo una strenua resistenza all’osservanza di un accordo precedente che prevedeva l’arrivo dei rifiuti reggini e il commissario straordinario nominato dal governo, l’ex prefetto di Reggio Calabria Goffredo Sottile, tenta una mediazione timida tra le proteste di decine di sindaci.
A capeggiare la rivolta del reggino è Antonio Caridi, assessore all’Ambiente del comune di Reggio Calabria, durissimo nei confronti di Loiero e della giunta regionale: “ Reggio e la sua provincia non hanno bisogno della solidarietà di nessuno. Vogliamo che siano rispettati i nostri diritti e pretendiamo l’immediata apertura della discarica di Rossano.
Da parte del governatore Loiero ci aspettavamo una presa di posizione chiara e decisa, invece l’ordine del giorno trasmesso al prefetto Sottile non fa nessuna menzione della discarica di Rossano, ma parla più genericamente di discariche calabresi”. Loiero, intanto, nicchia e non si vede all’orizzonte una pronta soluzione della questione.
Mentre politici e amministratori discutono, cominciano a formarsi i primi cumuli per le strade in centri importanti del reggino, come Gioia Tauro, che ospita uno dei porti più importanti del Mediterraneo. Oltre il danno di una vicenda pericolosa per il decoro e la salute dei cittadini, la beffa del silenzio mediatico.
Nessun riflettore illuminerà lo Stretto così come è successo per il golfo di Napoli. Nella settimana consacrata a Vladimir Luxuria e alla questione morale nel Pd, a chi poteva interessare l’ennesima emergenza nella regione più povera del Paese? Il mutismo dei grandi giornali e dei telegiornali nazionali è segno di un isolamento di cui la Calabria soffre da decenni e nessuno ha parlato di consiglio dei ministri a Reggio Calabria o altre iniziative eclatanti.
La trattativa tra Rossano, Regione, commissario straordinario e provincia di Reggio continuerà nei prossimi giorni in un clima di tensione e confusione. Se non ci sarà un intervento risolutivo da Roma sarà davvero ardua una pronta risoluzione della questione. E il silenzio assordante di queste settimane può voler dire due cose: o della Calabria non importa davvero niente a nessuno o è tutto strumentale all’imposizione di finanziamenti per strutture anti-emergenza che a quelle latutidini, purtroppo, sarebbero preda del malaffare e della criminalità organizzata.

sabato 25 ottobre 2008

Il Gossip di Stato dei laburisti

L’isola di Corfù, uno yacht, qualche miliardario e un paio di politici influenti. Sono questi gli ingredienti dello scandalo, o presunto tale, che sta scuotendo la politica inglese. Nell’occhio del ciclone sono finiti i conservatori, che sembrano (o sembravano?) destinati a tornare trionfalmente a Downing Street alle prossime elezioni generali.
Tutto è cominciato con una lettera di Nathaniel Rothschild al Times, nella quale il miliardario rendeva conto di quattro incontri (avvenuti nel giro di un weekend) tra il multimiliardario russo Deripaska e il cancelliere ombra George Osborne. Poco male, fatti suoi. E invece no, se è vero che Osborne, nel corso degli incontri, avrebbe chiesto un finanziamento illecito al Partito Conservatore di 50.
000 sterline. In realtà pare che sia tutto un enorme polverone per screditare i lanciatissimi Tories. La “donazione”, proibita in Inghilterra se proveniente da cittadini stranieri, non c’è stata e di conseguenza “nessuna legge è stata violata”, come ha affermato persino il laburista Tony Wright, in controtendenza rispetto al suo partito e allo stesso Gordon Brown, che già ha chiesto a gran voce un’inchiesta del Parlamento.
Inchiesta o meno, il polverone è stato già fomentato a dovere da media e politici laburisti.
David Cameron, leader tory e probabile prossimo primo ministro, ha difeso strenuamente l’operato del suo cancelliere-ombra, negando con fermezza qualsiasi addebito a lui attribuibile. Ma in Inghilterra, evidentemente, basta una flebile voce per scatenare un urlo disumano. La base conservatrice non ha apprezzato il presunto scandalo e da più parti si chiedono le dimissioni di Osborne da cancelliere-ombra.
E anche la vecchia guardia tory sembra non aver gradito. Molti protagonisti dell’epoca Thatcher, ad esempio, hanno espresso il loro disappunto per una vicenda che macchia l’onore del partito conservatore. L’inconsistenza delle accuse è così evidente che probabilmente i conservatori stanno tentando soltanto di evitare grane in vista delle prossime elezioni.
Dopo 11 anni di opposizione, vogliono comprensibilmente stravincere. Fa riflettere non poco, piuttosto, l’uscita di Rothschild. Il miliardario, amico di vecchia data di Osborne, ha probabilmente preso parte a una specie di “complotto” politico mirato a screditare i tories. Resta da capire l’effetto che questa vicenda riuscirà a provocare.
E’ pressoché impossibile, tuttavia, che il polverone maturato in terra greca possa scalfire le probabilità di vittoria dei conservatori alle prossime elezioni. Con buona pace di Gordon Brown e di chi sperava in un tardivo colpo di coda.

mercoledì 15 ottobre 2008

Al Maliki è convinto che le truppe inglesi non servano più

L'Opinione
15 ottobre 2008

“Grazie, ma non ci servite più”. E’ chiaro il messaggio di Nouri Al Maliki, primo ministro iracheno, nei confronti delle truppe inglesi presenti nel Sud del Paese. La presa di posizione, attraverso un’intervista concessa al Times, ha avuto molta eco sui giornali d’oltremanica, e da molti è stata considerata come un segno di ingratitudine verso un esercito che ha lasciato sul campo, dal 2003 ad oggi, 176 vittime.
La decisione di ridurre drasticamente la presenza britannica in Iraq era già stata pianificata da Gordon Brown. Entro il prossimo anno, infatti, la maggior parte delle unità inglesi (4000 uomini) torneranno a casa, lasciando solo un piccolo gruppo che non sarà impegnato nei combattimenti, ma solo nel supporto alle truppe locali.
Tuttavia, i negoziati per il ritiro tra Baghdad e Londra non sono ancora iniziati e solo dal 31 dicembre, data in cui terminerà il mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, le truppe straniere dovranno rinegoziare la loro presenza o lasciare il Paese. Anche su questo punto al Maliki è stato perentorio: “Una volta che il mandato Onu terminerà, le forze britanniche perderanno la loro copertura legale e dovranno lasciare l’Iraq”.
Ma sotto accusa è soprattutto la gestione della zona di Bassora, che negli ultimi tempi è stata di nuovo presa d’assalto da ribelli, milizie irregolari e bande di criminali.
A scatenare la ripresa della guerriglia, secondo al Maliki, è stata la decisione presa lo scorso anno, e giudicata prematura dal primo ministro di Baghdad, di spostare le truppe da un palazzo in centro all’aeroporto della città. “I soldati inglesi si sono chiamati fuori dal confronto militare e questo ha permesso a miliziani e criminali di riprendere il controllo della città”.
Al Maliki, tuttavia, sa che non può fare a meno del supporto inglese e si esibisce in un goffo equilibrismo dialettico: “Nonostante i disaccordi su alcune questioni, l’Iraq è aperto alle compagnie e aziende britanniche”. Le reazioni all’intervista dei lettori inglesi sono di diverso segno.
Molti sono sempre stati contrari all’intervento, tutto qua. C’è anche chi, però, chiede garanzie al governo di Baghdad. La loro richiesta, in sostanza, è la seguente: “Il primo ministro ci dimostri di volere e sapere badare al suo popolo. Ci mostri come intende ricostruire l’economia, come difendere i cittadini iracheni dai terroristi.
Se ci riuscirà andremo via con molto piacere. Ma fino a quel momento, l’esercito inglese rimarrà lì, a difendere il diritto alla democrazia dell’Iraq e del suo popolo”.

giovedì 2 ottobre 2008

Sulla crisi finanziaria i Tories collaborano con Gordon Brown

L'Opinione
2 ottobre 2008

“I will not play politics with economy”. E’ stato chiaro David Cameron, arrembante leader dei Tories e probabile prossimo inquilino di Downing Street. Nessuna speculazione politica, dunque, infetterà la già difficile situazione economica d’Oltremanica. Al contrario, durante una conferenza stampa che ha interrotto la convention conservatrice di Birmingham, Cameron ha annunciato che il suo partito è pronto a collaborare con il governo di Gordon Brown per affrontare le catastrofi recenti della finanza mondiale.
“Siamo tutti sulla stessa barca e tutti insieme troveremo una strada per superare la crisi”. Più che ai preoccupatissimi banchieri, Cameron si è rivolto soprattutto alla gente comune, assicurando un impegno continuo e costante per salvare risparmi e posti di lavoro. Prima le tasche dei cittadini, dunque, e poi i grandi colossi finanziari che continuano pericolosamente a traballare anche nella City.
Ma in un periodo in cui tutti sembrano rifugiarsi negli effimeri stratagemmi dell’intervento statale, il leader conservatore ha voluto precisare che rimane un sostenitore del libero mercato, del quale si conoscono “forze e debolezze”.
Questa crisi, ha continuato, “non deve essere usata per annichilire il libero mercato ma per riformarlo”. E non è una dichiarazione da poco, visti i tempi che corrono. La stampa inglese, nel frattempo, da conto dell’impegno “personale” di Gordon Brown nel corso degli ultimi concitatissimi giorni.
Il premier sta tentando di salvare alcuni colossi bancari fondamentali per la stabilità finanziaria del Regno Unito e ha annunciato “decisioni importanti per combattere la crisi”. Schiacciato com’è tra crisi economica e fronde interne al New Labour, a Gordon Brown il soccorso “tory” di David Cameron farà sicuramente comodo.
Potrà almeno condividere scelte importanti e impopolari in un Paese che dalla Thatcher in poi era stato abituato bene in quanto a liberalismo applicato all’economia. Il primo ministro laburista ha voluto coinvolgere nei colloqui di questi giorni anche Nick Clegg, leader dei liberaldemocratici, a riprova che il momento richiede quanta più unità possibile, non solo tra i due partiti principali.
Ma David Cameron ha voluto anche fugare ogni dubbio su possibili inciuci: “Arriverà il momento di fare i conti, ma ora bisogna pensare alla sicurezza e alla protezione dei cittadini. Lavorare in maniera bipartisan non è solo una cosa ragionevole, è soprattutto una cosa necessaria”. Per qualcuno, però, la mossa di David Cameron ha un chiaro intento politico.
Dopo gli ultimi interventi pubblici di Brown, i laburisti hanno recuperato terreno nei sondaggi, pur restando distanziati di nove punti dai conservatori.
L’approccio deciso e risoluto dell’inquilino di Downing Street nei confronti della crisi finanziaria sembra aver rassicurato molti elettori. Il 47% degli inglesi, infatti, vuole che il successore di Blair resti al suo posto per fronteggiare il periodo difficile, temendo che un altro premier non abbia la stessa esperienza e competenza.
Il Guardian, quotidiano con dichiarate simpatie laburiste, ha presentato il sondaggio affermando come gli elettori intenzionati a votare per i Tories non si sentano sicuri in materia economica. E David Davis, ex leader tory, ha richiamato l’attenzione del partito sui temi economico-finanziari, fino ad oggi troppo trascurati da Cameron e dalla sua squadra.
Ed è ancora Davis che, in un’intervista al Telegraph, non fa certo un favore al suo leader: “Cameron – ha detto l’attuale Segretario di Stato del governo ombra – deve ancora sviluppare la giusta politica economica e fiscale per affrontare la grave crisi globale”. Che il discorso conciliante di Birmingham sia un tentativo per correre ai ripari?

martedì 30 settembre 2008

Neanche Harry Potter può salvare i laburisti dalla crisi interna

L'Opinione
30 settembre 2008

Il congresso annuale di Manchester, sul modello spettacolare delle convention americane, non ha sanato i problemi dei Laburisti inglesi. Gordon Brown, in fortissima crisi di consensi, ha tentato la carta dell’unità, dell’esperienza e dei frutti positivi di undici anni di governi laburisti a Downing Street: “E’ in momenti di incertezza come questi che noi dobbiamo essere e saremo come una roccia per stabilità e correttezza, cui la gente potrà appoggiarsi.
Voi sapete dove ho sbagliato, ammetto i miei errori e mi impegno a rimediare”. Un messaggio chiaro, rivolto più agli avversari interni che ai conservatori. Il problema più impellente dei Laburisti, infatti, non è tentare un difficile recupero nei sondaggi (i Tories di David Cameron godono di un solido vantaggio a doppia cifra), bensì ricucire i pericolosi strappi interni.
Il rischio, come proprio la recente storia del partito Conservatore insegna, è quello di una lunga fase di torpore e di oblio, dalla quale sarà difficile venir fuori. Ma la professione di umiltà di Mr. Brown non sembra aver sortito gli effetti sperati. Proprio nelle ore del congresso, infatti, il ministro dei Trasporti Ruth Kelly ha rassegnato le dimissioni, ufficialmente “per passare più tempo con la famiglia”.
Sarà anche vero, ma la defezione della quarantenne Kelly rimane comunque un ulteriore segno di debolezza di un partito che rischia la deriva del “si salvi chi può”, con i maggiorenti pronti ad abbandonare la nave prima che si inabissi completamente.
E non aiuta certo a placare gli animi inquieti dei Laburisti l’ascesa di David Miliband, ministro degli Esteri e rivale interno di Brown. La sfida è aperta in vista delle prossime elezioni generali, che si svolgeranno al più tardi nella primavera del 2010. Ma l’acceso dualismo laburista rischia di avere un esito clamoroso: il ritorno di Tony Blair.
In molti lo invocano, nella speranza di invertire un trend disastroso che, allo stato attuale, non ammette possibilità di recupero nei confronti del rampante David Cameron. Intanto i giornali d’Oltremanica attaccano ferocemente il governo, chiedendo a gran voce l’uscita di scena di Brown. Sul Times, ad esempio, due columnist di diversa estrazione politica tracciano un quadro impietoso.
Si tratta di Daniel Finkelstein, ex collaboratore dell’ultimo premier conservatore John Major, e Alice Miles, giovane editorialista di talento, vincitrice nel 2007 del premio Columnist of the Year. Finkelstein, memore dell’esperienza conservatrice vissuta in prima persona, mette in guardia i laburisti: “La crisi attuale non è l’inizio della fine di Gordon Brown.
E’ l’inizio della fine del New Labour”. Ma la parte più interessante dell’analisi è quella che “scagiona” la crisi economica internazionale dall’accusa di essere la causa principale del crollo del governo. “Le due cose non hanno niente a che vedere tra loro. L’impopolarità del governo parte da molto lontano.
Per vincere ancora – conclude Finkelstein – il partito Laburista deve cambiare. E per cambiare deve accettare le critiche degli elettori ai suoi fallimenti”.
Non è meno dura la disamina di Alice Miles, con la differenza che in questo caso si auspica una veloce e onorevole exit strategy per Gordon Brown e un ricambio della leadership laburista. “Brown è un brav’uomo, ma non può guidare il Labour alle nuove elezioni. Non può comunicare, né ispirare.
E’ il lord Voldemort del partito Laburista, che invece ha bisogno del suo Harry Potter”. L’ironico paragone con il cattivissimo personaggio della saga del maghetto occhialuto non è casuale. Proprio pochi giorni fa J.K. Rowling aveva annunciato la donazione di un milione di sterline (1,4 milioni di euro) ai laburisti.
Tra fronde interne e attacchi mediatici, Gordon Brown cerca di sopravvivere alla “tempesta perfetta” che si sta abbattendo sul suo governo. David Cameron, invece, si gode i frutti del suo paziente lavoro di ricostruzione dei Tories e attende il momento in cui un esponentente del partito Conservatore tornerà a varcare la soglia del numero 10 di Downing Street.

sabato 20 settembre 2008

Se l’America piange, l’Inghilterra non ride

L'Opinione
20 settembre 2008

La crisi finanziaria iniziata con il flop dei mutui subprime americani sta facendo sentire i suoi effetti negativi anche sull’altra riva dell’Atlantico. Ed è ovviamente l’Inghilterra, nazione economicamente molto legata agli Stati Uniti, a subire le conseguenze peggiori. Dopo gli anni rampanti di Tony Blair, il successore Gordon Brown si trova ad affrontare una situazione economica complicata.
E’ notizia di questi giorni, ad esempio, che il tasso di disoccupazione in Gran Bretagna ha raggiunto il 5,5%, un livello che non si toccava da dieci anni, cioè dall’inizio dell’era Blair. Gli inglesi senza lavoro sono quasi due milioni e nell’ultimo anno c’è stato un incremento dello 0,2%.
Un altro sintomo non certo positivo dello stato del mercato del lavoro d’Oltremanica è l’aumento vertiginoso delle richieste di sussidio di dissocupazione. Nel solo mese di agosto, infatti, sono pervenute 32.500 richieste, facendo salire il numero di beneficiari a 904.000. Stephen Tims, Ministro del lavoro del Governo Brown, si è affrettato a rassicurare l’opinione pubblica: “Come gli altri Paesi, il Regno Unito sta affrontando le sfide dell’economia globale, ma il nostro mercato del lavoro rimane resistente.
Rispetto allo scorso anno ci sono 333.000 persone in più che lavorano e 600.000 posti disponibili”. Sarà anche vero, ma la notizia dell’ulteriore aumento della disoccupazione non farà bene a un Gordon Brown già alle prese con un calo di consensi preoccupante in vista delle prossime elezioni generali.
Il successore di Blair a Downing Street paga anche lo scotto della crisi economica mondiale, ma è innegabile che il New Labour attraversa ormai una crisi difficile da risolvere in breve tempo. Dopo l’esplosione della stella Blair e la sua positiva cura (più lib che lab) che ha risollevato le sorti dell’opaca Inghilterra di John Major, il Paese sembra essere diventato immune all’ormai stantìa ricetta laburista.
Brown lo sa, e nonostante l’affannosa ricerca di vie d’uscita, difficilmente riuscirà a respingere l’attacco di un sempre più popolare David Cameron, artefice di un miracoloso svecchiamento di immagine e di programma del compassato Partito Conservatore. Ma la disoccupazione non è l’unica grana di fine estate che Gordon Brown sta affrontando.
Dopo il disastroso crollo della banca americana Lehman Brothers, sono in molti a temere ripercussioni gravi sulle rive del Tamigi. La banca inglese specializzata in mutui Hbos, ad esempio, è stata salvata in extremis grazie all’intervento di Lloyds Tsb. Per spingere la trattativa ancora lunga e complicata è intervenuto lo stesso Gordon Brown, che ha incontrato Sir Victor Blank, presidente di Lloyds.
Nei prossimi giorni si conoscerà l’esito della trattativa e intanto, negli uffici della City, tremano le gambe a molti.