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venerdì 11 settembre 2009

11 settembre 2001: anche se Bush jr ha sbagliato...

Ffwebmagazine
11 settembre 2009

A volte, nel corso della storia, basta un solo errore per far dimenticare cose fondamentali, imprescindibili, senza le quali non si può capire da che punto analizzare un particolare evento. È il caso dell’11 settembre 2001, del giorno “che ha cambiato il mondo”. Ha cambiato tutti noi, non solo il mondo. E nonostante ogni anno puntualmente ricordiamo quella giornata terribile, abbiamo perso il senso reale di quell’immane tragedia.

L’errore di cui si parlava prima è senza dubbio ascrivibile a George W. Bush, iniziamo ad ammettere questo. L’unilateralismo senza se e senza ma che ha spinto le pur lodevoli intenzioni della vecchia amministrazione americana ha creato un clima tale di diffidenza e dissenso che oggi, ricordando il crollo delle Twin Towers e le 2.974 vittime, colleghiamo immancabilmente la vicenda a Bush, alle guerre, ad Abu Grahib e Guantanamo. E Osama Bin Laden? E i diciannove dirottatori che in quella mattinata newyorkese scioccarono l’opinione pubblica mondiale? Quelli li ricordiamo meno, perché al giorno d’oggi è più cool fare così. I salotti buoni dell’Occidente radical chic hanno rimosso l’11 settembre, sostituendolo con l’orrore per le bombe, per il vero o presunto fosforo bianco di Falluja, per le vittime civili in Afghanistan. Eppure quella sera eravamo tutti americani, pronti a ricoprirci di stelle e strisce per difendere la libertà e la democrazia. Lodi sperticate a Rudolph Giuliani, persino allo stesso Bush.

Poi qualcosa è cambiato, si è rotto, soprattutto quando Washington ha deciso di puntare i propri caccia sull’Iraq di Saddam Hussein. La freddezza europea (Francia e Germania in primis) ha tracciato il sentiero lungo il quale le solite schiere di antiamericani e pacifisti hanno scorazzato allegramente. Sia chiaro: l’unilateralismo bushiano è stato un errore strategico, diplomatico e politico. Le ottime intenzioni di chi voleva “esportare la libertà” (brutta espressione che non rende giustizia a un concetto sacrosanto) sono state malamente messe in pratica con un approccio troppo muscolare e arrogante.

Ciononostante, niente di tutto questo avrebbe dovuto oscurare il ricordo dell’11 settembre. Eppure è successo e oggi anche i più strenui difensori dell’America hanno quasi pudore a commemorare quella data con il dovuto slancio emotivo. E in più, adesso, c’è Obama con il suo nuovo approccio dialogante con il mondo musulmano (peraltro per nulla sbagliato), e sottolineare troppo quanto cattivi sono stati i fondamentalisti islamici quel giorno non è opportuno. Già, come se i sentimenti dell’America profonda, quella lontana da New York o dalla costa californiana, che ancora oggi sente dentro un misto di paura e rabbia, non contino niente, abbiano meno dignità solo perché espressione di una società ricca e democratica, ormai una colpa in una società che in tempo di crisi economica ha riesumato la pelosa retorica pauperistica e terzomondista. Ma né Bush con i suoi errori, né il nuovo corso obamiano, tantomeno l’indifferenza dell’Europa, potranno cancellare la realtà della storia.

Bisognerebbe rilanciare, se solo i mainstream media lo permettessero, lo spirito di quei giorni, il senso di unità del mondo libero e democratico (non indispensabilmente occidentale o cristiano, beninteso) nei confronti di chi voleva metterci paura, di chi voleva condizionare le nostre scelte e farci pensare che in fondo quelli che stavano sbagliando eravamo noi. Al contrario, non bisogna mai vergognarsi della propria libertà. E il fatto che a soli otto anni da quel giorno l’attenzione sia calata così tanto, dovrebbe farci riflettere. L’attacco terroristico più grave della storia non può essere cancellato dalla memoria collettiva per ragioni politiche. E noi italiani, che nonostante l’atavica diffidenza nei confronti degli Usa di alcune frange dell’opinione pubblica, in quell’occasione ci siamo dimostrati fedeli amici di Washington, dovremmo essere in prima fila in questa operazione di recupero di una memoria così dolorosa e lacerante. Ma forse, per un paese come il nostro che ancora litiga sull’opportunità o meno di festeggiare i 150 anni di unità, è chiedere un po’ troppo.

sabato 5 settembre 2009

Quando basta l'amore per scalfire il pregiudizio


La banalità di un amore qualunque, l’ordinarietà di una vita di coppia. L’amore e basta, appunto, proprio come il titolo del documentario di Stefano Consiglio, prodotto da Angelo Barbagallo e Andrea Occhipinti per la Lucky Red, presentato in questi giorni alla Mostra del cinema di Venezia. Il fatto che le nove storie d’amore raccontate siano omosessuali è un dettaglio, non un tratto caratterizzante che rende diverse quelle esperienze rispetto al resto delle relazioni sentimentali. Lo scopo di Consiglio, in effetti, era proprio quello di presentare al pubblico delle vicende ordinarie, a dimostrazione che l’amore omosessuale non è qualcosa di altro, di distinto, di parallelo o di alieno. Qualcosa da cercare altrove e in un mondo distante dalla quotidianità della gente “normale”.

Il viaggio attraverso l’Europa, introdotto dall’interpretazione, da parte di Luca Zingaretti, di una poesia di Aldo Nove, parte da Catania e arriva a Barcellona, passando per Parigi, Berlino, Palermo, la bassa padana, Roma, Versailles. Un Grand Tour dei sentimenti che ci racconta di famiglie, relazioni lunghe trent’anni, figli, opinioni differenti su alcuni temi che riguardano le persone omosessuali. È un microcosmo che riproduce, in piccolo, l’eterogeneità di qualsiasi altro gruppo di persone. Perché nessun gruppo sociale è un monolite, omologato e uguale a sé stesso. E anche nei confronti della religione gli intervistati si pongono in maniera decisa e senza dubbi: «Dio non è contro di noi. Non può rifiutare nessuna delle sue creature». 

In giorni come questi, con l’allarme omofobia che ha fatto capolino tra le coscienze ancora stordite dal sole estivo, l’uscita nelle sale di un film come quello di Consiglio è una boccata d’aria pura. Non c’è Svastichella che tenga, insomma, quando si ha a che fare con l’amore. Nessun pregiudizio può scalfire il racconto pacato, addirittura quasi noioso, delle vicende quotidiane di queste nove coppie. Non stupisce, dunque, che qualche oltranzista delle rivendicazioni urlate abbia storto il naso, non cogliendo appieno la forza del messaggio del documentario. Si chiedeva più incisività, un approccio forse più politico (o addirittura ideologico). Ma cosa c’è di più incisivo della banale rappresentazione dell’amore? I movimenti Lgbt dovrebbero capire, forse, che la conquista da ottenere a tutti i costi è il riconoscimento, da parte della società, dell’ordinarietà dell’amore gay.

Per troppo tempo, parallelamente a un’omofobia gretta e dura a morire, correva in Italia la voglia di sentirsi diversi, da parte degli omosessuali, e di essere percepiti come tali. Forse come reazione all’intolleranza, forse no.  Fatto sta che questa “strategia” si è dimostrata inadatta al riconoscimento dei diritti da parte dello Stato e, prima ancora, dell’opinione pubblica. La rivoluzione sta nel rovesciare i luoghi comuni della frivolezza e della superficialità di un mondo troppo sfaccettato e ricco di sfumature per essere catalogato tutto insieme, senza distinzione alcuna. A livello politico, poi, questo approccio si sta facendo largo sempre di più. Anche a destra. Anzi, soprattutto a destra. L’approccio ideologico al problema che ha contraddistinto alcune battaglie della sinistra era stato controproducente. Il pragmatismo della destra nei confronti della questione dei diritti alle persone omosessuali può essere di gran lunga più utile alla causa. Non è un caso, ad esempio, che anche all’interno del movimento Lgbt serpeggi una frase sibillina, una via di mezzo tra una battuta e una speranza: «Vuoi vedere che alla fine i nostri diritti verranno riconosciuti da un governo di destra?». L’ipotesi, inimmaginabile fino a pochi anni fa, oggi non sembra così peregrina.

E allora ben vengano film come quello di Consiglio. Ben venga la rappresentazione “normale” e banale del rapporto di coppia, a prescindere dal genere delle persone coinvolte. A guidare le battaglie del movimento gay non dovrebbe essere l’oltranzismo e la voglia di provocare a tutti costi. È sufficiente l’amore. L’amore e basta.

Ffwebmagazine
5 settembre 2009

giovedì 3 settembre 2009

L'integrazione vera abita a Edgware Road

Ffwebmagazine 
3 settembre 2009

Non è una strada di un sobborgo grigio dell'East londinese, né una pericolosa viuzza di Brixton, la zona delle guerre tra gang che stanno insanguinando la gioventù inquieta del sottoproletariato figlio dell'immigrazione. Edgware Road è una delle strade più lunghe e importanti della parte occidentale di Central London, il cuore pulsante della città, il centro di una delle metropoli più vive e importanti dell'Occidente. A poche centinaia di metri c'è la zona chic di Marble Arch e Mayfair (Madonna e Tony Blair vivono lì, tanto per intenderci); o ancora la zona diplomatica di Marylebone, sede delle più importanti ambasciate. Eppure, lungo i marciapiedi di Edgware Road, si sente parlare quasi esclusivamente in arabo o al massimo, in qualche caso, in farsi. Sì, perché Edgware Road, nel cuore della Londra che conta, è conosciuta anche come Little Cairo o Little Beirut ed è il centro pulsante della presenza araba e musulmana nella capitale britannica.

Degrado e criminalità, dunque? Per nulla: da quelle parti gli schemi preconfezionati dell'immigrazione sinonimo di delinquenza non funzionano, non attaccano. Il quartiere è da decenni uno dei più vivaci e interessanti del compassato West della città. È davvero un'esperienza inusuale, per un italiano abituato al dibattito nostrano sull'immigrazione, leggere le insegne in arabo delle farmacie, usare una tastiera in arabo in un internet point, osservare placidi e barbuti uomini che fumano il narghilé fuori dagli shisha café giocando a dadi o a domino. Dal 2007, con l'introduzione anche in Inghilterra del divieto di fumare nei locali pubblici, questi posti ricchi di storia, che riportavano alle atmosfere del Medio Oriente che fu, si sono adeguati, non senza qualche vibrante protesta, e le famose “pipe ad acqua” dai mille profumi sono state trasferite all'esterno.

E non mancano gli inglesi doc tra la gente che vive lì. Figli orgogliosi di Albione che non si scandalizzano, né storcono il loro snobissimo naso. Capiscono che se il mondo sta diventando multietnico, Londra lo è sempre stata. La capitale di quello che fu un impero vastissimo non può dimostrarsi ottusa proprio adesso. Londra non è mai stata altezzosa come Parigi, marziale come Berlino o provinciale come Roma. Ha accolto i “sudditi” oltremare di Sua Maestà con diffidenza, a volte con paura, ma non ha mai chiuso le porte all'integrazione né ha negato una possibilità a nessuno.

Edgware Road, dunque, è la metafora di un modo di intendere l'integrazione multietnica che non ha ancora fatto breccia in altre parti del nostro continente. Ma anche lì le cose non sono sempre andate bene. La stazione della metropolitana di Edgware, ad esempio, è stata colpita dagli attentati del 7 luglio 2005. Immigrati musulmani di seconda generazione, con passaporto britannico, hanno messo a ferro e fuoco anche il simbolo dell'integrazione della loro gente. E la diffidenza ha serpeggiato anche lungo le rive del Tamigi, come in fondo era normale che fosse. Ma il contraccolpo del 7 luglio di quattro anni fa è durato poco. Oggi Edgware è ancora la Little Cairo di un secolo fa, la Little Beirut dell'epoca della guerra civile in Libano, la Little Teheran del periodo della rivoluzione khomeinista. È il simbolo di un'integrazione che è possibile e che non deve includere la rinuncia a tradizioni e culture millenarie da parte degli immigrati. Si può rispettare il paese che ospita anche senza dimenticare le proprie radici. Edgware Road dovrebbe fare scuola, anche nel nostro paese. Qualcuno organizzi un viaggio di istruzione a Londra, per piacere. E si parta da Pontida, ovviamente. 

sabato 25 luglio 2009

Il Principe mezzosangue e l'inizio della fine

Ffwebmagazine
25 luglio 2009

Nove milioni di euro dopo cinque giorni di programmazione in Italia, quasi 160 milioni di dollari negli Stati Uniti. Il responso del box office, come era facilmente prevedibile, arride all’ultimo film della saga di Harry Potter, Harry Potter e il principe mezzosangue. Dopo le cinque precedenti pellicole che hanno quasi tutte sfiorato il miliardo di dollari di incasso totale, pare che l’ultima fatica del maghetto di Hogwarts possa finalmente raggiungere l’ambizioso obiettivo. Eppure, le reazioni non sono state molto benevole e, per una volta, hanno messo d’accordo critici e spettatori. Da Paolo Mereghetti, critico cinematografico del Corriere della Sera, giù fino all’ultimo fan di un qualsiasi forum sul web, è tutto un fiorire di commenti negativi. Eppure, per chi ha letto il libro di J.K. Rowling, questo capitolo cinematografico trasferisce sullo schermo in modo efficace il cambiamento radicale che colpisce i protagonisti. Sono lontane le atmosfere preadolescenziali del primo film, Harry Potter e la Pietra filosofale, e non potrebbe essere altrimenti. E sono state accantonate anche le sfumature dark-gothic delle ultime due pellicole.

Il Principe mezzosangue è l’inizio della fine, un capitolo di passaggio, in tutti i sensi, dalla lotta “quotidiana” tra Bene e Male allo scontro finale, alla resa dei conti, che vedremo nei due episodi di Harry Potter e i doni della morte. Il passaggio, nella pellicola diretta da David Yates (regista televisivo al quale si è affidato un compito molto gravoso), c’è tutto e si vede. Irrompono in maniera decisa, ad esempio, i problemi sentimentali di Harry, Ron ed Hermione. Dal primo, sempre più innamorato di Ginny Weasley ed eroe romantico dell’intera saga, non si può pretendere nulla di diverso da un amore puro e senza pruriginose deviazioni adolescenziali. Ron, invece, in quanto antieroe e amico “umano, troppo umano” di Potter, può permettersi una focosa avventura tutta baci e languidi sospiri con Lavanda Brown. E poi c’è Hermione, l’algida secchiona che scopre il suo amore per Ron e si scioglie in un pianto che rende il suo personaggio completo.

Ma se gli ormoni finalmente si svegliano tra gli austeri corridoi di Hogwarts, sceneggiatori e regista riescono anche a infilarci un po’ di droga, seppure in maniera “magica” e simbolica e sotto forma, appunto, di pozioni. Prima Ron viene avvelenato, per sbaglio, da un bicchiere di sidro offerto dal professor Lumacorno e le immagini ricordano allo spettatore una classica scena da overdose (bava alla bocca, occhi all’indietro, crisi cardiaca). Poi Harry prende una pozione “portafortuna” e l’effetto ricorda molto quello dell’Lsd o di un qualsiasi altro acido allucinogeno. In entrambi i casi, ça va sans dire, non si tratta affatto di una esaltazione dell’esperienza stupefacente ma si può parlare di una scelta azzeccata e, perché no, pedagogica. In fondo Harry & Co. hanno 17 anni, vivono in Inghilterra e devono rappresentare, seppur sotto forma di fiaba per ragazzi, anche le problematiche tipiche della loro generazione. Soprattutto di una generazione, quella inglese degli anni che stiamo vivendo, che fa dello sballo (non solo a base di droga ma anche, e soprattutto, di alcool) una regola di vita. Chi, anche solo da turista, ha avuto modo di respirare per un po’ l’aria londinese, si è potuto rendere conto di quanto sia importante per i giovani britannici il momento di evasione dalla realtà indotto dal consumo di sostanze che alterano lo stato di coscienza. E se persino in un film come questo si fa cenno al fenomeno, vuol dire che il problema esiste e va affrontato. L’espressione inebetita di Harry dopo aver preso la “pozione” potrebbe essere utilizzata dalle autorità inglesi per una efficace campagna di comunicazione. E chi ha passeggiato per Soho o Tottenham Court Road durante il weekend quell’espressione la conosce benissimo.

Il resto del film, si diceva, rappresenta la preparazione agli ultimi capitoli della saga. Chi ha letto il libro lo sa perfettamente e francamente non si poteva chiedere di più al povero Yates, che peraltro si trova a dover reggere il confronto con due mostri del cinema come Mike Newell e Alfonso Cuaron, che hanno diretto i precedenti film del maghetto. Ma se le reazioni negative dei critici a un film del genere potevano essere messe in conto, quello che sorprende maggiormente è la freddezza dei fan, anche quelli più sfegatati. Forse si era creata e consolidata un’immagine troppo scanzonata e fanciullesca del personaggio creato da J.K. Rowling, forse anche in questo film ci si aspettava il Mantello dell’invisibilità o qualche strana creatura allevata da Hagrid, o qualche altro esilarante incantesimo scagliato contro gli odiosi zii di Harry. No, non è più tempo di gigioneggiare. Il gioco si fa duro e Harry deve, persino obtorto collo, cominciare a “giocare” seriamente. C’è da salvare il mondo, ancora una volta. Ma in quest’occasione non ci sarà appello, né possibilità di cavarsela grazie all’aiuto di saggi e venerabili maestri. La perenne lotta tra Bene e Male, poi, nei libri e nei film sul maghetto assume una forma particolare.

Tutto è giocato sul filo, pochi sono i personaggi nettamente ascrivibili a una delle due categorie. Persino Albus Silente, integerrimo preside di Hogwarts e mentore di Potter, ha avuto in passato dei momenti di pericoloso contatto con il lato oscuro. Altro che magia, dunque. Tutto è umano come nella nostra vita di ogni giorno. Nessuno è un eroe o un mostro a prescindere. Sono le scelte del singolo, e non una banale predisposizione genetica o caratteriale, a spingere ciascuno di noi verso il Bene o il Male e persino queste etichette non possono considerabili eterne e immutabili. La forza dei libri della Rowling, in fondo, è proprio quella di aver parlato delle debolezze umane (soprattutto quelle che riguardano i giovani) attraverso lo strumento immaginario e immaginifico della magia.

Da Harry Potter e i doni della morte (diviso in due film la cui uscita è prevista per il 2010 e il 2011) ci aspettiamo ovviamente di più. L’affannosa e angosciante ricerca degli Horcrux (gli oggetti all’interno dei quali Voldemort ha nascosto la sua anima), la furiosa rottura tra Harry e Ron, l’epico scontro finale dentro il castello di Hogwarts, alcune morti toccanti e dolorose: tutti passaggi narrativi che per forza di cose dovranno trovare una efficace rappresentazione cinematografica. Se David Yates riuscirà nell’impresa, persino i feroci critici del Principe mezzosangue potrebbero apprezzarlo. Intanto, in attesa della fine, accontentiamoci di quest’ultimo capitolo della saga che si appresta a polverizzare ogni record al botteghino.

sabato 18 luglio 2009

Ridere dei gay? E' molto peggio l'ipocrisia

Ffwebmagazine
18 luglio 2009

In Italia deve ancora arrivare (l’uscita nelle sale è prevista per ottobre) ma Bruno, l’ultimo film di Sacha Baron Cohen, ha fatto già discutere mezzo mondo. Primo ai botteghini americani (30,5 milioni di dollari nel primo weekend di programmazione), la pellicola del creatore di Borat ha innescato, forse ad arte, una polemica dal sapore antico, che fa a pugni con l’impostazione politically correct di questo inizio di secolo: si può ridere dei gay?

Sembrerebbe una domanda retorica, dalla risposta affermativa pressoché scontata. Se non fosse, però, che si va a toccare uno dei nervi scoperti della società, un tema che paradossalmente può essere ancora considerato un tabù. Bruno, il protagonista del film, è un giornalista di moda gay e fashion victim, che ripropone in chiave esasperata lo stereotipo dell’omosessuale effeminato, appariscente, disimpegnato e superficiale. Né più né meno, insomma, dell’immagine che i media usano ancora oggi quando vogliono mostrare al loro pubblico l’universo gay. E allora le polemiche da cosa nascono? Cosa si contesta a Baron Cohen? Secondo alcuni gruppi di attivisti omosessuali americani e inglesi, il rischio sarebbe quello di tornare indietro e di perdere tutto ciò che di positivo aveva fatto il “movimento” per cancellare l’immagine macchiettistica dei gay, facendo irrigidire il pubblico eterosessuale e cancellando gli effetti dello sdoganamento graduale dell’universo Glbt.

Ma se, come dicevamo prima, l’immagine mediatica che i gay danno di se stessi è molto simile a Bruno, il problema qual è? Forse è semplicemente il fatto che Sacha Baron Choen è eterosessuale e quindi non è “legittimato” a sfottere i gay. In fondo, fino a pochi anni fa, il giusto senso di colpa della società aveva provocato qualcosa di simile nei confronti degli ebrei. Solo gli stessi ebrei potevano permettersi satira, battute e comicità sul loro mondo. Gli altri dovevano trattare il tema con la massima cautela, per non rischiare di essere tacciati di antisemitismo. Successe una cosa simile persino al Benigni de La vita è bella, criticato all’epoca da più parti per aver ridicolizzato e banalizzato la Shoah.

Si tratta, oggi come allora, di un eccesso di zelo buonista. Non perché non si debba rispettare la battaglia che da quarant’anni (dalla rivolta dello Stonewall in poi) i gay stanno combattendo per l’affermazione dei loro diritti più essenziali. Però è ridicola l’attenzione quasi maniacale nei confronti di minoranze che non dovrebbero essere alla ricerca sfrenata del bollino di tutela, nemmeno fossero gli ultimi panda delle foreste cinesi. L’universo gay, che è ovviamente molto più complesso e sfaccettato di come si autorappresenta, non deve aver paura di un film come quello di Sacha Baron Cohen. Paradossalmente, al contrario, il successo che in pochi giorni la pellicola ha riscosso dimostra che l’omosessualità non è più un argomento da evitare.

Quarant’anni fa era impensabile un’operazione cinematografico-commerciale come questa. E la satira un po’ greve e dozzinale del comico inglese non scalfisce le conquiste di una lotta lunga e dolorosa. Dovrebbero preoccuparsi, piuttosto, i residui sussulti omofobici che percorrono la nostra società. Come i partecipanti a una manifestazione a favore della Proposition 8 (la proposta che ha proibito i matrimoni gay in California) che stavano quasi per linciare Baron Cohen davanti alle telecamere.

Si può ridere dei gay, insomma? Sì, anzi si deve. Perché la sacrosanta voglia di normalità che pervade gli omosessuali di tutto il mondo (la stragrande maggioranza dei quali non si sente affatto rappresentata dalle associazioni di “categoria”) passa anche attraverso l’autoironia. Anche perché ciò non equivale a rappresentare tutti i gay come Bruno. Ed è altrettanto lapalissiano che deve continuare l’impegno per i diritti civili in tutti i paesi che discriminano, in maniera più o meno grave, le persone omosessuali. E nel nostro paese servirebbero dieci, cento, mille Bruno per schiaffeggiare finalmente il torpore ipocrita che su questo tema attanaglia la società e le forze politiche. Tutte, nessuna esclusa.

giovedì 16 aprile 2009

Emo, quindicenni esclusi sì... ma con stile

Ffwebmagazine
aprile 2009

Dimenticate le cripte polverose e buie, scordatevi i canini aguzzi e il mantello demodé. Basta paletti di frassino e collane d’aglio. Il vampiro del terzo millennio è cambiato, e il merito è tutto del fenomeno letterario-cinematografico del momento: la saga di Twilight, nata dalla penna di Stephenie Meyer. La giovane scrittrice americana, infatti, si è inventata, non senza un furbo ammiccamento alle mode giovanili del momento, un vampiro teenager, bellissimo, che ama le macchine sportive e vive, nonostante i suoi novant’anni, tutte le dinamiche e i problemi dell’universo adolescenziale statunitense.

Il successo planetario dei quattro romanzi ("Twilight", "New Moon", "Eclipse" e "Breaking Dawn") e del primo film ha creato un vero e proprio fenomeno di costume, che va al di là del semplice boom commerciale. Più di un critico, soprattutto in Italia, ha parlato di “Moccia all’americana”, di bassa letteratura per adolescenti in crisi di identità. La saga di "Twilight", che racconta la difficile storia d’amore (e morte) tra il vampiro Edward Cullen e la timida e problematica umana Bella Swan, è ben altro. È innanzitutto lo specchio dei tempi, una cartina di tornasole che ci può raccontare di quei milioni di adolescenti che nel mondo si sono avvicinati al lifestyle emo.

Si tratta di una derivazione di costume e di musica del punk degli anni Ottanta: ciuffone laterale, occhi truccati di nero, pelle bianchissima, jeans stretti e aderenti, fisico più esile possibile. Per questo motivo, c’è chi ironicamente preferisce parlare di emaciati, più che di emo. E poi c’è anche l’umore cupo, una certa “poetica” del vivere malinconicamente, una pericolosa attrazione per la morte. Ecco spiegata, dunque, la rinascita del genere “vampiresco” nella pop culture del Duemila. L’ultima ondata dai denti aguzzi era stata quella provocata da Dracula, lo splendido film di Francis Ford Coppola del 1992 con Gary Oldman e Winona Ryder. E qualche anno dopo, il serial tv Buffy l’Ammazzavampiri aveva timidamente riproposto il tema in chiave contemporanea, nonostante i cliché del sole che fa evaporare, del paletto nel cuore e dei canini aguzzi, tutta roba sparita nel nuovo “vampirismo” di Twilight.

Ma qual è il legame tra il vampirismo di Twilight e il fenomeno emo? A parte i vampiri, che oseremmo definire i padri di tutti gli emo, anche la protagonista del romanzo, Bella Swan, potrebbe essere ascritta a questa categoria. Capelli scuri, pelle chiarissima, forti difficoltà di comunicazione e socializzazione con le classiche figure standard dei teenagers americani (la cheerleader, lo sportivo, il secchione, la reginetta della scuola). Se non è emo, poco ci manca. E il clima cupo e piovoso di Forks, la cittadina dello Stato di Washington che fa da scenario alle vicende del romanzo, mette la classica ciliegina sulla torta. Il tutto è così cupo, così dark, così gothic, che è addirittura il vampiro a portare un po’ di allegria, di luce, di voglia di vivere nella vita di Bella. Basti pensare alla casa in cui vive la famiglia di vampiri: niente manieri spettrali e oscuri, ma una splendida abitazione ultramoderna sulle rive di un fiume, con grandissime vetrate e arredamento all’ultimo grido. E poi il vampiro di Twilight non si squaglia al sole, anzi, i raggi a contatto con la sua pelle provocano uno strabiliante effetto iridescente. Eppure nel libro c’è malinconia, inquietudine. Perché?

Sarà pure un luogo comune che viene ritirato fuori ogni generazione, ma gli adolescenti dei nostri tempi, in effetti, vivono una situazione emozionale e sociale al limite dell’isolamento volontario. Si sentono così poco capiti dal mondo che li circonda, che si chiudono completamente a ogni rapporto con l’esterno. E internet, ovviamente, ha aiutato questa “deriva”. Anzi, potremmo dire che l’ha fatta letteralmente esplodere. Proprio le community virtuali sono gli unici, o quasi, luoghi di socializzazione, seppur filtrata, asettica, fredda e fuorviante. Tre anni fa fece scalpore, ad esempio, il caso di un ragazzo emo che aveva annunciato su MySpace il proprio suicidio. Da allora altri casi del genere sono stati riportati dai mass media, che si sono sempre più occupati del fenomeno.

Se persino il patinato Time qualche tempo fa ha analizzato la cultura (o sottocultura?) emo, vuol dire che gli effetti sulla società giovanile ci sono e si fanno sentire. L’isolamento emo è prima di tutto emozionale. Il disagio esistenziale viene sfogato attraverso la musica e l’abbigliamento, con pochissimo spazio per il confronto diretto, il dialogo. C’è anche chi ha parlato, a questo proposito, di un’evoluzione à la page dei nerd, gli esclusi dalla massa, magari perché troppo bravi a scuola o semplicemente perché non rientrano nei canoni di bellezza dei nostri tempi. Anche il concetto del reietto, dunque, seguirebbe i dettami della moda. Esclusi sì, ma con stile.

La storia di Bella è la catarsi dell’emo attraverso qualcosa che all’apparenza è più oscuro di lei (il vampiro). È il fondo del barile che si raschia fino a quando è possibile solo la risalita. E forse il successo planetario della saga deriva proprio da questo, dalla speranza che Stephenie Meyer regala a un’intera generazione confusa. Una generazione che somiglia sempre più a quella degli anni Ottanta, uscita fuori con le ossa rotte dai periodi di impegno politico e che ha ricevuto il colpo di grazia dalle droghe (eroina in primis). Oggi il “buco” non va più di moda. Ma ci sono droghe (anche metaforicamente parlando) ugualmente pericolose. E quella piccola speranza è la benzina che fa andare avanti questi ragazzi che credono, anche grazie a Twilight, che persino l’oscurità (esteriore o interiore che sia) può essere d’aiuto per venire fuori dal tunnel dell’incomunicabilità. Saranno anche fenomeni da quindicenni, ma analizzarli con l’occhio scevro da ogni pregiudizio snob e radical chic forse può aiutarci a capire una generazione sempre più incomprensibile.

mercoledì 15 aprile 2009

L'eredità scomoda di un anticonformista

Ffwebmagazine
15 aprile 2009

Un “giornalistaccio” come nessuno prima di lui e tantomeno dopo: questo era Indro Montanelli, nato il 22 aprile di cent’anni fa. Rizzoli celebra il centenario mandando alle stampe I conti con me stesso, raccolta inedita dei suoi diari dal 1957 al 1978, offrendo ai lettori la conferma di ciò che Montanelli è stato nel panorama giornalistico e culturale del paese. Nessuna rivelazione inattesa, nessuno scoop sulla vita del fondatore de Il Giornale. Quello che viene fuori dai diari è il solito Montanelli fustigatore dei conformisti, nemico giurato di quei salotti borghesi di sinistra, nei quali, annota Indro, «si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata». E poi una carrellata di ritratti al vetriolo dei suoi avversari, da Moravia a Scalfari, da Bocca a Ottone.

L’anticonformismo montanelliano, peraltro usato e abusato da chi vuole tirare il giornalista per la giacca anche da morto, è la cifra del personaggio. Come ha spiegato Giovanni Marinetti in un articolo del 27 gennaio scorso su Ffwebmagazine, questa caratteristica fondamentale del carattere di Montanelli si è palesata nei suoi ripetuti “tradimenti”: al fascismo prima, al Corriere poi, a Berlusconi per ultimo. I tradimenti del giornalista di Fucecchio avevano in sé una coerenza, una linea di condotta che rimaneva uguale a sé stessa anche dopo scelte radicali. Erano gli ideali di Indro a tradirlo, non il contrario. Fu così, ad esempio, per il Corriere della Sera, divenuto negli anni Settanta un ricettacolo di progressisti filocomunisti vicini alla sinistra extraparlamentare, così distanti dalla tradizione liberale di via Solferino. E la nascita de Il Giornale va considerata come un atto dovuto, un gesto d’amore proprio per quella tradizione. Il tradimento, semmai, fu quello di Ottone e Giulia Maria Crespi, che avevano snaturato l’essenza del Corriere per adeguarla al conformismo di quell’epoca.

Ma quell’avventura donchisciottesca è stata già raccontata centinaia di volte, anche da chi ne fu testimone e protagonista. Quello che ci interessa adesso è cercare di cogliere appieno l’eredità eretica di Montanelli, il suo lascito culturale, conteso da sciacalli del pensiero. Fa specie, ad esempio, considerare Travaglio o la sinistra girotondina eredi di Indro. Si tratta, infatti, di esempi inarrivabili di quel conformismo che il giornalista non solo avversava ma, diciamolo pure con franchezza, detestava in modo viscerale. E allora come è potuto succedere che il giornalistaccio toscano sia caduto nella trappola di questa sinistra conformista? Anche questo è un effetto della sua coerenza. Allorquando decise di osteggiare apertamente la discesa in campo del suo editore (Silvio Berlusconi, ça va sans dire), Montanelli si trovò, forse suo malgrado, al fianco dei Travaglio, dei Moretti, dei Flores d’Arcais. Gente che in una situazione “normale”, avrebbe combattuto con il veleno della sua formidabile penna.

E allora è da smontare il mito dell’ultimo Montanelli di sinistra, folgorato dall’idea progressista come un moribondo viene folgorato dalla fede sul letto di morte. L’ultimo Montanelli ha seguito solo la sua strana ma incontestabile coerenza. Con buona pace di chi gli ha ritagliato uno spazio improbabile nel Pantheon gauchista, magari gli stessi che trent’anni fa brindavano alla gambizzazione brigatista sulle comode e ipocrite poltrone di Inge Feltrinelli o Gae Aulenti.

E di conseguenza, è bene sottolinearlo, ha torto anche chi, da destra, giustifica la svolta montanelliana del 1994 con un semplice effetto da rincoglionimento senile, una perdita di senno fisiologica per un grande vecchio della sua età. E invece no: nonostante la lotta pluridecennale con la depressione, nonostante i cambi di umore repentini, nonostante gli attacchi d’ira tipicamente toscani, Indro Montanelli non ha mai perso il senno, né tradito le proprie idee. Così come il Sole sta fermo al centro dei pianeti che girano attorno a esso, Montanelli era lì, saldamente ancorato ai propri valori, con gli altri comprimari della sua vita che si allontanavano per poi riavvicinarsi ciclicamente. Speriamo lo capisca chi si arroga l’assurdo diritto di avocare a sé l’esperienza intellettuale montanelliana. E, dall’altro lato, anche chi lo ha rinnegato troppo in fretta, solo perché il grande Indro ha deciso di seguire la stella polare della sua coerenza, senza piegarsi alle contingenze politiche del momento.

giovedì 26 marzo 2009

David Bowie, la libertà di sbagliare

Ffwebmagazine
26 marzo 2009

«Credo fermamente nel fascismo. Il solo modo che abbiamo per vivificare questa specie di liberalismo ristagnante è di accelerare l'avvento di una tirannia di destra che sia totalmente dittatoriale. La gente diventa molto più efficiente se sottoposta a un regime. La televisione, credo che non ci sia bisogno di dirlo, è la cosa più fascista che ci sia. Anche i divi del rock sono fascisti. E Hitler è stato uno dei primi divi del rock». Chissà cosa avrà pensato Cameron Crowe quando, nel 1976, si sentì dire queste parole da David Bowie nel corso di un’intervista per Playboy. Di sicuro servirono ad alimentare la leggenda di un Duca Bianco estremista di destra, politicamente diverso dal resto dei suoi colleghi dell’epoca. Forse è per questo che Bob Dylan lo detestava e che molte altre star engagées dell’epoca lo guardavano con diffidenza.

Ma è davvero possibile definire fascista il David Bowie bisessuale, sempre eccentrico nell’abbigliamento e nello stile di vita, dedito ad alcool e droghe, certamente promiscuo sessualmente? Nì, verrebbe da rispondere. Perché in fondo, in quegli anni, gli individui come Bowie dovevano a tutti i costi definirsi di destra. A cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, il mondo della musica era un coacervo di peace & love, figli dei fiori, rivoluzioni, diritti civili, radicalismo di sinistra, femminismo e black power. E un marziano come Bowie, individualista, egocentrico, narcisista, dissoluto e tremendamente disimpegnato, diventava giocoforza un estremista di destra. Anche prima delle frasi su Hitler e la necessaria dittatura di destra, David Bowie era già considerato un fascista, un controrivoluzionario, un individualista che se ne infischiava dei problemi del popolo.

Con gli strumenti culturali e politici di adesso, però, possiamo tranquillamente dire che il Duca Bianco non fu fascista, o quantomeno non lo fu nell’accezione classica del termine. Mai sarebbe stato un supporter di Mussolini e Hitler, per intenderci, perché c’era troppa voglia di libertà, di anarchia, di esperienze nuove e oltre il limite del consentito dalla morale comune. Per capire il rapporto tra Bowie e cultura di destra, ci viene in soccorso una distinzione storiografica tutta italiana: quella tra fascismo regime e fascismo movimento. Data per scontata l’inconciliabilità del re del glam rock con il primo, diverso è il discorso per quanto riguarda la seconda ipotesi. David Bowie è un fascista delle origini, rivoluzionario e socialisteggiante, anarchico eppur sostenitore dell’uomo forte a reggere le sorti della società.

Un’apparente contraddizione che va compresa all’interno di un movimento, il glam-punk britannico degli anni Settanta, che ne è l’esempio più lampante. Ordine e libertinaggio: questo il credo di Bowie. Il cantante non ha mai avuto fiducia in quel soggetto non meglio identificato che definiamo popolo. Per lui la massa andava indirizzata attraverso un governo autoritario, lasciando però intatte (e questo è il tratto caratteristico della strana destra di Bowie) le libertà individuali. Sesso, droga e rock’n’roll, verrebbe da dire utilizzando un logoro luogo comune. Eppure proprio questa è la summa di quella che per Bowie è la libertà dell’individuo, almeno nella sua esperienza artistica e personale. Proprio la necessità di coniugare Stato forte e libertà individuali fa di Bowie un convinto anticomunista. Heroes, forse la più bella canzone rock mai scritta, è il suo manifesto anticomunista: lo sfondo è il Muro di Berlino, i protagonisti un ragazzo e una ragazza che si incontrano segretamente sotto una torretta di guardia. «Possiamo batterli, ancora e per sempre. Possiamo essere eroi, anche solo per un giorno”: non la sollevazione popolare, non una rivoluzione, ma due individui che si ribellano al regime per amore, per un tornaconto personale, perché vogliono stare insieme». L’individualismo di Bowie è tutto in questa canzone. Ne viene fuori un essere umano che non è cinico né scevro da emozioni e passioni, ma che allo stesso tempo pensa a sé stesso, ai suoi bisogni, e riesce ad apprezzare la libertà proprio perché la mancanza di quest’ultima gli preclude la felicità.

Dannunziano, fascista delle origini, libertario, anarchico? David Bowie è forse tutto questo ma anche molto altro. E soprattutto è ribelle, a prescindere dalle logore categorie di destra e sinistra. Il ribellismo di David Bowie è individualista, incazzato, privo di ipocrisia umanitaria o terzomondista. E Cygnet Committe, struggente e rabbiosa canzone-manifesto contenuta nel mitico Space Oddity, ne è la prova definitiva: un urlo lungo dieci minuti, uno sfogo libertario in bilico tra pessimismo e delusione. I sogni infranti di una generazione che alla fine sfociano in un “Vogliamo vivere” ripetuto come un mantra, a riaffermare che in fondo quello che serve all’uomo per essere davvero libero è il pieno controllo sulla propria vita. E soprattutto, e in questo Bowie è stato davvero un maestro, il pieno controllo sui propri errori ed eccessi. Lasciateci sbagliare, insomma: non chiediamo nient’altro.

martedì 3 febbraio 2009

Nessuno ferma la furia protezionista inglese

Continua da venerdì la protesta dei lavoratori inglesi contro le aziende che hanno assunto manodopera italiana e portoghese. I sindacati britannici, al grido di “British jobs for British workers”, stanno cavalcando uno sciopero selvaggio che punta il dito soprattutto contro la legislazione europea sulla libera circolazione dei lavoratori nei confini dell’Unione.
Tutto è cominciato alle raffinerie Lindsey, nel Lincolnshire: la Irem, un’azienda italiana, dopo aver vinto regolarmente un appalto per la realizzazione di una raffineria diesel, ha deciso di affidare il lavoro a operai italiani altamente specializzati. La protesta degli inglesi non si è fatta attendere e si è estesa ad ogni angolo del Regno Unito.
Il comportamento accomodante dei sindacati ha fatto il resto, con una serie di scioperi selvaggi che sanno tanto di protezionismo quasi xenofobo. Gordon Brown, infatti, si è subito premurato di prendere le distanze dalle manifestazioni, definendole “indifendibili” e invitando sindacati e opinione pubblica a evitare atteggiamenti protezionistici.
Ma non tutti, all’interno del governo di Sua Maestà, la pensano così. Allan Johnson, ministro della Salute con un passato da sindacalista, se la prende con le sentenze della Corte europea di giustizia, colpevole, a suo avviso, “di aver distorto la legislazione comunitaria in materia di libera circolazione dei lavoratori”, permettendo alla manodopera straniera di aggirare le norme nazionali su salario e condizioni di lavoro.
Ancora più dura la posizione di Peter Hain, ex ministro del Lavoro, secondo il quale appoggiare le norme continentali sul lavoro è stata una mossa sbagliatissima (letteralmente “badly wrong”). Le prese di posizione dei politici laburisti, però, vanno viste in chiave elettorale, in un periodo in cui il New Labour è dato dai sondaggi a 15 punti dai Tories di David Cameron.
Il partito di Brown, insomma, non può permettersi di inimicarsi ancora di più l’opinione pubblica, rischiando un ulteriore tracollo nei consensi e rafforzando la previsione di una larga vittoria conservatrice alle prossime elezioni generali. Ma nel clima demagogico e xenofobo che rischia di riportare l’Inghilterra a un protezionismo d’altri tempi, qualche voce assennata si sente ancora.
E’ il caso di Nick Clegg, leader dei Liberaldemocratici, secondo il quale la colpa è dell’ormai noto slogan lanciato tempo fa da Gordon Brown (“British jobs for British workers”), palesemente in contrasto con le normative comunitarie e che ha acceso una protesta insensata e controproducente.
E intanto si avvicina la visita di Gordon Brown in Italia, durante la quale l’inquilino di Downing Street riaffermerà sicuramente l’indifendibilità delle proteste anti-italiane. Ma per metterle a tacere potrebbe non bastare la voce pur autorevole del primo ministro, in un Paese in piena recessione, con riaccese intemperanze sindacali di thatcheriana memoria.
L’opinione pubblica è in gran parte d’accordo con i motivi delle proteste e persino qualche voce tendelziamente liberale vacilla sotto i colpi della demagogia a uso e consumo degli interessi elettorali.

mercoledì 10 dicembre 2008

E ora l’immondizia invade e soffoca la Calabria

L'Opinione
10 dicembre 2008

Napoli respira, la Calabria rischia l’asfissia. Dopo la difficile soluzione del problema campano, sbarca in riva allo Stretto l’allarme rifiuti. Le strade della provincia di Reggio Calabria cominciano ad essere invase da sacchetti di immondizia e i cittadini cominciano ad avvertire il rischio di una situazione simile a quella napoletana.
I grandi media nazionali, però, sembrano non avere la stessa sensibilità dimostrata in precedenza e centinaia di migliaia di persone stanno affrontando un problema di difficile soluzione. La causa scatenante di una situazione già difficile da mesi è il niet della discarica di Rossano a ospitare l’immondizia del reggino una volta esaurita la disponibilità delle discariche di Marrella di Gioia Tauro e Casignana.
L’amministrazione del centro cosentino sta opponendo una strenua resistenza all’osservanza di un accordo precedente che prevedeva l’arrivo dei rifiuti reggini e il commissario straordinario nominato dal governo, l’ex prefetto di Reggio Calabria Goffredo Sottile, tenta una mediazione timida tra le proteste di decine di sindaci.
A capeggiare la rivolta del reggino è Antonio Caridi, assessore all’Ambiente del comune di Reggio Calabria, durissimo nei confronti di Loiero e della giunta regionale: “ Reggio e la sua provincia non hanno bisogno della solidarietà di nessuno. Vogliamo che siano rispettati i nostri diritti e pretendiamo l’immediata apertura della discarica di Rossano.
Da parte del governatore Loiero ci aspettavamo una presa di posizione chiara e decisa, invece l’ordine del giorno trasmesso al prefetto Sottile non fa nessuna menzione della discarica di Rossano, ma parla più genericamente di discariche calabresi”. Loiero, intanto, nicchia e non si vede all’orizzonte una pronta soluzione della questione.
Mentre politici e amministratori discutono, cominciano a formarsi i primi cumuli per le strade in centri importanti del reggino, come Gioia Tauro, che ospita uno dei porti più importanti del Mediterraneo. Oltre il danno di una vicenda pericolosa per il decoro e la salute dei cittadini, la beffa del silenzio mediatico.
Nessun riflettore illuminerà lo Stretto così come è successo per il golfo di Napoli. Nella settimana consacrata a Vladimir Luxuria e alla questione morale nel Pd, a chi poteva interessare l’ennesima emergenza nella regione più povera del Paese? Il mutismo dei grandi giornali e dei telegiornali nazionali è segno di un isolamento di cui la Calabria soffre da decenni e nessuno ha parlato di consiglio dei ministri a Reggio Calabria o altre iniziative eclatanti.
La trattativa tra Rossano, Regione, commissario straordinario e provincia di Reggio continuerà nei prossimi giorni in un clima di tensione e confusione. Se non ci sarà un intervento risolutivo da Roma sarà davvero ardua una pronta risoluzione della questione. E il silenzio assordante di queste settimane può voler dire due cose: o della Calabria non importa davvero niente a nessuno o è tutto strumentale all’imposizione di finanziamenti per strutture anti-emergenza che a quelle latutidini, purtroppo, sarebbero preda del malaffare e della criminalità organizzata.