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mercoledì 18 maggio 2011

Un flop inevitabile che deve far riflettere


FareitaliaMag
17 maggio 2011

Diciamolo forte e chiaro: l'esperimento fasciocomunista fortemente voluto da Antonio Pennacchi e Fabio Granata a Latina si è rivelato un vero e proprio flop. Se la matematica non è un'opinione, l'1,05% dei consensi (831 voti) per il candidato sindaco Cosignani rappresenta un risultato disastroso, un segnale importante e da comprendere in una città storicamente di destra, dove Alleanza Nazionale raccoglieva molti consensi e dove c'era la possibilità di raggiungere un risultato di ben altro tipo. E invece no, si è preferito avventurarsi in una spericolata operazione che di “rivoluzionario” o “sperimentale” non aveva davvero nulla. Si è trattato, piuttosto, di una mossa suicida dettata da scarsissima capacità di visione politica e da un ancoraggio ostinato e perdente a valori e ideali che giustamente non hanno diritto di cittadinanza nell'Italia del 2011. Sì, perché anche se il mantra dei fasciocomunisti era “andare oltre le ideologie novecentesche”, il progetto presentato era totalmente figlio di quelle stesse ideologie. Un intruglio indigesto di posizioni di retroguardia che univano goffamente il peggior radicalismo populista di sinistra con qualche confuso rigurgito tardofascista, concepito male e presentato peggio.
Lo avevamo detto in tempi non sospetti, e qualcuno ci aveva accusato di non capire la “base”, di non voler seguire l'ineluttabile processo rivoluzionario di un partito che doveva essere la nuova destra liberale e che invece ha scelto una radicalizzazione delle posizioni che con il progetto originario di Futuro e Libertà nulla hanno a che spartire.
Potremmo agitare saccentemente il ditino, accompagnandolo con un legittimo “Ve lo avevamo detto”. Potremmo sogghignare di fronte a un risultato che non è una sconfitta ma una debacle, che non è una battuta d'arresto ma una bocciatura rotonda e totale di una proposta dissennata. Una bocciatura che, in un partito maturo e solido, dovrebbe far riflettere. Innanzitutto i capipopolo senza popolo o i guru senza adepti che si erano illusi di ottenere chissà quale risultato eclatante, capace persino di condizionare la linea nazionale di Fli. Sì, perché ora è troppo facile dire che si trattava di una provocazione culturale, quando fino a pochi giorni fa c'era chi parlava di “laboratorio”, di prove generali di progetti ben più ampi. Ebbene, l'elettorato di Latina ha detto no. E chi si sorprende o mostra delusione dimostra ancora una volta di non avere il polso della situazione del paese reale. La società italiana non è Facebook. La società italiana non è rappresentata da qualche decina di ammiratori acritici e dalle posizioni politiche un po' estreme e cieche, pronti a seguire pifferai magici di qualsivoglia specie fino alla vittoria finale della Rivoluzione. Lo devono capire coloro i quali hanno la piena responsabilità di questa mazzata tra capo e collo che chiude definitivamente la partita e stronca sul nascere i sogni politici dei Masaniello improvvisati.
Si torni a far politica vera, tra la gente. I rivoluzionari da tastiera, impegnati in una sorta di compulsione onanistica virtuale, convinti di rappresentare una fantomatica maggioritaria fetta di elettori di Fli e disposti a tutto pur di forzare il blocco e abbracciare derive dipietriste, manettare e populiste, si rassegnino. Futuro e Libertà, a Latina e in tutta Italia, deve essere la nuova destra liberale che non c'è e l'impegno di tutti deve andare in questa direzione, per rispetto nei confronti di chi ha creduto nel progetto. In caso contrario, qualcuno potrebbe pensare a mosse propagandistiche (fallimentari, peraltro) che in nome della ricerca ossessiva della visibilità mediatica sacrificano i sogni e l'entusiasmo di chi ingenuamente ci aveva creduto. I fasciocomunisti valgono l'1%, dunque, e se dicessimo che ci dispiace saremmo ipocriti. È il risultato che ci aspettavamo, è il risultato inevitabile di una spericolata manovra suicida. Meditate gente, meditate.

lunedì 16 maggio 2011

Eurofestival, il carrozzone trash premia un paese asiatico. E l’Italia è pronta a gufare

ilfattoquotidiano.it
15 maggio 2011

Sapete chi ha vinto l’Eurovision Song Contest, vale a dire il festival della canzone europea? Un paese asiatico, ovviamente, e più precisamente l’Azerbaijan. Stranezze di un carrozzone ultratrash che fa impazzire il continente e che finalmente ha imbarcato di nuovo l’Italia. Sì, perché quest’anno c’eravamo anche noi, con la Rai che ha deciso di rientrare nell’organizzazione di quello che una volta chiamavamo l’Eurofestival, 13 anni dopo la traumatica partecipazione dei Jalisse (piazzatisi addirittura al quarto posto). Visto che l’ultima presenza italiana era stata così scarsa, quest’anno abbiamo deciso di presentare una canzone raffinata (Follia d’amore di Raphael Gualazzi, trionfatore tra i giovani a Sanremo) per puntare alla qualità più che al risultato. Abbiamo fatto gli snob, convinti che ci saremmo piazzati a metà classifica, visto che il carrozzone ultratrash dell’Eurofestival premia canzoni appiattite al pop commerciale internazionale. E invece, sorpresa delle sorprese, Gualazzi è arrivato secondo, giusto dietro il duo azero.

Sulla vittoria del paese dell’Asia transcaucasica si sono scatenate polemiche feroci, a cominciare dal sito ufficiale della manifestazione. Centinaia di commenti velenosi e al limite del razzismo nei confronti di un trionfo per nulla annunciato e frutto, come ogni anno del resto, di scambi di voti tra paesi confinanti, di strane commistioni musicali e geopolitiche che trasformano puntualmente l’Eurovision Song Contest in una sorta di Risiko paillettato e kitsch. E allora il blocco ex sovietico si produce in un giro di valzer di votazioni di favore che ovviamente, visto che il voto della Georgia o dell’Armenia vale quanto quello di Italia o Germania, finisce per avvantaggiare i partecipanti di quell’area. La Grecia vota per Cipro, Cipro vota per la Grecia; il Portogallo vota per la Spagna, la Spagna vota per il Portogallo; la Slovenia per la Bosnia e la Bosnia per la Slovenia. E così via, ad libitum, a dimostrare che un buon vicinato vale più di qualsiasi talento musicale. L’Italia ha ricevuto il pieno di voti da San Marino e Albania, ovviamente, mentre i 12 punti di casa nostra sono andati a sorpresa alla Romania (non lo dite ai sindaci sceriffi della Lega, per carità!).

L’anno prossimo, dunque, l’Europa si sposta in Asia per celebrare la sua festa della musica. Sì, perché uno dei privilegi del paese che vince è quello di ospitare l’edizione successiva. Baku 2012, insomma, anche se su Facebook molti fan italiani hanno cominciato a gufare. C’è chi spera in un po’ di instabilità politica, chi nelle casse vuote degli organizzatori azeri. A dimostrazione, come dicevamo, che l’Eurovision Song Contest non c’entra davvero nulla con la musica, ma diventa un gioco geopolitico “de noantri” a uso e consumo delle masse nazionalpopolari d’Europa. E quindi capita anche di leggere un commento sorpreso e commosso di un fan macedone che ringrazia incredulo la Grecia per i 3 punti ottenuti (le relazioni tra i due paesi non sono affatto facili, visto che Atene non vuole mollare il brand “Macedonia” e Skopje è ancora costretta a usare la bizzarra denominazione ufficiale di Ex repubblica jugoslava di Macedonia). E due anni fa aveva destato sorpresa e scalpore lo scambio di voti altissimi tra Turchia e Armenia, due paesi che certo non vanno d’amore e d’accordo.

Tutto questo, e molto altro, è l’Eurovision Song Contest. Un carrozzone, tutto lustrini e paillettes, qualitativamente non certo degno della migliore tradizione musicale. Ma almeno è un happening continentale che tiene incollati alla tv milioni di persone e lo spettacolo è congegnato in maniera tale da far stare con il fiato sospeso in attesa di scoprire il vincitore. Snobismo di maniera a parte, il ritorno dell’Italia non è poi uno scandalo così grave. La Rai di soldi ne spreca tantissimi e nei modi peggiori. Qualche milioncino in più per regalarci una serata di svacco totale e di fuga dalla pesante quotidianità non sarà la fine del mondo. Appuntamento all’anno prossimo a Baku, allora. A meno che le gufate italiane non complichino l’organizzazione in terra azera. E a quel punto toccherebbe a noi. Non lo dite a voce alta, però. Qualche megalomane potrebbe proporre di organizzarlo a Lampedusa, magari nel Salone delle feste di un casinò nuovo di zecca…

domenica 15 maggio 2011

Spes contra spem, per una stagione di diritti



FareitaliaMag
14 maggio 2011

intervista a Dario Vese (Certi Diritti)

È giovane, Dario Vese. E a vederlo sembra un ragazzo come gli altri. Non diresti mai che, nonostante la giovane età, è già membro del comitato direttivo di Certi Diritti, l'associazione radicale che, con la consueta terminologia complicata di via di Torre Argentina, si autodefinisce un “Centro di iniziativa politica nonviolenta, giuridica e di studio per la promozione e la tutela dei diritti civili, per la responsabilità e la libertà sessuale delle persone”. L'inganno dell'apparenza svanisce non appena Dario inizia a snocciolare con competenza e meticolosità dati, proposte di legge, fatti e misfatti di un'Italia che ancora non riesce a scrollarsi di dosso, nel 2011, il marchio infame dell'omofobia. Ma Dario è ottimista, nonostante tutto. E per cambiare le cose spera nell'Europa.

È di un paio di giorni fa l'ultimo episodio omofobico nel nostro paese: a Brindisi è stata negata la patente a un ragazzo gay per “disturbo dell'identità sessuale”. A raccontarlo all'estero ci ridono in faccia, eppure la situazione di casa nostra è questa. Davvero l'Italia è così indietro sulla lotta all'omofobia?
L'Italia è indietro. E lo è anche sulla lotta all'omofobia. La vicenda del ragazzo di Brindisi è solo uno degli episodi delle tante aggressioni fisiche e verbali, private e pubbliche, che le persone LGBT sono costrette a subire in questo Paese. L'aggressione di Paola Concia, a seguire i Giovanardi, i Buttiglione e, da non credere, 2.280 euro di ammenda a due ragazzi per essersi baciati davanti al Colosseo nel luglio 2007, per il giudice contrariamente “alla pubblica decenza”. Tutto questo alle porte del 17 maggio: giornata mondiale contro l'omofobia. Le celebrazioni governative in quel giorno? Quelle sì che faranno ridere.
È impossibile che ci sia una lotta all'omofobia se non c'è una reale uguaglianza dei diritti. La classe politica dovrebbe capire che fino a quando rimane indifferente, ponendo anche veti e offese, nei confronti di proposte legislative, che consentirebbero alle persone lesbiche e omosessuali di vedersi riconosciuti diritti e cittadinanza, non fa altro che alimentare pregiudizio e odio che spesso diventano anche violenza.

Eppure, nonostante i rischi che quotidianamente corrono gli omosessuali, il progetto di legge sull'omofobia è fermo in Parlamento. A che punto stiamo? E soprattutto, facciamo i nomi: quali partiti stanno ostacolando l'iter legislativo?
La calendarizzazione è per il 23 maggio e la proposta di legge è dell'onorevole Concia. La Camera dei Deputati quanto meno sarà obbligata a discuterne dopo ormai quasi 1000 giorni dalla prima proposta.
In verità la pdl Concia, l'estensione della legge Mancino e quant'altro sono ottimi strumenti, molto utili per il loro grande significato politico. Anche simbolico. E di questi tempi...
È bene però non illudersi su un'eliminazione dell'omofobia solo per un incremento delle pene. L'unica legge che può avere una qualche efficacia è quella approvata dalla Regione Liguria un paio di anni fa, presentata come proposta di legge anche alla Regione Lazio dai consiglieri della Lista Bonino-Pannella. Il contenuto della proposta è di grande efficacia sul piano sociale, educativo, assistenziale e della prevenzione. Perché è alla radice che bisogna agire. Il Governo, peraltro, si era opposto alla Legge Regionale n.52 del 2009 approvata dalla Liguria "perché la legge eccede dalle competenze regionali, perché solo lo Stato può decidere in materia di diritto civile". Il tutto puntualmente respinto dalla Corte Costituzionale. Oltre alle offese, anche i veti senza alcun fondamento giuridico.

Il ministro Carfagna ha preso posizioni diverse e a volte contrastanti in questi tre anni di governo. Come giudichi il suo operato sul tema dei diritti civili delle persone omosessuali? Cosa ha fatto e cosa non ha voluto o potuto fare?
La Ministra non ha presentato, contrariamente a quanto promesso, una proposta di legge governativa contro l'omofobia e la transfobia. Detto questo, lei è stata l'unica che ha lanciato una campagna ad hoc contro l'omofobia che tra l'altro, a breve, riparte. Insomma, anche se politicamente non condivido alcune posizioni proibizioniste, su tutte quella sulla prostituzione, va però riconosciuto un forte impegno anche tramite l'Unar, che dipende dal suo ministero e che sta facendo un importante lavoro in tutta Italia per monitorare la situazione sulle discriminazioni per intervenire laddove è necessario. Lo scorso anno quando siamo stati da Napolitano, per il 17 maggio, lei stessa ha ammesso di avere avuto in passato dei pregiudizi e di averli ora del tutto superati, grazie ad una maggiore conoscenza dei problemi. Infatti, basterebbe poco: dal politico al semplice cittadino dovrebbe valere l'einaudiano “conoscere per deliberare”, altrimenti parliamo del nulla.

Qualcuno ci suggerisce amaramente di consolarci pensando a casi ben più gravi, come quello ugandese. Nello Stato africano, dove recentemente è stato ucciso l'attivista gay David Kato, sta per essere approvata una durissima legge “antigay”. Ci puoi dire cosa prevede e cosa possiamo fare, dall'Italia, per tentare di bloccarla?
Nessuno può consolarsi sulla morte di qualcun altro. Queste dichiarazioni dimostrano il provincialismo di certi politici che pensano ancora secondo vecchi schemi ottocenteschi. Le rivoluzioni di questi mesi avrebbero già dovuto dimostrare anche agli scettici più ambiziosi che i diritti umani sono diritti di tutti, nessuno escluso, e che le libertà si difendono in prima persona. In Uganda il Parlamento stava per approvare il provvedimento che prevedeva la pena di morte per chi avesse commesso il reato di omosessualità. Per ora, tutto è finito. Il Parlamento, nella sua ultima seduta prima di nuove elezioni, non lo ha votato. Tutto è finito si fa per dire: nel codice penale, art. 145, gli atti omosessuali continuano ad essere gravemente perseguiti. E l'Uganda non è la sola nell'Africa subsahariana.

So che avete scritto, insieme ad Arcigay e Nessuno tocchi Caino, al ministro Frattini e al presidente Napolitano. Avete ricevuto risposta?
Insieme all'Associazione Luca Coscioni e a tutti i parlamentari radicali. Chiedevamo di intervenire attraverso tutti i canali diplomatici affinché venisse scongiurata l’approvazione del bill contro le persone omosessuali, frutto di propaganda e odio fondamentalista. Chiedevamo inoltre di allertare la nostra sede diplomatica a Kampala qualora esponenti della comunità lgbt ugandese avessero chiesto protezione. Alcune diplomazie occidentali, in testa gli Stati Uniti, avevano già minacciato che in caso di approvazione del testo avrebbero dato vita ad un embargo economico nei confronti dell’Uganda. Di questo è stato anche informato il Presidente ugandese Museveni nel tentativo di farlo desistere dalla firma del provvedimento. Ad ogni modo, non abbiamo ricevuto risposta. Nessuna risposta, come al solito. Infatti, a seguito dell'assassinio di David Kato Kisule, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il Segretario di Stato, Hillary Clinton, il Presidente del Parlamento Europeo, il Sindaco di Parigi, autorità di Governo di molti paesi di tutto il mondo occidentale hanno espresso forte condanna per il grave atto di violenza avvenuto in Uganda. In Italia, ad eccezione del Partito Radicale e di qualche altra associazione, un silenzio di indifferenza. Devastante.

Certi Diritti è molto impegnata nella causa ugandese, già prima dell'uccisione di David Kato. Ci vuoi ricordare chi era e cosa ha fatto di così grave per meritare la morte?
Nell'ottobre 2010 la rivista ugandese Rolling Stone pubblicò in prima pagina le foto di 100 attivisti omosessuali (o presunti tali) ugandesi chiedendone l'arresto. Tra le 100 foto vi era anche quella di David Kato Kisule, l'esponente più noto del movimento. In Uganda, come in altri paesi africani, il clima di odio contro le persone omosessuali è alimentato dal fondamentalismo religioso dei predicatori evangelisti che trovano terreno molto fertile tra la popolazione che vive nella miseria e nella disperazione. L'Alta Corte ugandese, in un ricorso presentato dagli attivisti dell'organizzazione Smug contro la rivista Rolling Stone, aveva dato ragione agli attivisti per i diritti delle persone lesbiche e gay condannando il giornale alla chiusura e al risarcimento dei danni causati alle persone omosessuali. Il compagno radicale David ha trascorso la propria vita da militante, combattendo per l'uguaglianza di uomini e donne, perseguitati a causa del loro orientamento sessuale fino al giorno del suo assassinio. La notizia della sua morte è arrivata al mondo il 27 gennaio scorso: giornata della memoria. Una memoria che non appartiene purtroppo al passato: esistono ancora persecuzioni, non più in virtù di un'appartenenza etnica, ma sempre più spesso in virtù di un orientamento sessuale o di un'identità di genere. Il nostro iscritto David era colpevole di essere omosessuale.

E il fondo in sua memoria che avete istituito cos'è? Come si può aiutare e come utilizzerete i soldi raccolti?
Insieme ad altre realtà lgbte, ugandesi e di tutta la comunità internazionale, ci siamo rivolti al governo ugandese per chiedere indagini imparziali sulla morte di David Kato Kisule. Indagini rigorose ed efficaci, in modo che ci siano i presupposti per un giusto processo in grado di far emergere la verità su quanto accaduto, su chi ha voluto e commesso quell’assassinio. Oggi che si è scampato il rischio della legge anti-gay, con più forza chiediamo di onorare la memoria di David, partecipando alla raccolta fondi. Invito tutti ad andare sulla sezione dedicata a David nel nostro sito http://www.certidiritti.it/. Noi ci impegniamo a non lasciare soli i nostri compagni ugandesi e a contribuire a questa battaglia di civiltà per un processo equo e veritiero, tanto più visti i tentativi di discredito
dell'ambasciatore ugandese presso la Commissione Europea, secondo il quale David sarebbe corresponsabile della sua morte.

Torniamo in Italia. Come ti spieghi l'incessante ripetersi di episodi omofobici? Cosa ci manca per diventare un paese civile?
Hannah Arendt diceva che la discriminazione è una grande arma sociale attraverso la quale si possono uccidere delle persone senza spargimento di sangue. Le coppie omosessuali hanno rilevanza costituzionale e non sono un mero fatto privato. Questo il pronunciamento della Corte Costituzionale nella sentenza 138/2010 alla quale siamo arrivati dopo una battaglia lunga e faticosa, frutto di un movimento di consapevolezza civica chiamato “Affermazione Civile”. Il Parlamento ha il dovere di legiferare in materia con una regolamentazione organica e generale, dunque non privatistica. Quello che dice la Corte Costituzionale è un vincolo per tutti. Per questo esistono le istituzioni in un paese democratico, e le istituzioni rispettano le sentenze. Questo è un altro segno della disgregazione delle nostre istituzioni. Cosa ci manca? Intanto il rispetto della legge. Poi avanti a seguire. A me hanno insegnato a camminare mettendo un passo dopo l'altro.

Quanto influiscono le dichiarazioni francamente incredibili di alcuni politici sulla costruzione di un substrato omofobico nel nostro paese?
Certi Diritti preferisce parlare di sessuofobia, perché la situazione evidentemente è molto più ampia di quanto si possa pensare. Sull'omofobia voglio essere chiaro. Di preoccupante non c'è tanto l'intellettuale Buttiglione, cacciato dalla Commissione europea per le sue posizioni clerico-fondamentaliste, o il suo compagno di sacrestia Giovanardi, ma l'ipocrisia che c'è nel distinguo tra omofobia e discriminazione. Mi spiego. Non è più consentito denunciare l'omofobia e praticare la discriminazione. A quelli che rifiutano di accordare diritti alle coppie omosessuali, va rifiutato il diritto di dire che sono determinati a lottare contro l'omofobia. Bisogna affermare chiaramente che opporsi ai diritti dei gay e delle lesbiche è già omofobia.

Ai gay italiani sarà mai permesso di essere persone normali?
Io non la metto in questi termini. L'attualità non si sceglie, si impone da sé. Ciò che si sceglie è la risposta che le si offre, l'accoglienza che le si riserva, lo spazio che le si crea. La legge deve essere in grado di recepirne le necessità di cambiamento. Se ciò non avviene entro i tempi fisiologicamente necessari, si determinano scompensi e contraddizioni, che il cittadino avverte come paradossi e privazioni di libertà. Non si tratta di gay, etero e quant'altro. Si tratta di cittadini impegnati in una lotta per la definizione legislativa di istituti idonei a dare forma agli affetti, alle esigenze e ai diritti dei cittadini, tutti, in un quadro di legalità ed eguaglianza. Noi infatti siamo un'associazione
lgbte, e la E sta per etero, come tanti della nostra associazione, e sta a ricordare che la lotta contro la segregazione razziale fu di Martin Luther King e della comunità afroamericana, ma fu poi un Parlamento di bianchi ad eliminare la segregazione con la legge, con il diritto. Come ricorda Marco Pannella, spes contra spem, siate speranza voi che non avete. Se qualcuno sente su di sé o sugli altri la privazione della libertà, si mobiliti.

Ci salverà l'Europa?
Derive nazionaliste e xenofobe a parte, l'Unione europea, con i Trattati di Nizza e di Lisbona, prevede tutele antidiscriminatorie anche riguardo l'orientamento sessuale. Certi Diritti ha già denunciato alla Commissione Europea che l'attuale situazione viola i diritti delle persone lgbt in quanto gli Stati membri compiono discriminazioni basate sull’orientamento sessuale nel non riconoscere i matrimoni e le partnership registrate delle coppie dello stesso sesso celebrate negli Stati membri, in violazione del mandato politico contenuto nei Trattati Ue e nella Carta dei diritti fondamentali. Certi Diritti incoraggia quindi la Commissione europea a proporre misure di mutuo riconoscimento dei documenti ed atti (ad esempio attraverso la soppressione dell’autenticazione, della legalizzazione e della postilla, un certificato europeo di stato civile e l’utilizzo di moduli europei plurilingue) e dei loro effetti (ad esempio attraverso il riconoscimento di pieno diritto). Insomma, una nuova fase di “Affermazione Civile” perché l'assurdo è che in Europa i confini non esistono per le merci, ma esistono per i diritti. Lottiamo per una libera circolazione dell'amore.

martedì 10 maggio 2011

Tanti auguri Europa


FareitaliaMag
9 maggio 2011

Se non fossimo i romantici idealisti che siamo, oggi faremmo passare in cavalleria la festa dell'Europa, giornata dedicata al recupero difficile e lento di un orgoglio continentale che fa fatica a imporsi nel panorama politico, sociale e culturale dei tempi nostri. Ma proprio perché per noi l'Europa rappresenta qualcosa di più di una mera espressione geografica o di un agglomerato indistinto e incoerente di interessi economici e finanziari, una piccola riflessione allo stato di salute delle istituzioni comunitarie ci sembra più che necessaria.
Ma prima di celebrarlo, questo giorno di festa, andrebbe capito bene cos'è, quando è nato e perché è stato scelto proprio il 9 maggio. Molti fanno risalire la nascita delle istituzioni comunitarie a quei trattati di Roma che nel 1957 diedero il la al processo di unificazione continentale, ma sette anni prima, appunto il 9 maggio 1950, c'è da registrare l'evento che per primo ha funzionato da motore propulsivo per l'allora impensabile avventura: la dichiarazione Schuman.
L'allora ministro degli Esteri francese, ispirato da un altro grande padre della patria comune europea come Jean Monnet, spiazzò tutti con una proposta semplice e limitata, la creazione di un'unità continentale nella produzione di acciaio e carbone, ma che fu comunque rivoluzionaria in anni difficili come quelli del dopoguerra, segnati dall'esplosione della Guerra Fredda: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent’anni antesignana di un’Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L’Europa non è stata fatta e abbiamo avuto la guerra”. E ancora: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L’unione delle nazioni esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l’azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania”.
Parole pesanti come macigni, visionarie per molti, rivoluzionarie per pochi, illuminati leader che negli anni a venire saranno capaci di innescare il meccanismo virtuoso di un'unione economica e politica del continente.
E oggi più che mai, sessantuno anni dopo, ha senso recuperare quello spirito, quella visione, quel sogno. Sì, perché i tempi convulsi e confusi che viviamo hanno bisogno di obiettivi comuni, di sogni a lunga scadenza, di progetti ambiziosi. L'Europa si trova ad affrontare un evidente momento di crisi valoriale, prima ancora che economica. Deve affrontare, da un lato, le difficoltà dell'egemonia americana, alla quale abbiamo affidato per tanto tempo le nostre ambizioni, e dall'altro l'arrembante ingresso sulla scena globale di attori sempre più potenti come Cina e India. Il vecchio sistema europeo rischia di non reggere una sfida così difficile. E proprio per questo, è tempo di rinverdire i fasti di una visione comune, di quell'anelito continentale che ha ispirato personaggi indimenticabili come lo stesso Robert Schuman, Jean Monnet, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Altiero Spinelli.
Dalla crisi economica agli sconvolgimenti nella sponda sud del Mediterraneo, dalla lotta al terrorismo globale al fenomeno difficilmente regolabile dell'immigrazione, l'Europa deve parlare con una sola voce, farsi finalmente “patria comune” e immaginare un futuro ancora più solido e unito, anche dando sfogo agli istinti più visionari e sognatori di cui è capace. Sessant'anni fa, l'idea di un continente unito era molto più di un'utopia irrealizzabile. La cortina di ferro era già scesa come una mannaia a separare i destini d'Europa, eppure c'era gente che all'unificazione, lunga e perigliosa, ci credeva. E se ci si credeva allora, a maggior ragione dovremmo crederci adesso, dando fondo alle ultime e preziose riserve di sogno. Ne abbiamo sempre meno, ma ne abbiamo ancora. Non sprechiamolo, perché il nostro continente è unito e solidale o non è. Tanti auguri Europa.

martedì 3 maggio 2011

Un concertone trombone e buonista


FareitaliaMag
2 maggio 2011

Il concertone del primo maggio continua a tirare, c'è poco da fare. Piazza San Giovanni è puntualmente piena, stracolma di giovani che arrivano da tutta Italia per la musica (la stragrande maggioranza di loro) e per la politica (una sparuta ma rumorosa minoranza). E ieri, ammettiamolo, musicalmente lo spettacolo è stato di altissima qualità: grandi della musica leggera come Dalla e De Gregori, la rivisitazione originale dell'inno di Mameli di Ennio Morricone, la musica lirica con le arie più belle di Verdi. Un concerto italiano, che ha saputo offrire lo spettro completo della tradizione musicale di casa nostra.
Detto questo, però, anche quest'anno abbiamo notato il solito vizietto del concertone sindacale del primo maggio: le ovvietà storico-politiche. A un certo punto, ad esempio, quattro attori italiani hanno recitato (male) una lunghissima serie di frasi celebri sul nostro paese. Da Flaiano a Garibaldi, da Benigni a Gioberti, tante pillole di banalità e di discutibili “verità” date in pasto all'appassionatissima platea giovanile. E poi, ancora, un insolitamente trombonesco e buonista Neri Marcoré ha interpretato nel peggiore dei modi il liturgico ruolo di conduttore “peace and love”, il guru del politically correct che deve ad ogni costo presentare la faccia “pulita” (secondo loro) dell'Italia.
Dal prossimo anno, vorremmo ci fosse più spazio per la musica, ancora di più. Certo, essendo un evento organizzato dalla Triplice sindacale, è sacrosanto parlare anche dei problemi del mondo del lavoro. Ma lo si può fare, a nostro avviso, anche senza indossare l'elmetto dell'appartenenza politica. In fondo, l'estrema ideologizzazione del concerto di piazza San Giovanni è uno dei motivi per cui la ricorrenza del primo maggio è vissuta come di parte, non in grado di rappresentare tutti gli italiani. Eppure lavorano tutti, i nostri connazionali. Anche noi, ad esempio, che la maglietta di Che Guevara non l'abbiamo mai indossata eppure in quella piazza ci siamo stati varie volte, perché speravamo di trovare un nostro piccolo spazio di rappresentanza giovanile. Cosa che non c'è ancora oggi, purtroppo.

Bin Laden è morto. Il mondo riparta da qui


FareitaliaMag
2 maggio 2011

Osama Bin Laden è morto. Facciamo fatica a crederci. Facciamo fatica persino a scriverlo. Sì, perché lo “sceicco del terrore” sembrava inafferrabile. E la sua mancata cattura non permetteva all'America, all'Occidente e al mondo intero di chiudere la terribile ferita apertasi in quella mattina newyorkese dell'11 settembre 2001. Qul giorno, la storia si era rimessa a correre, persino troppo, smentendo lo storico americano Fukuyama che, dopo il crollo del muro di Berlino, aveva preconizzato la “fine della storia”. E invece, la morte tragica e indimenticabile di quasi 3mila cittadini americani aveva innescato un decennio di tensioni internazionali, terrorismo, guerre sanguinose, discusse ma drammaticamente necessarie per garantire la sicurezza internazionale.
E oggi, 2 maggio 2011, l'annuncio ufficiale della morte del capo di al Qaeda chiude una pagina dolorosissima. Nessuno si illuda che il terrorismo integralista sia stato sconfitto definitivamente. La rete del terrore creata da bin Laden è ormai ampiamente autonoma e capace di continuare a far male anche senza il suo fondatore e leader carismatico. Ma è chiaro come una notizia di così forte impatto simbolico rappresenti un punto di svolta importante, epocale. È un avvenimento storico che da oggi in poi deve permettere all'Occidente di guardare avanti, di riallacciare pienamente i rapporti con quell'Islam moderato che deve essere l'interlocutore privilegiato delle democrazie liberali di casa nostra.
Con la morte di Bin Laden, trovano pace le vittime delle Twin Towers ma anche quelle della strage di Atocha a Madrid e quelle degli attentati di Londra. Trova pace una generazione che è ormai abituata a considerare la storia recente del mondo prima e dopo l'11 settembre. Tutti noi ricordiamo nitidamente ogni singolo istante di quel giorno di dieci anni fa. Quelle immagini polverose e insanguinate provenienti da New York, il nostro sbigottimento di fronte a un evento così inaspettato, le guerre in Afghanistan e in Iraq, possono e devono essere sostituite, nell'immaginario collettivo, dall'immagine di un Obama visibilmente soddisfatto che annuncia all'America e al mondo la morte del nemico pubblico numero uno: “Giustizia è stata fatta”, ha detto l'inquilino della Casa Bianca. E poi ha nominato il suo predecessore, il vituperatissimo (spesso al di là dei suoi demeriti) George W. Bush, che si era trovato in mano la patata bollentissima dell'emergenza terroristica.
È il momento giusto per voltare pagina, dunque, e la morte di bin Laden deve servire da spinta propulsiva per un mondo che vuole riconciliarsi con sé stesso e con il mondo arabo e musulmano. Una spinta che può e deve andare in tandem con le immagini che ormai da mesi arrivano dal Maghreb e dal Medio Oriente, quel vento di libertà che sembra finalmente aver contagiato anche l'Islam moderato.
Tutti i problemi del mondo restano drammaticamente aperti, ovviamente, ma da oggi, forse, il nostro pianeta è un po' più sicuro. E in tempi difficili come questi non è poco.

sabato 30 aprile 2011

William & Kate, simboli di una generazione

FareitaliaMag
29 aprile 2011

Il gran giorno è arrivato: oggi William d'Inghilterra e Kate Middleton si sposano. E chi se ne frega?, diranno molti nostri lettori per nulla avvezzi alle cronache coronate. In parte hanno ragione, in parte no. Perché sarà pur vero che si tratta di un semplice matrimonio tra due ragazzi che hanno avuto la fortuna di nascere nelle famiglie dove sono nati, ma non per questo va derubricato a evento meramente mondano e “rosa” in un mondo che ha tanti altri problemi a cui pensare.
Sì, perché l'erede al trono di Regno Unito e Irlanda del Nord, Antigua e Barbuda, Australia, Isole Bahamas, Barbados, Belize, Canada, Grenada, Giamaica, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Isole Salomone e Tuvalu, futuro capo del Commonwealth e governatore supremo della Chiesa Anglicana, Comandante in capo delle forze armate e Signore dell'Isola di Man, non è l'ennesimo rampollo viziato della famiglia dei Windsor. È il futuro prossimo di una monarchia solida e amata dai propri sudditi ma che ha urgentemente bisogno di una iniezione di fiducia e di freschezza.
William è bello e affascinante come la madre Diana, e proprio nell'effetto pop della figura leggendaria dell'ex principessa del Galles sperano in molti, dalle parti di Buckingham Palace. Il figlio di Lady D non è Carlo, grazie al cielo, e in tutto e per tutto ricorda il mito materno: è impegnato nel sociale, piace agli inglesi (persino ai meno monarchici), ha scelto di svolgere il proprio compito più con il cuore che con la mente, più con l'umanità e la freschezza di un trentenne qualsiasi che con l'alterigia e la freddezza di una testa coronata. Si è innamorato di una ragazza borghese, figlia di due ex assistenti di volo chiacchieratissimi e ambiziosi, l'ha voluta e oggi se la sposa.
Spirito indipendente che non è solo una parte importante dell'eredità materna, ma anche, e forse soprattutto, caratteristica fondamentale dell'indole britannica. A dispetto degli stereotipi che vogliono gli inglesi compassati e algidi, formali e poco inclini alle emozioni, i sudditi di sua Maestà, soprattutto i più giovani, hanno sempre dimostrato lungimiranza e spirito pionieristico, avanguardismo allo stato puro in politica, nella moda, nella musica. Basta fare un giro a Soho o a Camden Town per averne la prova: è tutto un brulicare di energia vitale giovanile che si trasforma in creatività, in intrapresa, in voglia di cambiare il mondo. Certo, William è straricco, ha studiato nelle migliori scuole del Regno, non è certo un membro della working class tanto cara a Ken Loach, ma è comunque il simbolo di una generazione.
E lo stesso, forse ancora di più, vale per la bellissima Kate. Ha un peso gravosissimo sulle sue spalle, la bruna rampolla di una famiglia di parvenu dalle origini umili, eppure sembra in grado di poterlo portare con disinvoltura. Tutto dipenderà, oltre che dal suo grado di resistenza allo stress, anche dall'influenza che avrà su di lei la corte di Sua Maestà. Stavolta però, siamo sicuri che a Buckingham Palace non si ripeteranno gli errori del passato. Kate Middleton, futura regina di Inghilterra, non è Diana Spencer, purtroppo per lei, ma nemmeno la bizzosa e incontrollabile Sarah Ferguson o la scandalosa e discussa Wallis Simpson. È una ragazza di ventinove anni che si è innamorata di un coetaneo e oggi corona il suo sogno d'amore. Una ragazza per nulla disposta a sottostare ai diktat asfissianti della Corte ma che, d'altro canto, non ha nessuna intenzione di mettere in difficoltà i blasonati parenti. Elisabetta II, Filippo di Edimburgo, Carlo e Camilla sono avvertiti.
Stavolta, ne siamo sicuri, sarà lo spirito libero di una generazione sicura di sé a prevalere sulle impolverate dinamiche dei Windsor. A tutto vantaggio di William, Kate e della monarchia inglese. La sfida è contro la gerontocrazia di una istituzione millenaria, contro una visione impaludata della monarchia, che se non riuscirà ad accogliere le istanze del tempo verrà spazzata via inesorabilmente. E' una sfida giovanile e i giovani di tutto il mondo, oggi, dovrebbero fare il tifo per i due novelli sposi e augurare loro buona fortuna. Ne avranno bisogno loro. Ne avremo bisogno noi.

martedì 26 aprile 2011

Solite polemiche, solita Italia

FareitaliaMag
26 aprile 2011

Strano paese, l'Italia. Abbiamo un sacco di problemi, una crisi economica dalla quale stiamo uscendo con lentezza e difficoltà, una sponda sud del Mediterraneo che è esplosa e sottolinea una volta di più il nostro ruolo di porta d'Europa. Dobbiamo affrontare una disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 30%, siamo scappati codardamente dalla sfida nucleare, dobbiamo mettere meno alle riforme strutturali da troppo tempo promesse e mai realizzate. Eppure, nonostante questa lunghissima e impegnativa lista della spesa, gli ultimi giorni li abbiamo trascorsi a parlare di due argomenti che in qualsiasi altro paese occidentale sono chiusi da tempo: omosessualità e memoria condivisa della lotta di liberazione. Per quanto riguarda il primo tema, c'ha pensato l'indefesso sottosegretario Giovanardi a innescare una polemica senza senso alcuno. Ikea si è permessa di realizzare alcuni manifesti pubblicitari che raffigurano una coppia omosessuale che si tiene per mano e la scritta "Accettiamo tutti i tipi di famiglia". Apriti cielo! Ecco i soliti invertiti e socialdemocratici svedesi che inquinano la purezza del cattolicissimo concetto di famiglia italiana. Polemica sterile, dicevamo, che dovrebbe lasciare il tempo che trova se non fosse che Giovanardi è il membro del governo con delega proprio alla Famiglia. "E ho detto tutto", direbbero Totò e Peppino. Piuttosto, cominciamo a proporre (anche da destra) il riconoscimento delle coppie omosessuali. Siamo rimasti gli ultimi, in Europa, arroccati nel fortino dell'ipocrisia omofoba. Altra polemica che ci ha fatto un po' vergognare: ieri era il 25 aprile, anniversario della liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Ebbene, la repubblica italiana deve moltissimo alla Resistenza e alla lotta al regime fascista. Solo scriverlo ci sembra ridondante, superfluo, persino stupido. Eppure si rende necessario, se è vero come è vero che prima Borghezio (sempre lui) e poi Granata, hanno attaccato la ricorrenza perchè non rappresenterebbe l'Italia intera. Passi Borghezio, che ormai ci ha abituati a questo e altro. Ma Granata non è lo stesso che si definisce "oltre le ideologie novecentesche"? Prima di chiudere (giustamente) il Novecento, tuttavia, sarebbe meglio che i nostalgici di ogni sorta e forma facciano i conti con il loro passato.

lunedì 18 aprile 2011

Habemus papam, polemiche insensate

FareitaliaMag
18 aprile 2011

Non capiamo, davvero. Non riusciamo a capire cosa abbia spinto il vaticanista dell'Agi, Salvatore Izzo, a criticare aspramente Habemus Papam, l'ultimo film di Nanni Moretti, con una lettera pubblicata persino da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. Izzo è perentorio, arrabbiatissimo, furioso: "Bocciamo la pellicola al botteghino. – scrive – Saremo noi a decretare il successo di questo triste film, se ci lasceremo convincere ad andare a vederlo, perché il pubblico laico si annoierebbe a morte e infatti diserterà le sale”. E ancora: "Alla disinvoltura con la quale i media trattano i temi religiosi ormai ci siamo abituati; il fatto nuovo di questi giorni è invece come alcuni opinionisti cattolici trattano il film Habemus Papam... non fidiamoci dei critici cattolici, anche se preti, che lo assolvono (con una ben curiosa giustificazione: Moretti poteva essere molto più cattivo)". Fino a qui la posizione furibonda di Izzo. Ed è un'opinione come le altre, da rispettare. Ma dopo aver visto il film, continuiamo a rispettarla senza minimamente capirla. Abbiamo visto un film umanissimo, divertente e profondo insieme, che non spara a zero contro la Chiesa ma offre allo spettatore un papa umanissimo, la cui crisi è terrena e non spirituale, la cui fede in Dio è saldissima, certamente più di quella in se stesso. E allora dove starebbe l'offesa di Moretti alla Chiesa? Semplicemente, non c'è. Habemus papam non è il Codice Da Vinci, Moretti non è Dan Brown. Non c'è nemmeno un mezzo fotogramma anticattolico. Se ne è accorta, fortunatamente, Radio Vaticana: “Nessuna ironia, nessun macchiettismo. Tutto molto umano”. Esatto, è proprio così. Le polemiche oltranziste di chi vorrebbe una società ancora divisa tra guelfi e ghibellini lasciano il tempo che trovano. E Izzo, oltre ad aver attaccato furiosamente un film che probabilmente non ha nemmeno visto, ha toppato clamorosamente su un'altra questione: noi, laici, non ci siamo annoiati per nulla. Anzi. Nanni Moretti è riuscito nell'arduo compito di farci apparire più simpatica un'istituzione che rispettiamo ma che spesso fatichiamo a capire. Più Moretti, meno Izzo. Farebbe bene alla Chiesa, senza dubbio alcuno.

mercoledì 13 aprile 2011

Boris o della terza via culturale


FareitaliaMag
13 aprile 2011

Chi è andato al cinema a vedere Boris sperando di assistere a due ore di sfottò nei confronti della tv e del cinema nazionalpopolare è rimasto deluso. Almeno in parte. Sì, perché la scommessa cinematografica (stravinta) della serie cult di Sky non poteva che sparigliare le carte, ancora una volta. Schiaffoni e satira ferocissima nei confronti del vuoto cine-televisivo che per sintesi potremmo definire figlio del berlusconismo, ovviamente. Ma altrettanti scappellotti agli artisti engagé della sinistra di celluloide, troppo concentrati su loro stessi e sul loro onanismo culturale per rendersi conto che il mondo reale gira in maniera opposta. Ce n'è per tutti: per i cinepanettoni così come per i direttori della fotografia in cachemire e portaocchiali appeso al collo, per gli attori cani da soap opera e per i talentuosi ma insicurissimi divi della gauche di casa nostra. Il film conserva i pregi della serie televisiva: il politicamente scorretto la fa da padrone, senza sconti per niente e nessuno.
E queste due ore di schiaffoni pragmatici agli “opposti estremismi” dell'universo culturale italiano è una ventata di aria fresca in un paese che non conosce mezze misure, che è tifoso e integralista anche quando si parla di tv e cinema. Da una parte i fans del Grande Fratello o di Cristian De Sica, dall'altra gli adepti dei Bellocchio, dei Lizzani o dei Moretti. E in mezzo, in quel deserto sempre più vasto figlio dell'estremizzazione, c'è la troupe strampalata che cerca una “terza via”, che è pecoreccia, incolta, rozza e greve, ma allo stesso tempo cerca di resistere alle opposte sirene. Alla fine della fiera, il risultato è figlio del giusto pessimismo dei tempi: il film d'autore basato sul libro La casta di Rizzo e Stella diventa un "cinepanettoneimpegnato", una specie di mostro mitologico mezzo Ruby e mezzo Laura Morante. Finale amaro, dopo due ore di risate intelligenti e fragorose, che qualcosa può insegnarcela: quasi tutta la tv italiana e una parte cospicua del cinema fanno schifo e assecondano i più bassi gusti e istinti di un paese involgarito. Ma quella nicchia intellettuale che ricerca ossessivamente la qualità e la noia, del paese non ha mai capito nulla. Eccoli, gli opposti estremismi della cultura italiana. E anche gli emuli tardivi delle truppe cammellate engagé, i ritardatari del cachemire infeltrito, i profeti della “cuRtura cacio e pepe”, si mettano l'anima in pace. L'Italia non è sul divano a guardare il Grande Fratello, né nelle claustrofobiche salette d'essai del Pigneto o di San Lorenzo. E non è nemmeno su Facebook, grazie al cielo, dove dovremmo imparare a prenderci meno sul serio. I geniali autori di Boris lo hanno capito. E noi?