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mercoledì 28 aprile 2010

Se Paolo Del Debbio è l'anti-Santoro del mattino


Ffwebmagazine
28 aprile 2010
Da tempo immemore si cerca l'anti-Santoro, un giornalista berlusconiano che rintuzzi con un programma ad hoc gli attacchi settimanali di Annozero al premier. Ci ha provato Antonio Socci, con Excalibur. Poi è stato il turno di Giovanni Masotti e Daniela Vergara, con Punto e a capo. Due flop clamorosi che all'epoca, proprio durante l'esilio forzato di Santoro derivato dall'editto bulgaro, provocarono non pochi mugugni a viale Mazzini. Da allora non si è fatto nessun altro tentativo, perché è risultato evidente che non è facile confrontarsi con un giornalista di razza come Michele Santoro. Soprattutto se invece di un anchorman con gli attributi, magari indipendente, preferisci affidare la risposta berlusconiana a un bravo professionista che deve solo portare a termine il compitino.

Eppure, la risposta ad Annozero c'è eccome, ma non sui canali Rai. Mentre molti di noi sono già a lavoro, o stanno per andarci, ci pensa Paolo Del Debbio con il suo Mattino 5 (Canale 5, ore 8.40) a dare il buongiorno alle casalinghe d'Italia, agli anziani annoiati o agli studenti svogliati che preferiscono sentire i sermoni di Del Debbio piuttosto che tuffarsi tra le pagine di Diritto privato, Matematica finanziaria o Filosofia teoretica. Mentre Federica Panicucci si occupa di Grande Fratello, gossip e di altri simili orrori della televisione di oggi, l'editorialista del Giornale infila qui e là, appena può, e con una faccia tosta che è da ammirare sinceramente, un po' di politica. Anzi, la politica di Silvio Berlusconi, per essere precisi. Una onesta e palese propaganda che a quell'ora del mattino, e con un target di pubblico non propriamente esperto di politica, sicuramente dà i suoi frutti.

E pensare che Paolo Del Debbio non è il primo arrivato. Considerato un intellettuale di talento, insegna allo Iulm di Milano, ha scritto libri di successo, si è distinto, in passato, per una elaborazione mica da ridere del pensiero liberale. Quando Berlusconi decide di “scendere in campo”, il nostro è uno dei primi ad accorrere, partecipando attivamente alla creazione di Forza Italia (giovane intellettuale tra gli intellettuali che allora credettero alla “rivoluzione liberale”) e dirigendo anche l'Ufficio Studi nazionale del partito. Nel mezzo c'è anche una candidatura di bandiera come presidente della Regione Toscana nel 1995.

Poi il colpo di genio, il programma televisivo cult che ha fatto conoscere Del Debbio al grande pubblico. Stiamo parlando del mitico Secondo voi, trasmissione realizzata tra la “gggente” (il numero di g da utilizzare è a discrezione di chi legge), intervistata sui fatti del giorno. Guarda caso, tutti pensavano la stessa cosa. Guarda caso, tutti pensavano la stessa cosa che pensava anche Berlusconi. Guarda caso, non c'era nemmeno un bastian contrario, uno che rispondeva in maniera differente, fosse anche solo perché aveva capito male la domanda. Duro giornalismo di inchiesta, verrebbe da dire se volessimo fare facile ironia. Ma ci ha pensato Gene Gnocchi, all'epoca, con una imitazione spassosissima di Del Debbio.

E ora la promozione a condottiero del mattino berlusconiano di Canale 5, spalleggiato anche dall'agguerrito spazio quotidiano di Maurizio Belpietro. È un Mattino 5 così berlusconiano, ma così berlusconiano, che la veloce lettura dei giornali di Filippo Facci sembra qualcosa di rivoluzionario. Altro che anti-Santoro, dunque. Diamo un bel talk show politico di prima serata a Paolo Del Debbio. Magari non avrà una verve trascinante, ammettiamolo. Ma il compitino lo svolge. E bene.

mercoledì 21 aprile 2010

E con l'addio a Raimondo, è finita la storia della tv

Ffwebmagazine
21 aprile 2010
Con la morte di Raimondo Vianello si è definitivamente arrivati alla fine della stora televisiva. Prima Corrado nel 2000, poi Mike Bongiorno solo pochi mesi fa, e ora appunto Vianello. La tv che ha unito l'Italia non c'è più, va in soffitta per sempre, diventa materiale d'archivio da tirare fuori di tanto in tanto, magari nei pomeriggi afosi e annoiati dell'estate italiana, quando i nuovi volti noti del piccolo schermo vanno in vacanza e svuotano i palinsesti. La fine della storia televisiva italiana era, ovviamente, inevitabile. I personaggi che tennero a battesimo il tubo catodico nel nostro paese non erano immortali. Il vuoto che hanno lasciato, e va detto al di fuori di ogni discorso retorico o frase di circostanza, però è davvero incolmabile. Il caso di Vianello è emblematico, forse più di quello di Mike Bongiorno o Corrado Mantoni. Nel 1954, quando la Rai iniziò le trasmissioni, lui c'era già e con Ugo Tognazzi realizzò Un, Due, Tre, il programma televisivo più importante della storia.

Qualcuno obietterà dicendo che no, non è così, perché c'è Lascia o Raddoppia?, Canzonissima, i grandi show di Mina, i Fantastico e i Sanremo di Baudo. E invece nessuno, dal 1954 a oggi, è riuscito a fotografare meglio di Vianello e Tognazzi l'essenza stessa dell'identità italiana. Quando la censura era censura davvero, quando non si poteva nemmeno dire "membro del Parlamento" per non turbare le pudiche sensibilità dell'Italia postbellica delle due Chiese (cattolica e comunista), i due attori prendevano in giro i luoghi comuni, la retorica, l'approccio iperpedagogico della Rai. Sfottevano il Mario Soldati dei viaggi sul Po, dell'inchiesta sulla lettura tra i nostri connazionali; scimmiottavano le inchieste sulla donna che lavora, vista all'epoca come un esemplare raro, una mosca bianca, un fenomeno da studiare sociologicamente (resta insuperato e insuperabile lo sketch sulla mondina e sulla mondana).

Più delle suddette inchieste, più dei programmi di Alberto Manzi, più di qualsiasi altra cosa, Un, Due, Tre ha unito il paese. Non linguisticamente, né socialmente. Lo ha unito dando a tutti, da Sondrio a Ragusa, il senso dell'umorismo. Meno di dieci anni erano passati dalla tragedia bellica e c'era ancora ben poco da ridere. Il boom si stava innescando, ma non era ancora esploso. L'Italia stava ancora ricostruendo case, palazzi, istituzioni democratiche e soprattutto stava ricostruendo un'anima. Ebbene, il contributo leggero ma sferzante, cinico e sfacciato di Vianello e Tognazzi è stato decisivo.

Quella televisione è definitivamente scomparsa, dicevamo, il 15 aprile 2010. Non c'è più nessun reduce di quella fase pionieristica. Non c'è nessun Vecchio Saggio che possa continuare a testimoniare cos'era quell'Italia, cos'era quella televisione, cos'era quello spirito pionieristico che ha ricostruito una nazione. Oggi la tv è tutt'altro. È il Grande Fratello. È l'Isola dei Famosi. È la Pupa e il Secchione. È un pomeriggio domenicale trash e urlato. È uno Show dei Record che tratta la gente diversamente abile come un fenomeno da baraccone da premiare con una medaglia e mostrare al pubblico perché ne rimanga sconvolto, come una donna baffuta o un uomo forzuto dei circhi da 1 penny di un secolo fa. È la tv dell'informazione faziosa (di destra e di sinistra). È la superficialità, il vuoto al potere, la morte della creatività.

E il problema, in fondo, è di noi "giovani". I nostri genitori o i nostri nonni almeno hanno vissuto gli anni gloriosi della televisione italiana, prima che arrivassero le poppute cameriere di Drive In, le Cin Cin di Colpo Grosso, le Veline mute che hanno fatto scuola anche fuori dallo schermo. Ci dicono che la televisione di oggi è migliore, è al passo con i tempi, segue il mercato perché è il mercato che la fa vivere, sa leggere i gusti del pubblico, della stramaledetta casalinga di Voghera. "Beato chi ci crede", recitava la sigla di Di nuovo tante scuse (show del 1976 presentato proprio da Raimondo Vianello e Sandra Mondaini). Ma noi no, non ci crediamo. E ci tuffiamo, come nostalgici di un'epoca lontana sessant'anni e che non dovrebbe appartenerci, nel palinsesto di Rai Storia, costruito grazie all'immenso archivio delle Teche Rai. Non c'è altra soluzione: nella televisione italiana le emozioni sono diventate repliche.

lunedì 19 aprile 2010

Un ragazzo andaluso e lo spirito di una nazione

Ffwebmagazine
19 aprile 2010
Dicono che chi è nato e vive a Cadice, sulla punta estrema della Spagna meridionale, a un tiro di schioppo dalle coste marocchine, abbia molte probabilità di impazzire. Dicono sia colpa dei venti che arrivano dall'Atlantico e dal Mediterraneo, e che proprio lì si incontrano e si scontrano.
Sergio Dominguez Martinez, 22 anni, è nato lì vicino, ad Algeciras, nel cuore della Spagna che fu araba e che lo è ancora, almeno per la toponomastica. Algeciras, infatti, non è altro che la versione latinizzata della parola araba Al Jazeera, già nota al grande pubblico per il canale all news del Qatar. Sergio è andaluso, orgogliosamente andaluso. E degli andalusi ha tutto: pregi e difetti. Innanzitutto è fiero e orgoglioso di essere spagnolo. Tutto quello che viene dal paese iberico è, per lui, il non plus ultra. Nessuno al mondo sa fare le stesse cose, nello stesso modo.

Ma di andaluso ha anche l'irrefrenabile furia creativa, la voglia di conoscere nuove persone e culture, di influenzare e farsi influenzare, di essere l'emblema massimo di un meticciato che in Andalusia, prima che venisse soffocato nel sangue dalla Reconquista cattolica, aveva prodotto esempi mirabili di tolleranza e dialogo tra culture. E Sergio è orgoglioso anche del retaggio musulmano, pur essendo spagnolo al 100%.
Ma per vivere bene non basta il sangue andaluso, soprattutto se sei figlio di un muratore disoccupato e di una assistente sociale, se tuo fratello fa il meccanico e se la tua famiglia vorrebbe che tu restassi lì, a bruciarti la pelle sotto il sole cercando un lavoro che non c'è e accontentandoti del sorriso che hai nel Dna, della voglia di vivere che nessun problema economico potrà mai portarti via. Ma a Sergio non bastava e quattro anni fa ha deciso: si va a Madrid, a studiare e cercar fortuna. Pazienza se poi non vivi a Madrid ma a Torrejon de Ardoz, città-dormitorio a 27km dalla capitale, e condividi un appartamento piccolo con la nonna 86enne. Il sogno rimane e anzi si alimenta, anche se il tuo quartiere è da proletariato urbano, e il figlio del muratore studia Belle Arti, dipinge, legge, va a Parigi per un weekend e ci rimane un anno, lavorando di notte come panettiere, per respirare arte e aprirsi al mondo, accogliendolo anche nei suoi lati più deteriori.
Sergio è colto, sa tutto delle proprie radici e le rinnova giorno per giorno, senza per questo essere conservatore o bacchettone. Ha un vistoso orecchino di legno all'orecchio destro, è bohemien, eppure non fa altro che parlare della letteratura delle origini, dello struggente Lazarillo de Tormes, del «più grande scrittore della storia insieme a Shakespeare», quel Miguel Cervantes che dalle parti di Torrejon e Alcalà de Henares (città natale dello scrittore) è un dio. Sergio studia a La Latina, il quartiere degli artisti di Madrid, e ogni volta che esce dall'elegante palazzo storico che ospita la sua scuola alza lo sguardo, guarda le case, i volti, ascolta la musica e il brusio incessante che fa da colonna sonora alla movida e pensa che lui dovrebbe vivere lì, non a Torrejon.
Eppure, zaino in spalla, corre ad Atocha a prendere il treno della Cercanìa che lo riporterà a casa, dove la nonna lo aspetta con un piatto di baccalà o un riso alla cubana così buono che nemmeno Ferran Adrià con tutti i suoi intrugli chimici e "molecolari" potrebbe far di meglio. «Sono troppo sognatore, i miei me lo ripetono sempre. Di notte, quando vado a dormire, inizio a pensare a cosa vorrei fare, ai progetti che forse non realizzerò mai, alla vita che vorrei e che non ho». Così parla Sergio, e ascoltarlo è un pugno nello stomaco, perché sai che probabilmente ha ragione, che forse non realizzerà mai i suoi sogni. A differenza di molti altri suoi coetanei, però, Sergio non si rassegna e continua a sognare. «Sono così e sarò così per sempre. Non posso cambiare, nemmeno volendo».

Eccola la frase che aspettavi, che ti fa rendere conto che Sergio è il paradigma di una nazione intera. La Spagna è così e così sarà per sempre. Ci hanno provato in tanti a snaturarla, a violentarla e modificare la sua essenza: integralisti cattolici, sanguinari socialcomunisti, orchi franchisti che l'hanno soffocata per quarant'anni, terroristi baschi e islamici. Ma la Spagna è ancora lì, con i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi sogni forse irrealizzabili e le sue piccole conquiste di civiltà che raccoglie come mollichine di pane per l'inverno che inevitabilmente verrà, perché è sempre venuto nel corso dei secoli. E' come Sergio, la Spagna. È come un ventiduenne che ama il cubismo e accudisce la nonna, che legge Cervantes e prepara le baguette a Parigi, che non compra un Moleskine perché è troppo caro (12 euro) e si commuove vedendo l'interno della Cattedrale dell'Almudena.
C'è da sperare che né Sergio, né la Spagna, cambino mai. Magari dovremmo cambiare noi, per ricominciare a sognare. Forse inutilmente, forse no. Gregorio Marañón, genio multiforme e liberale del Novecento spagnolo, è riuscito a racchiudere un intero stile di vita in una frase: «Vivere non è solo esistere, ma esistere e creare, saper godere e soffrire, e non dormire senza sognare. Riposarsi è cominciare a morire».

mercoledì 14 aprile 2010

La destra moderna dell'alcalde Gallardon

Ffwebmagazine
14 aprile 2010
È un politico stimato trasversalmente. È misurato, propositivo, moderno e pronto a incarnare l'anima più europea della destra. Si chiama Alberto Ruiz-Gallardon, ha 51 anni e di "mestiere" fa il sindaco di Madrid.

A ventinove anni era già portavoce del gruppo parlamentare popolare al Senato, a trentuno anni Segretario generale di Alianza Popular (il progenitore del Pp), a trentasette presidente della Comunidad de Madrid. Poi la sfida per diventare sindaco (alcalde, in castigliano) della capitale spagnola, su richiesta diretta di José Maria Aznar, in tandem proprio con la moglie dell'ex premier, Ana Botella: maggioranza assoluta e vittoria con il 51% dei voti. Quattro anni dopo si replica e Gallardon riesce addirittura ad aumentare i consensi (55%). Oggi Alberto Ruiz-Gallardon è uno dei politici più stimati del paese: lo certificano tutti i sondaggisti, di diverso orientamento politico.

La carriera e il gradimento dell'alcalde madrileno non sembrano essere particolari. In effetti sono molti i politici, spagnoli e non, stimati e votati in massa. Ma il cursus honorum di Gallardon non è lineare come sembra, soprattutto se si considera che i primi avversari del primo cittadino di Madrid sono all'interno del suo stesso partito, il Pp guidato da Mariano Rajoy. A cominciare dalla señora del centrodestra spagnolo, quella Esperanza Aguirre che ha preso il posto dello stesso Gallardon come presidente della Comunidad de Madrid (la regione che include la capitale e le città vicine).

La Aguirre è spagnola in tutto e per tutto: aggressiva, rampante, presenzialista, sempre sotto i riflettori (sabato sera è stata tra i vip più fotografati e ripresi dalle telecamere al Bernabeu durante il supermatch Real-Barcellona). E più passa il tempo, più la quasi sessantenne Aguirre sembra ringiovanire: immagini photoshoppate, più di un sospetto che ci sia anche lo zampino del chirurgo. Il suo potere all'interno del Partido Popular è in crescita, così come le continue gaffes pubbliche che sono pane fragrante per i denti voraci della televisione spagnola.

El alcalde è di tutt'altra pasta, e i madrileni lo dicono a gran voce. Uno dei momenti più tesi tra il sindaco e il Pp è del 2006, quando Gallardon decise, limitandosi ad applicare una legge dello Stato, di celebrare un matrimonio omosessuale, provocando l'ira del gotha popolare. Ma Madrid non è città che si scandalizza con poco. È la città che ospita Chueca, il quartiere gay più grande d'Europa e un Pride annuale da un milione e mezzo di persone.

Da un lato una destra di plastica, dunque, e dall'altro una nuova destra liberalconservatrice che non ha paura di confrontarsi con la modernità e il progresso. E nel paese eccessivo per antonomasia come quello iberico, nemmeno gli eccessi zapateristi da un lato e l'ipertradizionalismo di una parte del Pp e della Chiesa dall'altro, hanno fino ad oggi scalfito la popolarità di Gallardon e la sua azione politica che se ne infischia letteralmente delle divisioni politiche aprioristiche, del muro contro muro che conosciamo così bene anche in Italia.

La sfida è duplice e ugualmente difficile: offrire agli spagnoli un'alternativa allo zapaterismo dilagante e rinnovare un centrodestra imbolsito e ammuffito dalla scialba leadership di Mariano Rajoy. Chissà se il desiderio dei madrileni verrà esaudito e Alberto Ruiz-Gallardon potrà un giorno entrare alla Moncloa. Di sicuro c'è che l'unica novità degli ultimi anni è rappresentata dal suo nuovo approccio alla politica. Chi vincerà? La destra di plastica, ancorata al passato, che non ha visione o quella liquida, nuova, moderna ed europea? Parliamo della Spagna, ovviamente.

mercoledì 7 aprile 2010

Dopo Lost arriva Fringe, e la fiction gioca con la mente...

Ffwebmagazine
7 aprile 2010
Chi ha amato Lost alla follia (mai termine fu più appropriato) non può perdersi Fringe. La serie televisiva americana partorita dalla geniale e contorta mente di J.J. Abrams è finalmente arrivata sugli schermi di Italia 1. Dal 9 marzo, insomma, i telespettatori italiani possono godere delle cervellotiche indagini ai confini della realtà di uno speciale reparto dell'Fbi che si occupa di casi sovrannaturali. Qualcosa a metà tra X Files e il film Stati di allucinazione, secondo qualcuno, ma in realtà Fringe rappresenta qualcosa di diverso.

A differenza del telefilm cult che ci fece conoscere gli agenti Scully e Mulder, Fringe abbandona alcune banalità tipiche della tradizione fantascientifica e si mette a giocare con qualcosa di molto più pericoloso e affascinante: la mente umana. Il cast è di pregio, con un gran ritorno in tv di Joshua Jackson, il Pacey di Dawson's Creek che ha fatto impazzire una generazione di ragazzine. Ma più che le prove d'attore ci interessa altro, parlando di Fringe.

Tra morti misteriose provocate da allucinogeni prodotti da rane e rapitori che portano alla follia le loro vittime per condurre avveniristici e pericolosi esperimenti scientifici, la serie è la summa di tutte le cose, giuste o terribilmente sbagliate, che il cervello umano può fare. E il bello è che per molti fan la trama non è poi così fantascientifica. Anche perché ormai da molti anni si parla di una vera e propria branca scientifica che si occupa di quel 99% di capacità cerebrali che non abbiamo ancora scoperto e, forse, non scopriremo mai. Dal creatore di Lost, dunque, non c'era da aspettarsi niente di diverso. E in fondo, nonostante la trama così diversa e un canovaccio narrativo molto meno complicato, il tema alla base delle vicende è sempre quello: la mente umana e le paure che può generare.

Abrams è senza dubbio il capofila di questo nuovo genere quasi psicanalitico delle serie televisive americane. Seguendo le avventure, realistiche o meno, di personaggi di fantasia, lo spettatore entra in un vero e proprio percorso di autoanalisi. Può sembrare una teoria azzardata e campata in aria, ma alzi la mano chi, seguendo Lost, non si è mai immedesimato in uno dei personaggi, trasferendo su di sé anche per un solo secondo paure, dubbi, scelte, azioni. In fondo il quid è sempre quello, e capita da millenni, ben prima dell'avvento della tv. Lo scontro perenne tra Bene e Male, declinato in chiave moderna e catodica, in televisione funziona alla meraviglia, perché innesca i lati reconditi del carattere di ciascun spettatore.

Abbandoniamo i voli pindarici al limite della psicanalisi, però, per tornare a Fringe e alla sua natura prettamente televisiva. Il prodotto funziona e anche bene, la trama fila alla grande e il personaggio dello scienziato pazzo (letteralmente!) gioca molto sulla dicotomia a volte fittizia tra senno e follia, appassionando ancora di più lo spettatore. J.J. Abrams, dunque, ci ha regalato un altro piccolo gioiello. Ora c'è da sperare soltanto che Italia 1 non ripeta i soliti errori, interrompendo la trasmissione della serie o sacrificandola in orari improponibili. Per fortuna, da qualche anno a questa parte, satellite e digitale terrestre hanno messo una pezza nelle magagne dei palinsesti televisivi. Ma alla famosa casalinga di Voghera, da decenni indicata come lo spettatore tipo della tv italiana, e che magari non ha parabole né decoder, qualcuno ci vuole pensare?

mercoledì 31 marzo 2010

Lettera aperta ai politici: e ora in tv urlate di meno...

Ffwebmagazine
31 marzo 2010 
Cari politici,
 
dopo la “Quaresima” alla quale siete stati obbligati durante la campagna elettorale, in questi giorni tornerete in televisione. Per fortuna, bisogna dirlo. Perché il provvedimento della Commissione di vigilanza, proposto dai Radicali e cavalcato dal centrodestra, ha rappresentato una brutta pagina per la libertà di informazione nel nostro paese. Il mese di digiuno (vostro e nostro) è passato. Ricomincerete ad affollare i salotti televisivi, ad accapigliarvi sullo zero virgola, a rinfacciarvi colpe vere o presunte e a promettere di tutto e di più agli incolpevoli telespettatori. Bruno Vespa, Michele Santoro e Giovanni Floris non vedono l'ora di ospitarvi di nuovo, di sfruculiarvi, di tirar fuori il peggio di voi, perché fa notizia (ancora?) e soprattutto audience.

E voi ci cascherete, ne siamo certi. Innanzitutto perché ormai la politica in tv è così: urlata, sguaiata, priva di contenuti e di proposte concrete. Un duello all'ultimo sangue con la vittoria finale assegnata a chi avrà alzato di più la voce. E poi, cosa non secondaria, perché avete capito una volta di più, dopo queste Regionali, che il nostro non è un paese per fini pensatori e pacati promotori di idee. L'urlo (e non solo televisivo) premia. Il resto sono solo chiacchiere che contano pochissimo, soprattutto in termini di voti.

Con questa lettera aperta, che probabilmente non leggerete nemmeno, ci si appella al vostro buon senso e alla consapevolezza che le cose che dite in tv fanno presa sulla gente, ne condizionano scelte e stili di vita, ne orientano l'opinione e il voto, oltre che i comportamenti nella vita quotidiana. Lunedì sera, al rientro dopo il mese di stop, non avete dato il meglio di voi. Il ministro Bondi e l'onorevole Bindi, ad esempio, si sono esibiti in un continuo battibecco sulle immacolate poltrone di Porta a Porta. Sono arrivati addirittura a sfidarsi su chi, tra i due, rappresenti di più i valori cristiani. E davanti a una provocazione dell'on. Donadi, persino un serafico lama tibetano come Sandro Bondi si è alzato di scatto minacciando di prendere a schiaffi il dipietrista (“Non lo faccio solo perché sono un signore”). Lo stesso signore, per intenderci, che qualche minuto prima aveva dato della “volgare” a Rosy Bindi, rea di aver detto, testualmente, che il ministro stava raccontando delle “balle”.

Non ci siamo, cari politici. Questa vostra rentrée deve essere davvero un nuovo inizio per la politica in televisione. Siate propositivi, costruttivi, scontratevi quanto volete ma nel rispetto dei ruoli che ricoprite e, soprattutto, di chi vi guarda da casa. In caso contrario, però, abbiate almeno la decenza di non lamentarvi per il crollo dell'affluenza. Non vi sorprendete più della “disaffezione nei confronti della politica”, non cadete dal pero se il movimento di Beppe Grillo ottiene un bel risultato. È tutto frutto del vostro comportamento, anche e soprattutto quello televisivo.

Ma quello che ci aspettiamo da voi (da inguaribili ottimisti quali siamo) è che in televisione ci andiate solo per riferire alla gente le vostre proposte politiche. Niente più interventi (ex ante o ex post che siano) per mettere a tacere questo o quello, niente lottizzazioni delle testate giornalistiche della tv di Stato, niente faziosità (di destra o sinistra che sia) che ridicolizza innanzitutto voi e la classe dirigente di questo paese. In questo caso, però, la colpa è anche dei giornalisti. Alcuni nostri colleghi, pochi per fortuna, pieni di zelo o ideologia, rinunciano al loro ruolo quasi “sacro” di informatori della gente, di divulgatori di notizie vere e di interpretazioni obiettive (visto che imparziali non se ne parla proprio). Se l'esigua minoranza della categoria della quale facciamo parte anche noi dimostrasse un po' di coraggio in più, siamo certi che anche voi ne trarreste beneficio.

Ricomincia la vostra scorpacciata di ospitate, collegamenti, dibattiti e cinguettii, dunque. Ci aspettiamo davvero un cambio radicale di rotta. Anzi, lo pretendiamo. Altrimenti siamo pronti a snocciolare 109 buoni motivi (uno per ogni euro del canone che paghiamo ogni anno) per rendere permanente e irreversibile il pur orrido e illiberale black out televisivo che ha contraddistinto questa anomala campagna elettorale. 
  
                                                    Speranzosamente vostro
                                                                Domenico Naso

venerdì 26 marzo 2010

Che ci piaccia o no, ieri sera è morta la tv generalista

Ffwebmagazine
26 marzo 2010
Comunque la si pensi, quali che siano le opinioni politiche di ciascuno, l'evento di ieri sera del Pala Dozza di Bologna un primo effetto incontestabile lo ha provocato: la morte della tv generalista. Al di là dei contenuti, al di là della propaganda e di qualche intervento francamente fuori registro, Raiperunanotte ha decretato un cambiamento epocale nel modo di intendere la comunicazione nel nostro paese. “L'ha detto la televisione”, si diceva fino a qualche anno fa, come a consacrare il ruolo centrale e quasi onnipotente di un mezzo pervasivo e totalizzante. Una supremazia mediatica incontrastata in un paese come il nostro, fondato più sullo share che sul lavoro, come recita la Costituzione.

Ieri sera qualcosa è cambiato, dicevamo, perché al salotto di casa si è sostituito un elemento nuovo, e nemmeno tanto: il web. Centoventicinquemila accessi contemporanei al sito ufficiale che trasmetteva in streaming la manifestazione, altri sessantamila su Repubblica.it, e poi decine di altri siti, le piazze in tutta Italia, le tv satellitari, quelle locali. A riprova, se ce ne fosse ancora bisogno, di un radicale mutamento del sistema informativo che investe non solo noi ma tutto il pianeta, all'insegna di nuove e più stimolanti sfide comunicative.

Faceva un po' impressione seguire in contemporanea Raiperunanotte e la normale programmazione del giovedì sera di RaiDue. Alla multimedialità del Pala Dozza faceva da contraltare, infatti, una tribuna elettorale d'altri tempi, asettica, priva di interesse e di appeal televisivo. Uno stridente contrasto che deve far riflettere, se si vuole comprendere appieno la portata rivoluzionaria dell'evento.

Che poi l'appuntamento di Santoro e soci sia scivolato, in alcuni frangenti, nella solita crociata senza se e senza ma, non è una novità né una sorpresa. Una manifestazione per la libertà di opinione e di espressione che fischia il malcapitato Morgan solo perché non si è d'accordo con ciò che dice, ad esempio, sa un po' di guasto. Ciononostante, derubricare quello che è successo come una cosa patetica, penosa, e Dio sa quali altre definizioni arriveranno ancora, sarebbe l'errore più grave. Semplicemente perché non si comprenderebbe l'effettiva portata storica di un evento di rottura, di superamento degli schemi classici del “sistema”.

Negli anni passati c'erano già stati “girotondi”, manifestazioni di piazza, proteste più o meno condivisibili. Ma tutto sempre nel solco della tradizione novecentesca del “pueblo unido” che si raduna nella vecchia agorà per dire la propria. Quella stessa agorà che oggi ha mutato forma, che viaggia attraverso le fibre ottiche e la banda larga, che diventa un'agorà 2.0, si frantuma in milioni di bit e viaggia attraverso il pianeta con una velocità supersonica e trasforma l'essenza stessa della protesta.

A farne le spese è innanzitutto la televisione così come l'abbiamo conosciuta fino a questo momento: la tv ingessata e istituzionale, quella della casalinga di Voghera e dell'italiano medio, che in fondo medio non è per niente, a dispetto delle interpretazioni stantie e fuori dal tempo di esperti massmediologi da strapazzo. Il merito di Raiperunanotte, perché di merito incontestabile si tratta, è stato quello di aver mostrato al paese reale che ci sono altri canali per informare. Ma innanzitutto ha dimostrato che la natura stessa del servizio pubblico va ripensata, modificata, adattata ai tempi.

Tentiamo per un attimo di astrarre l'evento dai contenuti, dalle posizioni ideali (e a volte ideologiche), dalla mera (e provincialotta) battaglia politica quotidiana. Evitiamo di leggere solo per un attimo le dichiarazioni sdegnate (e a volte imbarazzanti) di chi considera l'evento di ieri un sabba demoniaco di forze oscure antidemocratiche e sovversive. Quello che rimane, una volta eliminate le sovrastrutture, è un successo mediatico senza precedenti. Michele Santoro lo ha definito, a ragione, il più grande evento della storia del web italiano. Noi ci permettiamo di fare un passo in più, di parlare del più grande evento della storia comunicativa del nostro paese, che ha messo in evidenza una volta di più l'inefficienza del nostro sistema televisivo e ha decretato il trionfo annunciato di internet. Quella rete globale, immediata e democratica che noi vorremmo vedere premiata l'anno prossimo a Oslo con il premio Nobel per la pace proprio perché portatrice sana di democrazia e valori universali che nessuna decisione di una commissione di “vigilanza” (che brutta parola!) potrà mai fermare.

Non cadiamo nella trappola di difendere il passato e lo status quo a tutti i costi, dunque. Apriamoci alla strabordante potenzialità della rete e ripensiamo il ruolo, soprattutto informativo, della televisione. Solo così staremo al passo con i tempi e riusciremo a capire, anche politicamente, le centinaia di migliaia di persone che ieri sera affollavano la rete e le piazze. Evitiamo strumentalizzazioni politiche, prendiamo atto che qualcosa ieri è successo davvero. Qualcosa che cambierà, in meglio, il nostro modo stantio di intendere il rapporto tra cittadini e mezzi di comunicazione.

Se non lo faremo, e qualcuno pare non lo voglia proprio fare, continueremo a restare intrappolati nel tubo catodico e nella lentezza del mezzo televisivo mentre gli “altri”, che ci piaccia o no, si sposteranno, insieme all'informazione, mille volte più veloci di noi. Bisognerebbe fare una telefonata ai Buggles, il duo pop britannico che furoreggiava tra i Settanta e gli Ottanta, per chiedere una versione aggiornata e corretta del loro successo più grande: Santoro killed the Tv Star. Che ci piaccia o no.

giovedì 25 marzo 2010

Buon compleanno Mina, irregolare Marianna d'Italia

Ffwebmagazine
25 marzo 2010
Prima di essere una cantante, una conduttrice, un’icona della cultura pop italiana, lei è innanzitutto una donna. Ed è proprio una gran donna, Mina Anna Mazzini, in arte Mina… Oggi è il settantesimo compleanno, settanta primavere, è proprio il caso di dirlo, per la cantante più grande della pur ricca storia musicale di casa nostra. Ma, dicevamo, Mina sarebbe Mina, con meno fans ovviamente, anche se facesse la lavandaia, l’avvocato, la fruttivendola o la fisica nucleare.

Perché il nome/brand di cui stiamo parlando è prima di ogni altra cosa uno stile di vita, una forma mentis, una impostazione culturale, una scelta lucidissima, una naturale predisposizione antropologica. La tigre di Cremona è tigre davvero, e lo ha dimostrato mille volte. A cominciare da quando, cinquant’anni fa, giochicchiava con le dita sulle labbra cantando Mille bolle blu, turbando un’Italia che era ancora quella posata e compita di Wilma De Angelis o al massimo elegantemente ammiccante e timidamente “scandalosa” di Jula De Palma. O ancora quando, un paio d’anni dopo, pagò caro il “peccato” di amare un uomo sposato e di aver deciso di farci un figlio insieme.

L’uomo, si sa, era Corrado Pani; il “frutto del peccato”, invece, il figlio Massimiliano, oggi suo collaboratore numero uno.  I famigerati rotocalchi “popolari” dell’epoca ne approfittarono nel peggiore dei modi, con una campagna moralista e ipocrita che provocò, tra l’altro, l’allontanamento di Mina dalla Rai per tutto il 1963. Era la Rai pedagogica e democristiana di Ettore Bernabei, la televisione di Stato che censurava, tagliuzzava, nascondeva, copriva tutto quello che avrebbe potuto turbare la moralità e i costumi pudichi dell’Italia del boom. La gente, come sempre, era però anni luce avanti. Lo ha raccontato anni dopo la stessa Mina, in una memorabile intervista a Playboy del 1972: «Mai vista una serie così di regali da tutta Italia, di lettere, "Stai tranquilla", per la strada mi dicevano, "Non ti devi preoccupare"».  Altro che “pubblica peccatrice” e “rovinafamiglie”.

Dopo lo scandalo, e questa è storia nota, niente e nessuno ha più fermato la cantante. Nessuno, tranne lei stessa. Dopo Studio Uno, i successi internazionali, i milioni di dischi venduti, gli ascolti da capogiro del sabato sera, Mina nel 1978 disse stop (con la tv aveva chiuso già tre anni prima): niente più apparizioni pubbliche o concerti. Solo musica, tanta musica. Note, parole e voce roboante come sempre. Una decisione che molti non capirono, e non capiscono ancora, che venne bollata come un modo per attirare l’attenzione, una semplice operazione pubblicitaria, magari a termine. Trentadue anni dopo, mentre celebriamo il suo settantesimo compleanno, qualcuno dovrebbe ricredersi. Fu una scelta di vita di una trentottenne di successo, nulla di più, nulla di meno.

Sarà pur vero, come ha detto Roberto Benigni dal palco di Sanremo 2009, che ormai solo «Mina e Bin Laden mandano video preconfezionati quando vogliono dire qualcosa», ma la scelta regge e pare non essere reversibile, almeno per ora. Dispiace, è ovvio, a tutti gli amanti della mattatrice cremonese.  Ma l’importante non è la presenza fisica della cantante. E, oseremmo dire, nemmeno la musica che Mina produce. Ormai sappiamo quanto vale, conosciamo la sua voce e la grandezza di un’ugola irripetibile.

La Mina che ci piace festeggiare oggi è la donna che è stata, che è e che sarà. Un modello femminile controcorrente, nell’epoca della sgallettata che sgomita per farsi vedere, che venderebbe la madre per diventare velina, che si chiude per quattro mesi in una casa sotto le telecamere pur di raggiungere la fama. Un modello anche per le donne in politica, almeno per quelle delle ultime ondate, tutte uguali l’una all’altra, tutte allineate e (s)coperte perché, in fondo, o fanno così o stanno a casa. Mina sa di essere il prototipo della donna come dovrebbe essere. E ogni tanto tenta di farlo capire, quando scrive un articolo per un quotidiano o attraverso i versi di una sua canzone. Il messaggio sarà arrivato a destinazione?

Non lo sappiamo, e continueremo a chiedercelo da domani in poi. Per oggi lasciateci festeggiare la Marianna d’Italia, la donna che meglio di tutte le altre potrebbe rappresentare il carattere della nostra giovane Repubblica (nata 6 anni dopo Mina): scapigliata, aggressiva, talentuosa e irregolare. A volte sparisce, abbandona tutto e tutti, eppure è sempre lì, a dimostrarci che, ci sia permesso questo luogo comune, le donne di una volta non ci sono più. Non angeli del focolare, sia chiaro. Ma tigri indomabili che prendono la vita di petto. Come ha sempre fatto lei. E allora auguri di cuore a una donna, un’artista, un mito senza immagine che dell’immaginario è sovrano. Buon compleanno, Mina.

mercoledì 24 marzo 2010

Quando la fiction italiana incontra la modernità

Ffwebmagazine
24 marzo 2010

Chi l'ha detto che in Italia non si possono produrre fiction di qualità? Oddio, in effetti le esperienze del passato non sono incoraggianti, è vero. Ci sono stati prodotti ottimi, veri e propri kolossal televisivi, ma sempre su argomenti seri, drammatici, a volte addirittura biblici. Sul versante “leggero”, invece, oltre i Cesaroni il nulla. Soprattutto in Rai. Dall'anno scorso, però, qualcosa sembra essere cambiato. L'arrivo in tv di Tutti pazzi per amore ha sparigliato le carte, ha sconvolto i cliché delle serie televisive di casa nostra. Stefania Rocca ed Emilio Solfrizzi hanno fatto da pionieri nel territorio paludato della fiction made in Rai.

La prima serie è andata benissimo, mettendo d'accordo, come raramente accade, pubblico e critica. Un po' Sex and the city, un po' Almodovar, con un tocco di “cesaronità” per strizzare l'occhio al pubblico nazionalpopolare: la miscela è perfetta. Il tocco finale, il vero ingrediente segreto, è la musica. Ogni tanto i protagonisti cominciano a cantare e a ballare, sottolineando con le note una vicenda, un evento, una situazione particolare. Il risultato è divertente, piacevole, mai banale, ironico.

Dopo un successo simile la Rai non ha ovviamente perso l'occasione e domenica scorsa è cominciata la messa in onda della seconda serie. Non c'è più Stefania Rocca, in gravidanza, è questo è un vero peccato. Anche perché l'attrice torinese aveva la verve e l'ironia perfette per un ruolo del genere. Ma Antonia Liskova l'ha sostituita bene, senza farla rimpiangere troppo. Tutto il resto, però, c'è ancora eccome. Ci sono le amiche in perenne crisi sentimentale, tra le quali va segnalata l'ottima prova brillante di un'attrice solitamente impegnata come Sonia Bergamasco (com'è lontana la terrorista grigia de La meglio gioventù!).

E poi c'è Carlotta Natoli, già pioniera dei primi distretti di polizia con Tirabassi, Memphis e Ferrari, oggi vedova improvvisa di un inedito e divertente Neri Marcoré (il cui personaggio, Michele, è stato stroncato da un infarto proprio sull'altare, mentre stava per sposarsi). A impreziosire il cast, infine, la presenza di due mostri sacri del teatro italiano: Piera Degli Esposti (cinica e spassosissima madre e nonna) e Luigi Diberti.
Fin qui la critica più “tecnica”, classica e scolastica della fiction.

C'è dietro, però, tutto un sistema di valori che vengono veicolati dalle storie di Tutti pazzi per amore. C'è la famiglia allargata (meno pruriginosa di quella dei Cesaroni e soprattutto meno piccoloborghese), c'è il sesso come normale compagno delle vite di ognuno di noi, senza vergogne o tabù, c'è ovviamente l'amore, mai declinato in maniera banale ma sempre come una scommessa rischiosa da rinnovare ogni giorno, c'è anche qualche parolaccia, vivaddio, dopo anni in cui ci eravamo quasi convinti, per colpa delle fiction di casa nostra, che nelle famiglie italiane non scappasse mai un vaffa.

Nella puntata di lunedì scorso, poi, Tutti pazzi per amore è riuscito anche nell'ardua impresa, soprattutto in Italia, di dissacrare persino la morte. Dicevamo della morte del personaggio di Marcoré: ebbene, seguendo le volontà dell'estinto, il funerale è stato caratterizzato da un'esibizione à la Marilyn della vedova, con uno spassoso e allo stesso tempo toccante Bye bye, baby, mentre tutti gli amici e i parenti ballavano e cantavano in chiesa. Qualcuno avrà storto il naso, ne siamo sicuri. Soprattutto quella tipologia di spettatore che è stata abituata a disperarsi per  la scomparsa dei personaggi più popolari. Dalla tragica morte del commissario Cattani in poi, infatti, ogni abbandono di un membro del cast di una serie tv deve essere ad alta densità emozionale. Più sangue c'è, meglio è. Più si piange, meglio è. Più è lunga l'elaborazione del lutto, più la sceneggiatura se ne avvantaggia.

Naturalmente anche nel caso specifico che stiamo trattando la morte di Michele non verrà spazzata via con una coreografia hollywoodiana. Ma l'approccio nei confronti della morte che è stato scelto è veramente degno di una tv che non cavalca le debolezze emozionali dello spettatore ma lo aiuta a trasformarle in aspetti positivi, in pillole seppur televisive di ottimismo che non possono far altro che bene.

Il responso dell'Auditel ha promosso anche i primi due episodi della nuova stagione. Lunedì sera, poi, Tutti pazzi per amore 2 è riuscito a perdere di misura (quindi più che dignitosamente) contro la semifinale del colosso defilippiano Amici. E le prove del successo della serie non si fermano qui: Tutti pazzi per amore diventerà un film vero e proprio e, incredibile ma vero, avrà anche un suo omologo spagnolo. Negli ultimi anni era la Spagna a venderci format di trasmissioni e fiction (qualcuno sapeva, ad esempio, che i romanissimi Cesaroni sono figli diretti dei Serrano iberici?), con Tutti pazzi per amore pare si possa invertire la tendenza. E lo si fa, la notizia è proprio questa, con un prodotto moderno, al passo con le sensibilità dei tempi, ironico e intelligente. Tutti attributi che, diciamolo francamente, abbiamo raramente affibbiato a una produzione della nostra tv di Stato. Meglio tardi che mai.

mercoledì 10 marzo 2010

Il Gf è finito? È arrivata l'Isola, purtroppo...


Giubilo in tutto il paese: è finito il Grande Fratello! Forse l'edizione più brutta, triviale, rozza, irrispettosa degli spettatori e della pubblica decenza. Spariamo subito tutte le cartucce, senza buonismi, perché il padre di tutti i reality quest'anno ha mostrato davvero la corda, evidenziando una volta di più la stanchezza strutturale di un genere televisivo munto fino all'inverosimile. Che faccia ascolti, poi, è un altro conto. La finale di lunedì ha attirato nove milioni di telespettatori, quindi da questo punto di vista, purtroppo, non c'è stata alcuna crisi. Anzi.

Ma se per una volta provassimo a ragionare non con i numeri dell'Auditel ma attraverso quella entità sconosciuta che è la qualità, ci renderemmo certamente conto di come gli inquilini della casa di Cinecittà abbiano abbondantemente superato il limite della decenza. Bestemmie, apologia della mafia, ignoranza abissale anche su argomenti davvero da scuola elementare, urla e chiacchiericcio gossipparo, quadriglie amorose degne di Beautiful. Questo è stato il GF10, non l'esperimento sociologico della prima edizione, e nemmeno il noioso ma alquanto innocuo scimmiottare successivo. Una tv commerciale è ovviamente libera di trasmettere ciò che vuole e deve fare i conti solo con i propri azionisti (e al massimo con la legge).

Tuttavia, in una società televisiva come la nostra, che si divide equamente tra pubblico e privato anche in termini di share, una maggiore responsabilità anche da parte dei soggetti privati (Mediaset, per capirci) non sarebbe sgradita. Bisogna rendersi conto che l'impatto che la televisione ha sugli spettatori, specialmente i più giovani, è fortissimo. Oppure vogliamo ancora perdere tempo a discutere sul fatto che la tv influenzi la nostra vita? È un fatto assodato. Prendiamone atto e andiamo avanti.

È triste, dunque, pensare che milioni di adolescenti abbiano potuto assistere a una volgarissima bestemmia (c'entra poco la fede: si tratta semplicemente di buongusto ed educazione), all'utilizzo sessuale e merceologico della donna (“Vai a fare i film porno”, ha urlato un concorrente all'ormai nota e paradigmatica Veronica, rea soltanto di aver cambiato partner con disinvoltura, così come facciamo da sempre noi uomini, vantandocene pure) oppure, cosa ben più grave, all'esaltazione del fenomeno mafioso. Argomento, questo, sul quale si è già soffermato con dovizia di particolari Giovanni Marinetti qualche tempo fa.

È finito il peggior Grande Fratello della storia. Festeggiamo, dunque? Non ci pensate nemmeno, poveri ingenui telespettatori. La televisione, specialmente quella trash, non ci abbandona mai. Il Gf ha lasciato il testimone a un altro sommo esempio di pessima tv: l'Isola dei Famosi (Rai due, mercoledì in prima serata). Il reality della seconda rete pubblica, realizzato da Magnolia e condotto da Simona Ventura, non è mai stato, in verità, un esempio di finezza catodica. Quest'anno, e ci vuole davvero talento, sono riusciti incredibilmente a peggiorarlo ancora di più.

SuperSimo con il passare degli anni continua a involgarirsi (come preda di una strana regressione culturale), il cast dei “vip” (metà dei quali sconosciuti ai più) è pessimo (a parte Sandra Milo, quanto meno genuina), e peggio ancora ci è andata con gli opinionisti (i due “coatti” Adriano Aragozzini e Gabriella Sassone, dopo l'apparizione elegante di una splendida Antonia Dell'Atte nella prima puntata), più grevi dei concorrenti e che non sanno analizzare (pare sia un talento!) le dinamiche del reality. La presenza di Aldo Busi come concorrente, poi, andrebbe commentata senza strani e incomprensibili timori reverenziali. Il “più grande scrittore vivente” (autodefinizione del Nostro) in passato ha preso delle posizioni così aberranti su alcuni argomenti molto sensibili (sessualità e mondo dell'infanzia, ad esempio), che solo vederlo sugli schermi fa bollire il sangue.

Sul fatto che un programma simile vada in onda sulle frequenze pubbliche, poi, molto abbiamo già detto e molto avremmo ancora da dire. Ci limitiamo, stavolta, a invitare semplicemente il telespettatore a evitare tale dileggio del mezzo televisivo e della propria intelligenza. C'è di meglio in tv, credeteci. Soprattutto nell'epoca del digitale e del satellite, scappare dal “monnezzaio” è possibile. Finché il reality va, lasciamolo andare. Ma noi stiamo seduti lì, sull'argine del fiume. Prima o poi il suo cadavere passerà, ne siamo certi.