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venerdì 29 gennaio 2010

Ma quant'è brutto Nine, ridicolo omaggio all'Italia dei cliché

Ffwebmagazine Uno va al cinema, sperando di vedere il giusto tributo al regista più grande del cinema italiano, a quel Federico Fellini che ha portato sul grande schermo i sogni (spesso proibiti) di milioni di suoi connazionali. Uno va al cinema convinto che un regista come Rob Marshall, che di musical se ne intende (pochi anni fa Chicago sbancò gli Oscar), era forse la persona adatta a dirigere un remake musicale addirittura di Otto e mezzo, mica un film così, ma uno di quelli che in qualsiasi classifica delle migliori pellicole della storia del cinema mondiale sta sempre tra i primi dieci.
29 gennaio 2010


Paghi i tuoi sette euro e mezzo di biglietto, compri il pop corn, ti siedi comodamente sulla poltrona di un noto cinema romano, e inizi a pregustare la goduria di quello che vedrai. Sopporti anche lo spottone della Regione Lazio, furbescamente mandato in onda prima dei trailer in vista delle prossime elezioni di marzo. Poi inizia il film: poche scene e capisci tutto. Nine, uno dei film più attesi della stagione, è una cagata pazzesca. Perdonateci il francesismo, ma vedere un grande attore come Daniel Day Lewis che si sforza goffamente di apparire fisicamente e mimicamente italiano è qualcosa che può far esplodere all’istante il fegato di un qualsiasi cinefilo. Respiri, attendi, pensi che migliorerà con il passare del tempo. Poi vedi il primo spider bianco, la riproposizione dei cliché dell’italiano anni Sessanta tutto approssimazione e ormoni ululanti. Vedi Penelope Cruz che riesce nell’incredibile impresa di recitare peggio di Sandra Milo. Almeno Sandrocchia svampita lo era davvero, non doveva fingere più di tanto.

Ma il colpo finale te lo dà Sophia Loren, l’icona vivente del cinema tricolore nel mondo che non avremmo mai voluto sprecare in un film così. Il suo non è un ruolo cinematografico. È l’apparizione di una madonna napoletana supertruccata che canticchia tra decine e decine di candele accese, una parodia eccessiva del fantasma della madre di Guido Contini, il protagonista del film. E poi il film non va, non scorre, non c’è il link tra le parti recitate e quelle cantate (troppo poche). A questo punto speri davvero che il tempo corra via veloce perché per te Federico Fellini è davvero il tempio della fantasia italica e nessuno, nemmeno un regista di Hollywood e un cast stellare, può profanarlo così.
Quando il peggio credi sia passato, poi, ci pensa la sexy Fergie (cantante degli arcinoti Black Eyed Peas) a provocare in te l’ultimo tipo di reazione (dopo lo sconforto e l’indignazione precedenti): una colossale e meritatissima incazzatura. La bella cantante americana, nella parte di una procace e selvaggia prostituta, ci elenca, in musica, le caratteristiche migliori della gente italica, quelli che nelle intenzioni del regista dovrebbero essere da noi considerati complimenti sinceri, attestati di stima alle naturali attitudini di un popolo. “Sii italiano”, dice la prostituta a un Contini in crisi sentimentale e creativa, “prova a rubare un bacio”. “Sii un cantante, sii un amante, sii gentile e sentimentale, dammi un buffetto sulla guancia, pizzicami dove c’è la ciccia”.
È il maschio italiano anni Sessanta riproposto come paradigma ancora valido di virilità e savoir faire con le donne, magari impegnato a cantare una sempreverde melodia napoletana. Peccato che il vitellone felliniano oggi non abbia più senso e al massimo può essere incarnato da tipi impresentabili come Costantino Vitagliano (ex tronista di Uomini e donne) o George Leonard (concorrente dell’ultimo Grande Fratello). E fortunatamente le donne di casa nostra sono cambiate. E molto. Non basta più l’aria da “uomo che non deve chiedere mai” per farle cedere. Uomini e donne sono sullo stesso piano e quasi sempre sono queste ultime a scegliere a chi concedersi. Non il contrario. Non più.

E la frase finale della canzone?  “Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”. Sembra innocua e anche un po’ banale come affermazione, almeno all’apparenza. Invece incarna perfettamente il più grande vizio italiano: la malattia del presentismo. Conta solo oggi, al massimo ieri in chiave nostalgica. Non c’è visione, non c’è sguardo rivolto al domani. Non c’è immaginazione né voglia di costruire il futuro.  In questa frase non c’è, dunque, proprio quello che di migliore Federico Fellini ha regalato al cinema mondiale: il sogno, l’anelito onirico che univa miracolosamente il passato e il futuro. Il presente, nei film del regista riminese, era solo una parentesi, un momento di passaggio tra quello che siamo stati e quello che saremo.
Cari amici americani, è meglio che ve lo mettiate definitivamente in testa: gli italiani, o almeno la maggior parte di essi, non sono più quelli del boom, della Dolce Vita, dei paparazzi di via Veneto. Lo so, forse è la nostra televisione (o peggio la nostra politica) a fuorviarvi. Ma noi del presentismo esasperato e infruttuoso facciamo volentieri a meno. Lo sguardo degli italiani, soprattutto delle nuove generazioni, è saldamente proiettato nel futuro. Un futuro ancora tutto da immaginare e costruire, ma proprio per questo più eccitante ed esaltante che mai.

mercoledì 27 gennaio 2010

Se l’Isola del trash è pagata dagli italiani

Ffwebmagazine
27 gennaio 2010
Non c’è mai fine al trash. Sembra un mantra, ormai, che ripetiamo quasi ogni settimana. Ma non è certo colpa nostra se ogni volta la televisione nostrana ci stupisce, supera ogni immaginazione e ci offre spunti troppo succulenti da lasciar cadere come se nulla fosse.

Tra meno di un mese, puntuale come l’influenza stagionale, torna L’Isola dei Famosi, il reality show esotico che vede come protagonisti vip (o presunti tali) del Belpaese. Il cast scelto dalla matrona del trash catodico Simona Ventura è da fare accapponare la pelle, e in più stimola anche qualche riflessione seria. Si vocifera, perché il riserbo è comprensibilmente assoluto (sic!), che sull’isolotto caraibico sbarcheranno, tra gli altri, Sandra Milo, Aldo Busi, Pamela Prati, Loredana Lecciso e, udite udite, forse anche Ilona Staller. Non che ci aspettassimo un cast di accademici dei Lincei, sia chiaro, ma il lavoro di Magnolia e della Rai quest’anno ha superato davvero ogni nostra più terrificante aspettativa. Sì, perché immaginare insieme sulle spiagge del Nicaragua Sandrocchia, “il più grande scrittore vivente” (sua autodefinizione di qualche anno fa), l’ex soubrette del Bagaglino, l’esuberante e chiacchierata ex signora Carrisi e addirittura Cicciolina è un’operazione cerebrale al di là di ogni capacità umana. Se nelle precedenti edizioni si era già toccato il fondo, o quasi, dal 2010 ci si aspetta davvero il top del trash televisivo, un’impennata dell’imbarbarimento catodico che sembra non aver mai fine.

L’annata televisiva 2009-2010, in effetti, prometteva bene. La lunghissima edizione del Grande Fratello tuttora in corso ci ha dimostrato che l’atmosfera trash era feconda. Solo qualche giorno fa, ad esempio, un concorrente del Grande Fratello si è esibito in una volgarissima bestemmia in diretta, venendo poi squalificato nella puntata di lunedì scorso. Ci sarebbe da dire, in fondo, che la colpa non è di tal Max Scattarella detto Pitbull (il blasfemo di turno, per intenderci) ma di chi lo fa entrare nella casa di Cinecittà e propina agli italiani le sue disavventure. Ma il discorso sarebbe troppo lungo, quindi torniamo all’Isola.
Il garbage-cast che sembra profilarsi urla vendetta. Soprattutto perché, è bene ricordarlo, proprio tra pochi giorni scade il termine per rinnovare il canone di abbonamento Rai. Centonove euro, più di duecentomila delle vecchie lire, per pagare le prevedibili risse e gli sproloqui di Busi e Cicciolina, di Sandra Milo e Loredana Lecciso? Fortuna che siamo gente perbene, altrimenti un pensierino all’evasione del canone lo faremmo pure.

Scherzi a parte, è davvero grave che un servizio pubblico sperperi così il denaro degli italiani. Sia chiaro: nessun noioso predicozzo di chi vorrebbe 24 ore di palinsesto soporifero con documentari a tutte le ore e le mitiche video lezioni dell’università Nettuno in prima serata. Tutt’altro. Ci piace la tv leggera, quando è fatta bene, quando aiuta gli spettatori a distrarsi, a dimenticare per un paio d’ore i casini di ogni giorno. Non può piacerci, però, il pollaio. Lo abbiamo già detto. Lo ripetiamo. E temiamo di doverlo fare ancora in futuro.

Finché il trash televisivo tracima dalle frequenze delle emittenti commerciali, però, possiamo solo cambiare canale, evitare di incrociare, durante il nostro zapping serale, gli show volgari e i contenitori. Quando è la Rai, però, a produrre spettacoli di prima serata, che costano fior di milioni, in barba alla pubblica decenza e alla missione di servizio pubblico, stabilita peraltro per legge e rinnovata periodicamente da una sorta di “contratto” con lo Stato, la nostra reazione è ovviamente diversa. Indignata, oseremmo dire, perché non bisogna aver paura di schierarsi contro la subcultura trash solo perché sembra essere maggioritaria tra il pubblico televisivo. Anche a costo di apparire noiosi professorini da Dipartimento Scuola Educazione, dunque, ribadiamo che la tv rappresentata dall’Isola dei Famosi e da gente come Lecciso, Cicciolina, Busi, & Co. non ci piace, non ci è mai piaciuta e mai, temiamo, ci potrà piacere.

mercoledì 20 gennaio 2010

Nello Stato del Massachusetts vince la de-ideologizzazione

Ffwebmagazine
20 gennaio 2010
«Clamoroso al Cibali», urlò Sandro Ciotti alla radio il 4 giugno 1961 per commentare la vittoria del Catania sull’Inter. Bene, sostituiamo allo stadio catanese la parola Boston e l’effetto, quasi cinquant’anni dopo, è lo stesso. Sì, perché dopo sessant’anni di dominio democratico (e precisamente kennedyano) lo Stato americano del Massachusetts elegge un senatore repubblicano. Scott Brown ha battuto con il 52% dei voti Martha Coakley, fino a poche settimane fa data per certa erede del seggio che fu di Ted Kennedy, l’ultimo patriarca della dinastia.

Verrebbe da urlare al miracolo, da scomodare epiche vittorie di eroi mitologici, da ringraziare chissà quale santo protettore dei conservatori americani. In effetti, quello che è successo ha un significato simbolico che va al di là del normale scontro elettorale. Chi, però, da tempo si sgola per annunciare la morte dei dogmi ideologici, dei muri e delle divisioni figli del Novecento, è sorpreso un po’ di meno. Si parla, ad esempio, della sconfitta democratica come di una debacle clamorosa per Barack Obama e le sue riforme, senza pensare che proprio la vittoria dell’ex senatore dell’Illinois alle presidenziali di un anno fa aveva spianato la strada a episodi del genere. Non esistono più certezze granitiche derivanti da vecchi pregiudizi, la politica e le scelte elettorali sono ormai liquide, così come lo è la società in cui viviamo. Le roccaforti, i feudi personali, i ridotti da espugnare, diventano sempre di meno. Quella in Massachusetts, dunque, è una vittoria innanzitutto della politica post-ideologica, della libertà dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti senza rispettare a tutti i costi un copione scritto da tempo.

È ovvio, d’altro canto, che non si può leggere l’evento solo da un punto di vista generale e teorico. È giusto sottolineare che probabilmente nella scelta degli abitanti del più importante Stato del New England c’è anche una critica a Obama e al suo primo anno di presidenza. E le conseguenze potrebbero essere davvero rischiose per l’inquilino della Casa Bianca. Il Partito democratico, con la vittoria di Brown, ha perso la maggioranza qualificata di sessanta senatori e da oggi in poi non potrà più evitare l’ostruzionismo repubblicani sui grandi temi al centro delle rivoluzionarie riforme obamiane. E i risultati di stanotte seguono di poco tempo le sconfitte in New Jersey e Virginia, altri campanelli d’allarme della possibile crisi (prematura, a dirla tutta) del sogno obamiano. O forse, più semplicemente, le elezioni senatoriali del Massachusetts di politico hanno davvero ben poco. Sembra averlo capito il neoeletto Scott Brown (aitante cinquantenne con un passato da modello senza veli per Cosmopolitan), che ha parlato di vittoria della voce degli indipendenti, non dei cittadini schierati con questo o quel partito. La de-ideologizzazione della società provoca paradossalmente più senso della politica, quella vera, che valuta serenamente e obiettivamente partiti, persone e idee, senza essere più schiava di un forzato e castrante senso di appartenenza identitaria.

La lezione che arriva da Boston potrebbe attecchire anche da noi, potrebbe finalmente farci capire che le divisioni schematiche e asfittiche del secolo scorso limitano, di fatto, la nostra libertà. Quando l’Emilia Romagna sarà governata dal centrodestra e la Sicilia dal centrosinistra (per fare solo due esempi tra i più clamorosi), potremmo anche noi urlare al miracolo, celebrare la fine del monopolio ideologico in quelle due regioni. Fino a quel momento, però, dovremo guardare agli esempi stranieri con malcelata invidia, sperando che la liquidità della società contemporanea infetti benevolmente anche il nostro mondo politico. Qualche passo in avanti lo abbiamo già compiuto. Ma la strada, a quanto pare, è ancora lunga.

Via dal telecomando la domenica trash

Ffwebmagazine
20 gennaio 2010
C’era una volta la domenica pomeriggio… Potrebbe iniziare così la storia dei contenitori televisivi domenicali, storia lunga decenni e a tratti gloriosa per il piccolo schermo di casa nostra. Domenica In (RaiUno) per le famiglie, L’altra domenica (RaiDue) per gli spiriti liberi e anticonformisti e successivamente Buona Domenica (Canale 5) per gli amanti della tv commerciale. In anni più recenti, poi, si era aggiunto Fabio Fazio con Quelli che il calcio… (RaiDue), mix geniale tra sport e intrattenimento. A pensare al passato di quei lunghi pomeriggi stravaccati sul divano, qualsiasi italiano medio (orrida espressione che però rende l’idea) avrebbe voglia di staccare la spina e gettare il televisore dal terrazzo. Sia chiaro: non sempre le suddette trasmissioni si sono dimostrate capolavori autoriali. Ma almeno non sguazzavano allegramente nel trash come maialotti all’ingrasso come fanno oggi i contenitori della domenica italiana.
Capofila indiscusso del trash televisivo è Domenica 5, la nuova Buona Domenica targata Barbara D’Urso. Chi, all’epoca, criticava aspramente la lunga stagione domenicale firmata Maurizio Costanzo, siamo certi che adesso si starà letteralmente mangiando le mani. Se fino a qualche anno fa avversavamo in maniera feroce, e giustamente, i trenini dei ragazzi del Grande Fratello e il vuoto pneumatico da perenne veglione di Capodanno che contraddistingueva la trasmissione, oggi non possiamo che rimpiangerlo. All’evasione senza se e senza ma si è sostituito il ben più grave virus del trash. Dibattiti urlati con clima da pollaio (citazione di una recente dichiarazione di Berlusconi, non di un moralista radical chic), opinionisti per tutte le stagioni che affrontano argomenti a volte delicatissimi con una leggerezza e una arroganza che urlano vendetta.
Barbara D’Urso, che all’inizio della stagione televisiva aveva giurato di non cadere nel trash (“L’ho promesso ai miei figli”, aveva detto), è la gran sacerdotessa del rumoroso rito: da Maometto all’omosessualità, dall’immigrazione alla violenza sulle donne, tutto fa brodo. Gli ospiti? Sempre gli stessi: Sgarbi, qualche psicoterapeuta da studio televisivo, due o tre politici, possibilmente scelti tra i più estremisti e aggressivi. La ricetta è sempre uguale e il risultato anche: ore di urla senza senso con risse (verbali e non) che entrano violentemente nelle case delle famiglie italiane, che magari vorrebbero solo rilassarsi e godersi il meritato giorno di riposo.

E sull’altro canale? Sulla rete ammiraglia del servizio pubblico cosa c’è? Niente di così eccellente da farci dimenticare la D’Urso, purtroppo. La vecchia Domenica In, quella nazionalpopolare ma mai trash, quella che faceva ascolti capogiro da finale di coppa, quella di Corrado, Boncompagni o Baudo, non c’è più. E forse, è triste dirlo, non ci potrebbe più essere in una società cambiata radicalmente negli ultimi decenni che ha altre esigenze, anche televisive. Ora la domenica pomeriggio di RaiUno è divisa in due parti: prima l’Arena di Massimo Giletti, poi lo spazio di varietà tradizionale condotto da Pippo Baudo. Il contenuto del primo segmento di trasmissione è facilmente intuibile già dal titolo. Anche qui va in scena il talk show del Duemila. Non quello pieno di contenuti inventato da Costanzo con Bontà loro, per intenderci. Si urla, anche se meno rispetto a Domenica 5. Ma non possiamo accontentarci sempre del meno peggio. Per quanto riguarda Baudo, poi, ha decisamente perso lo smalto di un tempo. O più semplicemente è il tempo che è andato troppo veloce e il vecchio leone di Sant’Agata di Militello sembra ormai fuori luogo, così distante dai gusti della gente. Non è sempre un male, per carità. Ma qualcosa vorrà pur dire.

La terza punta dell’attacco televisivo domenicale è Quelli che il calcio…, condotto da Simona Ventura. Snaturata da anni la vera essenza del programma portato al successo da Fazio, Bartoletti, Idris, etc., oggi Quelli che il calcio... al calcio bada poco. Si seguono ancora le partite, è vero. Ma ormai l’intrattenimento ha fagocitato il lato sportivo con uno stile tutto venturesco, ça va sans dire. È lo stile Billionaire che si fa tv e diventa modello da seguire, con SuperSimo sugli scudi a svolgere il ruolo della donna glamour che crea le tendenze. E poi non mancano le commistioni con i reality show targati RaiDue (e Magnolia, ovviamente) a cominciare dall’Isola dei Famosi, involuzione pseudovip del reality all’italiana.
C’è poco da stare allegri, dunque, guardando la tv di domenica. E la via d’uscita è solo una: il rifugio sicuro del digitale terrestre o del satellite. Quando domenica prossima avrete voglia di relax ed evasione, prendete il telecomando e andate a cercare un bel film sui canali dedicati al cinema o un documentario su Rai Storia o History Channel. Ne trarranno giovamento la mente e il fegato, ormai ridotti a brandelli dal trash imperante in tv. Abbandoniamo, dunque, la D’Urso e Giletti al loro destino. Non si è sempre detto che il telecomando è uno strumento di democrazia? Da domenica prossima, tutti insieme, stacchiamo dal telecomando i pulsanti 1 e 5. Le risse urlanti e prive di contenuti lasciamole a chi non ha di meglio da fare. Noi, che saremo pure nazional-popolari ma mai nazional-trash, meritiamo di meglio.

mercoledì 13 gennaio 2010

"Glee", il club della diversità

Ffwebmagazine
13 gennaio 2010
Immaginate un liceo in una città sperduta dell’Ohio. Prendete un gay, una ragazza afroamericana sovrappeso, un disabile in carrozzina, un’asiatica balbuziente e una teenager con la fissazione per il successo. Buttateli in un coro scolastico e fateli guidare da un professore bello, buono e politically correct. Contrapponeteli ai maschioni ipertestosteronici della squadra di football americano e alle veline a stelle e strisce del team di cheerleader con annessa allenatrice stronza e politically uncorrect. Ecco Glee, il fenomeno televisivo del momento negli Stati Uniti e, addirittura prima dell’arrivo sui nostri schermi, anche in Italia.

Misto tra telefilm adolescenziale e sitcom musicale, Glee strizza l’occhio, ma appena appena, ad High School Musical e al fenomeno Zack Ephron. Ma il risultato, stavolta, non è per nulla scontato e disneyano.

Nel liceo di Lima, 40mila abitanti sperduti nel bel mezzo di uno degli Stati più problematici degli Usa, la rinascita del famigerato Glee Club e del coro a esso collegato innesca una reazione a catena che sconvolgerà le vite di tutti i protagonisti. Con sorprese mica da ridere. La cheerleader più popolare della scuola, nonché presidentessa del Club della Castità (sic!), scopre di essere incinta. Il ragazzo gay fa outing con il padre (nerboruto e incazzoso meccanico). Rachel, la stella del coro, è figlia di un utero preso in affitto da una coppia di omosessuali. La moglie del professor Schuester (l’eroe buono della serie) finge una gravidanza per non far cadere il marito tra le braccia della maniacale professoressa Emma. Sembrerebbe Beautiful, insomma. Con la differenza che qui gli intrecci e le novità non capitano per caso, non sono fini a se stesse. C’è sempre qualcosa dietro, sempre una lezione da imparare, un messaggio da trasmettere.
In Italia, per adesso, è arrivato solo il primo episodio (trasmesso la sera di Natale dalla satellitare Fox) e per il resto della prima stagione bisognerà aspettare qualche mese. Oltreoceano invece, la serie è già arrivata all’episodio 13, spartiacque tra due metà trasmesse, ahinoi, a distanza di mesi l’una dall’altra. L’ultima parte, infatti, andrà in onda a partire da aprile.

Ma i giovani Glee addicted italiani, e sono già tanti, si sono industriati come hanno potuto, contando sull’insostituibile aiuto del file sharing online. Versione originale con sottotitoli in italiano, scaricabile il mattino successivo alla messa in onda americana. Ed ecco, dunque, che ci sono già migliaia di spettatori che hanno visto i tredici episodi, bypassando la televisione tradizionale (ormai è un’affermata consuetudine). I critici della serie, però, hanno imputato all’ultima creatura catodica di Ryan Murphy, già autore di Nip/Tuck, un buonismo di maniera che la rende stucchevole, esageratamente zuccherosa. Sarà che in Italia siamo abituati a ben altro tipo di “cattivismi”, di parolacce scagliate come dardi avvelenati tra opposte fazioni, di attacchi livorosi a mezzo stampa un giorno sì e l’altro pure; sarà per questo, forse, che per noi le vicende per nulla politicamente corrette di questo gruppo di giovani disagiati (almeno agli occhi degli altri) ci sembra buonista e zuccheroso? No, perché per noi, che abbiamo visto le puntate andate in onda negli Stati Uniti, il messaggio che ne viene fuori è tutto fuorché questo, è rivoluzionario, è decisamente controcorrente per gli standard della nostra società.

Quale serie televisiva dedicata ai giovani, in Italia, ha parlato di disabilità e possibilità di cantare e ballare su un palco? Quale sit-com si è occupata di omosessualità e ha descritto le sensazioni di un diciassettenne che si innamora del capitano della squadra di calcio? Quale programma di approfondimento o telegiornale ha mai parlato di omogenitorialità, pur sapendo perfettamente che sono centinaia in Italia i figli di coppie gay e lesbiche? Domande retoriche, purtroppo.

E allora, invece di parlare di politically correct, come se i buoni sentimenti siano la peste del secolo, da Glee bisognerebbe addirittura imparare qualcosa. Proviamoci, almeno. Mal che vada, anche le menti meno propense all’apertura di vedute si consoleranno con ottime canzoni (quasi tutte cover di successi del passato) e un talento musicale dei giovani attori che fa paura. Tanto, si sa, alla fine noi italiani preferiamo sempre e solo le canzonette.

venerdì 8 gennaio 2010

E a Rosarno si è aperto il vaso di Pandora

Ffwebmagazine
8 gennaio 2010
Bando ai buonismi e alle cose non dette: in Italia esiste la schiavitù. E più precisamente a Rosarno, cittadina di quindicimila abitanti nella piana di Gioia Tauro. Questo piccolo lembo di Calabria ospita ben cinquemila extracomunitari, che ne fanno, secondo un rapporto di Medici senza frontiere, la terza zona in Italia per densità di stranieri in rapporto alla popolazione residente dopo Napoli e Foggia. Ventitré nazionalità diverse per un popolo di disperati che affolla le campagne. Raccolgono agrumi e pomodori, gli immigrati di Rosarno, svolgendo un lavoro massacrante che gli italiani non vogliono più fare. Poco male, se non fosse che le condizioni di lavoro e di vita di questa gente sono ben al di là del limite accettabile in un paese civile. Una giornata lavorativa dura molte ore, troppe. E il compenso non supera mai i 20 euro. E poi, finito il lavoro nei campi, nel buio della campagna calabrese migliaia di immigrati tornano a casa a piedi, affollando le strade come un esercito di zombie. E di casa, in realtà, nemmeno l’ombra, visto che vivono in capannoni industriali in disuso, senza materassi, acqua, luce e gas. Né servizi igienici.

Come se non bastasse, e in realtà basterebbe eccome, a volte passa una macchina piena di giovanotti calabresi che sparano sugli immigrati. E non è razzismo, o almeno non solo. Spesso è una vendetta dovuta al mancato pagamento  dell’obolo richiesto dalla criminalità. Ed è quello che è successo ieri sera. Qualche colpo da una macchina in corsa, un paio di immigrati feriti e poi la rivolta.

Centinaia di extracomunitari si sono riversati per le strade di Rosarno, mettendo a ferro e fuoco la cittadina. Macchine rovesciate e danneggiate, una serata di paura e di violenza. Vetrine infrante e negozi saccheggiati, sembrava il Far West. Sbagliato, sbagliatissimo. Nessun motivo, nemmeno il più valido, giustifica l’uso della violenza. Tantomeno quando a farne le spese è la gente comune, i cittadini che con lo sfruttamento dei lavoratori africani di Rosarno c’entrano davvero poco.

Però il problema esiste, è enorme e forse una conclusione del genere era inevitabile. Anche perché quella di ieri sera non è stata la prima rivolta rosarnese. Ma senza dubbio è stata la più violenta. E allora, in una terra già reietta e maledetta, questi paria dalla pelle nera rappresentano la degenerazione di una società che non riesce a diventare integrata e multietnica. Ed è una coincidenza significativa anche la concomitanza tra la rivolta di Rosarno e la parata di ministri che a Reggio Calabria si impegnavano, giustamente, a investire di più nelle forze dell’ordine dopo la bomba al tribunale della città dello Stretto.

Ma la schiavitù degli africani di Rosarno è un problema che va affrontato con decisione. Perché in uno Stato civile, moderno e democratico, non si può tollerare che migliaia di persone vivano nell’indigenza più totale, senza il minimo di dignità che dovrebbe essere garantita non tanto da leggi, fondi pubblici o piani di integrazione, quanto dalla civiltà di ognuno di noi.

Chi conosce la realtà rosarnese, sa perfettamente che il vaso di Pandora scoperchiatosi ieri sera può ancora produrre molti effetti negativi. La disperazione e la miseria generano la violenza, ed è un assioma incontestabile confermato da millenni di storia dell’uomo. Niente, dicevamo, può giustificare una rivolta così cruenta. Niente può legittimare tutto questo. Ma se mentre parliamo di cittadinanza, integrazione, generazione Balotelli e via cantando, a Rosarno succede quello che è successo ieri, allora forse c’è ancora qualcosa che non va. È un problema culturale, prima di tutto. E, ça va sans dire, di criminalità organizzata.

Le prospettive future, però, non sembrano rassicuranti. Soprattutto se ci sarà ancora chi, come è successo ieri sera a Rosarno, inciterà le forze dell’ordine a sparare addosso ai rivoltosi. Più di un secolo dopo le cannonate milanesi di Bava Beccaris, in alcune zone del nostro paese non si è ancora capito che il disagio sociale e la violenza vanno sconfitti con buonsenso e giustizia, non repressi con altrettanta violenza.
Qualcuno si occupi dei servi della gleba di Rosarno, dunque, se vogliamo che il nostro paese sia davvero e definitivamente, un paese normale e civile.

mercoledì 30 dicembre 2009

Twilight, una favola moderna sulla "contaminazione positiva"

Ffwebmagazine
30 dicembre 2009
17 novembre 2008 – 16 novembre 2009: sono le due date d’uscita (a meno di un anno di distanza) dei film Twilight e New Moon. I due capitoli iniziali della saga nata della penna di Stephenie Meyer hanno sbancato i botteghini di tutto il mondo, con un incasso di 385 milioni di dollari per il primo e addirittura di 662 milioni per il secondo. Un fenomeno globale, dunque, che non è solo cinematografico.

Le ragioni del successo di Twilight vanno ricercate nei messaggi che le pellicole (e prima ancora i libri) hanno veicolato. Sì, messaggi. E nemmeno di poco rilievo. Pur trattandosi di un universo creato a uso e consumo di adolescenti romantici (ma non confondiamoli con i seguaci di Moccia), con accenni dark-gothic e strizzatine d’occhio alla moda emo, tra le pagine della Meyer e le scene interpretate dagli idoli delle folle Pattinson e Stewart c’è molto di più. Innanzitutto c’è l’accettazione del diverso come approccio naturale nelle relazioni interpersonali. Quando Bella (questo è il nome della protagonista) scopre che il ragazzo che le fa girare la testa è un vampiro, infatti, non si chiude a riccio, non organizza ronde livorose e spaventate nella piovosa cittadina (oseremmo dire quasi padana) di Forks, non reprime il sentimento. Semplicemente cerca di capire, si documenta, vuole conoscere di più e meglio l’altro, quel diverso da se che dalla maggior parte della gente verrebbe visto come una minaccia mortale. 
Il diverso come arricchimento reciproco: lei, umana, gli insegna cos’è l’amore, gli fa riscoprire un cuore che batte all’impazzata dopo 90 anni di vita senza vita; lui, vampiro, le fa provare cose che nessun altro coetaneo “normale” era riuscito a farle provare prima, scuotendola da quell’apatia tipica di molti adolescenti occidentali. Metafora culturale e politica? Perché no. In fondo i messaggi socioculturali non devono provenire a tutti i costi da film dichiaratamente impegnati o d’essai. Stiamo parlando di due film commerciali, dunque? Sì, anzi di due splendide favole nazionalpopolari, di quelle che ci piacciono perché arricchiscono senza polverose sovrastrutture ideologiche la nostra visione del mondo. Altro che Natali in giro per il mondo.
Bella Swan, dunque, è il prototipo del cittadino perfetto. Debole, insicuro, pieno di dubbi e paure, ovviamente. Ma non per questo arroccato su posizioni di chiusura, non per questo impegnato a proteggere solo il proprio orticello. È la cultura del Nimby (Not in my backyard) che diventa Pimby (Please, in my backyard) e provoca una reazione a catena di esperienze nuove, esaltanti, arricchenti, che forgiano i caratteri dei protagonisti e li fanno interagire fino a influenzarsi a vicenda. Un’osmosi benefica che dal fantastico mondo dei vampiri e dei lupi mannari potrebbe essere tranquillamente traslata nel più terreno campo dei rapporti tra cittadini e immigrati, etero e omosessuali, credenti e non credenti, diverse fazioni politiche.
E, come se non bastasse, il bel tenebroso Edward è un vampiro buono. Niente sangue umano per lui e il resto della sua famiglia (i Cullen). Solo animali, cacciati nei boschi dello Stato di Washington come milioni di altri americani (magari iscritti alla National Rifle Association). Niente canini aguzzi, né cripte umide e polverose. Vampiri “normali”, che vogliono vivere vite “normali”, accanto agli esseri umani. E il bello, è questa la cosa più importante, è che si tratta di una pura e semplice scelta. 
Buoni per scelta, dunque, nell’epoca in cui i buoni sentimenti e le buone intenzioni vengono confuse con il buonismo di maniera, con il politically correct. Quasi come se essere buoni fosse una colpa, un marchio d’infamia indelebile negli anni del “cattivismo” e dell’aggressione che spadroneggia in politica e nel mondo dei media. Le creature più spaventose dell’immaginario collettivo della storia dell’uomo (dalla leggenda di Vlad l’Impalatore a Francis Ford Coppola, passando per i romanzi di Bram Stoker) sceglie di essere buono. Questo è, se vi pare. Con buona pace di chi preferirebbe il trionfo a tutti i costi del politicamente scorretto, ormai così abusato da esser diventato conformismo allo stato puro.
Dialogo, accettazione del diverso, buoni sentimenti. Queste le stelle polari dei protagonisti della saga di Twilight. E se milioni e milioni di giovani (e non) in ogni angolo del mondo hanno affollato le sale cinematografiche, qualcosa vorrà pur dire. Forse che gli individui (e soprattutto le nuove generazioni) sono stanchi del muro contro muro perenne, degli steccati ideologici, culturali, sociali, economici, religiosi, sessuali, che ammorbano e offuscano le nostre vite. Twilight è un inno alla contaminazione. E lo si vedrà ancora meglio nei due restanti capitoli della saga. Nel quarto libro (che diventerà film tra due anni) si raggiungerà l’apice del “meticciato”, un monumento benefico a quel relativismo che, se non è estremizzato e portato all’esasperazione, non è affatto un concetto negativo. 
La cosa buffa, forse triste, è che nel 2009 questi concetti dobbiamo farceli insegnare da un vampiro bello e ricco e da una imbranata e timida adolescente americana. Mala tempora currunt?

domenica 20 dicembre 2009

Beato Povia che ha le sue verità...

Ffwebmagazine 
20 dicembre 2009

Povia perde il pelo ma non il vizio. Non pago delle polemiche dello scorso anno su Luca che “era gay e ora sta con lei”, nel 2010 tornerà a Sanremo con un brano dal titolo evangelico: La verità. La verità in questione, a quanto pare, è quella sul caso Englaro. Altro tema scottante, altro tema di attualità portato sul palco dell’Ariston. Sembrerebbe che il cantante milanese sia particolarmente sensibile agli argomenti del dibattito pubblico del nostro paese. Poco male, se non fosse che ogni volta la solfa sia sempre la stessa: un lungo e stereotipato sermone pieno zeppo di certezze granitiche su argomenti così delicati da coinvolgere nel dibattito per anni fior di esperti in tutto il mondo dibattono da anni. 

Tralasciando il merito delle questioni (omosessualità, eutanasia e chissà cos’altro in futuro) la cosa che ci sembra riprovevole è l’opportunismo di Povia, la sua fame bulimica di fatti di cronaca. È una sete che sa tanto di vampirismo, con il vincitore del Festival del 2006 (con la memorabile canzone sul becco dei piccioni con verso annesso) pronto a sfoderare i canini e ad accanirsi sulla questione del momento. 

Non siamo tra quelli che credono che in fondo “sono solo canzonette” e via dicendo. La canzone di denuncia e di protesta ha in Italia una tradizione lunga e gloriosa. La generazione dei cantautori (Tenco, Bindi, De André, De Gregori e via cantando) ha regalato alla nostra storia musicale delle vere e proprie pietre miliari. Magari intrise di ideologia, ma comunque espressione alta della sapienza musicale nostrana. Povia, invece, il lato musicale lo trascura, lo mette in secondo piano. La cosa importante per lui è il fatto in sé, il tema trattato. Melodia orecchiabile, testo al limite dello Zecchino d’Oro, ma tante polemiche create ad arte per attirare l’attenzione su di sé. E ogni anno è la stessa storia, con le pagine degli spettacoli dei giornali piene di botte e risposte, di dichiarazioni di questa o quella associazione e repliche divertite e compiaciute dello stesso cantante. Sì, perché alle provocazioni vampiresco-musicali di Povia ci caschiamo tutti, ogni benedetto anno. Anche noi, in questo momento, stiamo facendo il suo gioco. 

Ma il conte Vlad dell’Ariston esce una volta l’anno dal suo castello in Transilvania (Povia si tranquillizzi: non è il nome di una signorina di via Gradoli) e sbarca sulla Riviera ligure con i suoi cartelli da bacio Perugina, con la sicumera di chi crede (beato lui) di avere tutte le verità in tasca. Chissà cosa ci dirà su Eluana. Chissà qual è questa “Verità” che sta per regalarci in mondovisione. Non si conosce ancora il testo della canzone, per fortuna. Almeno non ci potranno dire che è una polemica strumentale perché le tesi di Povia sono più o meno distanti dalle nostre. 

Quello che proprio non riusciamo a sopportare è l’accanimento del cantante sui fatti di cronaca, altro che plastico di Cogne. Chi organizza il Festival della canzone italiana, dunque, dovrebbe rendersi conto che la polemica a tutti i costi non giova alla nostra musica. Ma soprattutto non giova al nostro dibattito pubblico. Su temi così importanti e spinosi, da trattare con la massima delicatezza, non ci servono portatori pentagrammatici di verità assolute. Piuttosto, si discuta pacatamente per trovare le soluzioni più giuste e che tengano conto dei diritti di ciascuno. Tra qualche mese assisteremo all’ennesimo siparietto “poviesco”. Rassegnamoci, dunque, perché anche a Sanremo la Verità è una. E chi non è d’accordo è un provocatore sovversivo.

sabato 19 dicembre 2009

E il giudice blocca lo sciopero: quando un paese è normale...

Ffwebmagazine
19 dicembre 2009
Lady Justice Laura Cox è l’eroina del Natale inglese. Questo giudice dell’Alta Corte, infatti, ha bocciato lo sciopero di dodici giorni degli equipaggi di British Ariways, programmato per il periodo natalizio. Quasi due settimane di caos totale che avrebbe coinvolto quasi un milione di passeggeri.

E invece no, la sentenza è stata chiara: la decisione della maggioranza dei dipendenti non è valida, innanzitutto perché le conseguenze sarebbero state terribili per i cittadini (e non soltanto per l’azienda) e poi, cosa non di poco conto, le votazioni degli scioperanti sarebbero avvenute in maniera opaca e non regolare. Fatto sta, questioni prettamente sindacali a parte, che nessuno sciopero turberà le vacanze natalizie dei sudditi di Sua Maestà. In un paese normale, in effetti, funziona così. Una corte di giustizia blocca uno sciopero sconsiderato e tutela i cittadini. Nel paese di Wimbledon, potremmo dire: punto, gioco e incontro. Con annesso e rumoroso sospiro di sollievo del pubblico sugli spalti.

In Italia, ahinoi, la situazione è tragicamente diversa. Lo strapotere di alcune frange sindacali è tale che il sistema politico e giudiziario nulla può contro quelli che vengono comunemente chiamati “scioperi selvaggi”. La questione sindacale nel nostro paese è aperta da tempo, con allarmi lanciati periodicamente da chi vorrebbe riformare il sistema. Nessuno, però, lo fa. E forse nessuno lo può fare. Perché, diciamocelo chiaramente, il sindacato italiano (la Cgil su tutti) è ormai parte integrante del nostro sistema di potere. Non si muove una foglia che Epifani non voglia, verrebbe da dire per sdrammatizzare. Ma c’è poco da stare allegri, se pensiamo alle scene di caos che periodicamente si verificano negli aeroporti italiani. O alle strade del centro di Roma intasate un giorno sì e l’altro pure per questa o quella manifestazione.

Nessuno vuole toccare il diritto di sciopero, per carità. Ma c’è un limite, quello del rispetto per gli utenti, che non può e non deve essere valicato. Le organizzazioni sindacali britanniche ci avevano provato, ma qualcuno le ha stoppate, non con coraggio o temerarietà, ma con buonsenso e saggezza. E soprattutto seguendo le leggi.

Anche perché, e lo ha ribadito British Airways, in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo (e sul Tamigi si sente molto più che da noi) le posizioni radicalsindacali tipiche del secolo scorso non aiutano. Al contrario, esacerbano gli animi già preoccupati di lavoratori e cittadini e non contribuiscono affatto a uscire dalla recessione.

Sarebbe una notizia rivoluzionaria sentire un italiano (politico o manager che sia) assumere posizioni simili. Ogni tanto ci prova Brunetta e il risultato (attacco mediatico senza precedenti) è noto. Il sindacato italiano gode di una posizione privilegiata che non è sana né utile in una moderna democrazia liberale. Il conservatorismo di certe organizzazioni di lavoratori è uno dei tanti freni che non permettono al nostro paese di ripartire.

Ancora una volta, dunque, bisognerebbe prendere esempio dalla perfida (mica tanto) Albione. Lì, dove la democrazia liberale è nata ed è cresciuta, le cose vanno come devono andare. Anche, e soprattutto, in momenti difficili come quello attuale. Riusciremo mai a fare lo stesso? Per adesso ne dubitiamo fortemente. Ma per il nuovo anno non sarebbe male, magari, assumere questo buono e utilissimo proposito: diventare un paese normale.


mercoledì 16 dicembre 2009

Silvana, quel sorriso amaro entrato nel mito

Ffwebmagazine
16 dicembre 2009
Quella ragazza dalle forme generose con pantaloncini corti e a vita alta, calze lise ma sensualissime e cappello a falde larghe rimarrà impressa indelebilmente nell’immaginario collettivo dell’Italia del XX secolo. Il mito Silvana Mangano è nato lì, tra le umide risaie di Riso amaro, nell’Italia postbellica del 1949. Che poi, diciamolo pure, il film di Giuseppe De Santis non è questo gran capolavoro. A cavallo tra neorealismo e residui del cinema italiano dei primi anni Quaranta, Riso amaro si regge (peraltro egregiamente) sulla carica espressiva ed erotica di Silvana Mangano. Bella, troppo bella. Ma anche brava, troppo brava, e scusate se è poco in un ambiente come quello del cinema italiano dell’epoca in cui contavano più le forme abbondanti che la capacità di recitare.

Sono passati vent’anni dalla morte dell’attrice (stroncata da un male incurabile a soli cinquantanove anni) e Maite Carpio ha voluto ricordarla con Sorriso amaro, un documentario a lei dedicato. È un’opera importante e curata, e non solo perché rende omaggio a una delle attrici più importanti del cinema italiano ma anche, e forse soprattutto, perché si sofferma sul suo lato umano. Le testimonianze di Piero Tosi, Enrico Lucherini, Aurelio De Laurentiis, Furio Scarpelli, Enrico Medioli, Mario Monicelli, Carlo Lizzani, Suso Cecchi D’Amico, Bruna Parmesan, Tullio Kezich e Alessandra Levatesi tratteggiano una figura fragile, vulnerabile, diva suo malgrado, convinta di non saper recitare (quanto si sbagliava!) e preda di lunghi periodi di depressione.

Silvana Mangano donna, moglie e madre è un personaggio enigmatico, algido, all’apparenza addirittura freddo e sprezzante. La ventenne che nel 1950 sposa Dino De Laurentiis, allora giovane e promettente produttore cinematografico, dedicherà la sua vita alla famiglia e ai figli (quattro) pur senza lasciarsi andare a plateali effusioni o a pubbliche dimostrazioni d’affetto. La Mangano non sapeva amare se stessa e forse per questo, come ha dichiarato la figlia Veronica nel documentario di Maite Carpio, non riusciva ad amare gli altri. Una donna terribilmente sola nonostante il suo ruolo meritatissimo di diva del grande schermo. Dopo l’exploit di Riso amaro è stata una continua scalata al successo con interpretazioni piene di intensità e perizia attoriale. E pensare che Silvana Mangano non aveva mai frequentato nemmeno un corso di recitazione per dilettanti…

È del 1950 Il brigante Musolino con Amedeo Nazzari, del 1951 Anna (con la mitica scena in cui l’attrice canta e balla El negro zumbon, canzone ancora oggi notissima e ripresa anche da Nanni Moretti in Caro diario). Poi tre gioielli nel 1954: Mambo (con Vittorio Gassman e Shelley Winters), Ulisse (con Kirk Douglas e Anthony Quinn) e L’oro di Napoli di Vittorio De Sica. Siamo solo alla metà degli anni Cinquanta, appena cinque anni dopo l’esordio trionfale di Riso amaro, e Silvana Mangano è già una star di livello mondiale. Suo malgrado, dicevamo prima, perché di fare la diva, l’attrice romana figlia di un siciliano e di un’inglese, non ne aveva proprio voglia. Forse è per questo che selezionava con maniacale cura i copioni da interpretare (facendo penare il marito prima di dire sì) o forse per la sua insicurezza umana e professionale.

Il rifiuto più grande della sua carriera, però, pare non sia dipeso da lei. Nel 1960 Federico Fellini le offrì il ruolo poi interpretato da Anouk Aimée ne La Dolce Vita, ma De Laurentiis si oppose, quasi certamente per gelosia. Questa occasione persa, però, non ha intaccato la sua carriera. Un anno prima, ad esempio, aveva girato La grande guerra di Mario Monicelli, a fianco di Vittorio Gassman e Alberto Sordi (il cui ruolo nella vita della Mangano provocò non poche gelosie nel marito) e nel 1963 è Edda Ciano ne Il processo di Verona di Carlo Lizzani. Ruolo intensissimo, profondo, di una donna arrabbiata con il mondo e con la propria famiglia. Ruolo per cui Silvana Mangano studiò molto e volle rendere al meglio. Non per niente, infatti, le fruttò il primo dei tre David di Donatello vinti in carriera.

Con il film di Lizzani, però, si chiuse la prima fase della sua carriera, quella più lunga, che servì a consacrare al grande pubblico il suo talento. Già dall’anno dopo (con La mia signora di Mauro Bolognini) decise che era giunto il momento di cimentarsi nella commedia. Lato trascurato, questo, della sua carriera. Eppure i risultati furono più che buoni, grazie anche al collaudato connubio artistico con Alberto Sordi (memorabile la loro interpretazione ne Lo scopone scientifico).

La terza e ultima fase della carriera di Silvana Mangano fu all’insegna dell’impegno, dei grandi maestri come Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti, di una bulimica fame di conoscenza e cultura che, a detta di alcuni degli intervistati da Maite Carpio, derivava dalla scarsa istruzione dell’attrice. Il sodalizio con Pasolini inizia nel 1967 con Edipo Re, nel quale la Mangano interpreta una Giocasta meravigliosa, intensa, struggente. Poi ci saranno Teorema (1968) e un cammeo nel Decameron (1971). Ed è proprio in quell’anno che arrivò anche Visconti, con tre capolavori uno dopo l’altro con Silvana Mangano come protagonista: nel 1971 è la madre di Tadzio (e quindi dello stesso Visconti) in Morte a Venezia, nel 1972 è Cosima Von Bulow in Ludwig e nel 1974 la marchesa Bianca Brumonti in Gruppo di famiglia in un interno. Tre ruoli forti, terribilmente acidi e borghesi, duri e malinconici al tempo stesso. Tre ruoli da Mangano, dissero allora e dicono ancora oggi i critici. Perché l’immagine della Mangano è stata quella di una donna dura, quasi anaffettiva. Resta il fatto innegabile, tuttavia, che stiamo parlando delle tre interpretazioni migliori della sua carriera, dell’eccellenza raggiunta con stile ed eleganza da quella ragazzina che faceva la mannequin a via Veneto nell’Italia postbellica e che non aveva alcuna intenzione di fare l’attrice.

Siamo negli anni Settanta e si prepara un’ulteriore strappo nella vita personale e professionale di Silvana Mangano. Il marito Dino De Laurentiis decise di trasferirsi in America e la moglie lo seguì. Ma proprio Oltreoceano la Mangano diede sfogo di nuovo al suo lato triste e malinconico, tentando addirittura il suicidio. Nel documentario questo episodio è ricordato con partecipazione dalla figlia Veronica, testimone della corsa in ospedale e della consapevolezza della fragilità estrema della madre. Ma la tragedia vera e lacerante della vita di Silvana Mangano arriverà qualche anno dopo, nel 1981, con la morte del figlio Federico in un incidente aereo in Alaska.

Cesura definitiva, crollo inappellabile, fine del matrimonio forse privo d’amore con De Laurentiis. «Mia madre comandava e lui era in adorazione di lei», dice ancora Veronica. E Aurelio De Laurentiis aggiunge: «Rimaneva nella sua stanza anche fino alle due del pomeriggio e lui spesso mangiava da solo perché lei si alzava tardi, a volte rimaneva chiusa per giornate intere, senza parlare con nessuno, senza mangiare». Un rapporto per nulla paritario, con un marito innamorato pazzo e una moglie solo affezionata e grata al produttore napoletano. Game over, dunque, per un legame ultratrentennale, troppo debole per poter resistere a un colpo così duro come la morte di un figlio ventiseienne.

È il crollo, dicevamo. Anche e soprattutto fisico. Il cancro, le ultimissime apparizioni cinematografiche (Dune di David Lynch e Oci ciornie di Nikita Mikhalkov) e poi la morte, a Madrid, il 16 dicembre 1989. La diva che non voleva esser tale ha abbandonato definitivamente le scene, con tutta la sua schiva fragilità. Quegli occhi dal taglio originalissimo, quel naso affusolato che addosso a qualsiasi altra donna avrebbe allertato decine di chirurghi estetici, quel portamento elegante, rimangono ancora oggi scolpiti nella mente degli italiani.

Sophia Loren e Gina Lollobrigida sono considerate ancora oggi le dive per eccellenza della settima arte italica. Forse dovrebbero ringraziare la proverbiale pigrizia della Mangano, troppo fragile ed enigmatica per giocare a fare la star. Se solo avesse creduto maggiormente in se stessa, sconfiggendo i demoni del suo animo tumultuoso, non ce ne sarebbe stato per nessuno.