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venerdì 12 febbraio 2010

Per favore, non chiudete il bosco della Melevisione

Ffwebmagazine
12 febbraio 2010

Eh no, la Melevisione non si tocca! Possiamo sopportare le domeniche trash, i cachet esorbitanti di Sanremo, l’Isola dei Famosi, ma questo no. Scherzi a parte, la notizia secondo cui la Rai starebbe per cancellare dal palinsesto il pomeriggio per ragazzi di Rai Tre è tutt’altro che marginale, come invece potrebbe sembrare.

Mamma Rai non può abbandonare i propri figli, specie quelli più piccoli. La programmazione per bambini e ragazzi di viale Mazzini ha ormai nel pomeriggio della terza rete il suo ultimo ridotto, la cittadella da difendere ad ogni costo. Eppure in Rai la decisione pare sia stata già presa. E c’è chi si è giustamente arrabbiato e attraverso Facebook ha lanciato una campagna seria in difesa delle trasmissioni.

La Melevisione, in onda dal 1999, è ormai un programma di culto per i ragazzini italiani. Una trasmissione che, peraltro, colmava un vuoto che da qualche anno si era venuto a creare sui canali Rai, dopo la fine di programmi storici e di successo come Big! e Solletico. Personaggi come Milo Cotogno, Lupo Lucio, Principessa Odessa, sono ormai entrati nell’immaginario collettivo dei bambini. E poi, oltre alle magiche vicende del Fantabosco, la decisione della Rai cancellerà, a quanto pare, anche altri programmi come Trebisonda e il GtRagazzi. Proprio quest’ultimo andrebbe preservato come un animale in via di estinzione.
Si tratta, infatti, di un vero e proprio telegiornale dedicato ai più piccoli che, tra il serio e il faceto, informa una fascia consistente di giovani italiani che non ha altri strumenti per sapere come va il mondo.

La Rai ha risposto alle polemiche con rassicuranti (nemmeno molto, in realtà) progetti per il futuro. A quanto pare l’intenzione sarebbe quella di trasferire la programmazione per ragazzi sui canali a loro dedicati sul digitale terrestre (Yoyo e Gulp). Peccato, però, che lo switch off della tv analogica non è ancora stato completato in tutta la penisola e milioni e milioni di persone guardano la tv terrestre, con i sette canali nazionali canonici. La scusa, dunque, non regge. E le perplessità di chi si è allarmato (conduttori, attori e maestranze in primis) sembrano più che lecite.

Del ruolo educativo della televisione pubblica abbiamo parlato varie volte in passato. Ma stavolta non si tratta di un discorso teorico generale ma di una notizia davvero preoccupante. La tradizione Rai per la tv dei ragazzi è lunga e onorata: da L’amico degli animali (condotto da Angelo Lombardi) a Supergulp, passando per i telefilm e le serie animate leggendarie, viale Mazzini ha svolto in passato un ruolo fondamentale nell’intrattenimento e nell’educazione dei più piccoli. Ruolo al quale pare stia abdicando. Almeno sulle frequenze terrestri. È un vero e proprio campanello d’allarme, se è vero che la televisione è, ormai da anni, la vera balia delle famiglie italiane.

Per questi motivi, dunque, non possiamo fare altro che accodarci a chi difende strenuamente il pomeriggio televisivo di Rai Tre. In un mondo così brutto, quasi mai a misura di bambino, il Fantabosco è un porto sicuro per i telespettatori più piccoli. E anche per chi come noi, ammettiamolo, preferisce le ingenue avventure di Milo Cotogno e dei suoi strampalati amici ai talk show urlati del pomeriggio targato Rai.

giovedì 11 febbraio 2010

Caro Bersani, a voi Sanremo e a noi i cantautori

Ffwebmagazine
11 febbraio 2010

Pierluigi Bersani e il Pd sbarcano a Sanremo? Bene, bravi, bis. Dopo sessant’anni di puzza sotto il naso, di contrapposizione ideologica e culturale con il Festival della canzone italiana, la sinistra italiana riscopre il nazionalpopolare, addirittura se ne appropria. Se il segretario del partito più importante della sinistra si tufferà nel marasma sanremese e se, come se non bastasse, YouDem (la televisione del Pd) produrrà un vero e proprio Dopofestival, qualcosa è davvero cambiato.

E allora noi, da sempre legati a doppio filo (per scelta o necessità) a tutto quello che era nazionalpopolare, proponiamo uno scambio alla nuova sinistra “fiori e canzonette”. Volete Sanremo? Prego, accomodatevi pure, è tutto vostro. Noi, però, vogliamo in cambio qualcosa, anzi qualcuno. I migliori esponenti della tradizione cantautoriale italiana, ad esempio, da De Gregori a Vecchioni, da Branduardi a Battiato, da Fossati ai fratelli Bennato e Guccini.

In barba alle vecchie distinzioni di appartenenza, agli steccati ideologici degli anni Settanta, oggi possiamo finalmente fare quello che sta facendo Bersani sulla riviera ligure. E, sia chiaro, non ci appropriamo dei cantautori citati solo per fare un dispetto a Bersani o alla sinistra. Le poesie in musica dei cantautori italiani hanno saputo rappresentare magistralmente l’anima di un paese, l’essenza di un popolo. Hanno ricordato la nostra storia, hanno raccontato il nostro presente, hanno immaginato il nostro futuro. Non tutti arcinoti al grande pubblico, poi, sono riusciti a interpretare gli umori e i drammi, le speranze e le sconfitte dell’Italia molto meglio di Sanremo.

Il De Gregori di Viva l’Italia o de Il cuoco di Salò, ad esempio, può non piacerci? Quell’Italia “con le bandiere”, “tutta intera”, “dimenticata e da dimenticare” è parte di noi. O Francesco Guccini, che per primo, mentre molti incitavano i carri armati sovietici, ha denunciato in musica la repressione della primavera di Praga, con un inno alla libertà struggente e profondo: «Son come falchi quei carri appostati, corron parole sui visi arrossati, corre il dolore bruciando ogni strada e lancia grida ogni muro di Praga». E ancora il Vecchioni di Samarcanda e il Branduardi di tantissime canzoni sulla ricerca spirituale o delle proprie radici storiche e culturali.

I fratelli Eugenio ed Edoardo Bennato, così diversi tra loro eppure entrambi importanti nella storia del cantautorato italiano. Il primo ha raccontato e racconta, meglio di chiunque altro, il rapporto viscerale, sanguigno e a volte doloroso tra le due sponde del Mediterraneo, accompagnando con ritmi coinvolgenti e quasi medianici i flussi di uomini e speranze nel mare nostrum. Grande Sud, peraltro presentata proprio a Sanremo qualche anno fa, è un inno moderno dello spirito euromediterraneo. Edoardo, invece, in più brani ha raccontato l’anelito libertario. Memorabile e ironico Dotti medici e sapienti, brano del 1979 nel quale il cantante napoletano va contro le convenzioni, le regole imposte, i dogmi (scientifici o filosofici che siano) per rilanciare la centralità dell’individuo. È l’accanimento del “sistema” contro la libertà giovanile, è la versione in musica e ironica del messaggio che viene fuori, ad esempio, da Arancia Meccanica di Stanley Kubrick.

Un altro cantautore che ci piace (e anche parecchio) e che rientra nello scambio con il Bersani sanremese è Ivano Fossati. Sia quando racconta i tormenti dell’animo umano alle prese con i sentimenti (La costruzione di un amore è un capolavoro senza tempo che andrebbe insegnato nelle scuole) che quando si occupa con passione e partecipazione di integrazione, immigrazione, inclusione, società multietnica e solidarietà, il cantautore genovese riesce a toccare le corde più profonde degli animi anche di chi non è, volendo usare le solite, vecchie e stantie categorie, di “sinistra”.

L’ultimo che vogliamo, anzi che pretendiamo, è Franco Battiato. Già da tempo nel Pantheon musicale della destra italiana, il Maestro catanese è allo stesso tempo umano e sovrannaturale, filosofico e pragmatico. Da E ti vengo a cercare (nella quale la ricerca spirituale, ben diversa da quella cristianamente intesa) all’ultimo Inneres Auge, tutto è metafisica, tutto è mitico e mitologico.
Questa, dunque, la lista dei cantautori che vogliamo in cambio di Sanremo. Lo scambio, ovviamente, non è per niente equo. Ci guadagniamo, e anche troppo. Ma dopo mezzo secolo di nazionalpopolare, è il minimo che meritiamo. Anche perché, la tradizione dei cantautori italiani, per troppo tempo considerata “di nicchia”, “intellettuale”, “alta”, è invece lo zenit del nazionalpopolare. Se per nazionalpopolare intendiamo, per chiarire, la capacità di raccontare non solo la mente ma anche la pancia e il cuore di un paese intero. Chissà se Pierluigi Bersani, così preso dai preparativi sanremesi, si accorgerà del “pacco” che gli stiamo tirando… Speriamo di no.

mercoledì 10 febbraio 2010

Noi tifosi, orfani della D'Amico

Ffwebmagazine 
10 febbraio 2010
Mai parto fu tanto atteso, almeno dai tifosi di calcio. La gravidanza di Ilaria D’Amico, volto storico di Sky Calcio Show, sembra infinita, pare non voglia concludersi mai. A provocare questa spasmodica e snervante attesa, forse, è Fabio Caressa, il telecronista che l’ha sostituita alla conduzione del programma domenicale della tv di Murdoch.

La bella (ma soprattutto brava) giornalista romana ci aveva abituati fin troppo bene. Una donna che parla di calcio, si sa, fa sempre storcere il naso. In Italia il pallone è una cosa maledettamente seria e i maschietti lasciano controvoglia questo compito gravoso al gentil sesso. Però lei era riuscita a zittire dubbiosi e critici, a tenere salde le redini della trasmissione. Affrontava con piglio deciso allenatori infuriati dopo una partita persa, guidava e coordinava inviati e opinionisti, rintuzzava polemiche pallonare con un savoir faire da applausi. Fino a qualche mese fa, quindi, noi tifosi ci rifugiavamo in lei, sacerdotessa garbata del rito più amato dagli italiani. Poi la iattura, la catastrofe, il cataclisma: Ilaria D’Amico è incinta.

Scherzi a parte, l’evento più bello nella vita di una donna si è trasformato in un disastro per gli abbonati Sky, quando a sostituire la giornalista è stato chiamato Fabio Caressa. Sì, proprio lui, il mitico telecronista dei Mondiali 2006, il cantore del trionfo azzurro, l’inventore di frasi rimaste nella memoria collettiva come «Prepariamo le valigie, andiamo a Berlino», dopo la semifinale vinta con la Germania a Dortmund, o «Alzala alta capitano», urlato mentre Fabio Cannavaro riceveva tra le mani la Coppa del Mondo. Come telecronista, dunque, nulla da eccepire. Da quando è esploso il fenomeno Caressa, lo stile vetusto e noioso di molti telecronisti Rai e Mediaset si nota ancora di più. Tutto a vantaggio di Sky, che ha conquistato una larga fetta di pubblico sportivo anche grazie a lui.

Tutti questi meriti, però, sono svaniti come neve al sole quando il buon Caressa ha sostituito la D’Amico. Sky Calcio Show, da contenitore calcistico garbato e professionale, è diventato una succursale catodica del peggiore bar dello sport. Per una beffarda legge del contrappasso, ad esempio, ora a regnare in studio è un insopportabile e becero maschilismo. Domenica scorsa, per citarne una, Caressa ha mostrato, dopo lo scandalo delle scappatelle del giocatore inglese Terry, le foto di molte compagne di calciatori britannici, sottolineandole con apprezzamenti da commedia sexy anni Settanta.

E poi lo stile  urlato del Caressa telecronista, sempre ipereccitato come fosse imbottito di caffeina, mal si concilia con le riflessioni del dopopartita. Dopo l’adrenalina dei novanta minuti, Sky Calcio Show era la giusta camera di compensazione, un luogo per dibattere sui temi della giornata con sobrietà e raziocinio, evitando di scadere nelle baruffe da curva. È un treno in corsa senza controllo, il buon Caressa, che attraversa con furia le stazioni affollate senza mai fermarsi. E che dire dello slang romanesco che lo fa somigliare tanto a un personaggio di Verdone? Chissà se a Trieste o  Cefalù capiscono sempre tutto quello che dice…

Peccato davvero. Perché con questa scellerata sostituzione (vorremmo proprio sapere a chi è venuta la brillante idea) si rischia di rovinare due gran belle cose che ci ha regalato il calcio targato Sky. Innanzitutto un programma come Sky Calcio Show, sapiente miscela tra i modi della D’Amico e la competenza di Mario Sconcerti; e poi la brillantissima carriera da telecronista di Fabio Caressa. A commentare una partita nessuno è più bravo in Italia, senza dubbio. Proprio per questo, però, lo vorremmo sapere sempre sugli spalti, la cuffia sulle orecchie e il fido Bergomi a fianco, piuttosto che vederlo soffrire in uno studio televisivo, schiavo forse del suo adrenalinico personaggio. In mancanza di una soluzione migliore e immediata, però, non ci resta che attendere pazientemente il giorno del fatidico parto. Sperando con tutto il cuore che la splendida puerpera non decida di attendere lo svezzamento prima di tornare in onda.

mercoledì 3 febbraio 2010

Rai Storia, quando il passato è materiale per la tv di domani

Ffwebmagazine
3 febbraio 2010

C’è un’oasi appartata e poco conosciuta nel deserto della tv di Stato. È Rai Storia, il canale tematico diretto da Giovanni Minoli, visibile su digitale terrestre e satellite. Ventiquattro ore di memoria, cultura, tradizioni, offerte al pubblico con professionalità ed eleganza. Il programma di punta è ovviamente La storia siamo noi, il format tutto italiano che Minoli si è inventato ormai un po’ di anni fa e che ci accompagna nella storia del mondo, con particolare riferimento al Novecento e alle tragedie della Seconda guerra mondiale. Il programma sforna 240 ore di storia l’anno, trasmesse su ben tre canali: Rai Tre (ogni mattina), Rai Due (in terza serata una volta a settimana) e, appunto, Rai Storia.

Ma il canale tematico della Rai non è semplicemente un contenitore degli speciali di Minoli. C’è molto altro, a cominciare da Dixit, il nuovo programma di prima serata che quotidianamente si occupa del passato, dei personaggi che hanno segnato la storia dell'umanità, dei grandi temi dell’attualità. Un contributo decisivo alla riuscita dell'esperimento Rai Storia viene dall’immenso archivio della nostra televisione pubblica, con in prima linea le Teche Rai guidate da Barbara Scaramucci. Chi è stufo della tv dei giorni nostri si può tranquillamente immergere nelle grandi inchieste realizzate trenta, quaranta o cinquant'anni fa: dagli speciali di Sergio Zavoli ai viaggi in Italia di Mario Soldati, dalle inchieste di Ugo Zatterin ai documentari sociologici (e un po’ ideologici) degli anni Settanta. Un patrimonio incredibile, fino a oggi scarsamente utilizzato, che ci concilia con il mezzo televisivo e ricorda, soprattutto ai più giovani, che il nostro tubo catodico non è sempre stato invaso da reality show o talk show urlanti.

Nato da Rai Educational, il canale di storia tenta di colmare un gap tutto italiano. Mentre negli altri paesi occidentali c'è una grande tradizione di documentaristica storica (Bbc in testa), in Italia si è da tempo abbandonata la strada pedagogica, l'utilizzo degli eventi del passato come insegnamento e formazione alle nuove generazione. In questa direzione va, ad esempio, la breve striscia quotidiana chiamata 100 secondi, che ospita un editoriale storico di esperti del ramo: da Marcella Emiliani ad Alessandro Campi, da Giuseppe De Rita a Giovanni Sabbatucci.

La situazione desolante dell’approfondimento storico sulla tv italiana è, a dire il vero, piuttosto paradossale. Verso la fine degli Novanta, su Rai Tre erano andati in onda alcuni speciali denominati La Grande Storia, con un successo notevole di pubblico e share. Poi era stato il momento di Correva l’anno, un eccellente programma di approfondimento storico che si avvaleva anche della presenza di Paolo Mieli. Poi, con l’avvento dei reality e della tv urlata, tutto era tornato in sordina. Pochissimo spazio per il passato, ancora meno per il futuro, visto che si era deciso si puntare su una volgarizzazione della televisione pubblica che ha abdicato, forse definitivamente, alla sua funzione pedagogica e culturale.

Ora Rai Storia, dicevamo, tenta di colmare un vuoto. E a quanto pare ci sta riuscendo piuttosto bene. Merito innanzitutto di Giovanni Minoli, che ha costruito una struttura imponente, nonostante gli scarsi mezzi a disposizione, che ha rilanciato la storia in tv. L’ideatore di Mixer e di tanti programmi di successo, dunque, continua a fare l’artigiano nei sotterranei di viale Mazzini. Inspiegabilmente relegato in posizioni di secondo piano. Ma questa è un’altra faccenda, intrisa di politica. E ci interessa poco.

Quello che ci piace sottolineare, invece, è la bontà di un progetto che mancava da troppo tempo, che ridà dignità al passato del nostro paese e lo sviscera senza pregiudizi politici ma con una perizia storica e giornalistica rara e preziosa.

Peccato che per cose del genere ci sia spazio solo sul digitale o sul satellite. Ma se è vero che il digitale terrestre sarà la tv del futuro, speriamo che il totale e graduale passaggio al nuovo standard di trasmissione contribuisca a far conoscere a sempre più italiani un piccolo tesoro, nascosto fin troppo bene, che brilla sommerso tra le brutture della televisione di oggi. Paradossalmente, è un canale televisivo che guarda al passato che potrebbe salvare la tv del futuro. Speriamo.

venerdì 29 gennaio 2010

Ma quant'è brutto Nine, ridicolo omaggio all'Italia dei cliché

Ffwebmagazine Uno va al cinema, sperando di vedere il giusto tributo al regista più grande del cinema italiano, a quel Federico Fellini che ha portato sul grande schermo i sogni (spesso proibiti) di milioni di suoi connazionali. Uno va al cinema convinto che un regista come Rob Marshall, che di musical se ne intende (pochi anni fa Chicago sbancò gli Oscar), era forse la persona adatta a dirigere un remake musicale addirittura di Otto e mezzo, mica un film così, ma uno di quelli che in qualsiasi classifica delle migliori pellicole della storia del cinema mondiale sta sempre tra i primi dieci.
29 gennaio 2010


Paghi i tuoi sette euro e mezzo di biglietto, compri il pop corn, ti siedi comodamente sulla poltrona di un noto cinema romano, e inizi a pregustare la goduria di quello che vedrai. Sopporti anche lo spottone della Regione Lazio, furbescamente mandato in onda prima dei trailer in vista delle prossime elezioni di marzo. Poi inizia il film: poche scene e capisci tutto. Nine, uno dei film più attesi della stagione, è una cagata pazzesca. Perdonateci il francesismo, ma vedere un grande attore come Daniel Day Lewis che si sforza goffamente di apparire fisicamente e mimicamente italiano è qualcosa che può far esplodere all’istante il fegato di un qualsiasi cinefilo. Respiri, attendi, pensi che migliorerà con il passare del tempo. Poi vedi il primo spider bianco, la riproposizione dei cliché dell’italiano anni Sessanta tutto approssimazione e ormoni ululanti. Vedi Penelope Cruz che riesce nell’incredibile impresa di recitare peggio di Sandra Milo. Almeno Sandrocchia svampita lo era davvero, non doveva fingere più di tanto.

Ma il colpo finale te lo dà Sophia Loren, l’icona vivente del cinema tricolore nel mondo che non avremmo mai voluto sprecare in un film così. Il suo non è un ruolo cinematografico. È l’apparizione di una madonna napoletana supertruccata che canticchia tra decine e decine di candele accese, una parodia eccessiva del fantasma della madre di Guido Contini, il protagonista del film. E poi il film non va, non scorre, non c’è il link tra le parti recitate e quelle cantate (troppo poche). A questo punto speri davvero che il tempo corra via veloce perché per te Federico Fellini è davvero il tempio della fantasia italica e nessuno, nemmeno un regista di Hollywood e un cast stellare, può profanarlo così.
Quando il peggio credi sia passato, poi, ci pensa la sexy Fergie (cantante degli arcinoti Black Eyed Peas) a provocare in te l’ultimo tipo di reazione (dopo lo sconforto e l’indignazione precedenti): una colossale e meritatissima incazzatura. La bella cantante americana, nella parte di una procace e selvaggia prostituta, ci elenca, in musica, le caratteristiche migliori della gente italica, quelli che nelle intenzioni del regista dovrebbero essere da noi considerati complimenti sinceri, attestati di stima alle naturali attitudini di un popolo. “Sii italiano”, dice la prostituta a un Contini in crisi sentimentale e creativa, “prova a rubare un bacio”. “Sii un cantante, sii un amante, sii gentile e sentimentale, dammi un buffetto sulla guancia, pizzicami dove c’è la ciccia”.
È il maschio italiano anni Sessanta riproposto come paradigma ancora valido di virilità e savoir faire con le donne, magari impegnato a cantare una sempreverde melodia napoletana. Peccato che il vitellone felliniano oggi non abbia più senso e al massimo può essere incarnato da tipi impresentabili come Costantino Vitagliano (ex tronista di Uomini e donne) o George Leonard (concorrente dell’ultimo Grande Fratello). E fortunatamente le donne di casa nostra sono cambiate. E molto. Non basta più l’aria da “uomo che non deve chiedere mai” per farle cedere. Uomini e donne sono sullo stesso piano e quasi sempre sono queste ultime a scegliere a chi concedersi. Non il contrario. Non più.

E la frase finale della canzone?  “Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”. Sembra innocua e anche un po’ banale come affermazione, almeno all’apparenza. Invece incarna perfettamente il più grande vizio italiano: la malattia del presentismo. Conta solo oggi, al massimo ieri in chiave nostalgica. Non c’è visione, non c’è sguardo rivolto al domani. Non c’è immaginazione né voglia di costruire il futuro.  In questa frase non c’è, dunque, proprio quello che di migliore Federico Fellini ha regalato al cinema mondiale: il sogno, l’anelito onirico che univa miracolosamente il passato e il futuro. Il presente, nei film del regista riminese, era solo una parentesi, un momento di passaggio tra quello che siamo stati e quello che saremo.
Cari amici americani, è meglio che ve lo mettiate definitivamente in testa: gli italiani, o almeno la maggior parte di essi, non sono più quelli del boom, della Dolce Vita, dei paparazzi di via Veneto. Lo so, forse è la nostra televisione (o peggio la nostra politica) a fuorviarvi. Ma noi del presentismo esasperato e infruttuoso facciamo volentieri a meno. Lo sguardo degli italiani, soprattutto delle nuove generazioni, è saldamente proiettato nel futuro. Un futuro ancora tutto da immaginare e costruire, ma proprio per questo più eccitante ed esaltante che mai.

mercoledì 27 gennaio 2010

Se l’Isola del trash è pagata dagli italiani

Ffwebmagazine
27 gennaio 2010
Non c’è mai fine al trash. Sembra un mantra, ormai, che ripetiamo quasi ogni settimana. Ma non è certo colpa nostra se ogni volta la televisione nostrana ci stupisce, supera ogni immaginazione e ci offre spunti troppo succulenti da lasciar cadere come se nulla fosse.

Tra meno di un mese, puntuale come l’influenza stagionale, torna L’Isola dei Famosi, il reality show esotico che vede come protagonisti vip (o presunti tali) del Belpaese. Il cast scelto dalla matrona del trash catodico Simona Ventura è da fare accapponare la pelle, e in più stimola anche qualche riflessione seria. Si vocifera, perché il riserbo è comprensibilmente assoluto (sic!), che sull’isolotto caraibico sbarcheranno, tra gli altri, Sandra Milo, Aldo Busi, Pamela Prati, Loredana Lecciso e, udite udite, forse anche Ilona Staller. Non che ci aspettassimo un cast di accademici dei Lincei, sia chiaro, ma il lavoro di Magnolia e della Rai quest’anno ha superato davvero ogni nostra più terrificante aspettativa. Sì, perché immaginare insieme sulle spiagge del Nicaragua Sandrocchia, “il più grande scrittore vivente” (sua autodefinizione di qualche anno fa), l’ex soubrette del Bagaglino, l’esuberante e chiacchierata ex signora Carrisi e addirittura Cicciolina è un’operazione cerebrale al di là di ogni capacità umana. Se nelle precedenti edizioni si era già toccato il fondo, o quasi, dal 2010 ci si aspetta davvero il top del trash televisivo, un’impennata dell’imbarbarimento catodico che sembra non aver mai fine.

L’annata televisiva 2009-2010, in effetti, prometteva bene. La lunghissima edizione del Grande Fratello tuttora in corso ci ha dimostrato che l’atmosfera trash era feconda. Solo qualche giorno fa, ad esempio, un concorrente del Grande Fratello si è esibito in una volgarissima bestemmia in diretta, venendo poi squalificato nella puntata di lunedì scorso. Ci sarebbe da dire, in fondo, che la colpa non è di tal Max Scattarella detto Pitbull (il blasfemo di turno, per intenderci) ma di chi lo fa entrare nella casa di Cinecittà e propina agli italiani le sue disavventure. Ma il discorso sarebbe troppo lungo, quindi torniamo all’Isola.
Il garbage-cast che sembra profilarsi urla vendetta. Soprattutto perché, è bene ricordarlo, proprio tra pochi giorni scade il termine per rinnovare il canone di abbonamento Rai. Centonove euro, più di duecentomila delle vecchie lire, per pagare le prevedibili risse e gli sproloqui di Busi e Cicciolina, di Sandra Milo e Loredana Lecciso? Fortuna che siamo gente perbene, altrimenti un pensierino all’evasione del canone lo faremmo pure.

Scherzi a parte, è davvero grave che un servizio pubblico sperperi così il denaro degli italiani. Sia chiaro: nessun noioso predicozzo di chi vorrebbe 24 ore di palinsesto soporifero con documentari a tutte le ore e le mitiche video lezioni dell’università Nettuno in prima serata. Tutt’altro. Ci piace la tv leggera, quando è fatta bene, quando aiuta gli spettatori a distrarsi, a dimenticare per un paio d’ore i casini di ogni giorno. Non può piacerci, però, il pollaio. Lo abbiamo già detto. Lo ripetiamo. E temiamo di doverlo fare ancora in futuro.

Finché il trash televisivo tracima dalle frequenze delle emittenti commerciali, però, possiamo solo cambiare canale, evitare di incrociare, durante il nostro zapping serale, gli show volgari e i contenitori. Quando è la Rai, però, a produrre spettacoli di prima serata, che costano fior di milioni, in barba alla pubblica decenza e alla missione di servizio pubblico, stabilita peraltro per legge e rinnovata periodicamente da una sorta di “contratto” con lo Stato, la nostra reazione è ovviamente diversa. Indignata, oseremmo dire, perché non bisogna aver paura di schierarsi contro la subcultura trash solo perché sembra essere maggioritaria tra il pubblico televisivo. Anche a costo di apparire noiosi professorini da Dipartimento Scuola Educazione, dunque, ribadiamo che la tv rappresentata dall’Isola dei Famosi e da gente come Lecciso, Cicciolina, Busi, & Co. non ci piace, non ci è mai piaciuta e mai, temiamo, ci potrà piacere.

mercoledì 20 gennaio 2010

Nello Stato del Massachusetts vince la de-ideologizzazione

Ffwebmagazine
20 gennaio 2010
«Clamoroso al Cibali», urlò Sandro Ciotti alla radio il 4 giugno 1961 per commentare la vittoria del Catania sull’Inter. Bene, sostituiamo allo stadio catanese la parola Boston e l’effetto, quasi cinquant’anni dopo, è lo stesso. Sì, perché dopo sessant’anni di dominio democratico (e precisamente kennedyano) lo Stato americano del Massachusetts elegge un senatore repubblicano. Scott Brown ha battuto con il 52% dei voti Martha Coakley, fino a poche settimane fa data per certa erede del seggio che fu di Ted Kennedy, l’ultimo patriarca della dinastia.

Verrebbe da urlare al miracolo, da scomodare epiche vittorie di eroi mitologici, da ringraziare chissà quale santo protettore dei conservatori americani. In effetti, quello che è successo ha un significato simbolico che va al di là del normale scontro elettorale. Chi, però, da tempo si sgola per annunciare la morte dei dogmi ideologici, dei muri e delle divisioni figli del Novecento, è sorpreso un po’ di meno. Si parla, ad esempio, della sconfitta democratica come di una debacle clamorosa per Barack Obama e le sue riforme, senza pensare che proprio la vittoria dell’ex senatore dell’Illinois alle presidenziali di un anno fa aveva spianato la strada a episodi del genere. Non esistono più certezze granitiche derivanti da vecchi pregiudizi, la politica e le scelte elettorali sono ormai liquide, così come lo è la società in cui viviamo. Le roccaforti, i feudi personali, i ridotti da espugnare, diventano sempre di meno. Quella in Massachusetts, dunque, è una vittoria innanzitutto della politica post-ideologica, della libertà dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti senza rispettare a tutti i costi un copione scritto da tempo.

È ovvio, d’altro canto, che non si può leggere l’evento solo da un punto di vista generale e teorico. È giusto sottolineare che probabilmente nella scelta degli abitanti del più importante Stato del New England c’è anche una critica a Obama e al suo primo anno di presidenza. E le conseguenze potrebbero essere davvero rischiose per l’inquilino della Casa Bianca. Il Partito democratico, con la vittoria di Brown, ha perso la maggioranza qualificata di sessanta senatori e da oggi in poi non potrà più evitare l’ostruzionismo repubblicani sui grandi temi al centro delle rivoluzionarie riforme obamiane. E i risultati di stanotte seguono di poco tempo le sconfitte in New Jersey e Virginia, altri campanelli d’allarme della possibile crisi (prematura, a dirla tutta) del sogno obamiano. O forse, più semplicemente, le elezioni senatoriali del Massachusetts di politico hanno davvero ben poco. Sembra averlo capito il neoeletto Scott Brown (aitante cinquantenne con un passato da modello senza veli per Cosmopolitan), che ha parlato di vittoria della voce degli indipendenti, non dei cittadini schierati con questo o quel partito. La de-ideologizzazione della società provoca paradossalmente più senso della politica, quella vera, che valuta serenamente e obiettivamente partiti, persone e idee, senza essere più schiava di un forzato e castrante senso di appartenenza identitaria.

La lezione che arriva da Boston potrebbe attecchire anche da noi, potrebbe finalmente farci capire che le divisioni schematiche e asfittiche del secolo scorso limitano, di fatto, la nostra libertà. Quando l’Emilia Romagna sarà governata dal centrodestra e la Sicilia dal centrosinistra (per fare solo due esempi tra i più clamorosi), potremmo anche noi urlare al miracolo, celebrare la fine del monopolio ideologico in quelle due regioni. Fino a quel momento, però, dovremo guardare agli esempi stranieri con malcelata invidia, sperando che la liquidità della società contemporanea infetti benevolmente anche il nostro mondo politico. Qualche passo in avanti lo abbiamo già compiuto. Ma la strada, a quanto pare, è ancora lunga.

Via dal telecomando la domenica trash

Ffwebmagazine
20 gennaio 2010
C’era una volta la domenica pomeriggio… Potrebbe iniziare così la storia dei contenitori televisivi domenicali, storia lunga decenni e a tratti gloriosa per il piccolo schermo di casa nostra. Domenica In (RaiUno) per le famiglie, L’altra domenica (RaiDue) per gli spiriti liberi e anticonformisti e successivamente Buona Domenica (Canale 5) per gli amanti della tv commerciale. In anni più recenti, poi, si era aggiunto Fabio Fazio con Quelli che il calcio… (RaiDue), mix geniale tra sport e intrattenimento. A pensare al passato di quei lunghi pomeriggi stravaccati sul divano, qualsiasi italiano medio (orrida espressione che però rende l’idea) avrebbe voglia di staccare la spina e gettare il televisore dal terrazzo. Sia chiaro: non sempre le suddette trasmissioni si sono dimostrate capolavori autoriali. Ma almeno non sguazzavano allegramente nel trash come maialotti all’ingrasso come fanno oggi i contenitori della domenica italiana.
Capofila indiscusso del trash televisivo è Domenica 5, la nuova Buona Domenica targata Barbara D’Urso. Chi, all’epoca, criticava aspramente la lunga stagione domenicale firmata Maurizio Costanzo, siamo certi che adesso si starà letteralmente mangiando le mani. Se fino a qualche anno fa avversavamo in maniera feroce, e giustamente, i trenini dei ragazzi del Grande Fratello e il vuoto pneumatico da perenne veglione di Capodanno che contraddistingueva la trasmissione, oggi non possiamo che rimpiangerlo. All’evasione senza se e senza ma si è sostituito il ben più grave virus del trash. Dibattiti urlati con clima da pollaio (citazione di una recente dichiarazione di Berlusconi, non di un moralista radical chic), opinionisti per tutte le stagioni che affrontano argomenti a volte delicatissimi con una leggerezza e una arroganza che urlano vendetta.
Barbara D’Urso, che all’inizio della stagione televisiva aveva giurato di non cadere nel trash (“L’ho promesso ai miei figli”, aveva detto), è la gran sacerdotessa del rumoroso rito: da Maometto all’omosessualità, dall’immigrazione alla violenza sulle donne, tutto fa brodo. Gli ospiti? Sempre gli stessi: Sgarbi, qualche psicoterapeuta da studio televisivo, due o tre politici, possibilmente scelti tra i più estremisti e aggressivi. La ricetta è sempre uguale e il risultato anche: ore di urla senza senso con risse (verbali e non) che entrano violentemente nelle case delle famiglie italiane, che magari vorrebbero solo rilassarsi e godersi il meritato giorno di riposo.

E sull’altro canale? Sulla rete ammiraglia del servizio pubblico cosa c’è? Niente di così eccellente da farci dimenticare la D’Urso, purtroppo. La vecchia Domenica In, quella nazionalpopolare ma mai trash, quella che faceva ascolti capogiro da finale di coppa, quella di Corrado, Boncompagni o Baudo, non c’è più. E forse, è triste dirlo, non ci potrebbe più essere in una società cambiata radicalmente negli ultimi decenni che ha altre esigenze, anche televisive. Ora la domenica pomeriggio di RaiUno è divisa in due parti: prima l’Arena di Massimo Giletti, poi lo spazio di varietà tradizionale condotto da Pippo Baudo. Il contenuto del primo segmento di trasmissione è facilmente intuibile già dal titolo. Anche qui va in scena il talk show del Duemila. Non quello pieno di contenuti inventato da Costanzo con Bontà loro, per intenderci. Si urla, anche se meno rispetto a Domenica 5. Ma non possiamo accontentarci sempre del meno peggio. Per quanto riguarda Baudo, poi, ha decisamente perso lo smalto di un tempo. O più semplicemente è il tempo che è andato troppo veloce e il vecchio leone di Sant’Agata di Militello sembra ormai fuori luogo, così distante dai gusti della gente. Non è sempre un male, per carità. Ma qualcosa vorrà pur dire.

La terza punta dell’attacco televisivo domenicale è Quelli che il calcio…, condotto da Simona Ventura. Snaturata da anni la vera essenza del programma portato al successo da Fazio, Bartoletti, Idris, etc., oggi Quelli che il calcio... al calcio bada poco. Si seguono ancora le partite, è vero. Ma ormai l’intrattenimento ha fagocitato il lato sportivo con uno stile tutto venturesco, ça va sans dire. È lo stile Billionaire che si fa tv e diventa modello da seguire, con SuperSimo sugli scudi a svolgere il ruolo della donna glamour che crea le tendenze. E poi non mancano le commistioni con i reality show targati RaiDue (e Magnolia, ovviamente) a cominciare dall’Isola dei Famosi, involuzione pseudovip del reality all’italiana.
C’è poco da stare allegri, dunque, guardando la tv di domenica. E la via d’uscita è solo una: il rifugio sicuro del digitale terrestre o del satellite. Quando domenica prossima avrete voglia di relax ed evasione, prendete il telecomando e andate a cercare un bel film sui canali dedicati al cinema o un documentario su Rai Storia o History Channel. Ne trarranno giovamento la mente e il fegato, ormai ridotti a brandelli dal trash imperante in tv. Abbandoniamo, dunque, la D’Urso e Giletti al loro destino. Non si è sempre detto che il telecomando è uno strumento di democrazia? Da domenica prossima, tutti insieme, stacchiamo dal telecomando i pulsanti 1 e 5. Le risse urlanti e prive di contenuti lasciamole a chi non ha di meglio da fare. Noi, che saremo pure nazional-popolari ma mai nazional-trash, meritiamo di meglio.

mercoledì 13 gennaio 2010

"Glee", il club della diversità

Ffwebmagazine
13 gennaio 2010
Immaginate un liceo in una città sperduta dell’Ohio. Prendete un gay, una ragazza afroamericana sovrappeso, un disabile in carrozzina, un’asiatica balbuziente e una teenager con la fissazione per il successo. Buttateli in un coro scolastico e fateli guidare da un professore bello, buono e politically correct. Contrapponeteli ai maschioni ipertestosteronici della squadra di football americano e alle veline a stelle e strisce del team di cheerleader con annessa allenatrice stronza e politically uncorrect. Ecco Glee, il fenomeno televisivo del momento negli Stati Uniti e, addirittura prima dell’arrivo sui nostri schermi, anche in Italia.

Misto tra telefilm adolescenziale e sitcom musicale, Glee strizza l’occhio, ma appena appena, ad High School Musical e al fenomeno Zack Ephron. Ma il risultato, stavolta, non è per nulla scontato e disneyano.

Nel liceo di Lima, 40mila abitanti sperduti nel bel mezzo di uno degli Stati più problematici degli Usa, la rinascita del famigerato Glee Club e del coro a esso collegato innesca una reazione a catena che sconvolgerà le vite di tutti i protagonisti. Con sorprese mica da ridere. La cheerleader più popolare della scuola, nonché presidentessa del Club della Castità (sic!), scopre di essere incinta. Il ragazzo gay fa outing con il padre (nerboruto e incazzoso meccanico). Rachel, la stella del coro, è figlia di un utero preso in affitto da una coppia di omosessuali. La moglie del professor Schuester (l’eroe buono della serie) finge una gravidanza per non far cadere il marito tra le braccia della maniacale professoressa Emma. Sembrerebbe Beautiful, insomma. Con la differenza che qui gli intrecci e le novità non capitano per caso, non sono fini a se stesse. C’è sempre qualcosa dietro, sempre una lezione da imparare, un messaggio da trasmettere.
In Italia, per adesso, è arrivato solo il primo episodio (trasmesso la sera di Natale dalla satellitare Fox) e per il resto della prima stagione bisognerà aspettare qualche mese. Oltreoceano invece, la serie è già arrivata all’episodio 13, spartiacque tra due metà trasmesse, ahinoi, a distanza di mesi l’una dall’altra. L’ultima parte, infatti, andrà in onda a partire da aprile.

Ma i giovani Glee addicted italiani, e sono già tanti, si sono industriati come hanno potuto, contando sull’insostituibile aiuto del file sharing online. Versione originale con sottotitoli in italiano, scaricabile il mattino successivo alla messa in onda americana. Ed ecco, dunque, che ci sono già migliaia di spettatori che hanno visto i tredici episodi, bypassando la televisione tradizionale (ormai è un’affermata consuetudine). I critici della serie, però, hanno imputato all’ultima creatura catodica di Ryan Murphy, già autore di Nip/Tuck, un buonismo di maniera che la rende stucchevole, esageratamente zuccherosa. Sarà che in Italia siamo abituati a ben altro tipo di “cattivismi”, di parolacce scagliate come dardi avvelenati tra opposte fazioni, di attacchi livorosi a mezzo stampa un giorno sì e l’altro pure; sarà per questo, forse, che per noi le vicende per nulla politicamente corrette di questo gruppo di giovani disagiati (almeno agli occhi degli altri) ci sembra buonista e zuccheroso? No, perché per noi, che abbiamo visto le puntate andate in onda negli Stati Uniti, il messaggio che ne viene fuori è tutto fuorché questo, è rivoluzionario, è decisamente controcorrente per gli standard della nostra società.

Quale serie televisiva dedicata ai giovani, in Italia, ha parlato di disabilità e possibilità di cantare e ballare su un palco? Quale sit-com si è occupata di omosessualità e ha descritto le sensazioni di un diciassettenne che si innamora del capitano della squadra di calcio? Quale programma di approfondimento o telegiornale ha mai parlato di omogenitorialità, pur sapendo perfettamente che sono centinaia in Italia i figli di coppie gay e lesbiche? Domande retoriche, purtroppo.

E allora, invece di parlare di politically correct, come se i buoni sentimenti siano la peste del secolo, da Glee bisognerebbe addirittura imparare qualcosa. Proviamoci, almeno. Mal che vada, anche le menti meno propense all’apertura di vedute si consoleranno con ottime canzoni (quasi tutte cover di successi del passato) e un talento musicale dei giovani attori che fa paura. Tanto, si sa, alla fine noi italiani preferiamo sempre e solo le canzonette.

venerdì 8 gennaio 2010

E a Rosarno si è aperto il vaso di Pandora

Ffwebmagazine
8 gennaio 2010
Bando ai buonismi e alle cose non dette: in Italia esiste la schiavitù. E più precisamente a Rosarno, cittadina di quindicimila abitanti nella piana di Gioia Tauro. Questo piccolo lembo di Calabria ospita ben cinquemila extracomunitari, che ne fanno, secondo un rapporto di Medici senza frontiere, la terza zona in Italia per densità di stranieri in rapporto alla popolazione residente dopo Napoli e Foggia. Ventitré nazionalità diverse per un popolo di disperati che affolla le campagne. Raccolgono agrumi e pomodori, gli immigrati di Rosarno, svolgendo un lavoro massacrante che gli italiani non vogliono più fare. Poco male, se non fosse che le condizioni di lavoro e di vita di questa gente sono ben al di là del limite accettabile in un paese civile. Una giornata lavorativa dura molte ore, troppe. E il compenso non supera mai i 20 euro. E poi, finito il lavoro nei campi, nel buio della campagna calabrese migliaia di immigrati tornano a casa a piedi, affollando le strade come un esercito di zombie. E di casa, in realtà, nemmeno l’ombra, visto che vivono in capannoni industriali in disuso, senza materassi, acqua, luce e gas. Né servizi igienici.

Come se non bastasse, e in realtà basterebbe eccome, a volte passa una macchina piena di giovanotti calabresi che sparano sugli immigrati. E non è razzismo, o almeno non solo. Spesso è una vendetta dovuta al mancato pagamento  dell’obolo richiesto dalla criminalità. Ed è quello che è successo ieri sera. Qualche colpo da una macchina in corsa, un paio di immigrati feriti e poi la rivolta.

Centinaia di extracomunitari si sono riversati per le strade di Rosarno, mettendo a ferro e fuoco la cittadina. Macchine rovesciate e danneggiate, una serata di paura e di violenza. Vetrine infrante e negozi saccheggiati, sembrava il Far West. Sbagliato, sbagliatissimo. Nessun motivo, nemmeno il più valido, giustifica l’uso della violenza. Tantomeno quando a farne le spese è la gente comune, i cittadini che con lo sfruttamento dei lavoratori africani di Rosarno c’entrano davvero poco.

Però il problema esiste, è enorme e forse una conclusione del genere era inevitabile. Anche perché quella di ieri sera non è stata la prima rivolta rosarnese. Ma senza dubbio è stata la più violenta. E allora, in una terra già reietta e maledetta, questi paria dalla pelle nera rappresentano la degenerazione di una società che non riesce a diventare integrata e multietnica. Ed è una coincidenza significativa anche la concomitanza tra la rivolta di Rosarno e la parata di ministri che a Reggio Calabria si impegnavano, giustamente, a investire di più nelle forze dell’ordine dopo la bomba al tribunale della città dello Stretto.

Ma la schiavitù degli africani di Rosarno è un problema che va affrontato con decisione. Perché in uno Stato civile, moderno e democratico, non si può tollerare che migliaia di persone vivano nell’indigenza più totale, senza il minimo di dignità che dovrebbe essere garantita non tanto da leggi, fondi pubblici o piani di integrazione, quanto dalla civiltà di ognuno di noi.

Chi conosce la realtà rosarnese, sa perfettamente che il vaso di Pandora scoperchiatosi ieri sera può ancora produrre molti effetti negativi. La disperazione e la miseria generano la violenza, ed è un assioma incontestabile confermato da millenni di storia dell’uomo. Niente, dicevamo, può giustificare una rivolta così cruenta. Niente può legittimare tutto questo. Ma se mentre parliamo di cittadinanza, integrazione, generazione Balotelli e via cantando, a Rosarno succede quello che è successo ieri, allora forse c’è ancora qualcosa che non va. È un problema culturale, prima di tutto. E, ça va sans dire, di criminalità organizzata.

Le prospettive future, però, non sembrano rassicuranti. Soprattutto se ci sarà ancora chi, come è successo ieri sera a Rosarno, inciterà le forze dell’ordine a sparare addosso ai rivoltosi. Più di un secolo dopo le cannonate milanesi di Bava Beccaris, in alcune zone del nostro paese non si è ancora capito che il disagio sociale e la violenza vanno sconfitti con buonsenso e giustizia, non repressi con altrettanta violenza.
Qualcuno si occupi dei servi della gleba di Rosarno, dunque, se vogliamo che il nostro paese sia davvero e definitivamente, un paese normale e civile.