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mercoledì 30 dicembre 2009

Twilight, una favola moderna sulla "contaminazione positiva"

Ffwebmagazine
30 dicembre 2009
17 novembre 2008 – 16 novembre 2009: sono le due date d’uscita (a meno di un anno di distanza) dei film Twilight e New Moon. I due capitoli iniziali della saga nata della penna di Stephenie Meyer hanno sbancato i botteghini di tutto il mondo, con un incasso di 385 milioni di dollari per il primo e addirittura di 662 milioni per il secondo. Un fenomeno globale, dunque, che non è solo cinematografico.

Le ragioni del successo di Twilight vanno ricercate nei messaggi che le pellicole (e prima ancora i libri) hanno veicolato. Sì, messaggi. E nemmeno di poco rilievo. Pur trattandosi di un universo creato a uso e consumo di adolescenti romantici (ma non confondiamoli con i seguaci di Moccia), con accenni dark-gothic e strizzatine d’occhio alla moda emo, tra le pagine della Meyer e le scene interpretate dagli idoli delle folle Pattinson e Stewart c’è molto di più. Innanzitutto c’è l’accettazione del diverso come approccio naturale nelle relazioni interpersonali. Quando Bella (questo è il nome della protagonista) scopre che il ragazzo che le fa girare la testa è un vampiro, infatti, non si chiude a riccio, non organizza ronde livorose e spaventate nella piovosa cittadina (oseremmo dire quasi padana) di Forks, non reprime il sentimento. Semplicemente cerca di capire, si documenta, vuole conoscere di più e meglio l’altro, quel diverso da se che dalla maggior parte della gente verrebbe visto come una minaccia mortale. 
Il diverso come arricchimento reciproco: lei, umana, gli insegna cos’è l’amore, gli fa riscoprire un cuore che batte all’impazzata dopo 90 anni di vita senza vita; lui, vampiro, le fa provare cose che nessun altro coetaneo “normale” era riuscito a farle provare prima, scuotendola da quell’apatia tipica di molti adolescenti occidentali. Metafora culturale e politica? Perché no. In fondo i messaggi socioculturali non devono provenire a tutti i costi da film dichiaratamente impegnati o d’essai. Stiamo parlando di due film commerciali, dunque? Sì, anzi di due splendide favole nazionalpopolari, di quelle che ci piacciono perché arricchiscono senza polverose sovrastrutture ideologiche la nostra visione del mondo. Altro che Natali in giro per il mondo.
Bella Swan, dunque, è il prototipo del cittadino perfetto. Debole, insicuro, pieno di dubbi e paure, ovviamente. Ma non per questo arroccato su posizioni di chiusura, non per questo impegnato a proteggere solo il proprio orticello. È la cultura del Nimby (Not in my backyard) che diventa Pimby (Please, in my backyard) e provoca una reazione a catena di esperienze nuove, esaltanti, arricchenti, che forgiano i caratteri dei protagonisti e li fanno interagire fino a influenzarsi a vicenda. Un’osmosi benefica che dal fantastico mondo dei vampiri e dei lupi mannari potrebbe essere tranquillamente traslata nel più terreno campo dei rapporti tra cittadini e immigrati, etero e omosessuali, credenti e non credenti, diverse fazioni politiche.
E, come se non bastasse, il bel tenebroso Edward è un vampiro buono. Niente sangue umano per lui e il resto della sua famiglia (i Cullen). Solo animali, cacciati nei boschi dello Stato di Washington come milioni di altri americani (magari iscritti alla National Rifle Association). Niente canini aguzzi, né cripte umide e polverose. Vampiri “normali”, che vogliono vivere vite “normali”, accanto agli esseri umani. E il bello, è questa la cosa più importante, è che si tratta di una pura e semplice scelta. 
Buoni per scelta, dunque, nell’epoca in cui i buoni sentimenti e le buone intenzioni vengono confuse con il buonismo di maniera, con il politically correct. Quasi come se essere buoni fosse una colpa, un marchio d’infamia indelebile negli anni del “cattivismo” e dell’aggressione che spadroneggia in politica e nel mondo dei media. Le creature più spaventose dell’immaginario collettivo della storia dell’uomo (dalla leggenda di Vlad l’Impalatore a Francis Ford Coppola, passando per i romanzi di Bram Stoker) sceglie di essere buono. Questo è, se vi pare. Con buona pace di chi preferirebbe il trionfo a tutti i costi del politicamente scorretto, ormai così abusato da esser diventato conformismo allo stato puro.
Dialogo, accettazione del diverso, buoni sentimenti. Queste le stelle polari dei protagonisti della saga di Twilight. E se milioni e milioni di giovani (e non) in ogni angolo del mondo hanno affollato le sale cinematografiche, qualcosa vorrà pur dire. Forse che gli individui (e soprattutto le nuove generazioni) sono stanchi del muro contro muro perenne, degli steccati ideologici, culturali, sociali, economici, religiosi, sessuali, che ammorbano e offuscano le nostre vite. Twilight è un inno alla contaminazione. E lo si vedrà ancora meglio nei due restanti capitoli della saga. Nel quarto libro (che diventerà film tra due anni) si raggiungerà l’apice del “meticciato”, un monumento benefico a quel relativismo che, se non è estremizzato e portato all’esasperazione, non è affatto un concetto negativo. 
La cosa buffa, forse triste, è che nel 2009 questi concetti dobbiamo farceli insegnare da un vampiro bello e ricco e da una imbranata e timida adolescente americana. Mala tempora currunt?

domenica 20 dicembre 2009

Beato Povia che ha le sue verità...

Ffwebmagazine 
20 dicembre 2009

Povia perde il pelo ma non il vizio. Non pago delle polemiche dello scorso anno su Luca che “era gay e ora sta con lei”, nel 2010 tornerà a Sanremo con un brano dal titolo evangelico: La verità. La verità in questione, a quanto pare, è quella sul caso Englaro. Altro tema scottante, altro tema di attualità portato sul palco dell’Ariston. Sembrerebbe che il cantante milanese sia particolarmente sensibile agli argomenti del dibattito pubblico del nostro paese. Poco male, se non fosse che ogni volta la solfa sia sempre la stessa: un lungo e stereotipato sermone pieno zeppo di certezze granitiche su argomenti così delicati da coinvolgere nel dibattito per anni fior di esperti in tutto il mondo dibattono da anni. 

Tralasciando il merito delle questioni (omosessualità, eutanasia e chissà cos’altro in futuro) la cosa che ci sembra riprovevole è l’opportunismo di Povia, la sua fame bulimica di fatti di cronaca. È una sete che sa tanto di vampirismo, con il vincitore del Festival del 2006 (con la memorabile canzone sul becco dei piccioni con verso annesso) pronto a sfoderare i canini e ad accanirsi sulla questione del momento. 

Non siamo tra quelli che credono che in fondo “sono solo canzonette” e via dicendo. La canzone di denuncia e di protesta ha in Italia una tradizione lunga e gloriosa. La generazione dei cantautori (Tenco, Bindi, De André, De Gregori e via cantando) ha regalato alla nostra storia musicale delle vere e proprie pietre miliari. Magari intrise di ideologia, ma comunque espressione alta della sapienza musicale nostrana. Povia, invece, il lato musicale lo trascura, lo mette in secondo piano. La cosa importante per lui è il fatto in sé, il tema trattato. Melodia orecchiabile, testo al limite dello Zecchino d’Oro, ma tante polemiche create ad arte per attirare l’attenzione su di sé. E ogni anno è la stessa storia, con le pagine degli spettacoli dei giornali piene di botte e risposte, di dichiarazioni di questa o quella associazione e repliche divertite e compiaciute dello stesso cantante. Sì, perché alle provocazioni vampiresco-musicali di Povia ci caschiamo tutti, ogni benedetto anno. Anche noi, in questo momento, stiamo facendo il suo gioco. 

Ma il conte Vlad dell’Ariston esce una volta l’anno dal suo castello in Transilvania (Povia si tranquillizzi: non è il nome di una signorina di via Gradoli) e sbarca sulla Riviera ligure con i suoi cartelli da bacio Perugina, con la sicumera di chi crede (beato lui) di avere tutte le verità in tasca. Chissà cosa ci dirà su Eluana. Chissà qual è questa “Verità” che sta per regalarci in mondovisione. Non si conosce ancora il testo della canzone, per fortuna. Almeno non ci potranno dire che è una polemica strumentale perché le tesi di Povia sono più o meno distanti dalle nostre. 

Quello che proprio non riusciamo a sopportare è l’accanimento del cantante sui fatti di cronaca, altro che plastico di Cogne. Chi organizza il Festival della canzone italiana, dunque, dovrebbe rendersi conto che la polemica a tutti i costi non giova alla nostra musica. Ma soprattutto non giova al nostro dibattito pubblico. Su temi così importanti e spinosi, da trattare con la massima delicatezza, non ci servono portatori pentagrammatici di verità assolute. Piuttosto, si discuta pacatamente per trovare le soluzioni più giuste e che tengano conto dei diritti di ciascuno. Tra qualche mese assisteremo all’ennesimo siparietto “poviesco”. Rassegnamoci, dunque, perché anche a Sanremo la Verità è una. E chi non è d’accordo è un provocatore sovversivo.

sabato 19 dicembre 2009

E il giudice blocca lo sciopero: quando un paese è normale...

Ffwebmagazine
19 dicembre 2009
Lady Justice Laura Cox è l’eroina del Natale inglese. Questo giudice dell’Alta Corte, infatti, ha bocciato lo sciopero di dodici giorni degli equipaggi di British Ariways, programmato per il periodo natalizio. Quasi due settimane di caos totale che avrebbe coinvolto quasi un milione di passeggeri.

E invece no, la sentenza è stata chiara: la decisione della maggioranza dei dipendenti non è valida, innanzitutto perché le conseguenze sarebbero state terribili per i cittadini (e non soltanto per l’azienda) e poi, cosa non di poco conto, le votazioni degli scioperanti sarebbero avvenute in maniera opaca e non regolare. Fatto sta, questioni prettamente sindacali a parte, che nessuno sciopero turberà le vacanze natalizie dei sudditi di Sua Maestà. In un paese normale, in effetti, funziona così. Una corte di giustizia blocca uno sciopero sconsiderato e tutela i cittadini. Nel paese di Wimbledon, potremmo dire: punto, gioco e incontro. Con annesso e rumoroso sospiro di sollievo del pubblico sugli spalti.

In Italia, ahinoi, la situazione è tragicamente diversa. Lo strapotere di alcune frange sindacali è tale che il sistema politico e giudiziario nulla può contro quelli che vengono comunemente chiamati “scioperi selvaggi”. La questione sindacale nel nostro paese è aperta da tempo, con allarmi lanciati periodicamente da chi vorrebbe riformare il sistema. Nessuno, però, lo fa. E forse nessuno lo può fare. Perché, diciamocelo chiaramente, il sindacato italiano (la Cgil su tutti) è ormai parte integrante del nostro sistema di potere. Non si muove una foglia che Epifani non voglia, verrebbe da dire per sdrammatizzare. Ma c’è poco da stare allegri, se pensiamo alle scene di caos che periodicamente si verificano negli aeroporti italiani. O alle strade del centro di Roma intasate un giorno sì e l’altro pure per questa o quella manifestazione.

Nessuno vuole toccare il diritto di sciopero, per carità. Ma c’è un limite, quello del rispetto per gli utenti, che non può e non deve essere valicato. Le organizzazioni sindacali britanniche ci avevano provato, ma qualcuno le ha stoppate, non con coraggio o temerarietà, ma con buonsenso e saggezza. E soprattutto seguendo le leggi.

Anche perché, e lo ha ribadito British Airways, in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo (e sul Tamigi si sente molto più che da noi) le posizioni radicalsindacali tipiche del secolo scorso non aiutano. Al contrario, esacerbano gli animi già preoccupati di lavoratori e cittadini e non contribuiscono affatto a uscire dalla recessione.

Sarebbe una notizia rivoluzionaria sentire un italiano (politico o manager che sia) assumere posizioni simili. Ogni tanto ci prova Brunetta e il risultato (attacco mediatico senza precedenti) è noto. Il sindacato italiano gode di una posizione privilegiata che non è sana né utile in una moderna democrazia liberale. Il conservatorismo di certe organizzazioni di lavoratori è uno dei tanti freni che non permettono al nostro paese di ripartire.

Ancora una volta, dunque, bisognerebbe prendere esempio dalla perfida (mica tanto) Albione. Lì, dove la democrazia liberale è nata ed è cresciuta, le cose vanno come devono andare. Anche, e soprattutto, in momenti difficili come quello attuale. Riusciremo mai a fare lo stesso? Per adesso ne dubitiamo fortemente. Ma per il nuovo anno non sarebbe male, magari, assumere questo buono e utilissimo proposito: diventare un paese normale.


mercoledì 16 dicembre 2009

Silvana, quel sorriso amaro entrato nel mito

Ffwebmagazine
16 dicembre 2009
Quella ragazza dalle forme generose con pantaloncini corti e a vita alta, calze lise ma sensualissime e cappello a falde larghe rimarrà impressa indelebilmente nell’immaginario collettivo dell’Italia del XX secolo. Il mito Silvana Mangano è nato lì, tra le umide risaie di Riso amaro, nell’Italia postbellica del 1949. Che poi, diciamolo pure, il film di Giuseppe De Santis non è questo gran capolavoro. A cavallo tra neorealismo e residui del cinema italiano dei primi anni Quaranta, Riso amaro si regge (peraltro egregiamente) sulla carica espressiva ed erotica di Silvana Mangano. Bella, troppo bella. Ma anche brava, troppo brava, e scusate se è poco in un ambiente come quello del cinema italiano dell’epoca in cui contavano più le forme abbondanti che la capacità di recitare.

Sono passati vent’anni dalla morte dell’attrice (stroncata da un male incurabile a soli cinquantanove anni) e Maite Carpio ha voluto ricordarla con Sorriso amaro, un documentario a lei dedicato. È un’opera importante e curata, e non solo perché rende omaggio a una delle attrici più importanti del cinema italiano ma anche, e forse soprattutto, perché si sofferma sul suo lato umano. Le testimonianze di Piero Tosi, Enrico Lucherini, Aurelio De Laurentiis, Furio Scarpelli, Enrico Medioli, Mario Monicelli, Carlo Lizzani, Suso Cecchi D’Amico, Bruna Parmesan, Tullio Kezich e Alessandra Levatesi tratteggiano una figura fragile, vulnerabile, diva suo malgrado, convinta di non saper recitare (quanto si sbagliava!) e preda di lunghi periodi di depressione.

Silvana Mangano donna, moglie e madre è un personaggio enigmatico, algido, all’apparenza addirittura freddo e sprezzante. La ventenne che nel 1950 sposa Dino De Laurentiis, allora giovane e promettente produttore cinematografico, dedicherà la sua vita alla famiglia e ai figli (quattro) pur senza lasciarsi andare a plateali effusioni o a pubbliche dimostrazioni d’affetto. La Mangano non sapeva amare se stessa e forse per questo, come ha dichiarato la figlia Veronica nel documentario di Maite Carpio, non riusciva ad amare gli altri. Una donna terribilmente sola nonostante il suo ruolo meritatissimo di diva del grande schermo. Dopo l’exploit di Riso amaro è stata una continua scalata al successo con interpretazioni piene di intensità e perizia attoriale. E pensare che Silvana Mangano non aveva mai frequentato nemmeno un corso di recitazione per dilettanti…

È del 1950 Il brigante Musolino con Amedeo Nazzari, del 1951 Anna (con la mitica scena in cui l’attrice canta e balla El negro zumbon, canzone ancora oggi notissima e ripresa anche da Nanni Moretti in Caro diario). Poi tre gioielli nel 1954: Mambo (con Vittorio Gassman e Shelley Winters), Ulisse (con Kirk Douglas e Anthony Quinn) e L’oro di Napoli di Vittorio De Sica. Siamo solo alla metà degli anni Cinquanta, appena cinque anni dopo l’esordio trionfale di Riso amaro, e Silvana Mangano è già una star di livello mondiale. Suo malgrado, dicevamo prima, perché di fare la diva, l’attrice romana figlia di un siciliano e di un’inglese, non ne aveva proprio voglia. Forse è per questo che selezionava con maniacale cura i copioni da interpretare (facendo penare il marito prima di dire sì) o forse per la sua insicurezza umana e professionale.

Il rifiuto più grande della sua carriera, però, pare non sia dipeso da lei. Nel 1960 Federico Fellini le offrì il ruolo poi interpretato da Anouk Aimée ne La Dolce Vita, ma De Laurentiis si oppose, quasi certamente per gelosia. Questa occasione persa, però, non ha intaccato la sua carriera. Un anno prima, ad esempio, aveva girato La grande guerra di Mario Monicelli, a fianco di Vittorio Gassman e Alberto Sordi (il cui ruolo nella vita della Mangano provocò non poche gelosie nel marito) e nel 1963 è Edda Ciano ne Il processo di Verona di Carlo Lizzani. Ruolo intensissimo, profondo, di una donna arrabbiata con il mondo e con la propria famiglia. Ruolo per cui Silvana Mangano studiò molto e volle rendere al meglio. Non per niente, infatti, le fruttò il primo dei tre David di Donatello vinti in carriera.

Con il film di Lizzani, però, si chiuse la prima fase della sua carriera, quella più lunga, che servì a consacrare al grande pubblico il suo talento. Già dall’anno dopo (con La mia signora di Mauro Bolognini) decise che era giunto il momento di cimentarsi nella commedia. Lato trascurato, questo, della sua carriera. Eppure i risultati furono più che buoni, grazie anche al collaudato connubio artistico con Alberto Sordi (memorabile la loro interpretazione ne Lo scopone scientifico).

La terza e ultima fase della carriera di Silvana Mangano fu all’insegna dell’impegno, dei grandi maestri come Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti, di una bulimica fame di conoscenza e cultura che, a detta di alcuni degli intervistati da Maite Carpio, derivava dalla scarsa istruzione dell’attrice. Il sodalizio con Pasolini inizia nel 1967 con Edipo Re, nel quale la Mangano interpreta una Giocasta meravigliosa, intensa, struggente. Poi ci saranno Teorema (1968) e un cammeo nel Decameron (1971). Ed è proprio in quell’anno che arrivò anche Visconti, con tre capolavori uno dopo l’altro con Silvana Mangano come protagonista: nel 1971 è la madre di Tadzio (e quindi dello stesso Visconti) in Morte a Venezia, nel 1972 è Cosima Von Bulow in Ludwig e nel 1974 la marchesa Bianca Brumonti in Gruppo di famiglia in un interno. Tre ruoli forti, terribilmente acidi e borghesi, duri e malinconici al tempo stesso. Tre ruoli da Mangano, dissero allora e dicono ancora oggi i critici. Perché l’immagine della Mangano è stata quella di una donna dura, quasi anaffettiva. Resta il fatto innegabile, tuttavia, che stiamo parlando delle tre interpretazioni migliori della sua carriera, dell’eccellenza raggiunta con stile ed eleganza da quella ragazzina che faceva la mannequin a via Veneto nell’Italia postbellica e che non aveva alcuna intenzione di fare l’attrice.

Siamo negli anni Settanta e si prepara un’ulteriore strappo nella vita personale e professionale di Silvana Mangano. Il marito Dino De Laurentiis decise di trasferirsi in America e la moglie lo seguì. Ma proprio Oltreoceano la Mangano diede sfogo di nuovo al suo lato triste e malinconico, tentando addirittura il suicidio. Nel documentario questo episodio è ricordato con partecipazione dalla figlia Veronica, testimone della corsa in ospedale e della consapevolezza della fragilità estrema della madre. Ma la tragedia vera e lacerante della vita di Silvana Mangano arriverà qualche anno dopo, nel 1981, con la morte del figlio Federico in un incidente aereo in Alaska.

Cesura definitiva, crollo inappellabile, fine del matrimonio forse privo d’amore con De Laurentiis. «Mia madre comandava e lui era in adorazione di lei», dice ancora Veronica. E Aurelio De Laurentiis aggiunge: «Rimaneva nella sua stanza anche fino alle due del pomeriggio e lui spesso mangiava da solo perché lei si alzava tardi, a volte rimaneva chiusa per giornate intere, senza parlare con nessuno, senza mangiare». Un rapporto per nulla paritario, con un marito innamorato pazzo e una moglie solo affezionata e grata al produttore napoletano. Game over, dunque, per un legame ultratrentennale, troppo debole per poter resistere a un colpo così duro come la morte di un figlio ventiseienne.

È il crollo, dicevamo. Anche e soprattutto fisico. Il cancro, le ultimissime apparizioni cinematografiche (Dune di David Lynch e Oci ciornie di Nikita Mikhalkov) e poi la morte, a Madrid, il 16 dicembre 1989. La diva che non voleva esser tale ha abbandonato definitivamente le scene, con tutta la sua schiva fragilità. Quegli occhi dal taglio originalissimo, quel naso affusolato che addosso a qualsiasi altra donna avrebbe allertato decine di chirurghi estetici, quel portamento elegante, rimangono ancora oggi scolpiti nella mente degli italiani.

Sophia Loren e Gina Lollobrigida sono considerate ancora oggi le dive per eccellenza della settima arte italica. Forse dovrebbero ringraziare la proverbiale pigrizia della Mangano, troppo fragile ed enigmatica per giocare a fare la star. Se solo avesse creduto maggiormente in se stessa, sconfiggendo i demoni del suo animo tumultuoso, non ce ne sarebbe stato per nessuno.

domenica 29 novembre 2009

E il sindaco disse: "Niente condom a San Siro"...

Ffwebmagazine
29 novembre 2009


L’iniziativa di Landi non è piaciuta al sindaco Moratti che, riporta l’edizione milanese del Corriere di ieri, non vuole «dipingere Milano come la città dove si beve e ci si droga di più, dove le ragazze si prostituiscono per un iPod e dove c’è il picco di casi di Aids». Fermi tutti, allora. Niente sensibilizzazione, niente profilattici ai tifosi di Milan e Inter. L’assessore Landi, «per rispetto verso il sindaco e per senso di responsabilità verso la maggioranza», ha annullato tutto. Come se non bastasse la volontà del primo cittadino, in realtà poco comprensibile, di evitare “allarmismi” (qualcuno spieghi la differenza fondamentale tra allarme e allarmismo all’ex ministro dell’Istruzione), il consigliere del Pdl Michele Mardegan ha messo il carico da undici sulla vicenda. Per l’esponente di centrodestra, Landi avrebbe l’intenzione di incentivare «il rapporto occasionale, cosa a cui è prioritariamente legato l’uso del profilattico, quando invece servirebbe un’educazione dei giovani milanesi al sesso responsabile». A stretto giro di posta la replica dell’assessore alla Salute: «Io aiuto i giovani ad avere una sessualità più protetta e respingo queste posizioni vetero-conservatrici».

Fin qui la polemica politica. Ma quello che conta di più è sottolineare l’arretratezza culturale della classe politica italiana nei confronti di argomenti così dannatamente seri come quello dell’AIDS. Si pensava (o almeno si sperava) che sull’uso necessario del profilattico come strumento di lotta al contagio fossimo tutti d’accordo. Si pensava (o almeno si sperava) che fossimo ormai tutti consapevoli che i giovani (e non solo loro) fanno sesso, lo fanno spesso e vanno aiutati a farlo in maniera sana e responsabile. Si pensava (o almeno si sperava) che nessuno pretendesse ancora dai giovani la castità totale fino al matrimonio, soprattutto in un’epoca in cui ci si sposa se tutto va bene non prima dei 34-35 anni.

Invece pare che la strada da fare sia ancora lunga e la distinzione tra convinzioni personali dei politici e bene comune dei cittadini amministrati sia tutta da costruire, rispettare e condividere. Ma se la commistione tra due sfere così diverse può dar fastidio, in generale, a chi preferirebbe una politica laica, nel caso specifico la reazione diventa ancora più rabbiosa. Semplicemente, e non è poco, perché si sta parlando di AIDS, di una malattia devastante che ha ucciso tanta, troppa gente, e che ancora oggi in Africa o in altre zone in via di sviluppo si espande a macchia d’olio tra l’impotenza (o l’indifferenza?) dell’Occidente. E di AIDS, almeno questo speriamo lo si sappia, non si guarisce, non esistono vaccini né cure. Se un occidentale si ammala oggi può sperare di vivere a lungo grazie alla ricerca sui farmaci retrovirali, ma guarire no, non è possibile. Ed è impossibile anche evitare le decine di complicazioni connesse al virus che rendono la vita del malato ben al di là del limite della sopportazione.

Stante questa situazione ancora drammatica, dunque, è il caso di contestare e contrastare la diffusione dell’uso del preservativo? I mass media da tempo hanno abbassato la guardia sull’Hiv, forse perché non è più di moda. Ma il problema c’è, anche in Occidente, ed è enorme. Chi prende le decisioni che contano, che sia un consigliere comunale o un capo di Stato, tenti di rendersene conto appieno. Oppure, se credono, vietino per legge il sesso occasionale e prematrimoniale. In fondo, le cose illegali hanno sempre una certa innegabile attrattiva...

Ci mancava solo la polemica sui profilattici e l’AIDS. Giampaolo Landi di Chiavenna, assessore alla Salute del comune di Milano, non aveva fatto altro che lanciare un’iniziativa di sensibilizzazione contro la sindrome da immunodeficienza acquisita, per il semplice motivo (e lo dicono chiaramente i dati) che i contagi da HIV sono in preoccupante crescita nel capoluogo lombardo. L’idea era quella di distribuire preservativi allo stadio di San Siro, approfittando dell’alta affluenza di pubblico per far capire alla gente che non bisogna abbassare la guardia o abbandonare le minime (e credevamo universalmente accettate) misure di prevenzione.

giovedì 26 novembre 2009

Perché il Ringraziamento non è solo il pranzo col tacchino

Ffwebmagazine
26 novembre 2009
Un tacchino ripieno, abbondante salsa di mirtilli, patate dolci con zucchero, una tavola riccamente imbandita e tanta gente attorno. Ecco cosa conosciamo del giorno del Ringraziamento, forse la festa più sentita e celebrata negli Stati Uniti d’America. Del Thanksgiving Day abbiamo un’immagine stereotipata, figlia dei film e delle serie televisive a stelle e strisce. Il nostro immaginario collettivo, dunque, si è nutrito di tacchino e riunioni di famiglia, ignorando completamente l’origine e il vero significato della festa.

Il 16 dicembre 1620, il Mayflower dei Padri pellegrini era giunto sulle coste del Massachussets alla ricerca di un posto dove poter vivere secondo i dettami del loro credo religioso e lontano dalle imposizioni della Chiesa anglicana. Gli inizi della loro avventura in terra americana furono terribili: quasi la metà di loro non superò il primo inverno. Mancava il cibo, non si sapeva come far fruttare la terra, non si conoscevano molte specie animali e vegetali presenti in America. È qui che subentra la leggenda dalla quale trae origine il giorno del Ringraziamento. Si narra, infatti, che i nativi americani (probabilmente Irochesi) abbiano accolto gli immigrati inglesi (perché di immigrati stiamo parlando) nel migliore dei modi, insegnando loro a cacciare, a seminare e a cuocere i mirtilli e altri frutti. L’abbondanza del raccolto successivo permise ai Padri pellegrini di rafforzare la loro presenza e dare il la a quella che successivamente diverrà una vera e propria colonizzazione.

Ma all’epoca, a quanto pare, gli immigrati inglesi non avevano ancora deciso di sterminare gli indiani d’America e organizzarono una festa di ringraziamento per l’abbondanza dei raccolti, alla quale invitarono anche gli Irochesi. Furono loro, sempre secondo la leggenda, a portare tacchino e mirtilli, che poi sarebbero diventati gli ingredienti principali del Thanksgiving. Una festa di accoglienza, dunque, e di contaminazione reciproca tra indigeni e immigrati, a simboleggiare una collaborazione tra diverse culture e religioni che non può che portare benefici a entrambi.

Successivamente le cose cambiarono, bisogna ammetterlo, e il rafforzamento della presenza bianca e cristiana in quelle terre si accompagnò a una politica di sterminio dei nativi americani, a quello che possiamo tranquillamente definire come uno dei peggiori genocidi della storia. Gli americani dei giorni nostri lo sanno perfettamente, hanno fatto i conti con il loro passato e hanno ammesso colpe e responsabilità. Basti pensare al giorno del Ringraziamento del 1988, quando quattrocento persone (molte delle quali nativi americani) celebrarono la festa nella Chiesa di Saint John The Divine, a New York, per riaffermare il ruolo fondamentale degli indiani non solo nell’origine del Thanksgiving Day ma anche, e soprattutto, nell’insediamento dei primi coloni provenienti dall’Inghilterra.

Ricordare quella festa improvvisata una sera d’autunno del 1621 è importante, e non solo per i nostri amici americani. Quell’incontro tra due mondi così diversi, tra culture che di lì a poco si sarebbero scontrate sanguinosamente, è un seme di tolleranza da non disperdere. L’accoglienza dei migranti, soprattutto per un Occidente che si proclama a gran voce cristiano, dovrebbe essere alla base del nostro vivere civile. Con il rispetto delle leggi e della nostra cultura, ovviamente, ma senza dimenticare che nel corso della storia tutti, ciclicamente, siamo stati migranti, “pellegrini” alla ricerca di una vita migliore. Se pensassimo ai barconi che solcano il canale di Sicilia come a moderni Mayflower, forse riusciremmo a capire meglio le speranze e le attese di chi li affolla. E allora potremmo, simbolicamente, insegnare loro a “cacciare, seminare e procurarsi il cibo”, per poi festeggiare insieme una prospera abbondanza figlia dell’aiuto reciproco. Sostituendo al tacchino, beninteso, i nostri ben più succulenti piatti tradizionali.

mercoledì 11 novembre 2009

Il salotto di Vespa e la casa del Gf? Non sono poi così lontani...

 Ffwebmagazine
11 novembre 2009
“Questa o quella, per me pari sono...”. O forse non è il caso di scomodare Giuseppe Verdi, visto che ci stiamo riferendo alle scintille tra Porta a Porta e Grande Fratello. Questi i fatti: la settimana scorsa Bruno Vespa ha dedicato una puntata al reality dei reality, al padre di tutti gli spioni catodici, ospitando in studio anche Floriana Secondi e Augusto De Megni, ex concorrenti della casa di Cinecittà. Due ore filate per criticare il Gf, per ribadire quanto sia cheap, kitsch, out, desengagé, guardare questo sommo esempio di tv spazzatura e quanto sia stato bello, benefico, rivoluzionario, candido e puro, il successo di ascolti di Pinocchio sui segregati di Canale 5. Bene. Bravo. Bis. Anche se i punti di share che frutta la discussione sul Gf al buon Vespa piacciono e non poco.

Pochi giorni dopo (esattamente lunedì), Alessia  Marcuzzi risponde in diretta, pur senza nominare mai il giornalista di Raiuno: «Ringrazio tutti quelli che ci seguono e tutti i programmi che parlano di noi. Anche quei programmi che parlano di noi in maniera scorretta. Loro sanno a chi mi riferisco. Chi vuole capire capisca». Parata e risposta.

Diatriba tra televisione alta e televisione bassa? Tra il salotto buono della politica e la discarica del nazionalpopolare? Non proprio. Pensiamoci un attimo. Nella casa del Grande Fratello, sconosciuti senza arte né parte urlano, litigano, danno uno spettacolo orribile di sé e del paese. Nel salotto di Bruno Vespa, politici conosciuti o meno (a volte senza arte né parte), urlano, litigano, danno uno spettacolo orribile di sé e del paese. Che sia un capogruppo parlamentare o un tamarro di periferia, dunque, il succo è sempre quello: televisione urlata, inacidita, dove ognuno cerca di gridare più forte dell'altro, perché secondo lo schema dominante chi urla vince e “buca” lo schermo.

Due tipi diversi di reality, dunque, entrambi distanti anni luce, però, dalla realtà. Viene rappresentato un modello di Italia che va per la maggiore, quello degli scontri, delle contrapposizioni frontali (che siano tra coalizioni politiche o gruppetti di gieffini poco cambia), dell'eccesso e del cattivo gusto. Sappiamo benissimo che il nostro paese non è così. Il problema è che nella società dell'immagine e della comunicazione, la verità è quella veicolata dai media. Quindi, checché ne pensiate, l'Italia è quella di Porta a Porta e del Grande Fratello. Punto.

Lo scontro al vetriolo tra Vespa e Marcuzzi (un giornalista e una showgirl, ruoli paradigmatici spesso sovrapponibili) è uno scontro interno, lotte intestine al reality show ininterrotto della televisione italiana. Forse Vespa risponderà alla reazione della conduttrice di Canale 5, forse no. Di sicuro continuerà ad andare in onda il circo infinito dell'Italia che vogliono farci trangugiare.

Niente atteggiamento antitelevisivo da radical chic, per carità. Ma il nostro famelico interesse nei confronti della televisione (di qualsiasi genere essa sia) vacilla sotto i colpi dello strapotere del reality style. Noi resisteremo, rimarremo incollati al nostro divano con il telecomando in mano e la classica Peroni familiare gelata di fantozziana memoria. E la prossima volta che Vespa criticherà il Grande Fratello ci faremo una risata. Il bue che dice cornuto all'asino.

martedì 3 novembre 2009

Quello che il rugby può insegnare alla politica

Ffwebmagazine
novembre 2009

Oggi è il gran giorno: a San Siro sbarcano gli All Blacks, i marziani neozelandesi del rugby. La nazionale italiana proverà a giocare la propria gara con il solito impegno, gettando il cuore oltre l’ostacolo, sapendo quanto è difficile anche solo impensierire quella macchina perfetta proveniente dall’emisfero australe. Bello sport, il rugby, che dovrebbe farci capire alcune cose.

A vederli scendere in campo, a osservare le azioni di gioco, a seguire le furibonde mischie, si direbbe che i 30 giocatori di una partita di rugby siano la quintessenza dello sport violento, “maschio”, senza esclusione di colpi. E invece, ormai si sa anche in Italia, ogni benedetto match si conclude con il “terzo tempo”, un momento conviviale tra le due squadre, durante il quale ci si dimentica di tutto, delle botte da orbi prese e date, delle piccole scorrettezze che si compiono durante gli ottanta minuti di gioco, di chi ha vinto e di chi ha perso. Perché alla base di tutto c’è lo sport, il confronto deciso ma all’insegna del fair play. Perché un conto è giocare una partita, un altro  è il rapporto civile e rispettoso che deve esserci tra le opposte fazioni, una volta usciti dal campo di gioco.

Il pensiero corre subito (e come non potrebbe?) alle vicende politiche di casa nostra. Non solo durante la “partita” se le danno di santa ragione. Anche dopo, magari nel tunnel che porta agli spogliatoi, i giocatori continuano a menarsi, a urlare e sbraitare, a dire che l’altra squadra ha barato, ha giocato sporco, ha vinto solo perché, magari, ha corrotto l’arbitro. Ecco perché il terzo tempo servirebbe anche per la politica italiana. Lo scontro politico e parlamentare, sia chiaro, è sacrosanto e salutare. Ci si confronta, anche duramente. Si portano avanti le proprie idee, gettandosi nella mischia e tentando energicamente di spingere la palla verso l’area di meta avversaria. Tutto lecito: sono le regole del gioco democratico e guai se non fosse così. Ma almeno ci si risparmi l’azzuffata finale, quella che da troppo tempo non si riesce proprio a evitare. Si tenti di distinguere e separare il confronto politico dalla correttezza politica e istituzionale, si evitino le invasioni di campo (una volta un giudice, l’altra un giornalista) che esacerbano gli animi e invitano alla baruffa.

Lo sport a quanto pare c’entra davvero in questa triste e sconfortante prassi. L’Italia, in fondo, è il paese del calcio. Di quella disciplina sportiva, per intenderci, che, almeno da noi, non riesce a vivere senza i veleni, gli sgambetti, le simulazioni, la fobia dei complotti di ogni genere, le calciopoli di ogni colore, la gara a chi urla più dell’altro davanti ai microfoni dopo il novantesimo minuto. E si riverbera anche in politica questa predilezione calcistica, questo stillicidio di fallacci da dietro e interventi a gamba tesa. Almeno una volta c’erano i fantasisti a farci divertire. Ora la regola è una sola: menate e dimenatevi, alla fine qualcuno vincerà.

Ed è per questo che oggi ci godiamo lo spettacolo del Meazza. Dimentichiamo per un po’ la gazzarra calcistica (e politica) per incitare lealmente la nostra squadra contro le divinità del rugby mondiale. Forse vinceremo, molto più probabilmente soccomberemo. Ma allo scoccare dell’ottantesimo minuto, costi quel che costi, sarà il momento del terzo tempo, delle pacche sulle spalle, di una pinta di birra in compagnia degli avversari. Perché tra vincere o perdere mantenendo comunque la dignità e il rispetto per l’altro, e vincere a ogni costo infischiandosene delle più basilari regole di convivenza civile, c’è una differenza enorme. Grazie al cielo.

lunedì 2 novembre 2009

Alda, tra le brutture del mondo e la grandezza del Cielo

Ffwebmagazine
2 novembre 2009
Muor Giove, e l'inno del poeta resta, diceva Giosué Carducci. La notizia della morte di Alda Merini, quindi, è senz'altro dolorosa, ma non è il suo addio definitivo al mondo. Non può esserlo, se è vero come è vero che le sue poesie, quella lucida follia frutto vermiglio e lacerato di interminabili anni di internamento psichiatrico, ci accompagneranno fino alla fine dei tempi, come quelle di Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi o Montale. Sì, perché Alda Marini non è stata soltanto una reduce di quell'inferno chiamato manicomio. È stata molto di più, a dispetto di tv e giornali che le avevano affibbiato il ruolo mediaticamente utile e spendibile della poetessa folle. Senza dubbio quell'esperienza ha inciso, e profondamente, sul suo percorso umano e artistico. Ma le opere di Alda Merini travalicano persino un'esperienza indelebile del genere. Perché la poesia è poesia, perché non è terrena ma frutto di un animo che anela al trascendente, perché un poeta è una semidivinità sospesa tra le brutture del mondo e la grandezza del Cielo.

Alda Merini era tutto ciò: un essere umano fragile che con le sue poesie riusciva a raggiungere vette ineguagliabili, che trasformava il dolore di una vita in arte, con quel suo stile così carnale, passionale, viscerale, che trasporta e stravolge, conquista e ammalia. E poi la sua Fede nell'Uno al di sopra del bene e del male, anch'essa così diversa dalla normalità, a volte ribelle e critica ma sempre viva e rigogliosa.

Gli ultimi anni della sua vita la poetessa milanese li ha vissuti attorniata da un calore che meritava tutto e che per troppo tempo le era stato negato. Si erano finalmente mobilitati intellettuali e maitre-à-penser, per rendere il dovuto onore a uno dei più grandi poeti del nostro Novecento. Poi potremmo parlare anche delle strumentalizzazioni, dei tentativi di chi sperava di poter ascrivere Alda Merini a una parte politica. I salotti milanesi radical chic ci avevano provato, pensando che il genio poetico potesse essere patrimonio esclusivo di qualcuno a discapito di qualcun altro. Niente di più sbagliato, niente di più lontano dalla vera essenza dell'Arte. Piuttosto, la regola, se proprio una regola serve, dovrebbe essere la seguente: “Ci piace, è nostro”.

E così dovrebbe essere anche per Alda Merini, che nella sua poesia irregolare, genialmente confusa, libera e libertaria, potrebbe entrare di diritto nel Pantheon culturale della nuova destra. Senza strumentalizzazioni, per carità. Niente appropriazioni indebite di geni imperituri. Solo un segno di riconoscenza nei confronti di una poetessa che da oggi entra nell'Olimpo della cultura italiana.

Un unico rammarico, però, c'è: il mancato Nobel. Ma da un'Accademia di Svezia che compie scelte spesso discutibili, forse non ci si poteva aspettare niente di diverso. «Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita». Parola di una donna, di una poetessa, di uno spirito libero e irregolare che ci mancherà terribilmente.

venerdì 30 ottobre 2009

Altro che Asterix. Noi stiamo con Cesare

Ffwebmagazine
fine ottobre 2009

Asterix? No, grazie, preferiamo Cesare. Proprio oggi cade il cinquantenario dall’esordio del fumetto di Goscinny e Uderzo, uscito il 29 ottobre 1959 sulle pagine del periodico francese Pilote, e dappertutto è un fiorire di celebrazioni, di interpretazioni positive di una saga che, a guardarla bene, di positivo ha davvero poco. Per intenderci: nella perenne sfida tra le legioni romane e i forsennati abitanti del villaggio, noi stiamo con Cesare, con la Roma simbolo di modernità e multiculturalità, con quello che diventerà l’Impero romano, che non è assoggettamento ma contaminazione e integrazione. Quello stesso Impero che è stato usato, strumentalizzato ideologicamente e politicamente, esaltato o bistrattato per convenienza, e che invece ha rappresentato il primo modello multiculturale degno di nota della storia, ben prima dell’epopea americana. Non ci sarebbe il mondo come lo conosciamo oggi senza quel melting pot formidabile nato sulle rive del Tevere. Altro che Roma ladrona.

Al contrario, il villaggio gallo di Asterix e Obelix, da sempre elevato a modello di resistenza all’omologazione, è piuttosto l’esempio di una cultura identitaria stantìa, il simbolo di una difesa della tradizione a oltranza e fine a se stessa, il monumento alla paura del nuovo e del diverso. Altro che eroici resistenti, custodi di una purezza antica. I Galli che resistono all’avanzata di Cesare sono conservatori, nel senso più deleterio del termine, sono oltranzisti localisti, nemici a prescindere dello “straniero” e di ogni forma di melange culturale. Diciamolo pure senza problemi: sono leghisti. È la cultura dei sindaci-sceriffi che esacerbano gli animi e lanciano anatemi sull’ondata multietnica e multiculturale, dei respingimenti senza se e senza ma. E Cesare, invece, rappresenta l’Italia globale, quella inevitabile, quella che ci piacerebbe vedere all’orizzonte ma che a qualcuno fa così paura, quella della generazione Balotelli.

Le analogie con il presente sono davvero sorprendenti. In una vignetta della saga, ad esempio, Asterix vede un acquedotto romano, oggi come allora esempio magnifico di architettura e ingegneria, ed esclama: «Sono pazzi questi romani! Stanno rovinando le nostre valli». È la versione fumettistica del No Tav, del not in my back yard, di chi si trincera dietro la retorica del federalismo strapaesano per nascondersi all’altro, al progresso, al futuro. Di chi non vuole che la propria vita abitudinaria e spesso banale venga sconvolta da agenti esterni, negativi o positivi che siano. 

La vita di quei leghisti ante litteram, dunque, è intrisa di tradizionalismo e di totale chiusura nei confronti dell’innovazione. Basti pensare al povero Assurancetourix, il bardo, musico e poeta che tutti emarginano perché, a loro dire, è stonato. In realtà, Assurancetourix altro non è che un jazzista, un musicista irregolare, un innovatore, quasi un punk, un artista che non ha bisogno di essere intonato per sentirsi libero di esprimersi. E i suoi concittadini che lo disprezzano e lo sfottono somigliano tanto a chi, all’interno di qualsiasi regime totalitario, ha sempre osteggiato quella che definivano “musica degenerata”, come i nazisti strenui nemici del jazz e del suono della tromba modificato da aggeggi “infernali”. Assurancetourix diventa, di conseguenza, il vero resistente, il creativo del gruppo. È l’unico che sperimenta, che si lancia nella mischia di un mondo in trasformazione, che crede nell’enorme potenzialità della contaminazione.

Ma i riferimenti storici sono numerosi. Quel villaggio nel cuore della Gallia in fondo è vagamente vandeano. Come la Vandea, che tanto è piaciuta e piace a una certa destra, è un’enclave tradizionalista che disprezza un processo storico che cancella l’ancien regime, e con esso la tradizione, che sia buona o cattiva a quel punto non ha più molta importanza. Ma il mondo inevitabilmente cambia e si adatta alle nuove condizioni storiche, accoglie e non respinge. Sia chiaro: nessuno sta mettendo in discussione il valore incontestabile della tradizione, molto spesso utile motore anche per il presente e il futuro. C’è però una tradizione portata all’eccesso che diventa bacchettonismo, che si arrocca su posizioni vetuste e anacronistiche, che non coglie i cambiamenti storici, sociali e culturali e li osteggia, li rifiuta. La destra che ci piace non è questa, ma quella di Marinetti, dello slancio impavido e quasi un po’ sconsiderato verso il futuro. E il padre del Futurismo, ne siamo certi, avrebbe buttato via Asterix, Obelix e tutto il resto, nell’immondezzaio delle cose superate, inutili, incompatibili con il domani.

Come potremmo, dunque, celebrare i cinquant’anni di un fumetto così tremendamente attuale e dal messaggio opposto rispetto all’Italia che vorremmo, che sogniamo, che riteniamo l’unica possibile? 
Se è vero, come è vero, che non moriremo leghisti, oggi non possiamo far altro che sperare che i goffi centurioni di Giulio Cesare scoprano il segreto della pozione preparata dal druido Panoramix e riescano, finalmente, a contagiare tutti con la loro voglia di globalità. Forse è una speranza solo fumettistica. Ma forse no.