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giovedì 26 novembre 2009

Perché il Ringraziamento non è solo il pranzo col tacchino

Ffwebmagazine
26 novembre 2009
Un tacchino ripieno, abbondante salsa di mirtilli, patate dolci con zucchero, una tavola riccamente imbandita e tanta gente attorno. Ecco cosa conosciamo del giorno del Ringraziamento, forse la festa più sentita e celebrata negli Stati Uniti d’America. Del Thanksgiving Day abbiamo un’immagine stereotipata, figlia dei film e delle serie televisive a stelle e strisce. Il nostro immaginario collettivo, dunque, si è nutrito di tacchino e riunioni di famiglia, ignorando completamente l’origine e il vero significato della festa.

Il 16 dicembre 1620, il Mayflower dei Padri pellegrini era giunto sulle coste del Massachussets alla ricerca di un posto dove poter vivere secondo i dettami del loro credo religioso e lontano dalle imposizioni della Chiesa anglicana. Gli inizi della loro avventura in terra americana furono terribili: quasi la metà di loro non superò il primo inverno. Mancava il cibo, non si sapeva come far fruttare la terra, non si conoscevano molte specie animali e vegetali presenti in America. È qui che subentra la leggenda dalla quale trae origine il giorno del Ringraziamento. Si narra, infatti, che i nativi americani (probabilmente Irochesi) abbiano accolto gli immigrati inglesi (perché di immigrati stiamo parlando) nel migliore dei modi, insegnando loro a cacciare, a seminare e a cuocere i mirtilli e altri frutti. L’abbondanza del raccolto successivo permise ai Padri pellegrini di rafforzare la loro presenza e dare il la a quella che successivamente diverrà una vera e propria colonizzazione.

Ma all’epoca, a quanto pare, gli immigrati inglesi non avevano ancora deciso di sterminare gli indiani d’America e organizzarono una festa di ringraziamento per l’abbondanza dei raccolti, alla quale invitarono anche gli Irochesi. Furono loro, sempre secondo la leggenda, a portare tacchino e mirtilli, che poi sarebbero diventati gli ingredienti principali del Thanksgiving. Una festa di accoglienza, dunque, e di contaminazione reciproca tra indigeni e immigrati, a simboleggiare una collaborazione tra diverse culture e religioni che non può che portare benefici a entrambi.

Successivamente le cose cambiarono, bisogna ammetterlo, e il rafforzamento della presenza bianca e cristiana in quelle terre si accompagnò a una politica di sterminio dei nativi americani, a quello che possiamo tranquillamente definire come uno dei peggiori genocidi della storia. Gli americani dei giorni nostri lo sanno perfettamente, hanno fatto i conti con il loro passato e hanno ammesso colpe e responsabilità. Basti pensare al giorno del Ringraziamento del 1988, quando quattrocento persone (molte delle quali nativi americani) celebrarono la festa nella Chiesa di Saint John The Divine, a New York, per riaffermare il ruolo fondamentale degli indiani non solo nell’origine del Thanksgiving Day ma anche, e soprattutto, nell’insediamento dei primi coloni provenienti dall’Inghilterra.

Ricordare quella festa improvvisata una sera d’autunno del 1621 è importante, e non solo per i nostri amici americani. Quell’incontro tra due mondi così diversi, tra culture che di lì a poco si sarebbero scontrate sanguinosamente, è un seme di tolleranza da non disperdere. L’accoglienza dei migranti, soprattutto per un Occidente che si proclama a gran voce cristiano, dovrebbe essere alla base del nostro vivere civile. Con il rispetto delle leggi e della nostra cultura, ovviamente, ma senza dimenticare che nel corso della storia tutti, ciclicamente, siamo stati migranti, “pellegrini” alla ricerca di una vita migliore. Se pensassimo ai barconi che solcano il canale di Sicilia come a moderni Mayflower, forse riusciremmo a capire meglio le speranze e le attese di chi li affolla. E allora potremmo, simbolicamente, insegnare loro a “cacciare, seminare e procurarsi il cibo”, per poi festeggiare insieme una prospera abbondanza figlia dell’aiuto reciproco. Sostituendo al tacchino, beninteso, i nostri ben più succulenti piatti tradizionali.

mercoledì 11 novembre 2009

Il salotto di Vespa e la casa del Gf? Non sono poi così lontani...

 Ffwebmagazine
11 novembre 2009
“Questa o quella, per me pari sono...”. O forse non è il caso di scomodare Giuseppe Verdi, visto che ci stiamo riferendo alle scintille tra Porta a Porta e Grande Fratello. Questi i fatti: la settimana scorsa Bruno Vespa ha dedicato una puntata al reality dei reality, al padre di tutti gli spioni catodici, ospitando in studio anche Floriana Secondi e Augusto De Megni, ex concorrenti della casa di Cinecittà. Due ore filate per criticare il Gf, per ribadire quanto sia cheap, kitsch, out, desengagé, guardare questo sommo esempio di tv spazzatura e quanto sia stato bello, benefico, rivoluzionario, candido e puro, il successo di ascolti di Pinocchio sui segregati di Canale 5. Bene. Bravo. Bis. Anche se i punti di share che frutta la discussione sul Gf al buon Vespa piacciono e non poco.

Pochi giorni dopo (esattamente lunedì), Alessia  Marcuzzi risponde in diretta, pur senza nominare mai il giornalista di Raiuno: «Ringrazio tutti quelli che ci seguono e tutti i programmi che parlano di noi. Anche quei programmi che parlano di noi in maniera scorretta. Loro sanno a chi mi riferisco. Chi vuole capire capisca». Parata e risposta.

Diatriba tra televisione alta e televisione bassa? Tra il salotto buono della politica e la discarica del nazionalpopolare? Non proprio. Pensiamoci un attimo. Nella casa del Grande Fratello, sconosciuti senza arte né parte urlano, litigano, danno uno spettacolo orribile di sé e del paese. Nel salotto di Bruno Vespa, politici conosciuti o meno (a volte senza arte né parte), urlano, litigano, danno uno spettacolo orribile di sé e del paese. Che sia un capogruppo parlamentare o un tamarro di periferia, dunque, il succo è sempre quello: televisione urlata, inacidita, dove ognuno cerca di gridare più forte dell'altro, perché secondo lo schema dominante chi urla vince e “buca” lo schermo.

Due tipi diversi di reality, dunque, entrambi distanti anni luce, però, dalla realtà. Viene rappresentato un modello di Italia che va per la maggiore, quello degli scontri, delle contrapposizioni frontali (che siano tra coalizioni politiche o gruppetti di gieffini poco cambia), dell'eccesso e del cattivo gusto. Sappiamo benissimo che il nostro paese non è così. Il problema è che nella società dell'immagine e della comunicazione, la verità è quella veicolata dai media. Quindi, checché ne pensiate, l'Italia è quella di Porta a Porta e del Grande Fratello. Punto.

Lo scontro al vetriolo tra Vespa e Marcuzzi (un giornalista e una showgirl, ruoli paradigmatici spesso sovrapponibili) è uno scontro interno, lotte intestine al reality show ininterrotto della televisione italiana. Forse Vespa risponderà alla reazione della conduttrice di Canale 5, forse no. Di sicuro continuerà ad andare in onda il circo infinito dell'Italia che vogliono farci trangugiare.

Niente atteggiamento antitelevisivo da radical chic, per carità. Ma il nostro famelico interesse nei confronti della televisione (di qualsiasi genere essa sia) vacilla sotto i colpi dello strapotere del reality style. Noi resisteremo, rimarremo incollati al nostro divano con il telecomando in mano e la classica Peroni familiare gelata di fantozziana memoria. E la prossima volta che Vespa criticherà il Grande Fratello ci faremo una risata. Il bue che dice cornuto all'asino.

martedì 3 novembre 2009

Quello che il rugby può insegnare alla politica

Ffwebmagazine
novembre 2009

Oggi è il gran giorno: a San Siro sbarcano gli All Blacks, i marziani neozelandesi del rugby. La nazionale italiana proverà a giocare la propria gara con il solito impegno, gettando il cuore oltre l’ostacolo, sapendo quanto è difficile anche solo impensierire quella macchina perfetta proveniente dall’emisfero australe. Bello sport, il rugby, che dovrebbe farci capire alcune cose.

A vederli scendere in campo, a osservare le azioni di gioco, a seguire le furibonde mischie, si direbbe che i 30 giocatori di una partita di rugby siano la quintessenza dello sport violento, “maschio”, senza esclusione di colpi. E invece, ormai si sa anche in Italia, ogni benedetto match si conclude con il “terzo tempo”, un momento conviviale tra le due squadre, durante il quale ci si dimentica di tutto, delle botte da orbi prese e date, delle piccole scorrettezze che si compiono durante gli ottanta minuti di gioco, di chi ha vinto e di chi ha perso. Perché alla base di tutto c’è lo sport, il confronto deciso ma all’insegna del fair play. Perché un conto è giocare una partita, un altro  è il rapporto civile e rispettoso che deve esserci tra le opposte fazioni, una volta usciti dal campo di gioco.

Il pensiero corre subito (e come non potrebbe?) alle vicende politiche di casa nostra. Non solo durante la “partita” se le danno di santa ragione. Anche dopo, magari nel tunnel che porta agli spogliatoi, i giocatori continuano a menarsi, a urlare e sbraitare, a dire che l’altra squadra ha barato, ha giocato sporco, ha vinto solo perché, magari, ha corrotto l’arbitro. Ecco perché il terzo tempo servirebbe anche per la politica italiana. Lo scontro politico e parlamentare, sia chiaro, è sacrosanto e salutare. Ci si confronta, anche duramente. Si portano avanti le proprie idee, gettandosi nella mischia e tentando energicamente di spingere la palla verso l’area di meta avversaria. Tutto lecito: sono le regole del gioco democratico e guai se non fosse così. Ma almeno ci si risparmi l’azzuffata finale, quella che da troppo tempo non si riesce proprio a evitare. Si tenti di distinguere e separare il confronto politico dalla correttezza politica e istituzionale, si evitino le invasioni di campo (una volta un giudice, l’altra un giornalista) che esacerbano gli animi e invitano alla baruffa.

Lo sport a quanto pare c’entra davvero in questa triste e sconfortante prassi. L’Italia, in fondo, è il paese del calcio. Di quella disciplina sportiva, per intenderci, che, almeno da noi, non riesce a vivere senza i veleni, gli sgambetti, le simulazioni, la fobia dei complotti di ogni genere, le calciopoli di ogni colore, la gara a chi urla più dell’altro davanti ai microfoni dopo il novantesimo minuto. E si riverbera anche in politica questa predilezione calcistica, questo stillicidio di fallacci da dietro e interventi a gamba tesa. Almeno una volta c’erano i fantasisti a farci divertire. Ora la regola è una sola: menate e dimenatevi, alla fine qualcuno vincerà.

Ed è per questo che oggi ci godiamo lo spettacolo del Meazza. Dimentichiamo per un po’ la gazzarra calcistica (e politica) per incitare lealmente la nostra squadra contro le divinità del rugby mondiale. Forse vinceremo, molto più probabilmente soccomberemo. Ma allo scoccare dell’ottantesimo minuto, costi quel che costi, sarà il momento del terzo tempo, delle pacche sulle spalle, di una pinta di birra in compagnia degli avversari. Perché tra vincere o perdere mantenendo comunque la dignità e il rispetto per l’altro, e vincere a ogni costo infischiandosene delle più basilari regole di convivenza civile, c’è una differenza enorme. Grazie al cielo.

lunedì 2 novembre 2009

Alda, tra le brutture del mondo e la grandezza del Cielo

Ffwebmagazine
2 novembre 2009
Muor Giove, e l'inno del poeta resta, diceva Giosué Carducci. La notizia della morte di Alda Merini, quindi, è senz'altro dolorosa, ma non è il suo addio definitivo al mondo. Non può esserlo, se è vero come è vero che le sue poesie, quella lucida follia frutto vermiglio e lacerato di interminabili anni di internamento psichiatrico, ci accompagneranno fino alla fine dei tempi, come quelle di Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi o Montale. Sì, perché Alda Marini non è stata soltanto una reduce di quell'inferno chiamato manicomio. È stata molto di più, a dispetto di tv e giornali che le avevano affibbiato il ruolo mediaticamente utile e spendibile della poetessa folle. Senza dubbio quell'esperienza ha inciso, e profondamente, sul suo percorso umano e artistico. Ma le opere di Alda Merini travalicano persino un'esperienza indelebile del genere. Perché la poesia è poesia, perché non è terrena ma frutto di un animo che anela al trascendente, perché un poeta è una semidivinità sospesa tra le brutture del mondo e la grandezza del Cielo.

Alda Merini era tutto ciò: un essere umano fragile che con le sue poesie riusciva a raggiungere vette ineguagliabili, che trasformava il dolore di una vita in arte, con quel suo stile così carnale, passionale, viscerale, che trasporta e stravolge, conquista e ammalia. E poi la sua Fede nell'Uno al di sopra del bene e del male, anch'essa così diversa dalla normalità, a volte ribelle e critica ma sempre viva e rigogliosa.

Gli ultimi anni della sua vita la poetessa milanese li ha vissuti attorniata da un calore che meritava tutto e che per troppo tempo le era stato negato. Si erano finalmente mobilitati intellettuali e maitre-à-penser, per rendere il dovuto onore a uno dei più grandi poeti del nostro Novecento. Poi potremmo parlare anche delle strumentalizzazioni, dei tentativi di chi sperava di poter ascrivere Alda Merini a una parte politica. I salotti milanesi radical chic ci avevano provato, pensando che il genio poetico potesse essere patrimonio esclusivo di qualcuno a discapito di qualcun altro. Niente di più sbagliato, niente di più lontano dalla vera essenza dell'Arte. Piuttosto, la regola, se proprio una regola serve, dovrebbe essere la seguente: “Ci piace, è nostro”.

E così dovrebbe essere anche per Alda Merini, che nella sua poesia irregolare, genialmente confusa, libera e libertaria, potrebbe entrare di diritto nel Pantheon culturale della nuova destra. Senza strumentalizzazioni, per carità. Niente appropriazioni indebite di geni imperituri. Solo un segno di riconoscenza nei confronti di una poetessa che da oggi entra nell'Olimpo della cultura italiana.

Un unico rammarico, però, c'è: il mancato Nobel. Ma da un'Accademia di Svezia che compie scelte spesso discutibili, forse non ci si poteva aspettare niente di diverso. «Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita». Parola di una donna, di una poetessa, di uno spirito libero e irregolare che ci mancherà terribilmente.

venerdì 30 ottobre 2009

Altro che Asterix. Noi stiamo con Cesare

Ffwebmagazine
fine ottobre 2009

Asterix? No, grazie, preferiamo Cesare. Proprio oggi cade il cinquantenario dall’esordio del fumetto di Goscinny e Uderzo, uscito il 29 ottobre 1959 sulle pagine del periodico francese Pilote, e dappertutto è un fiorire di celebrazioni, di interpretazioni positive di una saga che, a guardarla bene, di positivo ha davvero poco. Per intenderci: nella perenne sfida tra le legioni romane e i forsennati abitanti del villaggio, noi stiamo con Cesare, con la Roma simbolo di modernità e multiculturalità, con quello che diventerà l’Impero romano, che non è assoggettamento ma contaminazione e integrazione. Quello stesso Impero che è stato usato, strumentalizzato ideologicamente e politicamente, esaltato o bistrattato per convenienza, e che invece ha rappresentato il primo modello multiculturale degno di nota della storia, ben prima dell’epopea americana. Non ci sarebbe il mondo come lo conosciamo oggi senza quel melting pot formidabile nato sulle rive del Tevere. Altro che Roma ladrona.

Al contrario, il villaggio gallo di Asterix e Obelix, da sempre elevato a modello di resistenza all’omologazione, è piuttosto l’esempio di una cultura identitaria stantìa, il simbolo di una difesa della tradizione a oltranza e fine a se stessa, il monumento alla paura del nuovo e del diverso. Altro che eroici resistenti, custodi di una purezza antica. I Galli che resistono all’avanzata di Cesare sono conservatori, nel senso più deleterio del termine, sono oltranzisti localisti, nemici a prescindere dello “straniero” e di ogni forma di melange culturale. Diciamolo pure senza problemi: sono leghisti. È la cultura dei sindaci-sceriffi che esacerbano gli animi e lanciano anatemi sull’ondata multietnica e multiculturale, dei respingimenti senza se e senza ma. E Cesare, invece, rappresenta l’Italia globale, quella inevitabile, quella che ci piacerebbe vedere all’orizzonte ma che a qualcuno fa così paura, quella della generazione Balotelli.

Le analogie con il presente sono davvero sorprendenti. In una vignetta della saga, ad esempio, Asterix vede un acquedotto romano, oggi come allora esempio magnifico di architettura e ingegneria, ed esclama: «Sono pazzi questi romani! Stanno rovinando le nostre valli». È la versione fumettistica del No Tav, del not in my back yard, di chi si trincera dietro la retorica del federalismo strapaesano per nascondersi all’altro, al progresso, al futuro. Di chi non vuole che la propria vita abitudinaria e spesso banale venga sconvolta da agenti esterni, negativi o positivi che siano. 

La vita di quei leghisti ante litteram, dunque, è intrisa di tradizionalismo e di totale chiusura nei confronti dell’innovazione. Basti pensare al povero Assurancetourix, il bardo, musico e poeta che tutti emarginano perché, a loro dire, è stonato. In realtà, Assurancetourix altro non è che un jazzista, un musicista irregolare, un innovatore, quasi un punk, un artista che non ha bisogno di essere intonato per sentirsi libero di esprimersi. E i suoi concittadini che lo disprezzano e lo sfottono somigliano tanto a chi, all’interno di qualsiasi regime totalitario, ha sempre osteggiato quella che definivano “musica degenerata”, come i nazisti strenui nemici del jazz e del suono della tromba modificato da aggeggi “infernali”. Assurancetourix diventa, di conseguenza, il vero resistente, il creativo del gruppo. È l’unico che sperimenta, che si lancia nella mischia di un mondo in trasformazione, che crede nell’enorme potenzialità della contaminazione.

Ma i riferimenti storici sono numerosi. Quel villaggio nel cuore della Gallia in fondo è vagamente vandeano. Come la Vandea, che tanto è piaciuta e piace a una certa destra, è un’enclave tradizionalista che disprezza un processo storico che cancella l’ancien regime, e con esso la tradizione, che sia buona o cattiva a quel punto non ha più molta importanza. Ma il mondo inevitabilmente cambia e si adatta alle nuove condizioni storiche, accoglie e non respinge. Sia chiaro: nessuno sta mettendo in discussione il valore incontestabile della tradizione, molto spesso utile motore anche per il presente e il futuro. C’è però una tradizione portata all’eccesso che diventa bacchettonismo, che si arrocca su posizioni vetuste e anacronistiche, che non coglie i cambiamenti storici, sociali e culturali e li osteggia, li rifiuta. La destra che ci piace non è questa, ma quella di Marinetti, dello slancio impavido e quasi un po’ sconsiderato verso il futuro. E il padre del Futurismo, ne siamo certi, avrebbe buttato via Asterix, Obelix e tutto il resto, nell’immondezzaio delle cose superate, inutili, incompatibili con il domani.

Come potremmo, dunque, celebrare i cinquant’anni di un fumetto così tremendamente attuale e dal messaggio opposto rispetto all’Italia che vorremmo, che sogniamo, che riteniamo l’unica possibile? 
Se è vero, come è vero, che non moriremo leghisti, oggi non possiamo far altro che sperare che i goffi centurioni di Giulio Cesare scoprano il segreto della pozione preparata dal druido Panoramix e riescano, finalmente, a contagiare tutti con la loro voglia di globalità. Forse è una speranza solo fumettistica. Ma forse no.

sabato 24 ottobre 2009

Siamo stati emigranti, non scordiamolo mai

Ffwebmagazine
24 ottobre 2009

Nessun italiano che si rispetti, retorica nazionalista di qualsiasi colore a parte, può evitare di emozionarsi visitando il Museo nazionale dell’Emigrazione italiana, inaugurato ieri al Vittoriano, alla presenza del presidente Napolitano, del ministro Bondi e del presidente della Camera Fini. Nelle curatissime sale espositive c’è davvero di tutto, in un percorso multimediale che immerge il visitatore nelle struggenti, ma speranzose atmosfere dell’emigrazione nostrana nel corso degli ultimi due secoli: lettere, telegrammi, cartoline, oggetti personali, pagine di giornali dell’epoca, video, audio, persino canzoni dedicate agli emigranti. Lo spazio museale, fortemente voluto dal sottosegretario agli Affari esteri Alfredo Mantica, rende finalmente omaggio a un fenomeno cruciale per la storia dell’Italia post-unitaria, che ha segnato intere generazioni e ha marchiato a fuoco le carni di un intero popolo. Non c’è facile retorica tra le splendide sale del complesso del Vittoriano; non c’è nostalgia fine a se stessa del tempo che fu; né esaltazione aprioristica di quel momento storico. C’è semplicemente il dovuto omaggio a chi, citando le parole del sottosegretario Mantica, «è partito con un sogno; non tutti hanno potuto realizzarlo ma ognuno ha, comunque, una storia da raccontare».

Ce ne sono davvero tante di storie da rivivere. Dalle più note, come l’affondamento dell’Andrea Doria al largo di Boston o il vergognoso caso di Sacco e Vanzetti, alle meno conosciute, quelle personali, le più numerose, che riguardano un’intera schiera di emigranti senza nome che con la valigia piena di sogni e il cuore ancorato all’Italia, si è diffusa a macchia d’olio in ogni angolo del pianeta. Particolarmente toccante, ad esempio, una lettera di un emigrante italiano in Svizzera indirizzata alla madre: poche righe, tantissima dignità, e la felicità di aver iniziato un nuovo lavoro come “assistente manovale”. E alla fine la promessa più toccante: i primi risparmi saranno per lei, per la madre lontana. Italiani brava gente, potremmo dire utilizzando un vecchio cliché. E in molti casi non ci sbaglieremmo di certo. Ma i cliché sui nostri connazionali in giro per il mondo, si sa, sono spesso negativi. E allora ecco una carrellata vergognosa e drammatica di “ronde contro gli italiani” in svariati paesi del mondo, a cominciare dalla “civilissima” Svizzera. A Zurigo, all’inizio del Novecento, la caccia all’italiano sembrava lo “sport” preferito, segno di una xenofobia senza uguali, piena zeppa di preconcetti molto spesso privi di fondamento. O ancora un cartello appeso alla porta di un negozio tedesco che recitava lapidariamente “Vietato l’ingresso agli italiani”. Storie dure, di umiliazioni e fatiche immani. Ma anche di grandi drammi, come la tragedia della miniera belga di Marcinelle, ormai riconosciuto come l’evento simbolo della nostra secolare vicenda di emigrazione.

Non mancano, e ci mancherebbe altro, gli esempi positivi, le storie di successi e realizzazioni di sogni. Le scuole italiane all’estero, le aziende, i contributi determinanti dei nostri connazionali nello sviluppo economico e culturale di molti paesi (soprattutto in Sud America). L’emigrazione italiana, come ogni altro fenomeno sociale, è piena di sfaccettature, di chiaroscuri, di trionfi e fallimenti, di cervelli in fuga, di bocche da sfamare e di braccia mai stanche. E pensare che fino a ieri, nonostante la presenza di numerosi musei locali dell’emigrazione sparsi in tutta Italia, non c’era ancora un punto di riferimento nazionale nella Capitale. L’impegno del sottosegretario Mantica è stato davvero encomiabile. Prova ne siano, e in Italia è una notizia, i tempi brevi di realizzazione: solo un anno è trascorso, infatti, da quando l’idea è stata ripresa e rimessa in moto da zero. Tempi da record per un’iniziativa pubblica. E anche i soldi spesi sono stati pochi e utilizzati con splendida efficacia: circa un milione di euro.

Ma questo museo era un atto dovuto ai milioni di persone che sono andati via alla ricerca di un futuro migliore, portando nel cuore l’Italia e diffondendo ovunque i nostri valori (a volte anche quelli per nulla positivi, ammettiamolo senza problemi). Quando si affrontano certi argomenti il rischio della retorica è sempre in agguato. A volte, però, crediamo che valga la pena correre il rischio e ricordarsi che quello che siamo oggi è il frutto di quello che abbiamo fatto ieri. E dovrebbero ricordarselo anche quelli che oggi si rivoltano sguaiatamente contro gli immigrati che vengono in Italia con lo stesso sogno dei nostri connazionali di allora. Non a caso, infatti, il percorso espositivo del Museo nazionale dell’Emigrazione italiana si chiude con un enorme collage di foto appese al muro. Sono le foto di decine di immigrati, tutti ritratti mentre lavorano. Sono il frutto, tangibile e innegabile, di un capovolgimento della storia che non possiamo e non vogliamo evitare, di un contrappasso che in fondo non è affatto negativo. In giro per il mondo con le valigie di cartone ci siamo andati noi per primi, per secoli. Non dimentichiamolo mai.

venerdì 23 ottobre 2009

Woody torna a casa. Pessimista come sempre

Ffwebmagazine
23 ottobre 2009

Woody Allen torna a New York (dopo le parentesi europee di Londra e Barcellona) e colpisce ancora. Basta che funzioni, l'ultima sua fatica cinematografica, è un concentrato di tutte le geniali nevrosi e i tic al limite del fastidioso che il cineasta americano ci ha regalato negli ultimi quarant'anni. E pensare che sullo schermo Allen non compare proprio. C'è un alter ego, un personaggio che non è altro che la sua riproposizione. Efficace, per giunta, nonostante la difficoltà oggettiva di riprodurre, senza scimmiottare, uno dei caratteri più originali del cinema contemporaneo.

La New York che è al centro della storia è quella più vitale e radical chic, quella del Village, degli intellettuali liberal della Grande Mela. E ogni spunto è buono per prendere di mira tutte le ipocrisie dell'american way of life, gli steccati asfittici che reprimono le differenze, le diversità, le voci fuori dal coro. La famigliola bigotta e timorata di Dio che dal Mississippi sbarca a New York e sconvolge la vita del protagonista Boris (un ottimo Larry David), è il catalizzatore di tutte le traversie, i cambiamenti radicali, la perdita dell'innocenza e l'educazione sentimentale (forse sarebbe meglio dire sessuale) di un mondo tradizionale che in fondo innocente non è, che non ha “visione globale”, che è esponente di punta di un paese che all'esterno ha tutt'altra immagine, che è esportatore di cultura (alta o bassa, dipende dai punti di vista) e si fa paladino di diritti e libertà. Ed ecco la madre irreprensibile coinvolta in un bollente ménage à trois, o il padre membro della National Rifle Association che si scopre gay.

Woody Allen mette il proverbiale dito nella piaga, sottolineando le ristrettezze mentali non solo dell'America, ma dell'intera cultura occidentale. Le battute da riportare sarebbero troppe e tutte gustosissime. È esilarante, ad esempio, il dubbio che a un certo punto sorge al protagonista riflettendo sui perché della xenofobia degli americani: «Ce l'avevano con i neri per il pene grande. Ma perché ce l'hanno anche con gli ebrei che hanno notoriamente un pene minuscolo?». E poi un fiume in piena contro ogni forma di fondamentalismo religioso, spesso maschera di ipocrite pulsioni non espresse.

È un Allen in forma, forse addirittura più pessimista del solito. Il regista-clarinettista ci ha ormai abituati a visioni catastrofiche della vita, ad attacchi di panico continui e a sconfortanti momenti di ipocondria. Stavolta supera se stesso («Mi sono svegliato pensando di avere l'Aids. Ma ero soltanto al buio!» o ancora: «Ho scambiato una puntura di zanzara per un melanoma») e il risultato è degno di nota. L'happy ending, seppur dopo travagliate circostanze, forse serve proprio a smorzare i toni apocalittici, la sfiducia nei confronti dell'essere umano che ha contraddistinto l'Allen degli esordi. E la sceneggiatura di Basta che funzioni, infatti, è datata anni Settanta, quando Woody dipingeva con schizoide sarcasmo una New York perennemente sull'orlo di una crisi di nervi.

A parte la qualità artistica del film, quello che maggiormente colpisce è la descrizione di un'America per niente migliore rispetto al passato, nemmeno adesso che c'è Obama, la presunta panacea di tutti i mali: «Adesso abbiamo un presidente di colore ma un secolo dopo la fine della schiavitù in neri non potevano nemmeno giocare a baseball da professionisti». E allora viene da chiedersi se sia Allen ad essere troppo pessimista o se l'America, in fondo, è sempre uguale a se stessa. E non è detto che sia un male. Perché, seppur con tutte le sue schizofreniche contraddizioni, quel mondo complesso e plurare al di là dell'Atlantico è comunque l'elemento stabilizzatore della società  in cui viviamo. Forse senza il consumismo a stelle e strisce, la beat generation, gli hamburger unti e maleodoranti, Topolino o Andy Warhol, noi non saremmo quello che siamo. E nonostante le rogne che dobbiamo affrontare, persino noi che ci consideriamo “sviluppati”, siamo sicuri che ci sia andata poi così male?

mercoledì 21 ottobre 2009

Mesina sull'Isola? Nessuna meraviglia, purtroppo

Ffwebmagazine
21 ottobre 2009

Forse la Sardegna degli pseudo vip del Billionaire era stata saccheggiata fino all'ultima goccia di notorietà, e allora non restava che attingere anche al resto dell'isola, a cominciare dall'impervia e banditesca Barbagia. Potrebbe essere una spiegazione all'incomprensibile scelta di Graziano Mesina come prossimo “naufrago” sull'Isola dei Famosi. Altrimenti non si riesce a motivare, volendo essere razionali, una idiozia del genere.

Ha ragione, è persino superfluo dirlo, chi dice che Graziano Mesina, la primula rossa del Supramonte, ha pagato il suo debito con la giustizia ed è un cittadino come tutti gli altri. Primo fra tutti, il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, sardo come Mesina e che si è appellato al diritto di andare in tv così come “le sgallettate”. Due torti non fanno una ragione. E comunque le “sgallettate”, quantomeno, non hanno trascorso quarant'anni in gattabuia per reati terribili. Le difese nei confronti di Grazianeddu, dunque, non dimostrano affatto che “arruolare” un ex bandito, condannato per tentato omicidio e sequestro di persona, autore di numerose e rocambolesche evasioni, non sia una colossale fesseria.

Cosa c'entra Mesina con l'Isola? Cosa c'entra con un reality show, pur se non certo di altissimo livello culturale? Con che coraggio la televisione pubblica ingaggia un bandito con i soldi dei cittadini? In una televisione normale di un paese normale nulla, è lapalissiano. Ma le stesse domande, poste in Italia e riguardanti la televisione del nostro paese, potrebbero ricevere risposte sconsolanti. Da qualche anno la nostra tv si è imbarbarita più del consueto e dell'accettabile, in nome della ricerca spasmodica di un'audience di bassissimo livello, che se ne infischia del pur abusato concetto del “ruolo pedagogico della televisione”. E i reality, che all'inizio di questo secolo avevano rappresentato una indubbia rivoluzione televisiva e sociologica (il primo Grande Fratello rimarrà per sempre uno spartiacque incontestabile), sono stati la prima linea dell'invasione barbarica del vuoto culturale televisivo.

È la stessa tv, per intenderci, che domenica scorsa ha offerto un penoso spettacolo a Domenica 5, durante la quale si è scatenata una volgarissima rissa verbale tra Alessandro Cecchi Paone e il cattolico “tradizionale” (un musulmano “tradizionale” è definito integralista) Maurizio Ruggero, provocata da un infuocato dibattito sull'omofobia. E la storia del trash televisivo è così ricca di aneddoti che non basterebbe questo articolo per ricordarli tutti.

Ciò premesso, dunque, quasi non stupisce l'assurdità di Mesina all'Isola. In fondo è la continuazione di un altro deleterio filone televisivo molto in voga in questo momento. È l'infotaiment, il connubio mortifero tra informazione e intrattenimento, gossip e cronaca nera insieme. Lo ha denunciato giusto due giorni fa Aldo Grasso sulle colonne del Corriere della Sera, prima che esplodesse la bomba Mesina.

Probabilmente l'affaire si sgonfierà, qualche dirigente Rai o Magnolia (la società che produce il reality) o Simona Ventura stessa (vestale dell'Italia stracafonal) diranno che no, loro il bandito sardo non l'hanno mai voluto. Se così sarà, ci rimarrà il dubbio che le prese di distanza siano state dettate solo dalle reazioni veementi e indignate, per una volta a buon diritto, di alcuni politici. Perché, in fondo, che l'Italia televisiva sia ormai senza vergogna è un dato di fatto tristemente acquisito. Totò Riina, Wanna Marchi e Renato Vallanzasca sono allertati: la prossima edizione dell'Isola dei Famosi si potrebbe svolgere all'Asinara...

sabato 17 ottobre 2009

Un teatro innovativo dove il futuro si fa spettacolo

 Ffwebmagazine
18 ottobre 2009 
Chiedete a un ventenne di accompagnarvi a teatro a vedere uno spettacolo di mimi, saltimbanchi, giocolieri e ballerini. Probabilmente vi riderà in faccia. Questo perché non sa che lo spettacolo in questione è I live you e mimi, saltimbanchi, giocolieri e ballerini sembrano usciti dal futuro, non dal passato.

È questa la prima sensazione che pervade lo spettatore: un flusso coloratissimo e vorticoso di futuro e futuribile, di sperimentazioni visive, di sapiente miscela tra talenti antichi e tecnologie ultramoderne. Quello che gli stessi autori hanno chiamato «uno show tecnologico vissuto attraverso esibizioni fortemente innovative» ha riscosso un grande successo al Teatro Olimpico di Roma. Michael Menes, i Coloro e i ballerini di Modulo Project hanno dato vita, guidati dalla giovane e onirica regia di Romano Marini Dettina a uno degli eventi teatrali più interessanti degli ultimi tempi. Troppo spesso ci si lamenta del fatto che il teatro italiano è troppo incartapecorito, che il nostro non è un paese per sperimentatori e innovatori. Ipotesi non del tutto peregrina, per intenderci, se è vero come è vero che sui palcoscenici di tutta Italia le piéces sono sempre le stesse, e al massimo arriva qualche trasposizione in italiano dell’ultimo musical à la page di Broadway o West End. I live you, invece, rompe gli schemi del teatro tradizionale, propone un progetto per il futuro, miscela con la pazienza e la perizia di un alchimista elementi apparentemente distanti anni luce.

È così che i giocolieri svizzeri Coloro giocano con la luce, con effetti visivi all’avanguardia, con quelli che potremmo definire avatar teatrali e interagiscono con loro. La grande tela bianca si riempie di spunti artistici e culturali (l’influenza di Magritte è evidente e regala un tocco di classe al tutto) e le luci irrompono sul corpo dei protagonisti per creare un tutt’uno magico tra reale e virtuale. Gli artisti si sdoppiano, interagiscono con i loro alter ego virtuali, si trasformano in un’opera d’arte in divenire, che prende corpo sotto gli occhi esterrefatti e increduli del pubblico in sala. È arte allo stato puro, avanguardia di un teatro che verrà, che non può non venire, che è figlio delle nuove tecnologie e di un nuovo modo di intendere il palcoscenico. Anche il mimo Michael Menes, lungi dallo scimmiottare i grandi maestri del genere come Marcel Marceau, riempie il palco di buffi spruzzi di colore, di mosse mai banali né noiose, di giochi divertenti che conquistano lo sguardo. Persino il corpo di ballo dei Modulo Project diventa altro dalla danza che siamo abituati a vedere. È un hip hop che si fa sperimentazione, che crea movimenti genuini e maledettamente giovanili. Sul palco sembra di veder muoversi un’intera generazione di teenager, con movimenti così riconoscibili che non sembrano frutto di coreografie studiate a tavolino.

E poi, come se il talento umano che per quasi due ore riempie la scena non bastasse, ecco arrivare la voce fuoricampo, quasi metallica, proveniente da un futuro che si fa presente. Spiega il concept dello spettacolo, parla di esperimento tra uomo, immagine e suono, lancia la provocazione di una nuova forma d’arte che non è più procrastinabile, nonostante le strenue resistenze dell’ancien regime del teatro e della cultura. Ne viene fuori qualcosa che possiamo definire “teatro iPhone”. L’opera teatrale somiglia sempre più a uno degli ultimi gioielli ultratecnologici della Apple, l’ultimo status symbol dell’Occidente. I talenti coloratissimi e interattivi degli artisti sono come le applicazioni diverse e piene di sorprese. La musica sembra venir fuori da un iPod. È teatro wifi, a banda larga, 2.0. È la prova tangibile che c’è spazio per l’innovazione, che Pirandello o Eduardo vanno bene, per carità, ma bisogna guardare avanti, bisogna essere avanguardia di un ineluttabile domani.

La leggerezza cromatica dello spettacolo non traggano in inganno: non è per nulla qualcosa di rassicurante o conservatore. È una rupture fragorosa che cancella con un solo colpo i retaggi di un’arte teatrale che con i giovani d’oggi non ha nulla a che fare. E la solita voce fuoricampo, alla fine dello spettacolo, lo dice chiaramente: l’esperimento è finito, è nato l’uomo nuovo, l’uomo del futuro, che «si fonde con l’immagine e il suono dando vita a un quarto elemento: la fantasia». Nonostante le grandissime differenze storiche, culturali e concettuali, il primo pensiero corre al Futurismo e alla sua funzione socioculturale di spartiacque. Certo, nel soporifero e omologato mondo di oggi le avanguardie fanno più fatica a emergere, ma la strada tracciata è quella giusta. I live you può rappresentare per il nostro paese una prima linea di rinnovamento. Sicuramente allo stadio embrionale e migliorabile, ma già piena di spunti positivi e sorprendenti. A partire dai talenti della più classica tradizione italiana si può modellare quello che verrà. Anche perché il treno del futuro passa a velocità forsennata e in Italia, forse, lo stiamo perdendo irreparabilmente.

giovedì 1 ottobre 2009

Non solo "poveri ma allegri": il Brasile tra sviluppo e favelas

Ffwebmagazine
ottobre 2009

Con Russia, India e Cina compone il Bric, il gruppo a quattro delle potenze economiche emergenti; sta lottando per ottenere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu che verrà; ospiterà i Mondiali di calcio del 2014 e i Giochi olimpici del 2016: nessuno, fino a pochi anni fa, avrebbe pensato che stiamo parlando del Brasile. Il più vasto Stato dell’America meridionale non è più soltanto il paese della samba, del Carnevale, delle favelas, dei poveri ma allegri. È in corso un profondo cambiamento economico e sociale, con prospettive nel lungo periodo che fanno sperare un boom senza precedenti. In Sudamerica, a parte l’Argentina pre-crack, nessun paese era riuscito a sfruttare appieno le sue potenzialità, uscendo dalla proverbiale instabilità politica e istituzionale che ha fatto dell’altra metà d’America uno dei posti al mondo con la più alta concentrazione di colpi di Stato, guerriglie e dittature di vario colore.

Il Brasile sta riuscendo a invertire la rotta e il merito, ammettiamolo pure, è anche e soprattutto del presidente Lula. Quando l’ex sindacalista di sinistra venne eletto, due diverse curve da stadio fecero sentire la loro: da un lato i fan dell’ultrasinistra e dell’America latina rossa, che inneggiavano al presidente compagno, pronto a percorrere sentieri radicali e anticapitalisti; dall’altro quelli che temevano una dittatura socialista, un regime da guerriglia pronto a espropri e nazionalizzazioni selvagge. Niente di tutto questo, per fortuna. Luiz Inácio da Silva detto Lula ha dimostrato buonsenso e una buona dose di realismo politico. E i risultati si vedono, a distanza di poco meno di sette anni dall’insediamento del presidente.

Proprio in questi giorni cade il centottantasettesimo anniversario dell’indipendenza del Brasile dal Portogallo e la recentissima assegnazione delle Olimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro è il regalo migliore per festeggiare la ricorrenza. La vittoria contro la Chicago di Obama, la supertecnologica Tokyo e la vivace e giovane Madrid è un innegabile segno dei tempi. C’è un mondo dalle mille potenzialità, nascosto fino a oggi tra le pieghe della storia, che ha voglia di riemergere, di far fruttare i propri talenti. Rio de Janeiro è da sempre meta di vacanze all’insegna del divertimento e della trasgressione. L’intero Brasile, in realtà, è stato usato da milioni di turisti occidentali come valvola di sfogo, come luogo adatto a scaricare tensioni, repressioni e tabù di una vita. E allora, in barba al rispetto per donne e, purtroppo, ragazzini, il turismo sessuale verdeoro è uno dei più floridi (insieme a quello thailandese). L’etichetta di popolo povero ma allegro ha fatto dei brasiliani i giullari del mondo, come se fossero lì solo per quello, per farci divertire senza limiti di decenza e di legge.

E invece bisognerebbe ricordare che il Brasile è un paese dalla storia ricca di fenomeni e personaggi meravigliosi, è il terreno di coltura nel quale sono fioriti movimenti culturali e musicali di altissimo livello, è la patria della saudade che, lungi dall’essere una banale e non meglio precisata “nostalgia”, è lo struggente sentimento di triste inquietudine di un popolo che ha sofferto e continua a soffrire per colpe non sue. È comprensibile, dunque, il senso di orgoglio che ha pervaso, dopo la scelta del Cio, la spiaggia di Copacabana, i vicoli colorati di Salvador de Bahia, i villaggi amazzonici. È il riscatto (almeno simbolico) di una nazione grande ventotto volte l’Italia che si è stufata di far da Cenerentola e di “sala giochi” per adulti.

Non bisogna dimenticare, tuttavia, che i problemi sociali ed economici del paese carioca sono ancora lì, urgenti e drammatici come sempre. Le favelas sono ancora colme all’inverosimile di gente che vive nel degrado e nell’illegalità; la prostituzione minorile (maschile e femminile) è diffusissima e trova un bacino d’utenza vergognoso nei turisti occidentali; le disuguaglianze sociali persistono; le forze di polizia hanno dimostrato più volte la loro troppo facile corruttibilità.  Però qualcosa è cambiato davvero negli ultimi anni.

E se oggi parliamo del Brasile come di una potenza economica in divenire che va tenuta in considerazione anche nei consessi internazionale, qualcosa vorrà pur dire. Il presidente Lula, nonostante abbia deluso gli oltranzisti di sinistra, ha dimostrato una capacità politica senza precedenti a quelle latitudini. Il ruolo di guida del subcontinente latinoamericano, per molto tempo appannaggio di Buenos Aires, è ormai saldamente nelle mani di Brasilia. L’allegro e straccione danzatore di samba si è cambiato d’abito. Continua a dimenarsi tra le vie di Rio ma con una consapevolezza nuova; la consapevolezza di chi sa che, come recitava lo slogan di Rio 2016) é a vez do Brasil (è il turno del Brasile).