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venerdì 5 marzo 2010

Anche La Padania si è accorta che esiste la generazione Balotelli

Ffwebmagazine
5 marzo 2010
Siamo veramente contenti, e lo diciamo con la massima serietà e senza alcuna ironia, che La Padania abbia finalmente “sdoganato” Mario Balotelli. Il talento del giovane bresciano, ovviamente, non aveva bisogno di benedizioni nordiche. È sotto gli occhi di tutti e tutti, Lippi incluso, lo sanno bene.

Ma il lungo articolo pubblicato oggi dal quotidiano della Lega Nord (che caldeggia con decisione la presenza del calciatore interista ai mondiali sudafricani) segna uno spartiacque importante nell'atteggiamento usato dai leghisti nei confronti di quella generazione Balotelli, multietnica, colorata, nuova, che rappresenta l'ossatura sulla quale si fonderà l'Italia di domani. Rosario Pastore, nel suo articolo, scrive una cosa all'apparenza banale ma che suona rivoluzionaria, almeno in certi ambienti: Ogbonna, Okaka e Balotelli (tre giovani talenti dell'under 21 di Casiraghi)  «sono italiani a tutti gli effetti. Sono nati nel nostro paese, qui hanno studiato, qui hanno imparato i primi rudimenti del calcio. Da decenni, dappertutto, certi pregiudizi sono stati superati. Basti vedere come sono composte le rappresentative nazionali a livello mondiale, in Inghilterra, in Francia, in Germania».

Già, è proprio così. E il ritardo con cui ce ne siamo accorti è tanto, forse troppo. Non è mai troppo tardi, però, per prendere atto di un cambiamento così importante nel tessuto sociale e culturale di una nazione. E fa piacere davvero, ribadiamo, che La Padania abbia voluto sposare con convinzione apprezzabile una battaglia che prima che sportiva è culturale. Certo, potremmo parlare per ore delle scelte tecniche di Marcello Lippi, della sua scarsa inclinazione a sperimentare. Ma non è questo il nocciolo della questione. Stiamo parlando del futuro di una nazione, non solo di una nazionale. E La Padania lo dice a chiare lettere, fin dal catenaccio sotto il titolo: “il ragazzo sembra proprio il calciatore del (nostro) futuro”. Esatto, è esattamente questo. È il simbolo di una nuova generazione, il frontman di un cambiamento epocale. Noi lo diciamo da tempo, forse anche con troppa insistenza. Ma evidentemente ne è valsa la pena, se il messaggio, come sembra, è passato anche attraverso le maglie più strette e all'apparenza inaccessibili.

Già dopo i fatti di via Padova, le parole di Maroni («Vanno espulsi i clandestini, ma non si risolve un problema come via Padova con i blitz e le camionette. La soluzione non è lo Stato di polizia») e Bossi («I rastrellamenti? Lasciamoli stare») erano state chiarissime, assolutamente immuni da ogni interpretazione o strumentalizzazione.

Oggi, il buon senso del giornale leghista è un passo avanti ulteriore verso la costruzione di una nuova Italia. Anzi, diremo di più: verso la constatazione che una nuova Italia, piena zeppa di Balotelli da Sondrio a Canicattì, esiste già. Bisogna solo prenderne atto. Gli immigrati di seconda generazione, quelli nati sul suolo italiano, di straniero ed esotico hanno davvero solo il cognome. È ormai normale, grazie al cielo, sentire un ragazzo di colore parlare in dialetto stretto. In un paese come il nostro, che non ha avuto un passato coloniale del livello di Francia o Inghilterra, una cosa del genere era semplicemente impensabile fino a pochi anni fa. Eppure la storia corre veloce e se ne infischia delle comode abitudini dei popoli. “L'Italia a chi la ama”, per alcuni, è uno slogan privo di senso. Invece è, oseremmo dire “deve” essere, una guida per il nostro futuro.

Qualche tempo fa, dopo i soliti fischi beceri e i cori vergognosi contro Balotelli, avevamo detto che considerarlo un compatriota non è buonismo, ma semplice realtà. Da oggi, accanto a noi, c'è anche La Padania. Forse loro non gradiranno, ma un po' di cuore finiano batte anche dalle parti di via Bellerio.

giovedì 4 marzo 2010

Salvate SuperMario dalle grinfie di Corona

Ffwebmagazine
4 marzo 2010
Fabrizio Corona ha colpito ancora. E ora attenta alle virtù di uno dei simboli della nuova Italia, troppo spesso bistrattato e sfruttato da mass media e mondo del calcio. È Mario Balotelli, frontman di una generazione che è il presente, ma ancora di più il futuro, del nostro paese. Quell’Italia multietnica, ricca di colori e sfumature, piena di genio e sregolatezza. Giovane, soprattutto, e quindi vitale fino all’eccesso, che ogni tanto fa qualche sbaglio, vivaddio.

Ebbene, la notizia è la seguente: Novella 2000 racconta di un’amicizia “per la pelle” tra Balotelli e il re dei paparazzi, simbolo di un’Italia opposta, pecoreccia, pruriginosa e disonesta, di quel “tirare a campare” che non può rappresentare la base per il paese di domani. Questo strano connubio può stupire i più. Ma se lo si analizza attentamente, così strano non è. Affatto.

Era già successo che il fidanzato di Belen Rodriguez (ormai è noto quasi esclusivamente per questo motivo), approfittasse delle difficoltà di personaggi estrosi per farsi pubblicità. L’aveva fatto, e tanto basti per comprendere appieno la caratura morale del personaggio, anche con Azouz Marzouk, il tunisino noto ai più perché marito e padre di due delle vittime del massacro di Erba. Dopo la strage e prima dell‘arresto di Rosa Bazzi e Olindo Romano, i giornali avevano additato il nordafricano come l’indiziato numero uno. Perché? Ovvio: perché extracomunitario. E allora Marzouk si era rifugiato in quell’ambientino niente male capeggiato all’epoca dal duo Corona-Lele Mora. Una “Milano stracafonal” che aveva travolto in poco tempo il già poco stinco di santo Marzouk.

Ora Corona ci riprova con Balotelli. Guarda caso le foto che ritraggono i due amici “per la pelle” spuntano proprio adesso, mentre Balotelli è al centro del dibattito tra chi lo vorrebbe ai mondiali (noi, ad esempio) e chi no (tra cui il ct Lippi, purtroppo).

A Balotelli, che non ha ancora compiuto 20 anni, non possiamo rinfacciare quest’amicizia. Anzi, bisogna difenderlo da Corona, staccarlo dalle grinfie del maneggione ipertatuato che lo userà, ne siamo certi, per farsi pubblicità.

E la colpa di un’eventuale liaison dangereuse (per SuperMario) è dei media italiani e di quello che rappresentano, quella massa informe che definiamo opinione pubblica. Se Balotelli non fosse fischiato una domenica sì e l’altra pure in ogni stadio d’Italia (“Non ci sono neri italiani”, urlano sguaiatamente i barbari e ignoranti ultras di mezza Italia); se i media non lo sfruculiassero ponendo l’accento sempre sui suoi (pochi) eccessi e quasi mai sui suoi (tantissimi) talenti; se lo stesso mondo del calcio lo considerasse per quello che è, cioè un campione in erba dalle potenzialità enormi; ebbene, se tutto questo non accadesse, forse Mario Balotelli, che è italiano e punto (a proposito, ieri ha vinto la nostra under 21 “multietnica”…), senza bisogno di ribadirlo, vivrebbe tranquillamente da giovane calciatore. Tra macchinoni e veline, presumibilmente, perché questo pare l’andazzo generale, ma senza frequentazioni che poco hanno a che fare con il suo mondo e con quello che questo ragazzo rappresenta.

Difendiamolo, insomma, questo benedetto Balotelli. Smettiamola tutti di usarlo e sfruttarlo. È un patrimonio, non solo calcistico, che ci rappresenterà sempre di più nei prossimi anni. A meno che, e sarebbe solo colpa nostra, Corona non ci metta la zampino. E lì sarebbero dolori. Per tutti. Come sempre.

mercoledì 3 marzo 2010

La principessa Sissi e il feuilleton alla vaccinara

Ffwebmagazine
3 marzo 2010
Due ore nel terrore che Cristiana Capotondi a un certo punto sbotti con un “Two gust is megl che one” o, peggio, “Luke Perry mi ti farei. Ad Aspen mi ti farò”. Questa la terribile sensazione che attanaglia lo spettatore di Sissi, nuova superfiction targata Rai sulla vita dell'imperatrice d'Austria. Sarà stato anche uno stupido pregiudizio per un'attrice figlia dei cinepanettoni e degli spot televisivi, però questo è stato, e il nostro giudizio non può non tenerne conto. La Capotondi, in fondo, è cresciuta molto professionalmente e in alcune commedie degli ultimi anni ha dimostrato un certo mestiere. Altra cosa, però, è cimentarsi con uno dei personaggi mitici della storia del cinema, già reso immortale da Romy Schneider negli anni Cinquanta.

Sissi, principessa bavarese e sposa di Francesco Giuseppe d'Asburgo, mal si concilia con la pur sopita “romanità” dell'attrice protagonista. E questo è un altro fatto incontrovertibile, che trasforma il tutto in un “feuilleton alla vaccinara” che fa venire i brividi. Ma il problema principale della fiction non è l'interpretazione della Capotondi. La sceneggiatura è carente, persino ridicola per una vicenda storica complessa come quella di Sissi. Quello che viene fuori è un misto tra Aladdin di Disney, una delle tante commediole su principi annoiati e democratici e una soap opera. Come Jasmine, principessa di Agrabah nel cartone disneyano, anche Sissi si camuffa da persona qualunque e va in giro per mercatini e piazze, con l'intento di “guardare negli occhi il popolo”. E poi, come se non bastasse, l'immancabile scontro con la suocera cattiva, tipo matrigna di Biancaneve.

E che dire di David Rott, giovane interprete dell'Imperatore d'Austria? Troppo ingessato, rigido, per nulla regale. Belloccio, ovviamente, come si confa ai tempi televisivi che stiamo vivendo. La perizia recitativa è un optional, per nulla indispensabile. Le banalizzazioni storiche, poi, gridano vendetta. Le vicende del Risorgimento italiano, ad esempio, sono trattate con superficialità disarmante. E proprio quando manca un anno all'anniversario dell'Unità d'Italia, si dedica una fiction a chi quell'Unità l'ha contrastata con guerre sanguinose e fratricide.

Ma torniamo alla televisione, senza impelagarci in interpretazioni storico-politiche che non ci competono. Sissi è una fiction noiosa, vecchia, stantia nella sceneggiatura e nella regia. Limita i danni, per quanto possibile, il megabudget che ha permesso di girare le scene in luoghi magnifici e molto evocativi, a cominciare dal castello di Schönbrunn, dove le vicende di Sissi e Francesco Giuseppe si svolsero davvero.
Nonostante tutto, però, lo sceneggiato ha raccolto più di sette milioni di telespettatori. C'era da attenderselo, innanzitutto perché il personaggio di Sissi ancora oggi occupa un ruolo fondamentale nell'immaginario collettivo delle masse, con il suo alone da Lady Diana ante litteram, anticonformista quanto basta e bastian contrario all'interno della mummificata corte viennese. E poi, motivo per nulla secondario, perché in un periodo confuso e “caciarone” come quello che l'Italia sta attraversando, le favole acquistano ancora maggiore appeal. C'è voglia di principi e principesse, di carrozze e balli, di case reali e feuilleton ottocenteschi. Ci si accontenta di poco, dunque, per scappare dalla grigia quotidianità del Ventunesimo secolo. Ogni fase storica, poi, ha la Sissi che si merita. Per i nostri padri e i nostri nonni c'era la splendida Romy Schneider, a noi è toccata la Capotondi. O tempora o mores.

martedì 2 marzo 2010

Lippi e l'Italia gerontocratica. Non è solo una questione di calcio...

Ffwebmagazine
2 marzo 2010

Dopo che Marcello Lippi ci ha fatto sapere, ieri, che Mario Balotelli deve ancora “maturare” prima di essere convocato in nazionale, si spiegano davvero molte cose. Ad esempio si spiega la partecipazione come guest star del commissario tecnico della nostra nazionale all’avventura sanremese di Emanuele Filiberto e Pupo. C’è del vecchio nel nostro ct, una mentalità che fa a cazzotti con i tempi che galoppano e travolgono le resistenze stantie di una conservazione cieca e controproducente.

E, come se non bastasse, mentre chiude le porte a uno dei talenti più puri del calcio italiano in crisi degli ultimi anni, Lippi supplica Alessandro Nesta perché torni a vestire la maglia azzurra: 34 anni, 78 presenze in nazionale, 3 Europei e 3 Mondiali giocati.

Con tutto il rispetto per il difensore del Milan, che senso ha inseguire un difensore non più giovanissimo e lasciare a casa dei talenti puri che porterebbe fantasia e spettacolo sul campo da gioco?

Balotelli Mario, classe 1990, genio e sregolatezza come non se ne vedevano da tempo negli stadi italiani, dovrà dunque guardare i mondiali  da casa. Poco male, avrà altre occasioni senza dubbio alcuno. Però bisognerebbe spiegare al ct Lippi che la storia della maturazione non regge ed è una scusa bella e buona, una giustificazione all’innegabile voglia di conservazione che ha contraddistinto la seconda esperienza in azzurro dell’allenatore di Viareggio. Vicente Feola, ad esempio, è un nome che non dice molto ai più. Eppure, da allenatore del Brasile, porto ai mondiali di Svezia del 1958 un certo Pelé, diciassette anni, classe allo stato puro, genio e sregolatezza anche lui. Alla faccia della maturazione, il fuoriclasse brasiliano segnò sei gol e trascinò i verdeoro al trionfo finale contro lo squadrone svedese del GreNoLi (Gren, Nordhal, Liedholm). E anche un certo Diego Armando Maradona, a 22 anni furoreggiava sui prati spagnoli nel Mundial che vinse l’Italia di Bearzot.

L’età, dunque, è una scusa che non regge mai. Che si parli di calcio, di cultura, di politica. Insomma, sembra che Lippi (e in questo si rivela perfetto campione dell’Italia di oggi, gerontocratica e rannicchiata su se stessa) abbia un’avversione atavica nei confronti dei giocatori giovani, e per questo estrosi, magari un po’ sopra le righe, ma talentuosi anzichenò. Vedere alla voce Cassano, per intenderci.

Gianfranco Fini, che ai giovani della generazione Balotelli ha dedicato un libro intero, proprio ieri ha messo in guardia le nuove generazioni da chi dice “Largo ai giovani” e poi li relega ai margini della società (“Sono i veri soggetti deboli della società odierna”, ha detto il presidente della Camera). Marcello Lippi, alfiere di una coerenza che sa tanto di ancien regime, fa ancora di più: quella frase così abusata nemmeno la pronuncia. Si ostina, piuttosto, a rincorrere vecchie glorie che in nazionale non ci vogliono tornare e ignora bellamente i pochi talenti puri che il calcio italiano in crisi ci sta regalando.

Liberissimo di compiere le proprie scelte, sia chiaro. È il suo mestiere e si assume le sue responsabilità. Liberissimi anche noi, però, di dire che così – magari senza rendersene conto - esprime una cultura che fa male all’Italia. E non parliamo solo della Nazionale di calcio…

mercoledì 24 febbraio 2010

Bentornato Costanzo, ma ci manca il Parioli...

Ffwebmagazine
24 febbraio 2010
Un po' di effetto lo fa, quella tartaruga stilizzata che apre la sigla di testa di Bontà sua (Rai Uno, ore 14.10). Soprattutto per chi, come chi scrive, Maurizio Costanzo l'ha visto sempre e solo sulle reti Mediaset. Il ritorno in Rai dell'inventore del talk show all'italiana è senza dubbio l'evento televisivo della stagione, vuoi per la caratura del personaggio, vuoi perché avviene nel periodo che molti definiscono Raiset, ipotetico inciucio tra Cologno Monzese e viale Mazzini.

Ma forse, più semplicemente, Costanzo ha solo esaudito un desiderio mai celato: concludere la carriera dove era iniziata. Quella televisiva, per la precisione, parte nel 1976 con un programma che ha fatto storia: Bontà loro. È il primo pionieristico esperimento di talk show in Italia e da allora la televisione non sarà più la stessa. Il resto della storia è nota: qualche anno dopo il passaggio alle reti commerciali e il Maurizio Costanzo Show.

E oggi, 34 anni dopo Bontà loro, l'anchorman romano torna alle origini, anche se le modifica e le adatta al mutamento dei tempi. Da Bontà loro a Bontà sua, il titolo cambia e non è solo un dettaglio. Il passaggio dal plurale al singolare è il sintomo del cambiamento dello stesso Costanzo. La curiosità fortissima e un po' stronza dei primi tempi si è stemperata, lasciando il campo ad una riflessiva e intimista maturità.

Detto questo, e rimarcando l'innegabile importanza storica di Costanzo nella storia della televisione italiana, Bontà sua convince a metà. Di positivo, e non potrebbe essere altrimenti, c'è il “mestiere”. La chiacchierata pomeridiana tete à tete con un personaggio noto (Lino Banfi e Pierfrancesco Favino sono stati gli ospiti delle prime due puntate) è piacevole, molto colloquiale, davvero adatta al tipico orario del caffé.

Ma l'abitudine a vedere Costanzo addirittura sul palco di un teatro, con un pubblico da sempre partecipe e rumoroso, è dura a morire. Dal Teatro Parioli al minuscolo studio bianco con la solita tartaruga bene in vista sulla scrivania, il salto è in effetti forte, forse troppo. Ma probabilmente è questione di abitudine.

E poi diciamolo: ci manca maledettamente la verve di Costanzo, il suo modo quasi arrogante di intervistare, il suo “non famo ‘a curva sud” sibilato sotto i baffi al pubblico troppo rumoroso. Ci manca per un semplice motivo: perché con il Maurizio Costanzo Show siamo cresciuti e se a volte, a scuola, sonnecchiavamo appoggiati al banco, la colpa era un po' sua, dell'ora tarda fatta per seguire persino la chiusura del sipario e la passerella finale, finché c'è stata. Si sta chiudendo un'epoca, dunque, oltre che una onoratissima carriera. Sorvoliamo, per l'affetto televisivo che ci lega al personaggio, le Buone Domeniche inzuppate di trenini e di grandi fratelli, che personalmente non riteniamo le cose migliori di Costanzo.

Alla fine, insomma, la soddisfazione a metà dopo aver visto le prime puntate di Bontà sua potrebbe essere un problema nostro. Forse la maturazione umana e televisiva di Costanzo è lo sbocco naturale di cinquant'anni e più di carriera tra radio, tv, cinema, canzoni, teatro e chissà cos'altro ancora. Sarà così, o forse no. Fatto sta che il primo Costanzo Show infarcito di grandi ospiti, grandi storie, drammi, risate e lacrime ci manca molto. Troppo.

giovedì 18 febbraio 2010

Evviva Arisa, che racconta un paese che sorride

Ffwebmagazine
18 febbraio 2010
Quando ormai ci sentivamo sopraffatti da Emanuele Filiberto e i Savoiardi (Pupo e il tenore Luca Canonici) e dal loro stucchevole inno all’Italia pieno di retorica e banalità, da Sanremo è improvvisamente arrivato un raggio di sole. È Arisa, la cantante lucana che già l’anno scorso aveva conquistato tutti con Sincerità.

Malamoreno, il brano di quest’anno, è il vero inno a un paese che ci piace, che non si ridicolizza in festivalieri aneliti fintamente patriottici, che non ostenta fantomatiche identità, culture o religioni da difendere con i denti, manco fossimo a Lepanto. Che non si prende troppo sul serio, che alla facile retorica preferisce una melodia orecchiabile e un testo pieno di speranza. Quella vera, però. Quella della vita di tutti i giorni, di chi nonostante tutto non si piange addosso e sa perfettamente che tutto può finire o andare in malora ma, appunto, l’amore no. Ora, se non siete così romantici, sostituite tranquillamente alla parola amore il termine che meglio vi rappresenta. Il risultato è uguale: tre minuti di spensierata allegria.

E dire che Rosalba Pippa, il vero nome di Arisa, da molti è considerata quasi folkloristica, molto buffa, sicuramente simpatica, un personaggio mediaticamente spendibile ma poco altro. Forse perché non è una gran figa con tacco 12 e scollature da capogiro, forse perché è ironica e autoironica, forse perché è timida e magari un po’ insicura. Ce ne fossero di Arise. Ce ne fosse di gente normale che fa musica perché ama farla. Che è completamente priva di sovrastrutture e si mostra al pubblico esattamente così com’è. E viene da Potenza, non da Ginevra, tanto per intenderci.

È così diversa dall’immagine che i mass media danno dell’Italia, la ventisettenne Arisa. Non urla, non provoca a tutti i costi, non vuole apparire e basta. E poi è una ragazza che ha le idee chiare. In passato ha detto la sua su molti temi “sensibili”, o almeno in Italia lo sono, visto che di certe cose nel nostro paese è sempre meglio non parlarne. E lo ha sempre fatto con la solita semplicità, perché lei è così. Disarmante nella sua genuinità.

È lei, a nostro avviso, il volto positivo del Festival di Sanremo. Canzonette, sissignore. Ma non con il vuoto pneumatico tutt’attorno. Nel nostro paese c’è una strana equazione dura a morire: nazionalpopolare uguale trash. No, per niente. C’è una tradizione lunghissima di cultura popolare degna di rispetto, che è passata anche per il festival di Sanremo. Il problema è che ormai l’imbarbarimento generale della stessa pop culture e dei mezzi di comunicazione di massa ha stravolto anche i significati classici delle categorie culturali.

Nell’epoca del gossip e dei reality, qualcuno vorrebbe farci credere che l’Italia vera è quella di Emanuele Filiberto. Chi lo ha ammesso al festival di Sanremo, peraltro con una canzone inascoltabile e dal testo ridicolo (ha scritto più che bene Massimo Gramellini su La Stampa di oggi), credeva che avrebbe potuto vincere. Noi italiani, si sa, siamo sottovalutati da chi conta. I risultati della prima serata all’Ariston, però, hanno dato una risposta chiara sul tema: a casa, senza voltarsi indietro..

E quella stessa gente che ha democraticamente votato (dopo il 2 giugno si potrebbe far diventare festa nazionale anche il 16 febbraio), fischiettava e ondeggiava la testa durante l’esibizione di Arisa. Perché in fondo noi italiani siamo così: magari superficialoni in apparenza, prostrati dal cafonal imperante, ma per nulla stupidi. Da qui alla fine della kermesse canora, dunque, noi tiferemo Arisa, sorridendo di cuore ogni volta che sullo schermo apparirà il suo bel viso ottimista e scanzonato, impacciato e genuino. Perché in un paese in cui tutti si prendono troppo sul serio, persino un giovane rampollo di una casata decaduta, è la leggerezza che ci salverà. Indietro, Savoia.

venerdì 12 febbraio 2010

Per favore, non chiudete il bosco della Melevisione

Ffwebmagazine
12 febbraio 2010

Eh no, la Melevisione non si tocca! Possiamo sopportare le domeniche trash, i cachet esorbitanti di Sanremo, l’Isola dei Famosi, ma questo no. Scherzi a parte, la notizia secondo cui la Rai starebbe per cancellare dal palinsesto il pomeriggio per ragazzi di Rai Tre è tutt’altro che marginale, come invece potrebbe sembrare.

Mamma Rai non può abbandonare i propri figli, specie quelli più piccoli. La programmazione per bambini e ragazzi di viale Mazzini ha ormai nel pomeriggio della terza rete il suo ultimo ridotto, la cittadella da difendere ad ogni costo. Eppure in Rai la decisione pare sia stata già presa. E c’è chi si è giustamente arrabbiato e attraverso Facebook ha lanciato una campagna seria in difesa delle trasmissioni.

La Melevisione, in onda dal 1999, è ormai un programma di culto per i ragazzini italiani. Una trasmissione che, peraltro, colmava un vuoto che da qualche anno si era venuto a creare sui canali Rai, dopo la fine di programmi storici e di successo come Big! e Solletico. Personaggi come Milo Cotogno, Lupo Lucio, Principessa Odessa, sono ormai entrati nell’immaginario collettivo dei bambini. E poi, oltre alle magiche vicende del Fantabosco, la decisione della Rai cancellerà, a quanto pare, anche altri programmi come Trebisonda e il GtRagazzi. Proprio quest’ultimo andrebbe preservato come un animale in via di estinzione.
Si tratta, infatti, di un vero e proprio telegiornale dedicato ai più piccoli che, tra il serio e il faceto, informa una fascia consistente di giovani italiani che non ha altri strumenti per sapere come va il mondo.

La Rai ha risposto alle polemiche con rassicuranti (nemmeno molto, in realtà) progetti per il futuro. A quanto pare l’intenzione sarebbe quella di trasferire la programmazione per ragazzi sui canali a loro dedicati sul digitale terrestre (Yoyo e Gulp). Peccato, però, che lo switch off della tv analogica non è ancora stato completato in tutta la penisola e milioni e milioni di persone guardano la tv terrestre, con i sette canali nazionali canonici. La scusa, dunque, non regge. E le perplessità di chi si è allarmato (conduttori, attori e maestranze in primis) sembrano più che lecite.

Del ruolo educativo della televisione pubblica abbiamo parlato varie volte in passato. Ma stavolta non si tratta di un discorso teorico generale ma di una notizia davvero preoccupante. La tradizione Rai per la tv dei ragazzi è lunga e onorata: da L’amico degli animali (condotto da Angelo Lombardi) a Supergulp, passando per i telefilm e le serie animate leggendarie, viale Mazzini ha svolto in passato un ruolo fondamentale nell’intrattenimento e nell’educazione dei più piccoli. Ruolo al quale pare stia abdicando. Almeno sulle frequenze terrestri. È un vero e proprio campanello d’allarme, se è vero che la televisione è, ormai da anni, la vera balia delle famiglie italiane.

Per questi motivi, dunque, non possiamo fare altro che accodarci a chi difende strenuamente il pomeriggio televisivo di Rai Tre. In un mondo così brutto, quasi mai a misura di bambino, il Fantabosco è un porto sicuro per i telespettatori più piccoli. E anche per chi come noi, ammettiamolo, preferisce le ingenue avventure di Milo Cotogno e dei suoi strampalati amici ai talk show urlati del pomeriggio targato Rai.

giovedì 11 febbraio 2010

Caro Bersani, a voi Sanremo e a noi i cantautori

Ffwebmagazine
11 febbraio 2010

Pierluigi Bersani e il Pd sbarcano a Sanremo? Bene, bravi, bis. Dopo sessant’anni di puzza sotto il naso, di contrapposizione ideologica e culturale con il Festival della canzone italiana, la sinistra italiana riscopre il nazionalpopolare, addirittura se ne appropria. Se il segretario del partito più importante della sinistra si tufferà nel marasma sanremese e se, come se non bastasse, YouDem (la televisione del Pd) produrrà un vero e proprio Dopofestival, qualcosa è davvero cambiato.

E allora noi, da sempre legati a doppio filo (per scelta o necessità) a tutto quello che era nazionalpopolare, proponiamo uno scambio alla nuova sinistra “fiori e canzonette”. Volete Sanremo? Prego, accomodatevi pure, è tutto vostro. Noi, però, vogliamo in cambio qualcosa, anzi qualcuno. I migliori esponenti della tradizione cantautoriale italiana, ad esempio, da De Gregori a Vecchioni, da Branduardi a Battiato, da Fossati ai fratelli Bennato e Guccini.

In barba alle vecchie distinzioni di appartenenza, agli steccati ideologici degli anni Settanta, oggi possiamo finalmente fare quello che sta facendo Bersani sulla riviera ligure. E, sia chiaro, non ci appropriamo dei cantautori citati solo per fare un dispetto a Bersani o alla sinistra. Le poesie in musica dei cantautori italiani hanno saputo rappresentare magistralmente l’anima di un paese, l’essenza di un popolo. Hanno ricordato la nostra storia, hanno raccontato il nostro presente, hanno immaginato il nostro futuro. Non tutti arcinoti al grande pubblico, poi, sono riusciti a interpretare gli umori e i drammi, le speranze e le sconfitte dell’Italia molto meglio di Sanremo.

Il De Gregori di Viva l’Italia o de Il cuoco di Salò, ad esempio, può non piacerci? Quell’Italia “con le bandiere”, “tutta intera”, “dimenticata e da dimenticare” è parte di noi. O Francesco Guccini, che per primo, mentre molti incitavano i carri armati sovietici, ha denunciato in musica la repressione della primavera di Praga, con un inno alla libertà struggente e profondo: «Son come falchi quei carri appostati, corron parole sui visi arrossati, corre il dolore bruciando ogni strada e lancia grida ogni muro di Praga». E ancora il Vecchioni di Samarcanda e il Branduardi di tantissime canzoni sulla ricerca spirituale o delle proprie radici storiche e culturali.

I fratelli Eugenio ed Edoardo Bennato, così diversi tra loro eppure entrambi importanti nella storia del cantautorato italiano. Il primo ha raccontato e racconta, meglio di chiunque altro, il rapporto viscerale, sanguigno e a volte doloroso tra le due sponde del Mediterraneo, accompagnando con ritmi coinvolgenti e quasi medianici i flussi di uomini e speranze nel mare nostrum. Grande Sud, peraltro presentata proprio a Sanremo qualche anno fa, è un inno moderno dello spirito euromediterraneo. Edoardo, invece, in più brani ha raccontato l’anelito libertario. Memorabile e ironico Dotti medici e sapienti, brano del 1979 nel quale il cantante napoletano va contro le convenzioni, le regole imposte, i dogmi (scientifici o filosofici che siano) per rilanciare la centralità dell’individuo. È l’accanimento del “sistema” contro la libertà giovanile, è la versione in musica e ironica del messaggio che viene fuori, ad esempio, da Arancia Meccanica di Stanley Kubrick.

Un altro cantautore che ci piace (e anche parecchio) e che rientra nello scambio con il Bersani sanremese è Ivano Fossati. Sia quando racconta i tormenti dell’animo umano alle prese con i sentimenti (La costruzione di un amore è un capolavoro senza tempo che andrebbe insegnato nelle scuole) che quando si occupa con passione e partecipazione di integrazione, immigrazione, inclusione, società multietnica e solidarietà, il cantautore genovese riesce a toccare le corde più profonde degli animi anche di chi non è, volendo usare le solite, vecchie e stantie categorie, di “sinistra”.

L’ultimo che vogliamo, anzi che pretendiamo, è Franco Battiato. Già da tempo nel Pantheon musicale della destra italiana, il Maestro catanese è allo stesso tempo umano e sovrannaturale, filosofico e pragmatico. Da E ti vengo a cercare (nella quale la ricerca spirituale, ben diversa da quella cristianamente intesa) all’ultimo Inneres Auge, tutto è metafisica, tutto è mitico e mitologico.
Questa, dunque, la lista dei cantautori che vogliamo in cambio di Sanremo. Lo scambio, ovviamente, non è per niente equo. Ci guadagniamo, e anche troppo. Ma dopo mezzo secolo di nazionalpopolare, è il minimo che meritiamo. Anche perché, la tradizione dei cantautori italiani, per troppo tempo considerata “di nicchia”, “intellettuale”, “alta”, è invece lo zenit del nazionalpopolare. Se per nazionalpopolare intendiamo, per chiarire, la capacità di raccontare non solo la mente ma anche la pancia e il cuore di un paese intero. Chissà se Pierluigi Bersani, così preso dai preparativi sanremesi, si accorgerà del “pacco” che gli stiamo tirando… Speriamo di no.

mercoledì 10 febbraio 2010

Noi tifosi, orfani della D'Amico

Ffwebmagazine 
10 febbraio 2010
Mai parto fu tanto atteso, almeno dai tifosi di calcio. La gravidanza di Ilaria D’Amico, volto storico di Sky Calcio Show, sembra infinita, pare non voglia concludersi mai. A provocare questa spasmodica e snervante attesa, forse, è Fabio Caressa, il telecronista che l’ha sostituita alla conduzione del programma domenicale della tv di Murdoch.

La bella (ma soprattutto brava) giornalista romana ci aveva abituati fin troppo bene. Una donna che parla di calcio, si sa, fa sempre storcere il naso. In Italia il pallone è una cosa maledettamente seria e i maschietti lasciano controvoglia questo compito gravoso al gentil sesso. Però lei era riuscita a zittire dubbiosi e critici, a tenere salde le redini della trasmissione. Affrontava con piglio deciso allenatori infuriati dopo una partita persa, guidava e coordinava inviati e opinionisti, rintuzzava polemiche pallonare con un savoir faire da applausi. Fino a qualche mese fa, quindi, noi tifosi ci rifugiavamo in lei, sacerdotessa garbata del rito più amato dagli italiani. Poi la iattura, la catastrofe, il cataclisma: Ilaria D’Amico è incinta.

Scherzi a parte, l’evento più bello nella vita di una donna si è trasformato in un disastro per gli abbonati Sky, quando a sostituire la giornalista è stato chiamato Fabio Caressa. Sì, proprio lui, il mitico telecronista dei Mondiali 2006, il cantore del trionfo azzurro, l’inventore di frasi rimaste nella memoria collettiva come «Prepariamo le valigie, andiamo a Berlino», dopo la semifinale vinta con la Germania a Dortmund, o «Alzala alta capitano», urlato mentre Fabio Cannavaro riceveva tra le mani la Coppa del Mondo. Come telecronista, dunque, nulla da eccepire. Da quando è esploso il fenomeno Caressa, lo stile vetusto e noioso di molti telecronisti Rai e Mediaset si nota ancora di più. Tutto a vantaggio di Sky, che ha conquistato una larga fetta di pubblico sportivo anche grazie a lui.

Tutti questi meriti, però, sono svaniti come neve al sole quando il buon Caressa ha sostituito la D’Amico. Sky Calcio Show, da contenitore calcistico garbato e professionale, è diventato una succursale catodica del peggiore bar dello sport. Per una beffarda legge del contrappasso, ad esempio, ora a regnare in studio è un insopportabile e becero maschilismo. Domenica scorsa, per citarne una, Caressa ha mostrato, dopo lo scandalo delle scappatelle del giocatore inglese Terry, le foto di molte compagne di calciatori britannici, sottolineandole con apprezzamenti da commedia sexy anni Settanta.

E poi lo stile  urlato del Caressa telecronista, sempre ipereccitato come fosse imbottito di caffeina, mal si concilia con le riflessioni del dopopartita. Dopo l’adrenalina dei novanta minuti, Sky Calcio Show era la giusta camera di compensazione, un luogo per dibattere sui temi della giornata con sobrietà e raziocinio, evitando di scadere nelle baruffe da curva. È un treno in corsa senza controllo, il buon Caressa, che attraversa con furia le stazioni affollate senza mai fermarsi. E che dire dello slang romanesco che lo fa somigliare tanto a un personaggio di Verdone? Chissà se a Trieste o  Cefalù capiscono sempre tutto quello che dice…

Peccato davvero. Perché con questa scellerata sostituzione (vorremmo proprio sapere a chi è venuta la brillante idea) si rischia di rovinare due gran belle cose che ci ha regalato il calcio targato Sky. Innanzitutto un programma come Sky Calcio Show, sapiente miscela tra i modi della D’Amico e la competenza di Mario Sconcerti; e poi la brillantissima carriera da telecronista di Fabio Caressa. A commentare una partita nessuno è più bravo in Italia, senza dubbio. Proprio per questo, però, lo vorremmo sapere sempre sugli spalti, la cuffia sulle orecchie e il fido Bergomi a fianco, piuttosto che vederlo soffrire in uno studio televisivo, schiavo forse del suo adrenalinico personaggio. In mancanza di una soluzione migliore e immediata, però, non ci resta che attendere pazientemente il giorno del fatidico parto. Sperando con tutto il cuore che la splendida puerpera non decida di attendere lo svezzamento prima di tornare in onda.

mercoledì 3 febbraio 2010

Rai Storia, quando il passato è materiale per la tv di domani

Ffwebmagazine
3 febbraio 2010

C’è un’oasi appartata e poco conosciuta nel deserto della tv di Stato. È Rai Storia, il canale tematico diretto da Giovanni Minoli, visibile su digitale terrestre e satellite. Ventiquattro ore di memoria, cultura, tradizioni, offerte al pubblico con professionalità ed eleganza. Il programma di punta è ovviamente La storia siamo noi, il format tutto italiano che Minoli si è inventato ormai un po’ di anni fa e che ci accompagna nella storia del mondo, con particolare riferimento al Novecento e alle tragedie della Seconda guerra mondiale. Il programma sforna 240 ore di storia l’anno, trasmesse su ben tre canali: Rai Tre (ogni mattina), Rai Due (in terza serata una volta a settimana) e, appunto, Rai Storia.

Ma il canale tematico della Rai non è semplicemente un contenitore degli speciali di Minoli. C’è molto altro, a cominciare da Dixit, il nuovo programma di prima serata che quotidianamente si occupa del passato, dei personaggi che hanno segnato la storia dell'umanità, dei grandi temi dell’attualità. Un contributo decisivo alla riuscita dell'esperimento Rai Storia viene dall’immenso archivio della nostra televisione pubblica, con in prima linea le Teche Rai guidate da Barbara Scaramucci. Chi è stufo della tv dei giorni nostri si può tranquillamente immergere nelle grandi inchieste realizzate trenta, quaranta o cinquant'anni fa: dagli speciali di Sergio Zavoli ai viaggi in Italia di Mario Soldati, dalle inchieste di Ugo Zatterin ai documentari sociologici (e un po’ ideologici) degli anni Settanta. Un patrimonio incredibile, fino a oggi scarsamente utilizzato, che ci concilia con il mezzo televisivo e ricorda, soprattutto ai più giovani, che il nostro tubo catodico non è sempre stato invaso da reality show o talk show urlanti.

Nato da Rai Educational, il canale di storia tenta di colmare un gap tutto italiano. Mentre negli altri paesi occidentali c'è una grande tradizione di documentaristica storica (Bbc in testa), in Italia si è da tempo abbandonata la strada pedagogica, l'utilizzo degli eventi del passato come insegnamento e formazione alle nuove generazione. In questa direzione va, ad esempio, la breve striscia quotidiana chiamata 100 secondi, che ospita un editoriale storico di esperti del ramo: da Marcella Emiliani ad Alessandro Campi, da Giuseppe De Rita a Giovanni Sabbatucci.

La situazione desolante dell’approfondimento storico sulla tv italiana è, a dire il vero, piuttosto paradossale. Verso la fine degli Novanta, su Rai Tre erano andati in onda alcuni speciali denominati La Grande Storia, con un successo notevole di pubblico e share. Poi era stato il momento di Correva l’anno, un eccellente programma di approfondimento storico che si avvaleva anche della presenza di Paolo Mieli. Poi, con l’avvento dei reality e della tv urlata, tutto era tornato in sordina. Pochissimo spazio per il passato, ancora meno per il futuro, visto che si era deciso si puntare su una volgarizzazione della televisione pubblica che ha abdicato, forse definitivamente, alla sua funzione pedagogica e culturale.

Ora Rai Storia, dicevamo, tenta di colmare un vuoto. E a quanto pare ci sta riuscendo piuttosto bene. Merito innanzitutto di Giovanni Minoli, che ha costruito una struttura imponente, nonostante gli scarsi mezzi a disposizione, che ha rilanciato la storia in tv. L’ideatore di Mixer e di tanti programmi di successo, dunque, continua a fare l’artigiano nei sotterranei di viale Mazzini. Inspiegabilmente relegato in posizioni di secondo piano. Ma questa è un’altra faccenda, intrisa di politica. E ci interessa poco.

Quello che ci piace sottolineare, invece, è la bontà di un progetto che mancava da troppo tempo, che ridà dignità al passato del nostro paese e lo sviscera senza pregiudizi politici ma con una perizia storica e giornalistica rara e preziosa.

Peccato che per cose del genere ci sia spazio solo sul digitale o sul satellite. Ma se è vero che il digitale terrestre sarà la tv del futuro, speriamo che il totale e graduale passaggio al nuovo standard di trasmissione contribuisca a far conoscere a sempre più italiani un piccolo tesoro, nascosto fin troppo bene, che brilla sommerso tra le brutture della televisione di oggi. Paradossalmente, è un canale televisivo che guarda al passato che potrebbe salvare la tv del futuro. Speriamo.